lunedì 8 giugno 2026

Emmanuel Carrère, “Kolchoz” ed. 2026

                                                      Voci da mondi diversi. Francia             

storia di famiglia

Emmanuel Carrère, “Kolchoz”

Ed. Adelphi, trad. F. Bergamasco, pagg. 398, Euro 20,90

 

   Fa parte del lessico famigliare, quell’espressione ‘fare kolchoz’ a cui si riferisce il titolo di quest’ultima opera di Emmanuel Carrère, una ricchissima storia ‘in verticale’ della sua famiglia, una Storia dei principali avvenimenti in Europa nel secolo scorso e nei nostri giorni, uno straordinario omaggio a sua madre, un canto d’amore per lei.

Quando il padre Louis era via da casa per lavoro, la più piccola dei tre Carrère andava a dormire nel lettone con la mamma e gli altri due, Emmanuel e sua sorella Nathalie, dormivano per terra, su dei cuscini o sui materassi trascinati dalla loro stanza da letto. ‘Facevano kolchoz’, diceva la mamma. E quanto gli piaceva! Avrebbero fatto kolchoz per l’ultima volta nell’hospice dove la mamma, ultranovantenne, sarebbe morta.

    Sì, dobbiamo riconoscerlo, ci sono famiglie speciali, famiglie in cui più di uno dei componenti raggiunge la vetta dell’eccellenza, in un campo o nell’altro. Questione di geni, forse, ma anche di volontà, di caparbietà, di ambizione, di interessi peculiari posti come obiettivi da raggiungere. La famiglia di Emmanuel Carrère è una di queste.

Salomé Zourabichvili

    Il cognome di sua madre è rivelatore- il padre di Hélène Zourabichvili era georgiano. Georgiano, come Stalin, come Berija, e chissà se e come le loro strade si sono incrociate. Comunque, nel 1921, dopo l’ingresso dei sovietici a Tbilisi, gli Zourabichvili abbandonano tutto e partono con una valigia e due figli. La prima a tornare sarà la nipote Salomé, ben ottant’anni dopo- dapprima ambasciatrice di Francia, poi ministra degli Esteri, poi presidente della Repubblica di Georgia. Proprio così. Non una semplice turista sulle tracce dei propri avi.

     Questo per quello che riguarda il ramo paterno della madre di Emmanuel Carrère. Il ramo materno, invece, affondava le radici in Russia. Sua nonna faceva von Pelken di cognome e la sua bisnonna era la contessa Komarovskij. Erano i discendenti di due famiglie di esuli quelli che si erano incontrati a Parigi e poi la loro figlia Hélène aveva scelto, tra i suoi pretendenti, Louis Carrère d’Encausse (un altro cognome insolito che indica la provenienza da una piccola stazione termale nei Pirenei dove si dice sostò Pompeo dopo la campagna di Spagna nel 72 a.C).

Hélène Zourabichvili

     Quella che fa Emmanuel Carrère è una ricerca paziente, un andare a ritroso nel tempo per poi tornare al presente o ad un passato meno lontano, ricalcando le orme di chi lo ha preceduto, leggendo lettere e diari, ascoltando racconti a voce fatti dalla sua grande famiglia. Parla del matrimonio dei genitori, del loro accordo che aveva qualcosa di improbabile, del fascino della cultura russa subito da suo padre, del suo proprio attaccamento alla madre, dei giorni in cui si era accorto che la mamma doveva avere un’amante e della tristezza del padre, di quando la mamma aveva preso la cittadinanza francese. Era stato un passo importante- tutti i membri della famiglia, sia quelli georgiani sia quelli russi, erano sempre vissuti fra due mondi, incerti a chi andasse la loro lealtà. Hélène Zourabichvili era diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e poi della Russia, fino ad essere eletta segretaria perpetua dell’Académie Française. Un risultato straordinario per una donna che aveva imparato il francese a cinque anni, che si vergognava di quel cognome che, come le dicevano a scuola, sembrava uno scioglilingua.

Louis Carrère d'Encausse

     Eppure questa saga familiare non è soltanto una galleria di ritratti di famiglia. C’è molto altro. Ci sono gli incontri con personaggi famosi del mondo delle lettere, della politica, del cinema, ci sono esperienze di lettura e l’impatto che i grandi autori hanno avuto sullo scrittore. C’è infine il viaggio di Carrère in Georgia e in Ucraina, la sua visione della guerra, il suo giudizio su Putin.

Questo libro è un gigantesco affresco, uno di quelli in cui il nostro occhio deve esercitarsi a scorgere i personaggi minori accanto a quelli in primo piano. È un libro scritto pensando a sua madre (grande donna) che però termina con un piccolo cammeo dedicato al padre, l’uomo vissuto sempre nell’ombra della moglie che si reca ad Encausse, il paesino da cui ha preso il nome la sua famiglia, quasi a rivendicarne la dignità.



   

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