sabato 17 gennaio 2026

Teresa Ciabatti, “Donnaregina” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia



Teresa Ciabatti, “Donnaregina”

Ed. Mondadori, pagg. 218, Euro 19,00

 

    Donnaregina, nel cuore di Napoli, vicinissimo al rione della Sanità.

    Giuseppe Misso, capo indiscusso del clan, l’uomo carismatico che comandò per anni nel Rione Sanità (dove, peraltro, nacque Totò). Ultimo di sette figli (un detto recita che, se il quinto figlio fa da tappezzeria, il settimo neppure viene denunciato all’anagrafe), iniziò a rubare a cinque anni, a quattordici anni e due giorni finì per la prima volta in carcere. Era nato nel 1947, un figlio della miseria del primissimo dopoguerra. All’inizio della sua ‘carriera’, Misso ‘lavorò’ insieme a Luigi Luciano- il soprannome per Misso era ‘o’ nasone’ (lui negò sempre, ma pare si sia fatto rifare il naso in Brasile) e per Luciano era ‘Lovigino’ perché era bello, con gli occhi azzurri, c’è chi dice che fosse l’uomo più bello di Napoli. Un’amicizia che finì male, tra un’ammazzatina e un’altra, una vera e propria faida. Erano specializzati in colpi grossi, o’ nasone e Lovigino, negli anni ‘80 fecero una rapina miliardaria ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli- era la loro specialità, furti e rapine nelle banche, negli uffici postali o dei furgoni blindati. Simpatizzante dell’estrema destra, fu processato (e poi prosciolto dall’accusa) per una sua presunta partecipazione alla strage del Rapido 904 la notte del 23 dicembre 1984. Adesso Giuseppe Misso è un ‘pentito’ e collaboratore di giustizia, sotto protezione dal 2011.


     L’ex camorrista Giuseppe Misso, che peraltro ha sempre rifiutato l’accusa di far parte della camorra, ha accettato di parlare con la scrittrice Teresa Ciabatti, di diventare il soggetto di un suo libro, lui, il criminale anomalo che aveva scritto un romanzo autobiografico di tutto rispetto, “I leoni di marmo”. Forse proprio per quello ha accettato, perché Teresa Ciabatti non è una giornalista di inchiesta, perché Misso ha intuito che lei avrebbe guardato oltre gli aspetti spettacolari della sua vita, oltre le uccisioni (o’ nasone lo diceva apertamente, che lui non mandava a uccidere, lui ammazzava di persona- quanti? Non si contano, di certo più di cento), avrebbe visto dentro di lui, avrebbe riportato i dettagli privati della sua vita, come il suo amore, anzi, la sua fissazione per i colombi, o l’episodio fantastico in cui- ne era certo, certissimo- aveva avvistato un UFO.

Luigi Giuliano

    Il romanzo “Donnaregina” nasce così, da colloqui diradati nel tempo, da chiacchiere ad un tavolo di ristorante, da messaggi sul telefono. La scrittrice entra nella vita di lui, lui entra in quella di lei. Perché, ad un certo punto, la biografia si intreccia con l’autobiografia, è come se ci fosse un’assonanza fra il criminale pentito e la scrittrice. Lui, con il suo fardello di una moglie molto amata e uccisa spietatamente in un agguato, il desiderio mai esaudito di un figlio con lei e i figli che, invece, sono arrivati con un’altra donna. Soprattutto con quel sentimento contrastante di amore e disprezzo per l’unico figlio maschio- era colpa sua, della sua assenza come padre, se Giulio era gay? La statura di quest’uomo si rivela in come l’amore paterno è capace di cambiarlo, lui, retaggio di una cultura maschilista che getta i ‘femminielli’ nei bidoni dell’immondizia, è capace di riconoscere a testa alta, in un’udienza, che suo figlio è gay (sì, usa questa parola, non più femminiello)- c’è qualcosa di vergognoso in questo?

murales di Michela Murgia a Napoli

   La scrittrice porta nei loro incontri se stessa, la sua amicizia con M. (Michela Murgia), il dolore per affrontare una morte annunciata e i suoi problemi familiari- anche lei, presa dalla scrittura, non è presente con marito e figlia, anche lei ha un rapporto difficile con la figlia che viene ricoverata più di una volta per autolesionismo. E Giuseppe Misso simpatizza con lei, le manda perfino gli auguri di buon onomastico, si informa sulla salute della figlia.

   Teresa Ciabatti ha una bella scrittura, ci piace l’angolazione ‘privata’ da cui ci presenta un uomo che la stampa ha sempre presentato come un criminale senza scrupoli, ci piace come accolga la sua autodifesa- lui non uccide donne e bambini, lui ha elargito denaro per soccorrere le vittime del terremoto, ha sempre cercato di aiutare i poveri del Rione, di regolamentare la camorra: ha cercato di manipolarla, o’ nasone?

E tuttavia la commistione delle due vite ci pare un poco pretestuosa, avremmo preferito leggere solo le confidenze di Giuseppe Misso, dell’uomo che trasforma il nome di un rione, Donnaregina, in un simbolo- tutte le donne sono regine.



lunedì 12 gennaio 2026

Yiyun Li, “Più gentile della solitudine” ed. 2025

                                                        Voci da mondi diversi. Cina



Yiyun Li, “Più gentile della solitudine”

Ed. NN, trad. Laura Noulian, pagg. 400, Euro 20,00

 

 Inizia con una morte, il romanzo della scrittrice cinese che vive in America, Yiyun Li, “Più gentile della solitudine”. Una morte che arriva con un ritardo di ventun anni. Perché Shaoai- era stata avvelenata? Si era avvelenata?- era vissuta in una condizione di morte cerebrale per tutto quel tempo.

Il fatto era successo poco dopo le proteste di Piazza Tienanmen e Shaoai era l’unica del gruppetto di quattro giovani che aveva partecipato attivamente e, come conseguenza, era stata espulsa dall’università e si era preclusa qualunque speranza di lavoro. A ben vedere, la sua morte era iniziata ancor prima dell’avvelenamento. Degli altri tre, le due ragazze, Moran e Ruyu, erano andate in America e l’unico maschio, Boyang, era rimasto a Pechino, diventando un imprenditore di successo e aiutando la madre di Shaoai ad occuparsi della figlia. Il romanzo si sposta tra passato e presente, seguendo il passare degli anni in ognuno dei personaggi.


    Il ritmo della narrazione è lento, volutamente così, e le vite dei personaggi, soprattutto quelle di Moran e Ruyu, sono del tutto grigie, anche questo è voluto. Entrambe si sposano per avere la Green Card, entrambe hanno dei lavori di scarso rilievo, Moran tornerà dal marito più anziano da cui ha divorziato per star vicino a lui ammalato di tumore, Ruyu bada ai figli e alle case di altri e tornerà a Pechino solo dopo la morte di Shaoai. E’ come se, in qualche maniera, scegliessero di avere delle non-vite come quella dell’amica. Anche Boyang sembra essere incapace di legami sentimentali duraturi- era stato innamorato di Ruyu? Certamente Moran era stata innamorata di lui.

   “Più gentile della solitudine” è un romanzo di riflessione e, come tale, è lento. Succede molto poco che desti il nostro interesse nella vita nel presente dei protagonisti, mentre i capitoli del passato sono, forse, un poco più vivaci, presentandoci i quattro amici- l’attraente Boyang, la dolce Moran, l’enigmatica Ruyu, abbandonata dai genitori alla nascita e cresciuta con due ‘prozie’ molto religiose, la politicamente impegnata Shaoai ridotta a una vita pressoché vegetativa. Se la manifestazione in piazza Tienanmen finita in un massacro è il punto di volta del romanzo, possiamo vedere un significato metaforico in questa vicenda, con una ragazza ridotta al silenzio- e mi viene in mente il bellissimo libro di Ma Jian, “Pechino è in coma”.

Università di Pechino

    C’è poi l’altro aspetto del romanzo, quello che lo fa assomigliare ad un poliziesco senza indagine e che stuzzica la nostra curiosità- chi ha ucciso Shaoai? Quando Boyang aveva accompagnato le amiche nel laboratorio di chimica della madre, professoressa universitaria, una provetta era scomparsa. Poco dopo Shaoai era stata male. La colpa è solo di chi ha compiuto l’atto o è anche di chi sapeva e ha taciuto, sia prima sia dopo? Sono in tre ad espiare una colpa?



martedì 6 gennaio 2026

Adam Weymouth, “Il lupo solitario” ed. 2025

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda


Adam Weymouth, “Il lupo solitario”

Ed. Iperborea, trad. Luca Fusari, pagg. 335, Euro 20,00

   Nell’immaginario collettivo il lupo è uno degli animali più presenti, in genere specchio della paura. D’altra parte la paura del lupo cattivo è instillata dalle favole di quando si era bambini. Cappuccetto Rosso disobbedisce alla mamma, incontra il lupo sul suo cammino, questo la precede, mangia la nonna e aspetta la bambina. La favola finisce bene, perché arriva il cacciatore, apre la pancia del lupo con un coltello, ne fa uscire la nonna e riempie la pancia di sassi…E i tre porcellini? Anche loro si salvano e il lupo finisce nel pentolone sotto il camino. Pensiamo a come il lupo è entrato nel nostro linguaggio, nella frase scaramantica ‘in bocca al lupo’ (a cui la risposta è ‘crepi il lupo), nella minaccia delle mamme ai bambini capricciosi, ‘adesso arriva il lupo’, in quel modo di dire francese, stupendo nella sua sottigliezza, ‘entre le chien et le loup’, per indicare quel momento del giorno in cui il chiarore del giorno sfuma nelle ombre della notte, tra il conosciuto e l’ignoto, tra la familiarità del cane e il pericolo del lupo.

   Lo scrittore britannico Adam Weymouth, intrigato dal potere di imporsi all’attenzione di questo animale carnivoro, si mette in cammino seguendo le orme del lupo Slavc, che nel 2011 ha lasciato i monti della Slovenia dove è nato, si è diretto prima in Austria e poi in Italia, fermandosi in Lessinia, a nord della città di Verona. Slavc ha trovato anche una compagna in Italia, la sua Giulietta con cui ha avuto dei cuccioli. E così l’Italia, che non vedeva un lupo da secoli, ha riavuto i lupi, branchi di lupi.


E’ positivo? È negativo? Difficile dare una sola risposta. Perché ci sono i difensori che propugnano la biodiversità, che vedono nel lupo una parte importante dell’ecosistema, che pensano che debba essere una specie protetta, come quella dell’altro grande carnivoro che rischia l’estinzione, l’orso. E poi ci sono i contadini e gli allevatori con le loro esigenze, con la perdita del bestiame, con le norme rigide per ricevere compensi a fronte della morte dei loro animali, con la paura di incontri sgraditi faccia a faccia con il lupo.

    Weymouth ripercorre il percorso di Slavc (il suo nome deriva dal monte Slavnik ed è anche un gioco di parole, una variante da macho di Slavko che dà l’idea di un lupo spaccone, un ‘duro’), seguendo il geolocalizzatore, indugia dove il lupo pare essersi fermato, passa le notti dove trova un rifugio, guarda le vette e le stelle e gli alberi e il sottobosco cercando di indovinare le reazioni di Slavc. E’ più che mai un viaggio di scoperta di sé, degli altri e del mondo che lo circonda, quello che fa il giornalista scrittore.

Lessinia

Conosce la solitudine e la compagnia e l’amicizia di sconosciuti che lo ospitano e gli offrono il racconto delle loro esistenze e delle loro scelte di vita. Ascolta le diverse opinioni di chi vuole abbassare il livello di protezione del lupo e di chi ha preso la decisione coraggiosa di abbandonare la città, di ritornare al lavoro manuale, quello che ti impone di alzarti quando è ancora buio e che ti spedisce a letto la sera stanco, con il pensiero delle bestie che devi accudire e proteggere. Proteggere anche dal lupo. Eppure è anche vero che pure il lupo protegge noi. Si è ipotizzato che se il lupo grigio impedisse all’alce di mangiare gli arboscelli nella foresta boreale canadese, potrebbe mitigare ogni anno le emissioni di diversi milioni di automobili, assorbite dagli alberi. E’ un po’ come l’effetto farfalla, un esempio di quanto tutto ed ognuno sia importante e abbia la sua funzione, anche se duplice.


    È morta prima Giulietta, Slavc si è trovato un’altra compagna, hanno figliato ancora, poi è morto anche lui. La loro vita è durata, per entrambi, dal 2010 al 2022. E poi, prima di ritornare in Gran Bretagna, Weymouth realizza il suo desiderio, vede un lupo. O crede di vedere un lupo. È così importante se lo abbia visto veramente o abbia creduto di vederlo o che sia stato un altro animale che ha visto? Quello che importa è che abbia visto quello che è più di un animale selvaggio- è un simbolo di determinazione, libertà, crudeltà, sì, ma anche istinto di fedeltà alla famiglia e di cura dei piccoli.

    Un libro diverso, affascinante, perché ci mette a contatto con la natura, perché un viaggio in solitudine favorisce la riflessione, perché è un mix di selvaggio e civilizzazione.



sabato 3 gennaio 2026

I dieci bellissimi del 2025

 


 

    Ogni anno il compito di stilare una lista dei ‘dieci bellissimi’ mi pesa di più. Deve essere perché l’età avanza, perché significa mettere un sigillo su un anno di letture e non poter più sperare di leggere il capolavoro della nostra vita, perché, con ogni anno che passa, mi sembra di leggere sempre meno bei libri. Cerco una spiegazione per questo- forse ci sono dei libri molto belli che non sono arrivati tra le mie mani, forse, dopo tante, tantissime letture, mi accontento meno facilmente e ho sempre l’impressione di un ‘déja lu’, o forse è semplicemente che i tempi sono cambiati, che il mondo in cui viviamo ci fornisce così tanti stimoli di distrazione che uno scrittore non ha più il tempo lento della riflessione, il libro è diventato una delle tanti merci in vendita e, come tale, soggetto a regole di mercato, e allora ci sono meno bei libri.

Tutto questo per concludere che quest’anno ho trovato solo sette libri ‘molto belli’, con il dubbio che non tutti lo siano veramente. E quasi certamente, a parte forse un paio di eccezioni, fra dieci anni nessuno si ricorderà più di loro.

Eccoli, in ordine alfabetico come al solito.

 

   1  Alina Bronski, “Barbara non sta morendo”, ed. Keller

    2  V.V. Ganeshananthan, “Miei fratelli perduti”

    3  Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere”

    4  Lisa Ridzén, “Quando le gru volano a Sud”

    5  Roberto Saviano, “L’amore mio non muore”

    6  Tommy Wieringa, “Nirvana”

    7  Sabrina Zuccato, “La levatrice di Nagyrev”


In questo inizio di 2026 auguro a tutti noi, lettori e lettrici, di leggere più di dieci libri bellissimi nel corso dell'anno.

 


martedì 30 dicembre 2025

Michel Bussi, “Le ombre del mondo” ed. 2025

                                                      Voci da mondi diversi. Francia

   genocidio del Rwanda

Michel Bussi, “Le ombre del mondo”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 592, Euro 19,95

 

      C’era una volta un piccolo regno grande come un dipartimento francese, un regno ben nascosto da qualche parte in Africa…

L’inizio de “Le ombre del mondo” dello scrittore francese di Michel Bussi ricalca le parole delle favole, ma quello che leggeremo non ha niente della favola.

Il secondo capitolo reca nel titolo un luogo e una data- Ambasciata di Francia, Kigali. 7 aprile 1994. Segue una telefonata concitata da cui apprendiamo due fatti: la sera precedente, 6 aprile, nel cielo di Kigali è stato abbattuto un Falcon 50 che trasportava i presidenti di Ruanda e di Burundi e quel 7 aprile, a Parigi, è stato assassinato François de Grossouvre, il fidato consigliere di Mitterrand. Era l’inizio della tragedia del Rwanda.

    Il romanzo segue due diverse linee temporali- trent’anni dopo il genocidio l’ex militare francese Jorik regala alla nipotina Maé un viaggio in Rwanda. Da anni Maé sogna di andare a vedere i gorilla che vivono sulle montagne del Rwanda, per Jorik e per Aline si tratta di un ritorno.


Nel 1990 Jorik era stato inviato in Rwanda dall’esercito francese, si era innamorato di Espérance, l’aveva sposata e dalla loro unione era nata Aline che lui aveva trasportato in Francia quando aveva solo tre anni, proprio durante l’infuriare della mattanza. Aveva salvato la bimba ma non la madre, l’amore della sua vita. E Aline non ricorda assolutamente nulla di quegli anni, della sua fuga nella foresta con la madre, dei cadaveri ammonticchiati ovunque. Ricorda, invece, come si era sentita in Normandia- lei, l’unica bambina di colore.

     Michel Bussi adotta l’espediente del diario di Espérance per raccontarci in prima persona quello che accadde a Kigali e in Rwanda dal 1990 in poi. Per Maé, a cui il nonno lo affida, il diario è importante- è la voce della nonna che le arriva dal passato e che le parla delle sue radici. Ma il diario è importante anche per altri che vogliono impadronirsene, certi che contenga pesanti accuse verso personaggi del governo e militari francesi responsabili di aver scatenato la caccia ai tutsi. Cercano il diario di Espérance e la scatola nera del Falcon che pensano Espérance abbia nascosto da qualche parte. E allora il passato raggiunge il presente, la vita di Jorik, Aline e Maé è in pericolo.


     Cento giorni. Erano bastati cento giorni, dal 6 aprile 1994 al 16 luglio 1994, per uccidere un milione di persone con machete, asce, lance. Dagli inizi del ‘900 nello sfruttamento coloniale i belgi  si erano appoggiati ai tutsi, alti, slanciati, di carnagione chiara, ritenuti più intelligenti e più adatti a gestire il potere, mentre agli hutu, piccoli, tozzi e di pelle scura, sembrava più congeniale l’agricoltura. I semi della rivalità erano stati gettati, così come l’inizio della persecuzione dei tutsi. Nel suo diario Espérance annota i segnali dell’aumentare del pericolo mentre si fa sempre più assillante la voce di odiosa propaganda di Radio Machete che istiga all’uccisione degli scarafaggi tutsi- tutto con il sostegno finanziario e militare della Francia. E gli hutu che si tengono in disparte sono considerati nemici da uccidere, alla stregua dei tutsi. Tutti scarafaggi.

    Mentre il diario che Maé legge inorridita ci lascia in sospeso sulla sorte finale della sua nonna in fuga con la mamma bambina, nel presente gli odii non sono ancora sopiti- la scena possente dello scontro dei gorilla sui monti Virunga è lo specchio degli scontri del passato e di quelli del presente.

gacaca

C’è pure uno sguardo sul futuro, con i tribunali popolari, i gacaca, che chiamano i genocidi a parlare, e sembra di ascoltare gli accusati del processo di Norimberga- nessun rimorso, hanno fatto quello che ci si aspettava da loro, la responsabilità di tutti quei morti è dei tutsi: se non fossero stati tanto arroganti, se non si fossero sentiti tanto superiori, agli hutu non sarebbe venuto in mente di ucciderli.

     Michel Bussi riesce a coniugare la Storia con il Romanzo- alcuni dei personaggi che appaiono nel libro corrispondono a quelli della realtà, gli altri sono frutto dell’invenzione creativa dello scrittore che, però, si attiene fedelmente ai fatti storici. Sono romanzi come questo che ci fanno vivere la Storia, che ci obbligano a ricordare e a sapere, che sollevano il velo sulle ‘ombre del mondo’.



   

 

mercoledì 24 dicembre 2025

Laura Imai Messina, “Le parole della pioggia” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Giappone



Laura Imai Messina, “Le parole della pioggia”

Ed. Einaudi, pagg. 132, Euro 16,00

 

   L’idea della donna-ombrello era venuta ad un anziano dirigente alle soglie della pensione. Aveva pensato che sarebbe stato bello organizzare un servizio che avrebbe offerto un accompagnamento con l’ombrello a chi ne era sprovvisto ed era stato sorpreso dalla pioggia. Sarebbe stato bello fare la strada sotto l’ombrello di una donna, invece che affannarsi in un combini per comperare un ombrello da quattro soldi. E così era nata l’agenzia, fare la donna-ombrello era diventato un vero lavoro. C’era una sorta di parola d’ordine con cui esordivano le donne con un grande ombrello aperto, in attesa del cliente che le aveva prenotate. Era la frase “Sono nata in un giorno di pioggia”, perché dovevano farsi riconoscere.

   È qualcosa di diverso da un romanzo, “Le parole della pioggia” di Laura Imai Messina. È piuttosto una favola, un racconto leggero, fresco come la pioggia di aprile. In quella incredibile lingua giapponese che Laura Imai Messina, la scrittrice italiana che vive in Giappone da una ventina di anni, ci ha insegnato ad amare rivelandoci la ricchezza di parole, la sottigliezza delle sfumature di significato e il ‘segreto’ che si cela dietro la scelta dei kanji, non c’è una sola parola per dire ‘pioggia’. C’è la pioggia del cuore che suggerisce un turbamento interiore, c’è la pioggia profumata (chi di noi non ha sentito come se i polmoni si allargassero, respirando il profumo che sale dal terreno dopo una pioggia di primavera?), c’è la pioggia dell’inquietudine e la pioggia sottile come il pelo di gatto, c’è la pioggia abitudinaria (è quella che cade frequentemente, quella che ci stanca) e la pioggia demoniaca (viene giù con forte intensità), la pioggia di sakura o dei fiori di ciliegio che cade insieme ai petali (immaginate la meraviglia di guardare questa pioggia rossa attraverso un ombrello trasparente). Ci sono tanti tipi di ombrello- la provvista di ombrelli viene aumentata regolarmente, le donne-ombrello sono invitate a comprarlo, se ne vedono uno insolito o particolarmente bello. E deve essere grande, per riparare due persone.


    Non c’è una trama vera e propria in questo libro che ha la pioggia come protagonista principale e una donna-ombrello che acquista una maggiore importanza- è Aya, l’unica che è nata veramente in un giorno di pioggia e che ha una storia d’amore delicata con Toru, il giovane pugile che si allena a correre per la strada più ripida della città. Non vince, Toru, ma nella vita non è necessario vincere sempre, anche chi cade ha una lezione da impartire.


Di che cosa parlano, la donna-ombrello e il suo cliente, camminando sotto la pioggia? Parlano di niente e di tutto, ma in ogni caso quello che si dicono deve restare un segreto e solo ogni tanto le donne-ombrello accennano a qualcosa, a qualche confidenza. Il ruolo delle donne-ombrello si fa duplice, impedire che il cliente si bagni e impedire che si tenga pensieri e preoccupazioni solo per sé, perché è facile parlare con una sconosciuta che non si rivedrà più. E poi Tokyo ha una bellezza insospettata sotto la pioggia, è come se ci fossero più di una sola Tokyo nei riflessi delle pozzanghere o attraverso una cortina di acqua.

  Bellissime e suggestive le illustrazioni di Emiliano Ponzi.