sabato 13 giugno 2026

Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”

                                                  Voci da mondi diversi. Russia


Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”

Ed. Brioschi, trad. Leonardo Marcello Pignataro, pagg. 409, Euro 20,00

     È una metafora possente, quella dell’aereo che rulla sulla pista prima di sollevarsi in volo. Richiama l’esistenza di un uomo, che barcolla nella sua infanzia e giovinezza per poi dispiegare le ali e lanciarsi nella vita vera. Trionfante se non c’è niente che lo abbatta- così per l’aereo, così per l’uomo.

E l’immagine dell’aviatore ritorna spesso, è un leit motiv nel libro di Evgenij Vodolazkin, lo scrittore nato a Kiev nel 1964 che vive a San Pietroburgo, intitolato proprio “L’aviatore”. Quando Innokentij Petrovic Platonov era un bambino giocava ad essere un pilota d’aereo insieme al cugino Seva nelle lunghe vacanze dorate e infinite dell’infanzia nella dacia. Quando aveva undici anni suo padre lo aveva portato all’aerodromo a vedere quei grandi uccelli sollevarsi in volo. Era presente, anzi, era corso a portare dei fiammiferi al pilota dell’aereo quella volta che, durante un’esercitazione acrobatica, si era spezzata un’ala e l’aereo era precipitato- lui, senza saperlo, aveva aiutato il pilota a fumare l’ultima sigaretta. Ed è ancora con un aereo in volo dall’America verso San Pietroburgo che termina il romanzo- è un cerchio che si chiude, la figura perfetta.


     Geiger. Innokentij Platonov. Anastasja e/o sua nipote Nastja. Sono questi i protagonisti del romanzo che, dopo l’inizio, procede sotto la forma di diario scritto da Platonov dapprima e poi di un diario a tre voci. Geiger è il medico che ha seguito il processo di ‘risveglio’ di Innokentij. Meglio, il processo di ‘scongelamento’ di Innokentij. Perché Innokentij Platonov è stato una cavia in un esperimento di ibernazione ordinato da Stalin e- caso eccezionale- è sopravvissuto. Non ricorda nulla, la sua memoria si ricostruirà lentamente pezzo dopo pezzo. Così, da una frase che gli affiora alla mente, ‘abbiamo l’età del secolo’, può dedurre che ha quasi 100 anni, considerando la data di scadenza sulla scatola di un medicinale. I ricordi ricoprono l’arco di tempo di poco più di trent’anni, da prima della Rivoluzione al tempo di Stalin e dei gulag. Affiorano dal passato le figure dei genitori, del cugino, le vacanze in Crimea, la morte del padre, l’amore per Anastasja quando ormai ad ogni famiglia è concesso solo lo spazio di una stanza per vivere. E poi il tragico avvenimento che lo porterà nel gulag delle isole Solovki, a 150 km dal circolo polare artico, la scoperta dolorosissima della parte che il cugino suo compagno di giochi aveva avuto una parte in quella destinazione.

isole Solovki

    Anche questo Rip van Winkle russo è sconcertato dal ritrovarsi in un mondo che non riconosce, così cambiato, così pieno di novità inimmaginabili nel passato. E le pagine del diario alternano la ricostruzione del suo passato, necessaria per fare di lui una ‘persona’, con le nuove sfide del presente. Innokentij non sceglie il percorso di liquidare il passato mettendosi nella posizione della vittima, c’è una responsabilità personale in quello che ci accade e Innokentij Platonov arriva ad assumersela in pieno prima della fine, dopo aver ritrovato, ormai novantenne, ormai senza alcuna memoria, Anastasja di cui sposerà la nipote. È questo il significato di un altro leit motiv del romanzo, la statuetta di Temide, dea della giustizia a cui, da bambino, aveva spezzato la bilancia.

    Quando a questo Lazzaro ritornato dal regno dei morti (l’immagine, anche questa ricorrente, è dello stesso Innokentij) viene chiesto quale fosse la scoperta più importante fatta ai lavori forzati, la sua risposta è che l’uomo si trasforma in una bestia con incredibile rapidità (e noi pensiamo a Primo Levi).


C’è un umorismo garbato nell’affrontare il divario temporale, memorabili sono le proposte di aziende di surgelati perché Innokentij faccia pubblicità ai loro prodotti, c’è la sensazione dello spreco di una vita, c’è una profonda riflessione sul Male, su come possa esistere il Male assoluto, il Male per il Male, quello dei personaggi del cugino Seva o del vicino di casa che ci ricordano dei personaggi di Dostoevskij.

    Un romanzo bellissimo in tutte le sue parti, nella ricostruzione del passato più lontano, velata dall’atmosfera idilliaca del ricordo, e in quella- e il contrasto è agghiacciante (anche letteralmente)- degli anni alle Solovki, e poi nello sguardo divertito e interessato sul presente della fine del secolo scorso con lo straordinario passaggio dal comunismo (tutti quei morti!) ad una forma di capitalismo. E sopra tutto, unico a restare inalterato, l’amore che passa da una Anastasja all’altra e poi ad una bimba che si chiamerà, con una variante, Anna. 



   

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