sabato 11 aprile 2026

Inès Cagnati, “Génie la matta”

                                                              Voci da mondi diversi. Francia



Inès Cagnati, “Génie la matta”

Ed. Adelphi, trad. Ena Marchi, pagg. 184, Euro 17,10

     Due immagini ricorrenti, nel breve romanzo “Génie la matta” della scrittrice francese Inès Cagnati.

    Una bambina che corre sulle sue gambette (viene sempre detto così, ‘gambette’, e noi pensiamo ad una bimba piccola con le gambe corte che non riesce a stare al passo con la madre) dietro la mamma che neppure si gira per aspettarla.

   Una bambina in attesa, perennemente in attesa del ritorno della mamma dal lavoro, con il cuore stretto nella morsa della paura che la mamma non torni, che l’abbia abbandonata.

E poi una madre che rivolge la parola alla bambina solo per dirle di togliersi di mezzo, di andare a letto, di non starle addosso.

    Génie e Marie. Génie la matta, la chiamavano in paese. Nata in una famiglia benestante, era stata vittima di una violenza e cacciata da casa. Viveva con Marie, la figlia dello stupro, in una catapecchia, accettando qualunque lavoro nei campi e nelle stalle, pagata poco o niente. Non parlava quasi mai, sembrava stramba. Per questo si riferivano a lei non con il solo nome, ma come ‘Génie la matta’.

    È Marie che racconta una storia di dolore e di solitudine che finirà in una tragedia, proprio quando la vita sembrava offrire una seconda possibilità a Génie. Una storia che procede con ripetizioni di piccole azioni, di fatti quotidiani, la scuola, il lavoro, la nonna che è una megera, il nonno che è sempre assorto nelle sue vecchie storie di re ormai morti, che la chiama ‘bambina mia’ e le offre delle noci, gli zii maligni che smettono di parlare quando Marie è vicino, gli stivali di gomma che affondano nel fango, la mamma che riempie gli stivali di paglia, la stanchezza a fine giornata, quell’unico abbraccio che la mamma le dà nel letto, se non cade prima addormentata. Leggiamo e rileggiamo le stesse storie, con le stesse parole e niente meglio di così potrebbe darci la viva sensazione dello squallore di una vita sempre uguale, senza nessuna aspettativa- una figlia che ama disperatamente la madre e una madre che non le dà affetto, che vede in lei la fine di una esistenza che sarebbe potuta essere diversa.


    Poi compaiono due uomini sulla scena- un giovane aviatore che Marie incontra per caso e un contadino che sposerà Génie, acconsentendo a far studiare Marie.

Ha qualcosa della tragedia greca, il romanzo di Inés Cagnati, una tragedia in cui gli dei hanno già deciso il destino degli uomini e, per quanto questi facciano, questo destino non può essere cambiato.

Anche la natura sembra rispecchiare quella durezza di vita e di sentimenti- un bosco piene di ombre, le volpi, il fango sui sentieri- ed è straziante pensare ad una bimba che come unici amici ha una piccola mucca cieca e un anatroccolo. Finirà per perdere entrambi dopo un periodo di siccità che accresce la loro miseria e tuttavia, da bambina già suo malgrado adulta, si rassegna, le basta che la mamma ritorni ogni sera.

     Una storia di violenza, di solitudine, di malvagità, di discriminazione. E anche di resilienza.




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