OFF THE MAIN ROAD
Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
saga
Premio Nobel
John Galsworthy, “Il Possidente”
Ed.
Elliot, trad. Gian Dauli, pagg. 316, Euro 9,90
“The man of property”: un classico senza
tempo. La prima pagina della mia copia del libro- scritto in caratteri
piccolissimi, una edizione Penguin- riporta la data e il luogo di quando lo
comperai: ‘London 1961’- e, come sempre mi succede in questi casi, mi sento
precipitare nella voragine del tempo. Nel mio ricordo era un libro molto bello.
Lo è ancora.
Questo è il primo di tre romanzi e due
interludi, pubblicati tra il 1906 e il 1921 con il titolo “La saga dei
Forsyte”. L’autore, John Galsworthy, vinse il premio Nobel nel 1932, un anno
prima di morire.
È
Soames Forsyte il protagonista di questo primo romanzo, è lui ‘il possidente’
(questo è il titolo in italiano), ma, insieme a lui tutta la famiglia Forsyte
vive su queste pagine, e la famiglia Forsyte rappresenta l’alta media borghesia
inglese- Galsworthy conia addirittura un sostantivo, ‘forsyteismo’, per
indicare l’atteggiamento, il ‘credo’ della società a cui i Forsyte
appartengono. Un credo che si riassume in una sola parola, ‘possesso’. È questo
il metro di giudizio per stimare il valore di una persona, o di una cosa.
‘Quanto costa?’, ‘quanto avrà pagato?’, ‘su quanti soldi all’anno può
contare?’. È lo stesso divario che appare in “Howards End” di Forster, del
1910, fra i Wilcoxes per cui è il denaro che conta e le sorelle Schlegel amanti
dell’arte, della musica e della letteratura.
sullo schermo
Il più anziano della famiglia, il maggiore dei numerosi fratelli e sorelle Forsyte, è Jolyon, un gran vecchio e una figura molto bella, forse perché ha già molto sofferto. Suo figlio, Jolyon come lui, ha abbandonato la moglie e la piccola June, per inseguire l’amore. Scandalo in famiglia. Oltretutto fa il pittore- un Forsyte squattrinato e artista? June è cresciuta con il nonno che la adora ed è pronto ad accettare in famiglia l’architetto Philip Bosinney di cui è innamorata. I Forsyte gli appioppano subito un soprannome che dice tutto il loro disprezzo per lui- ‘il bucaniere’, che è come dire, il filibustiere, il pirata. E tuttavia Soames, per auto glorificarsi e per ingraziarsi la moglie Irene, affida proprio al bucaniere l’incarico di costruire per lui una villa in campagna. Da questo punto tutto è prevedibile- il matrimonio di Soames con Irene è un’unione di facciata, lei è bellissima, lui l’ha corteggiata a lungo finché lei ha ceduto (soldi, sempre questione di soldi: che altre scelte ha una donna senza un patrimonio oltre a quella di sposare un uomo ricco?), Soames non riesce proprio a capire perché lei lo odi, e poi, diamine, lei è sua moglie, lei è sua, un suo possesso, una moglie deve adempiere al dovere coniugale, volente o no. E l’amore tra Irene e Bosinney è come una fiammata, povera piccola June, che possibilità ha di tenersi il fidanzato? La fiammata diventa un incendio che distruggerà tutto e tutti.
I personaggi sono tanti ma Galsworthy è un maestro
sia nell’esaminare l’evolversi dei rapporti tra padri e figli (il grande
vecchio, Jolyon, si riavvicina al figlio, artista anche lui come Bosinney), tra
nonno e nipoti, tra mariti e mogli, sia nella delicatezza fatta di sottintesi
con cui osserva l’attrazione fatale fra Irene e l’architetto (nessuna scena li
ritrae da soli eppure anche il non-detto è chiaro), sia nello scrivere del
divorante desiderio di vendetta di Soames, sia, infine, nel dipingere sullo
sfondo Londra con i suoi parchi e la sua nebbia o la dolce campagna inglese.
Viene da pensare che nessuno scrittore
contemporaneo è più capace di scrivere romanzi come questo.



Nessun commento:
Posta un commento