martedì 24 febbraio 2026

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” ed. 2026

                                                                              vento del Nord

             la Storia nel romanzo

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg.312, Euro 18,52

 

     Tekla, Lilla, Juni. Tre donne, nonna, madre, figlia. Tekla non ha mai voluto dire a sua figlia, neppure sul letto di morte, chi fosse suo padre. Neppure Lilla ha mai rivelato a Juni chi fosse suo padre. Segreti. Segreti che fanno male, segreti che è impossibile scoprire quando chi sa ormai non c’è più. Segreti che vanno al di là di una storia personale, che non trovano le parole per esprimersi.

    Juni arriva sull’isola di un arcipelago norvegese in fuga dal marito violento. L’isola rappresenta la quiete, sull’isola c’è la casa dei nonni, ci sono ricordi di una infanzia circondata dal loro amore. Juni non vuole più rivedere il marito.

E poi, facendo ordine, trova delle vecchie foto. In una c’è la nonna da giovane. Sorride, è abbracciata ad un soldato che porta la divisa dell’esercito tedesco. La data è maggio 1945. A guerra finita, dunque. Hanno entrambi un’aria molto felice. Verranno fuori altre fotografie, riconoscerà il nonno, sua madre Lilla da bambina. Qualcosa però non torna, nelle date. Chi può aiutarla a ricostruire il passato?


     La narrativa procede su due linee temporali e con due diverse protagoniste- la nonna Tekla nel passato e Juni nel presente.

Il passato di Tekla ha il punto di rottura quando lei incontra Otto, il soldato tedesco che sa parlare ai cavalli e rende docile il cavallo di Tekla a cui lei ha dato il nome del sovrano norvegese. C’è la guerra, i tedeschi occupano la Norvegia, sono i nemici.

Haakon VII

Possiamo indovinare una parte della storia, è così simile alle storie degli amori di guerra che abbiamo già letto, anche di recente. Così come possiamo indovinare le reazioni della famiglia di Tekla e dei suoi compaesani. Ma c’è tutta una parte- quella che ci porta in Germania insieme a lei e a Otto- di cui sappiamo poco, di cui forse non abbiamo voluto sapere, pensando ‘è stata colpa loro, sono loro ad avere iniziato la guerra, se la sono voluta’. Come poteva aver sognato, Otto, di ritrovare intatta la cascina con le grandi stanze e la sua famiglia, così come le aveva lasciate?

    La storia di Juni ha molto in comune con le storie del nostro quotidiano e però porta dentro il vuoto della mancanza di un padre, un rapporto conflittuale con la madre la cui traccia nella casa sull’isola è un cumulo di bottiglie vuote. Si reca in Germania, Juni, per scoprire di più su quello che pensa essere suo nonno e, quando arriva a Demmin, quello che apprende la sconvolge, così come sconvolge noi lettori. Quanto non sappiamo, del passato! Quanto è stato taciuto, perché era meglio dimenticare, perché tacere significava nascondere la vergogna. Quello di Demmin fu un suicidio di massa unico nel suo genere e nelle sue motivazioni.


    Portare alla luce la verità, scoperchiare i segreti, è come la quiete dopo la tempesta. Tutte e tre queste donne, Tekla, Lilla e Juni, sono passate attraverso la bufera, tutte e tre si sono fronteggiate con il problema di accettare un figlio non voluto, e anche questo è un problema che ci tocca da vicino.

    Come tutti i romanzi che coniugano la grande Storia con le piccole storie private (ma sono poi così piccole?), “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” è un libro appassionante e incredibilmente attuale con il suo bagaglio di passato. E quello che rimane nei nostri occhi è l’immagine di Tekla, la nonna che rivelava le prove che aveva dovuto passare nei colori che usava nei suoi quadri e che amava la pioggia, amava uscire nella corte e danzare sotto la pioggia, perché la pioggia lava ogni bruttura, la pioggia è simbolo di rinascita, è simbolo di vita. La pioggia invita a guardare avanti, a non permettere che sia l’aridità dell’animo ad avere la meglio.



 

mercoledì 18 febbraio 2026

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra” Ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Penisola iberica

la Storia nel romanzo

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra”

Ed. Salani, pagg. 562, Euro 19,00

 

     Madrid 1938. La guerra civile sta volgendo al termine, la sinistra repubblicana sarà sconfitta dalle forze nazionaliste di Franco che instaurerà un regime dittatoriale nel 1939. La repressione fu terribile, per tutti quelli che avevano anche solo mostrato simpatie per la sinistra il destino fu il carcere se non la fucilazione immediata.

     Agustín e Clotilde hanno un figlio, Pablo. Se tutto è perduto per loro, Agustín continua a credere nel socialismo e decide di affidare il bambino al militare russo per cui aveva lavorato come autista: Boris porterà Pablo in Russia, laggiù potrà crescere in una società migliore in cui tutti sono uguali, lui e Clotilde lo raggiungeranno. Il fatto che Clotilde si opponga non serve a niente. La scena in cui il bambino viene strappato alla madre e caricato su un’automobile è straziante. Pablo ha cinque anni. Piange. Chiama la mamma. Boris è infastidito dalle sue lacrime, rimpiange di aver preso questo impegno, per lui è una seccatura doversi occupare di un bambino che sembra anche avere la febbre, che vomita durante il viaggio per mare, che continua a piangere.

Franco

     Mosca. In Unione Sovietica Josif Stalin è il Segretario Generale del Partito Comunista, ma è necessario aver veramente fede nel comunismo per credere che la sua politica sia giusta e per il bene di tutti. Perché il dissenso non è ammesso. Non solo, basta molto meno che esprimere il proprio disaccordo o fare una qualunque critica per essere arrestati. Anche la letteratura, la poesia, le arti, la musica, hanno un colore. Deve essere rosso, deve essere di gradimento al ‘piccolo Padre’, non deve essere individualista, non deve essere ‘borghese’, deve esaltare ‘l’uomo nuovo’. È possibile che una poesia metta in pericolo la stabilità di un governo?


    La moglie di Boris, Anya, e il figlio Igor vivono  insieme alla zia e al padre di Anya- è grazie al titolo di Generale di questi, che ha combattuto gloriosamente a fianco di Lenin, che possono occupare  un intero appartamento. Più tardi la situazione cambierà- dopo che Anya sarà arrestata per essersi recata ad una riunione letteraria sperando di incontrare Pasternak, dopo che sarà imprigionata alla Lubianka, altre persone verranno ad abitare con loro, lo spazio si farà più ristretto, la paura delle delazioni sarà un soffio gelido sul collo.

     E intanto Pablo crescerà insieme a Igor, Anya diventerà una seconda mamma per lui, imparerà il russo, amerà la poesia quanto Anya.

    E in Spagna? Il fascino di questo romanzo, che inevitabilmente ci fa pensare ai grandi romanzi russi, è nella doppia narrativa, l’una specchio dell’altra. Cambia il governo, destra e sinistra, fascismo e comunismo, ma non cambia nulla. Due donne, Clotilde e Anya, la prima ha il dono di saper disegnare (caricature, purtroppo, e queste sì che possono essere un’arma), la seconda mette le poesie in musica e non sa tacere. Entrambe finiscono in prigione, entrambe sono torturate (e i sistemi di tortura sono esattamente uguali), entrambe hanno una seconda possibilità di salvarsi ma l’anelito alla libertà di espressione è più forte di tutto, il nuovo arresto sarà fatale per la loro salute.


    Che cosa il destino riserbi al bambino diventato ragazzo e poi giovane uomo in un paese non suo ma che impara a considerare suo per amore di chi lo ha cresciuto con generosità, è una storia di sofferenza e di amore che dovete leggere.

     C’è un afflato epico in questo romanzo di Julia Navarro che prende spunto da un dato reale: furono circa 3000 i bambini spagnoli mandati in Russia dai loro genitori con la speranza di metterli in salvo da una repressione che sapevano sarebbe stata durissima, fiduciosi che avrebbero avuto una vita migliore. Come Pablo, questi bambini vissero gli anni della seconda guerra mondiale in Russia e il loro rimpatrio fu difficile- molti di loro tornarono in Spagna solo dopo la morte di Franco nel 1975. Come avviene per tutti i romanzi storici, la Storia prende vita in queste pagine intrecciandosi alle vicende personali, rendendo toccanti traversie, sentimenti, dubbi e sofferenze.


 

 

venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.



lunedì 9 febbraio 2026

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara” Ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

     cento sfumature di giallo

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara”

Ed. Einaudi, pagg. 272, Euro 17,57

  Un eccidio. Come altro si può definire quello che è successo- sette morti avvelenati su una barca di lusso? “’Nu romanzo di Agatha Christie pare!”, dice giustamente l’anziano ex commissario Patané delle cui intuizioni il vicequestore Vanina Guarrasi si fida pienamente.

   È un’estate caldissima in Sicilia, il termometro segna costantemente più di 40 gradi. La capitaneria del porto segnala un’imbarcazione che pare essere in difficoltà e i primi a raccogliere l’allarme sono l’avvocato Maria Giulia De Rosa e il medico legale Adriano Calì, usciti per una gita in mare. Quando sale a bordo del panfilo Adriano si rende subito conto che non c’è niente da fare. Sette morti, tutti uomini, odore di cianuro nell’aria. L’odore del cianuro è quello delle mandorle amare- l’imbarcazione si chiama Almond, per l’appunto, e il proprietario ha un’azienda che produce latte di mandorle, la Lavinalmond con un gioco di parole che intreccia una parte del cognome della famiglia e la parola ‘mandorla’ in inglese. Che beffa terribile, essere ucciso con il latte di mandorle che ha dato ricchezza alla famiglia! Non c’era solo il capofamiglia sull’imbarcazione, c’era anche il figlio minore, morto anche lui naturalmente. Stavano andando tutti all’isola di Salina per il matrimonio del comandante del panfilo, era una sorta di addio al celibato. E la fidanzata, oltretutto incinta, aspetterà invano il futuro marito.


     Gli interrogativi che si presentano subito a Vanina sono ovvii- chi era la vittima che l’assassino voleva colpire? È possibile che per uccidere una sola persona, quello fosse disposto ad ucciderne altre sei? E il latte di mandorla- quando erano state portate a bordo le confezioni? Il cianuro era stato messo prima o dopo? Erano tutte sigillate? È più facile dare una risposta a queste ultime domande che alla prima. Il quarantaduenne comandante era un donnaiolo- la vendetta di una donna abbandonata e gelosa può spingersi fino all’omicidio? E quali altri segreti si nascondono dietro le vite in apparenza irreprensibili di padre e figlio Lavinaio? La mano lunga della mafia era arrivata in alto mare?


    La scrittura di Cristina Cassar Scalia è sempre piacevole, con quel giusto mix di colore locale, occhiate sulla vita privata di Vanina, dell’amica avvocato e del medico legale, e indagine poliziesca che parte da un caso mai banale. Eppure, come spesso accade nei romanzi seriali, si avverte una certa stanchezza, una minore vivacità.

    Da questi libri è stata tratta una serie televisiva per Canale 5.




   

 

   

giovedì 5 febbraio 2026

Rachel Khong, “Una vera americana” ed. 2025

                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

Rachel Khong, “Una vera americana”

Ed. NN, trad. Clara Nubile, pagg. 496, Euro 16,00

 

    New York. 1999. Lei si chiama Lily, ha ventidue anni. Lui si chiama Matthew, ha qualche anno in più. Lei è chiaramente asiatica, lui è il prototipo dell’americano, alto, biondo e con gli occhi azzurri. Si incontrano. Si innamorano. Si sposano. E vissero felici e contenti.

    Un’altra storia d’amore? E no. Tanto per cominciare non vissero affatto felici e contenti e i retroscena di quella che poteva essere una storia d’amore a lieto fine sono dolorosi e complessi.

   I genitori di Lily sono immigrati, fuggiti dalla Cina della Rivoluzione Culturale di Mao. Erano entrambi scienziati in Cina e avranno l’opportunità, non senza molte difficoltà, di esserlo anche negli Stati Uniti. Lily non ha ereditato la loro passione per la ricerca, è una stagista per una rivista online, non sa neppure lei che cosa vorrebbe fare della sua vita, soffre perché avverte la disapprovazione della madre. Nonostante la palese differenza di classe sociale e di ricchezza economica, l’intesa tra Matthew e Lily è immediata, anche perché lui si comporta come se fosse inconsapevole dei privilegi che la famiglia gli offre. E, nonostante tutto, Lily è ben accolta nella famiglia di Matthew, anzi, sembra che chi si sente più a disagio, quando i loro genitori si incontrano, sia la madre di Lily- un disagio così forte da farla star male fisicamente.


    Ci sono due incontri chiave nel romanzo- quello con il padre di Matthew, Otto Maier, un nome famoso nell’industria farmaceutica, e quello con uno scienziato di Pechino, che Lily, ormai sposata e in attesa di un bambino, incontra quando ha seguito il marito in un viaggio di lavoro. Otto Maier, a cui il figlio assomiglia in maniera impressionante, così come poi il nipotino Nico assomiglierà al padre e al nonno, prova una simpatia e un accordo immediati con Lily, mentre lo sconosciuto cinese riconosce Lily perché identica a sua madre. Non le racconta del loro passato ma le consegna una lettera e si accomiata con delle parole che lasciano pensare che abbia sofferto molto a causa della madre di Lily.

     “Una vera americana” (il titolo originale è al plurale, “Real Americans”, e offre una visione più ampia) scorre tra presente e passato, tra gli Stati Uniti in un tempo che supera la pandemia e arriva agli anni ‘20 del secondo millennio e la Cina degli anni ‘60 con le grandi sofferenze della carestia, del culto di Mao, delle Guardie Rosse e degli intellettuali portati a lavorare nelle campagne. Le narrative sono tre, offrendo tre diversi punti di vista, tre diverse scelte di vita- Lily, suo figlio Nick e sua madre May.

Seattle

    Se la prima parte, quella di Lily, termina con una brusca separazione, la seconda porta suo figlio Nick in primo piano. Niente ci viene detto del perché adesso madre e figlio vivano nello stato di Washington, perché il nome di Matthew non salti mai fuori, perché Nick non sappia niente di suo padre. Eppure risente della situazione, per quanto il legame con la madre sia fortissimo. Nick ha un solo amico (che lo deluderà), ha difficoltà a relazionarsi con gli altri. Poi è proprio l’amico che lo convince a fare un test del DNA.

   La terza parte, quella di May, è quella che esce dall’ordinario- si parla di ricerca scientifica, di mutazioni genetiche, di esperimenti che sono destinati a incidere sul futuro, sulla libertà individuale, sul libero arbitrio.


Aveva fatto delle scelte, May, quando aveva deciso di abbandonare la Cina. Non era felice e forse proprio questo l’aveva portata a spingersi sempre più in là negli esperimenti.

    Forse non tutto è convincente in questo romanzo, le tre parti non sono tutte ugualmente appassionanti, ma l’alone di segretezza e mistero crea una certa suspense, il contrasto tra il retaggio cinese e quello americano offre la possibilità di un confronto e il quesito etico- senza confini- è intrigante.