Voci da mondi diversi. Russia
Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”
Ed.
Brioschi, trad. Leonardo Marcello Pignataro, pagg. 409, Euro 20,00
È una metafora possente, quella dell’aereo
che rulla sulla pista prima di sollevarsi in volo. Richiama l’esistenza di un
uomo, che barcolla nella sua infanzia e giovinezza per poi dispiegare le ali e
lanciarsi nella vita vera. Trionfante se non c’è niente che lo abbatta- così
per l’aereo, così per l’uomo.
E l’immagine dell’aviatore ritorna spesso, è un leit motiv nel libro di Evgenij Vodolazkin, lo scrittore nato a Kiev nel 1964 che vive a San Pietroburgo, intitolato proprio “L’aviatore”. Quando Innokentij Petrovic Platonov era un bambino giocava ad essere un pilota d’aereo insieme al cugino Seva nelle lunghe vacanze dorate e infinite dell’infanzia nella dacia. Quando aveva undici anni suo padre lo aveva portato all’aerodromo a vedere quei grandi uccelli sollevarsi in volo. Era presente, anzi, era corso a portare dei fiammiferi al pilota dell’aereo quella volta che, durante un’esercitazione acrobatica, si era spezzata un’ala e l’aereo era precipitato- lui, senza saperlo, aveva aiutato il pilota a fumare l’ultima sigaretta. Ed è ancora con un aereo in volo dall’America verso San Pietroburgo che termina il romanzo- è un cerchio che si chiude, la figura perfetta.
Geiger. Innokentij Platonov. Anastasja e/o
sua nipote Nastja. Sono questi i protagonisti del romanzo che, dopo l’inizio,
procede sotto la forma di diario scritto da Platonov dapprima e poi di un
diario a tre voci. Geiger è il medico che ha seguito il processo di ‘risveglio’
di Innokentij. Meglio, il processo di ‘scongelamento’ di Innokentij. Perché
Innokentij Platonov è stato una cavia in un esperimento di ibernazione ordinato
da Stalin e- caso eccezionale- è sopravvissuto. Non ricorda nulla, la sua
memoria si ricostruirà lentamente pezzo dopo pezzo. Così, da una frase che gli
affiora alla mente, ‘abbiamo l’età del secolo’, può dedurre che ha quasi 100
anni, considerando la data di scadenza sulla scatola di un medicinale. I
ricordi ricoprono l’arco di tempo di poco più di trent’anni, da prima della
Rivoluzione al tempo di Stalin e dei gulag. Affiorano dal passato le figure dei
genitori, del cugino, le vacanze in Crimea, la morte del padre, l’amore per
Anastasja quando ormai ad ogni famiglia è concesso solo lo spazio di una stanza
per vivere. E poi il tragico avvenimento che lo porterà nel gulag delle isole
Solovki, a 150 km dal circolo polare artico, la scoperta dolorosissima della
parte che il cugino suo compagno di giochi aveva avuto una parte in quella
destinazione.
isole Solovki
Anche questo Rip van Winkle russo è
sconcertato dal ritrovarsi in un mondo che non riconosce, così cambiato, così
pieno di novità inimmaginabili nel passato. E le pagine del diario alternano la
ricostruzione del suo passato, necessaria per fare di lui una ‘persona’, con le
nuove sfide del presente. Innokentij non sceglie il percorso di liquidare il
passato mettendosi nella posizione della vittima, c’è una responsabilità
personale in quello che ci accade e Innokentij Platonov arriva ad assumersela
in pieno prima della fine, dopo aver ritrovato, ormai novantenne, ormai senza
alcuna memoria, Anastasja di cui sposerà la nipote. È questo il significato di
un altro leit motiv del romanzo, la statuetta di Temide, dea della giustizia a
cui, da bambino, aveva spezzato la bilancia.
Quando a questo Lazzaro ritornato dal regno dei morti (l’immagine, anche questa ricorrente, è dello stesso Innokentij) viene chiesto quale fosse la scoperta più importante fatta ai lavori forzati, la sua risposta è che l’uomo si trasforma in una bestia con incredibile rapidità (e noi pensiamo a Primo Levi).
C’è
un umorismo garbato nell’affrontare il divario temporale, memorabili sono le
proposte di aziende di surgelati perché Innokentij faccia pubblicità ai loro
prodotti, c’è la sensazione dello spreco di una vita, c’è una profonda
riflessione sul Male, su come possa esistere il Male assoluto, il Male per il
Male, quello dei personaggi del cugino Seva o del vicino di casa che ci
ricordano dei personaggi di Dostoevskij.
Un romanzo bellissimo in tutte le sue
parti, nella ricostruzione del passato più lontano, velata dall’atmosfera
idilliaca del ricordo, e in quella- e il contrasto è agghiacciante (anche
letteralmente)- degli anni alle Solovki, e poi nello sguardo divertito e
interessato sul presente della fine del secolo scorso con lo straordinario
passaggio dal comunismo (tutti quei morti!) ad una forma di capitalismo. E
sopra tutto, unico a restare inalterato, l’amore che passa da una Anastasja
all’altra e poi ad una bimba che si chiamerà, con una variante, Anna.




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