sabato 24 marzo 2018

Olivier Guez, “La scomparsa di Josef Mengele” ed. 2018


                                                  Voci da mondi diversi. Francia
           biografia romanzata

Olivier Guez, “La scomparsa di Josef Mengele”
Ed. Neri Pozza, trad. Margherita Botto, pagg. 202, Euro 14,02

   E’ il 1949 quando Josef Mengele sbarca a Buenos Aires. Sul documento di viaggio della Croce Rossa internazionale risulta come Helmut Gregor, nato il 6 agosto 1911 a Termeno, comune altoatesino, cittadino tedesco di nazionalità italiana, cattolico, professione meccanico. Si è già chiamato Fritz Ullmann quando, dopo aver lasciato di furia la Polonia, nel 1945, ed essersi infiltrato tra le fila della Wehrmacht, è stato liberato da un campo di prigionia americano. Si chiamava Fritz Hollmann quando falciava il fieno in una fattoria della Baviera. Era diventato Helmut Gregor quando era riuscito ad attraversare le Dolomiti e ad arrivare a Genova per imbarcarsi- aiutato, aiutatissimo, perché ci sarà sempre qualcuno che gli faciliterà la vita con i soldi della sua famiglia- per l’Argentina.
    Il nome di Josef Mengele parla da sé, è uno di quei nomi che mettono i brividi- l’Angelo della Morte che si faceva chiamare ‘zio’ dai bambini internati ad Auschwitz e distribuiva caramelle prima di far di loro le sue cavie. Adesso, quando sbarca a Buenos Aires, tiene stretta la sua preziosa valigetta con strumenti e documentazione dei suoi esperimenti. Suscita sospetto, se la cava dicendo che la  biologia è la sua passione. E’ da questo momento che lo scrittore francese Olivier Guez si mette sulle sue tracce e segue le sue peregrinazioni in un romanzo di non-fiction che ha il fascino dell’orrore- cerchiamo inutilmente in queste pagine una qualche forma di ripensamento o di pentimento da parte del criminale di guerra che non fece mai i conti con la giustizia terrena.

    La mole della documentazione di Olivier Guez è enorme- lui stesso dice, a fine libro, che poteva solo ricorrere alla forma del romanzo per ricostruire la vita in esilio, i pensieri, le paranoie e la tremenda solitudine di un uomo egocentrico e narcisista che non smise mai di credere nella superiorità della razza ariana e che- terribile ironia della sorte- si trovò a dover vivere in mezzo a quelli che, secondo l’ideologia nazista, erano esseri inferiori. Dall’Argentina di Peròn, dove tutto sommato Mengele non si trovava male, al Paraguay e poi in Brasile. Da Buenos Aires (dove praticava aborti clandestini, motivo per cui dovette fuggire) a luoghi sempre più isolati fino alla sperduta fattoria in Brasile dove, pur disprezzandola, diventò l’amante della moglie del suo ospite. Aveva perfino costruito una torretta dove si piazzava di vedetta per avvistare eventuali sconosciuti che si fossero avvicinati. Perché da un certo punto in poi, sapeva di essere un animale braccato. Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti, l’uomo che era riuscito a ‘rapire’ Eichman, era sulle sue tracce. E Mengele aveva paura di tutto, non osava neppure farsi curare quando stava male.
Dopo il processo di Eichman aveva anche paura che qualcuno potesse riconoscerlo, con quella fronte alta e bombata e lo spazio tra gli incisivi frontali. Ma Josef Mengele non è il solo colpevole in tutta questa vicenda. Josef Mengele si è salvato per il comportamento a dir poco ambiguo di Vaticano, Croce Rossa, degli americani stessi, tutti impauriti dal pericolo ‘rosso’. Si è salvato perché le dittature sudamericane avevano un tornaconto nell’offrire rifugio ai nazisti e nel non concedere l’estradizione. Si è salvato perché la sua famiglia ha continuato a finanziarlo attraverso una fitta rete di sostenitori della causa. Non solo. La famiglia Mengele ne ha approfittato per vendere macchinari agricoli nei paesi dell’America Latina facendo fare a lui, Josef, il rappresentante.

    Un capitolo particolarmente doloroso del libro è quello dell’incontro di Josef Mengele con Rolf, il figlio avuto dalla moglie Irene che chiese il divorzio dopo la fine della guerra. Rolf è una figura tormentata. Dopo molte incertezze aveva raggiunto quel padre che per tanti anni non aveva saputo fosse suo padre, per sapere- che cosa? Voleva avere un’ammissione di colpa? Voleva sapere perché avesse fatto ad Auschwitz quello che si sapeva che aveva fatto? se era vero che aveva fatto bollire dei cadaveri per staccare la carne dalle ossa? Rolf Mengele tornerà in Germania senza nessuna risposta, disgustato dall’uomo che aveva incontrato e nello stesso tempo incapace di denunciarlo rivelando dove vivesse. E cambierà cognome.

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