Casa Nostra. Qui Italia
romanzo di formazione
Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese”
Ed.
Fazi, pagg. 180, Euro 16,62
Uno zio e un nipote. Una cittadina di
provincia. Il fascino esotico della Cina.
Ricordati
che tuo zio si chiama Corrado Sivieri e che sei il suo unico nipote-
ripeteva spesso la madre al figlio, studente liceale che è la voce narrante del
bel romanzo “Il letto cinese” di Anna Luisa Pignatelli.
Il padre del ragazzo era morto da tempo ed
era stato quanto più diverso possibile dal fratello, il famoso sinologo Corrado
Sivieri. Era un ingegnere pragmatico, l’opposto del professore di Lingua e
Civiltà cinese all’Istituto di Studi Orientali di Roma che era stato mandato a
studiare a Tientsin dalla madre per evitare che venisse arruolato ed era
rientrato in Italia dopo la caduta del fascismo. Dopo la morte del fratello
Corrado Sivieri si era addossato la responsabilità della famiglia di questi,
della vedova e del nipote.
Il ragazzo lo ammirava. Ammirava quell’aura di cultura e anche, sì, di diversità che si percepiva intorno allo zio, gli piaceva la deferenza che tutti gli mostravano- un segno evidente del rispetto che avevano per lui.
Il
legame tra zio e nipote diventa più stretto quando la signorina cinese che gli
faceva da segretaria aveva regalato un cagnolino allo zio. Peccato che lo zio
detestasse bambini e animali. Così l’incarico di occuparsi del cane era toccato
al ragazzo, insieme a quello di sostituire la signorina che era tornata in
Cina- e poi il ragazzo era stato respinto alla maturità, una vergogna per la
loro famiglia.
Il ragazzo batterà a macchina gli scritti
dello zio che si sta occupando del periodo del tormentato regno dell’imperatrice
Tzu Hsi (noi la conosciamo meglio con il nome Cixi), ultima imperatrice della
dinastia Qing, e del suo coinvolgimento nella morte del sovrano Kuang Hsu.
“Il letto cinese” (tra i tanti oggetti cinesi di valore in casa dello zio c’è un tipico letto cinese che è come una piccola stanza in cui allo zio piace passare il tempo a leggere) è una lettura affascinante perché la narrativa si dipana su parecchi piani- è la storia di un rapporto tra una figura paterna e una sorta di figlio con tutti i contrasti generazionali, acuiti dalla rigidezza dell’adulto, ed è la storia di un ragazzo che si sente solo e corteggia una ragazzina di origine zingara e sola quanto lui; è la storia di uno studioso chiuso nella sua torre di avorio, invidioso di chiunque possa rivaleggiare con lui, chiacchierato per la sua predilezione per uno dei suoi studenti. E poi c’è il magnifico affresco della Storia cinese alla fine dell’Impero, una Storia che conquista l’attenzione del ragazzo che, in una qualche maniera, si vede riflesso nel nipote di Tzu Hsi che vede ogni sua iniziativa stroncata dalla potente zia che finirà per farlo uccidere.
La realtà non è mai completa così come
appare. La realtà è complessa. Una serie di grandi e piccole delusioni
sminuiranno la figura dello zio agli occhi del ragazzo- il non aver neppure
considerato che il nipote aveva mostrato coraggio nel difendere la sua ragazza
durante un’aggressione, l’averlo colpevolizzato, il giudizio negativo espresso
nei confronti di un libro che gli era stato mandato in lettura (al ragazzo era
piaciuto molto, invece), un pigiama a righe bianche e azzurre nel cesto della
roba da lavare.
Lo zio non era quel grand’uomo che voleva
apparire. Era egoista, meschino, ipocrita. Eppure, l’averlo visto come era realmente
libera il nipote dalla soggezione, dal senso di inferiorità. E paradossalmente
lo mette in grado di riconoscere l’enorme debito che ha con lui, l’averlo fatto
appassionare allo studio, avergli spalancato la mente verso altri orizzonti.
Un romanzo di formazione diverso dal
solito che spalanca verso altri orizzonti anche le menti dei lettori.




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