giovedì 2 febbraio 2023

Kate Atkinson, “Il cerchio magico” ed. 2023

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Kate Atkinson, “Il cerchio magico”

Ed. Marsilio, trad. Ada Arduini, pagg. 441, Euro 20,00

 

    Ci mancava l’umorismo colto e gentile di Jackson Brodie, l’ex ispettore di polizia ora investigatore privato tormentato dal suo passato, dal ricordo della sorella Niamh che non era riuscito a salvare e della morte del fratello. E forse era proprio quel rovello interiore che faceva di lui il cavaliere salva-fanciulle, quasi avesse delle antenne che gli facevano percepire il pericolo dove nessun altro lo vedeva. Come quando- è una storia minore ne “Il cerchio magico”- vede una ragazzina, quasi una bambina con il suo zainetto rosa con sopra raffigurato un unicorno, che fa il segno dell’autostop e sale avventatamente su un’automobile che accosta. Suo figlio, l’adolescente e scontroso Natan, si fa gioco di lui anche se si presta a fotografare la targa dell’automobile. Perché mai suo padre deve sempre pensare al peggio? Dopo che saranno successe un’infinità di altre cose, Jackson avrà modo di mettersi sulle tracce della ragazzina con l’unicorno e…aveva ragione lui.

Jackson Brodie nella serie cinematografica

    L’inizio de “Il cerchio magico” richiede un piccolo sforzo per imparare a conoscere i personaggi di questa vicenda che si svolge in una cittadina dello Yorkshire, vicino a Whitby. Gli uomini, prima. Tre ‘amici di golf’, quasi i tre moschettieri come amano chiamarsi. Tutti molto ricchi, tranne uno, il quarto, Vince, che è del tutto diverso e sta attraversando un periodo difficile. Sua moglie ha chiesto il divorzio e lo sta gettando sul lastrico. Lui ha perso la casa, ha perso il lavoro (e come fa a trovarne un altro, a 50 anni?), ha perso il cane. Sua figlia, che al momento è in viaggio in Thailandia, parteggerà certamente per la madre. Povero Vince, preso bonariamente (ma veramente bonariamente?) dagli altri tre, uno dei quali è anche il suo avvocato, vecchio compagno di scuola che in tempi lontani Vince ha salvato dall’annegamento.

Le mogli, poi. Quella di Vince (farà una brutta fine), quella un po’ snob dell’avvocato, quella che gestisce un albergo sulla costa e quella che si troverà al centro della trama, la bella Crystal che vuole lavare il suo passato. Crystal ha cambiato nome, ha una bambina che adora e un figliastro goffo e sensibile, intelligente e affettuoso, che lei tratta come se fosse anche lui suo figlio (la madre del ragazzo è morta in un incidente- pare- cadendo da una scogliera).

Abbazia di Whitby

    C’era però il primissimo capitolo che ci forniva indizi su quello che sarebbe stato il nodo della trama. Una conversazione telefonica su skype tra due sorelle bionde e un certo Mr. Price di un’agenzia di collocamento. Le ragazze sono polacche, Mr. Price prende accordi con loro: verranno a lavorare in Inghilterra, si troveranno benissimo. A chiusura della telefonata noi vediamo che Mr. Price non parlava da un ufficio ma da una roulotte, arredata in maniera ingannevole, con rumori di fondo adeguati. E sappiamo già che i sogni delle ragazze bionde si infrangeranno.

     Se non fosse per lo stile magistrale di Kate Atkinson, per la sua bravura nel tenere saldamente in mano tutte le fila, rischieremmo di perderci nella trama. Perché Jackson deve pedinare un marito fedifrago, due poliziotte (una è quella Reggie che, giovanissima, aveva salvato Jackson ne “I casi dimenticati”) indagano su un vecchio caso, una bruttissima storia di pedofilia (non esiste prescrizione per i reati sessuali), un primo assassinio, che peraltro non ha nulla a che fare con la vicenda principale, ha come un effetto valanga, concatenando gli eventi che porteranno al climax della scoperta di povere ragazze vittime di un traffico indegno.

    Ogni tanto abbiamo la sensazione che succedano troppe cose e tutte affastellate le une sulle altre, perché la vera e propria azione incomincia tardi. E però- abbiamo già detto che lo stile narrativo di Kate Atkinson è magistrale- la nostra lettura procede godendo di tutti i dettagli che fanno sì che questo non sia un banale romanzo poliziesco- il confronto genitori e figli adolescenti, le riflessioni esistenziali di Jackson e, per controparte, quelle di Crystal, la donna sexy trasformata in madre affettuosa che difenderà con le unghie e con i denti quello che ha ottenuto e soprattutto il futuro della sua bambina.

E poi applaudiamo alla fine, così da Jackson Brodie, perché “la giustizia non ha niente a che fare con la legge”.




martedì 31 gennaio 2023

Jean-Luc Bannalec, “Marea bretone” ed. 2022

                                                                    cento sfumature di giallo



Jean-Luc Bannalec, “Marea bretone”

Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Ujka, pagg. 411, Euro 19,00

   Quando ho terminato di leggere “Marea bretone” di Jean-Luc Bannalec avrei fatto la valigia e sarei immediatamente partita per la Bretagna. Per Douarnenez, il villaggio bretone con quattro porti dove attraccano i pescherecci stracolmi di sardine, per l’Ile-de-Sein, l’isoletta sassosa spazzata dai venti. Perché il ‘giallo’ di Bannalec (pseudonimo francese per uno scrittore tedesco) trabocca del fascino di questi luoghi alla fine del continente europeo- non per niente si chiama Finistère la punta estrema della Bretagna, dove finisce la terra ed inizia l’oceano- e ci si ritrova di continuo a cercare su google immagini dei villaggi o delle isole descritte, quasi per confrontare se le fotografie combaciano con il paesaggio che la penna dello scrittore ci ha suggerito. C’è un altro affascinante filone nel libro di Bannalec che esula dalla trama gialla o si unisce ad essa in maniera fantasiosa- è quello delle leggende bretoni, così simili a quelle della Cornovaglia che le è dirimpetto al di là della Manica. Il parigino commissario Dupin ascolta scettico quando il suo collaboratore, l’ispettore bretone Riwal, gli parla della mitica città di Ys sommersa dalle acque o della mala sorte che aspetta chi ha visto sette tombe invece di sei nel cimitero o di mago Merlino. Eppure questa è la Bretagna, tanto quanto la sua lingua incomprensibile o i piatti di pesce della sua deliziosa cucina.


    E torniamo alla trama gialla a cui possiamo solo accennare. Una pescatrice dell’Ile de Sein è stata trovata morta nel mercato ittico di Douarnenez, con la gola squarciata. Era una donna molto bella e molto attiva nella lotta contro il contrabbando e contro la distruzione delle riserve marine. Quando una seconda donna, una biologa amica della pescatrice, viene uccisa nella stessa maniera, è chiaro che il movente va ricercato nell’impegno comune delle due donne che contrasta l’avidità e la mancanza di riguardo verso la natura di pescatori con ben altre imbarcazioni e ben altro tonnellaggio di pescato. Oppure c’è dell’altro ancora? Possibile che ci sia qualcosa di reale nelle leggende di Ys?


     La soluzione della trama gialla (dopo varie disavventure del nostro Dupin, preso tra le assillanti telefonate della madre che lo vuole a Parigi per la sua festa di compleanno ed un tormentoso mal di mare) non ci soddisfa appieno. Siamo invece molto interessati alle spiegazioni che riguardano il Parc d’Iroise, un parco naturale marino di cui si deve proteggere l’ecosistema- nelle sue acque ci sono più di 300 specie di alghe e più di 120 specie di pesci, nonché uccelli di specie protetta. Erano le acque ideali per la biologa che parlava con i delfini!

   Un centinaio di pagine in meno avrebbero reso meno evidente la debolezza del filone giallo salvando l’incanto delle descrizioni e delle leggende (a volte un po’ troppo lunghe). 



domenica 29 gennaio 2023

Charlotte Link, “La notte di Kate” ed. 2023

                                Voci da mondi diversi. Area germanica

cento sfumature di giallo

Charlotte Link, “La notte di Kate”

Ed. Corbaccio, trad. Maria A. Petrelli, pagg. 456, Euro 19,90

 

 Ricordiamo di certo Kate Linville, sergente investigativo della North York Police, così come ricordiamo l’ex ispettore Caleb Hale che ha dovuto dimettersi- era ubriaco al momento dei gravi fatti avvenuti in un appartamento di Scarborough (nel romanzo precedente, “Senza colpa”) ed era stato incapace di prendere decisioni migliori riguardo all’intervento della polizia. Anche il curriculum di Kate ha delle macchie che le impediscono un avanzamento di carriera, ha la tendenza ad infrangere le regole mettendo a rischio la sua stessa vita.

     Il romanzo inizia con un antefatto del 2010. Un ragazzo sedicenne grasso, molto grasso, obeso- a scuola lo chiamavano Fatty- viene trovato rantolante nella sua abitazione. Ci deve essere stata un’effrazione, la stanza in cui lui giace è uno sconquasso. Tantissime le impronte- la sera prima c’era stata una festa per il compleanno della madre.


  Nove anni dopo. Nevica a Scarborough in quella notte verso la fine dell’anno. Le automobili procedono lentamente. Una donna vede l’auto davanti alla sua, guidata da una donna che forse conosce, inchiodare per non investire un uomo molto alto che è in mezzo alla strada. L’uomo apre lo sportello del passeggero e sale. Il giorno dopo la donna verrà trovata morta, mentre quella che ha visto la scena non si reca alla polizia per testimoniare. Di che cosa ha paura?

    L’andamento della trama segue, in certo qual senso, quello di “Senza colpa”- un cold case che si rivelerà connesso con la nuova scia di delitti, una serie di morti veramente numerosi, tante storie che in apparenza non hanno nulla in comune (‘dove è il filo rosso?’, si chiede una scoraggiata Kate Linville), false piste e colpi di scena. In più c’è anche il ritrovamento del cadavere di un personaggio del romanzo precedente E dei capitoli con un racconto in prima persona, di che cosa si provi ad essere obeso, rifiutato dalla ragazza che sembrava ricambiare la nostra simpatia, oggetto non solo di scherno per i compagni di scuola, ma anche di disprezzo per il proprio padre.


     Il segreto del successo di Charlotte Link (scrittrice tedesca che ha scelto l’ambientazione anglosassone per il suo filone di ‘gialli’) è nella caratterizzazione dei due personaggi principali- l’investigatrice che potrebbe passare inosservata come donna e l’affascinante Caleb che, da bravo ispettore inglese, ha un problema di alcolismo e che, ancora una volta e sempre per lo stesso motivo, mette a rischio la vita di altri- e nella tensione fortissima che riesce a costruire obbligando il lettore a divorare il libro. E tuttavia non possiamo non osservare che la scrittrice ricorre a dei mezzi un po’ troppo eclatanti per tener desta l’attenzione e la curiosità- il suo pregio diventa anche il suo difetto. Bella l’atmosfera, con la neve che cade, un biancore su cui risalta il rosso del sangue, una metafora di purezza, insieme alla prossimità del Natale, con cui stride la lotta contro il Male.



venerdì 27 gennaio 2023

Maggie O’Farrell, “Ritratto di un matrimonio” ed. 2022

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Maggie O’Farrell, “Ritratto di un matrimonio”

Ed. Guanda, trad. Stefania De Franco, pagg. 384, Euro 19,00

 

     Quella è la mia ultima duchessa, nel dipinto appeso al muro,/ sembra quasi che sia viva.

    That’s my last Duchess painted on the wall,/ Looking as if she were alive.

Ho letto così tante volte la poesia di Robert Browning, “My last Duchess”, da saperla a memoria. Il Duca che mostra la sua collezione d’arte all’emissario di un conte mentre si stanno volgendo le trattative per un suo prossimo matrimonio- passerà poi, nello stesso tono, ad indicare una statua in bronzo di Nettuno accennando alla dote della futura sposa che suppone sarà adeguata- e la piccola Duchessa che ormai vive solo nel ritratto, che sorrideva troppo e a tutti. Diedi degli ordini;/ allora tutti i sorrisi si fermarono insieme.

Browning

    Si chiamava Lucrezia, quinta figlia di Cosimo dei Medici, la giovane del ritratto che andò sposa ad Alfonso II d’Este nel 1560. Non aveva neppure sedici anni quando morì un anno dopo. Sembra che sia morta di tisi, anche se Robert Browning suggerisce altrimenti. Dopotutto non ci sarebbe stato niente di strano o di insolito- sia la sorella sia la cognata di Lucrezia morirono assassinate, tolte di mezzo nel modo più veloce. Alfonso II aveva fretta di avere un erede, avrebbe dovuto sposare Maria, la sorella di Lucrezia, ma Maria era morta di febbre malarica, Lucrezia era stato ‘il rimpiazzo’ (vocabolo di moda in questi giorni dopo la pubblicazione dell’autobiografia di un principe). Era troppo giovane, Lucrezia, quando Alfonso dirottò la sua scelta su di lei, aveva solo tredici anni e passarono due anni prima che le nozze venissero consumate, ma era figlia di Eleonora di Toledo, conosciuta con l’appellativo di ‘la Fecundissima’ perché mise al mondo ben undici figli (parecchi morirono da bambini, parecchi di morte non naturale) e Alfonso sperava che la figlia fosse prolifica come la madre. Non fu così. Fu questo che spinse Alfonso ad avvelenare Lucrezia, come si sospettò all’epoca?

Alfonso non ebbe figli neppure dai seguenti due matrimoni, non lasciò in giro neppure un figlio bastardo.


     Maggie O’Farrell sembra appassionarsi nel dare vita a donne vissute nell’ombra. Dopo la moglie di Shakespeare in “Nel nome del figlio”, la sua penna ci racconta di un’altra giovane donna, una ragazzina, che ha mantenuto il suo segreto nei secoli in quel quadro appeso al muro. Quando ci accingiamo a leggere “Ritratto di un matrimonio” sappiamo già che ben poco è documentato su Lucrezia di Cosimo dei Medici, che ci affidiamo al privilegio dello scrittore di inventare un personaggio basandosi sugli esigui dati e sulle ricerche dell’ambiente e della società del tempo. E- dobbiamo dirlo- Maggie O’Farrell è bravissima. Lucrezia esce dal dipinto, la vediamo bambina un poco ribelle e audace che accarezza una tigre del serraglio paterno, poi ragazzina che vorrebbe sottrarsi al matrimonio imposto, abbigliata sontuosamente per le nozze, ci sembra di toccare le sete che frusciano, di restare abbagliati dallo scintillio del rubino che Alfonso le ha regalato, di sentire il peso dei suoi meravigliosi capelli. Proviamo la sua stessa paura davanti all’ignoto- è poco più di una bambina quando deve lasciare la famiglia e Firenze per seguire Alfonso a Ferrara. Anche noi lettori o lettrici, come la scrittrice, stiamo dalla parte di Lucrezia, diffidiamo di Alfonso che può essere un marito innamorato e un sovrano crudele, arbitro di vita e di morte, fiutiamo il pericolo quando il pittore e i suoi aiutanti arrivano a corte perché abbiamo visto di che cosa è capace Alfonso, quando scopre l’inappropriato legame amoroso della sorella.


     Chi conosce la poesia di Browning si accorge anche di quando i suoi versi filtrano nella narrativa di Maggie O’Farrell la cui capacità descrittiva, così straordinaria da dipingere un quadro vivente per i nostri occhi, è però a volte sovrabbondante, di parole e di dettagli e rischia di stancare. C’è però anche un interessante espediente narrativo, un flash su una storia alternativa, del tipo di “Sliding doors”- e se, invece di immolarsi, come una vittima predestinata, Lucrezia avesse raccolto l’invito a fuggire?

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lunedì 23 gennaio 2023

Francesca Giannone, “La portalettere” ed. 2023

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

            storia di famiglia

Francesca Giannone, “La portalettere”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

    1934. Lei, Anna, è molto bella. Occhi verdi, capelli scuri. Forse è soprattutto la sua carnagione che la differenzia dalle donne di quel Sud dove è appena arrivata, insieme al marito Carlo. Dopo, quando la conosceremo meglio, sarà anche la sua tempra e il suo carattere a farne una donna diversa- lei sarà sempre ‘la straniera’, quella che ha idee strane, che fa cose strane invece che restarsene in casa a pulire e cucinare. Suo marito, allegro e gioviale, la ama per questo. Anche il fratello maggiore di suo marito, Antonio, se ne innamora appena la vede.

    Anna ‘la forestiera’ arriva nel Salento, a Lizzanello (vicino a Lecce), dall’estremo ponente ligure, da Pigna dove insegnava e si sentiva indipendente. È difficile per Anna inserirsi nel nuovo ambiente, adattarsi alla curiosità della cognata, alla lingua che suona così diversa da quella del suo paese di origine, ai piatti della cucina pugliese. Coltivare il basilico, chinarsi per annusarne le foglie, fare il pesto che diventa una sorta di rito (per ripicca la cognata non vorrà assaggiarlo), diventa per lei il modo per attutire la nostalgia. E per fortuna il suo legame con il marito è forte e lui le è di grande aiuto.

Pigna

    Poi, nel 1935, muore il portalettere di Lizzanello. Mors tua vita mea. Anna fa domanda per essere assunta, è la prima in graduatoria, diventa ‘la signora portalettere’, dapprima a piedi e poi, anni dopo, con una bicicletta Bianchi. Non le importa lo scherno, non le importa essere additata, non le importano le maldicenze. Finalmente si sente viva di nuovo, si sente lei. E poi può contare sull’appoggio del marito che ha avviato un’azienda vinicola destinata ad avere molto successo.

    Alla scrittrice Francesca Giannone è capitato di trovare un biglietto da visita con il nome della sua bisnonna, Anna Allavena, e la sua qualifica, ‘portalettere’. Impossibile non essere curiosi, non desiderare di saperne la storia.


E la storia di Anna che Francesca Giannone ci racconta è quella di una donna forte che ha, in una maniera personale tutta sua, nobilitato il lavoro del ‘postino’ che solo in apparenza può sembrare banale. D’altra parte esiste ‘il lavoro’ ed esiste ‘l’interpretazione personale’ del lavoro. In un tempo e in un luogo in cui l’analfabetismo era ancora diffuso, Anna non si limita a consegnare la lettera. Spesso si ferma per leggerla al destinatario, si rallegra per le buone notizie, consola chi ne ha ricevuto di tristi, scrive la risposta sotto dettatura, ascolta confidenze, elargisce consigli. Come a Giovanna che era stata etichettata come scema (con quello che sappiamo oggi, era forse autistica Giovanna? Di certo dislessica, e con grande pazienza Anna le insegnerà a leggere), che aveva un amore segreto, che diventerà amica di Anna. E la bellezza del romanzo è in questo piccolo mondo che si anima intorno ad Anna, è nella miriade di personaggi che conosciamo attraverso lei.

     È all’avanguardia, Anna. È una femminista ante litteram. Non frequenta la Chiesa ma il suo amore per il prossimo non può esser messo in dubbio- sono i fatti che contano. La vecchia casa di Giovanna viene ristrutturata per dare alloggio alle donne maltrattate, alle donne sole che aspettano un figlio, a tutte quelle che sono in difficoltà, messe al bando dalla società benpensante.


    A fianco di Anna, suo marito- e anche di lui seguiamo con passione la storia della sua vita, il segreto del suo passato, la volontà di riuscire nell’impresa di fare un vino rosato che riuscirà anche a vendere agli americani durante la guerra. E suo cognato, l’uomo d’onore che mai tradirebbe suo fratello, che solo una volta manifesterà il suo amore per Anna.

   E’ impossibile non appassionarsi alla storia di Anna, impossibile interrompere la lettura di un romanzo che, insieme a quella di una donna indimenticabile, ci racconta la storia di un paese che lentamente si affaccia alla modernità.

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sabato 21 gennaio 2023

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale” ed. 2022

                                                             Casa Nostra. Qui Italia

                    reportage
                 saggio

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale

Ed. Neri Pozza, pagg. 297, Euro 19,00

 

    Il Grande Nord. Il Polo. I ghiacci perenni. L’impresa di Nobile con il suo dirigibile. Le due navi Terror e Erebus che svanirono nel 1845 con 129 uomini a bordo mentre cercavano il Passaggio a Nord-Ovest. L’orso polare.

È tutto questo che la parola Artico ci evoca. Un paesaggio mitico, di un biancore abbagliante, l’ultima frontiera, una sfida.

È tutto questo che sta scomparendo, che è già in parte scomparso. L’innegabile cambiamento climatico ha causato lo scioglimento dei ghiacciai e di conseguenza l’apertura di una nuova rotta, la Northern Sea Route, dal mare di Barents al mare di Bering, che fa risparmiare tempo e che, soprattutto, è aperta ormai per tutto l’anno o quasi.


    Ma- di chi è la zona del Mar Glaciale Artico? Nessuno aveva avanzato rivendicazioni che parevano inutili in passato. Come ci si poteva aspettare, è la Russia afferma la sua sovranità, con le migliaia di chilometri di terre che si affacciano sull’Artico. Nelle parole di Putin: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. L’America sappia che non c’è Russia senza Artico e non c’è Artico senza Russia.”

Adesso la Russia sta combattendo in Ucraina. E dopo?

    Marzio Mian (di lui lo scorso anno abbiamo letto “Maledetta Sarajevo”) ha fondato con altri giornalisti internazionali la società non profit The Arctic Times Project che documenta le conseguenze del cambiamento climatico nella regione artica e in questo libro, “Guerra bianca”- un documentatissimo reportage costruito su testimonianze, fatti e numeri- esamina la questione artica da più angolazioni.

    A che punto siamo, prima di tutto- in quali porti la Russia stia allestendo la sua flotta di sottomarini, navi e navi rompighiaccio e quali siano le prospettive. Perché sembra certo che il prossimo conflitto si giocherà nell’Artico e per l’Artico.


È il grande paradosso di questa situazione- “la regione che paga il prezzo più alto del mondo dell’effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre le più grandi opportunità di conquista e di potere”. Se c’è una possibilità di continuare a vivere secondo gli standard a cui ci siamo abituati, è proprio grazie alle risorse dell’Artico. Basta guardare i numeri: nell’Artico ci sono il 40% delle riserve mondiali di combustibile fossile, il 30% delle risorse naturali, terre rare per 3 trilioni di dollari, 500 miliardi di pesce all’anno.

     Alla voce ‘pesce’ si collega l’altro punto di vista del libro di Marzio Mian- altre cifre che esprimono la preoccupazione per la fauna marina, con il riscaldamento delle acque che spinge a Nord pesci che si aggiravano ad altre latitudini innescando reazioni a catena, sia nel mondo animale, sia in quello degli uomini che hanno sempre vissuto di pesca.

   Volgendo infine lo sguardo verso Est, la nostra attenzione viene focalizzata su Groenlandia e Canada e ci rendiamo conto di quanto le informazioni possano essere manipolate in una direzione piuttosto che in un’altra. Da anni ormai abbiamo ascoltato il ‘mea culpa’ dei paesi colonizzatori europei. Ma la Danimarca ha mai riconosciuto il massacro psicologico effettuato in Groenlandia dove alle popolazioni indigene hanno tolto la lingua, la religione animista, bandendo gli sciamani, costringendo tutti a vivere in un mondo separato dove era impossibile aspirare ad un miglioramento sociale? Per non parlare del programma segreto degli anni ‘60-‘70 (del secolo scorso, si badi bene) per un controllo delle nascite impiantando la spirale a migliaia di donne e ragazzine inuit?


    E il Canada che si ammanta di un’aura utopica? nel nord del Canada, dove sopravvivere è un’impresa anche per le foche,  durante gli anni della Guerra Fredda, per garantire la sovranità dei territori inabitati, sono state deportate centinaia di famiglia da 2000 km a sud, separando figli da genitori, mariti dalle mogli- la peggiore violazione dei diritti umani nella storia del Canada. Non solo. Morirono a centinaia perché non sapevano cacciare a -50°. Morirono anche 20.000 husky, uccisi per impedire ai ‘coloni’ di fuggire.

    “Guerra bianca” è un libro che ci apre gli occhi, che ci obbliga a vedere quello che non vorremmo vedere, quello che molti si ostinano a negare. Un libro scomodo, forse, scritto con un piglio brillante che rende la narrazione agevole, mai noiosa, neppure quando snocciola dati. Un libro raggelante, in ogni senso e non solo perché parla dell’Artico.

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martedì 17 gennaio 2023

Amira Ghenim, “La casa dei notabili” ed. 2023

                                         Voci da mondi diversi. Tunisia

storia di famiglia

Amira Ghenim, “La casa dei notabili”

Ed. e/o, trad. Barbara Teresi, pagg. 416, Euro 19,00

   Undici persone che raccontano questa storia. Un caleidoscopio di uomini e donne, un alternarsi di voci diverse in un tempo che va da un fatidico giorno del dicembre del 1935 ai nostri giorni per una storia atavica…zeppa di intrighi, rancori, insolenza e presunzione, traboccante di amori soffocati, embrioni assassinato e letti segreti. E sono le parole di Hind, la nipote di Zubaida, il personaggio principale, quella che introduce e termina il racconto di questo libro, bello, insolito, per molti versi affascinante.

     Tunisi, dicembre 1935. Zubaida. Taher al Haddad (veramente esistito). Un biglietto nascosto nel pane. La catastrofe. Perché il biglietto finisce nelle mani del cognato di Zubaida, un uomo corpulento che deve tenere nascosta la sua omosessualità, geloso del fratello. Ed è lui che strepita, rivelandone il contenuto e il mittente, dando origine allo scandalo, alle accuse, a quella che sarà una punizione a vita per Zubaida. Ma è affidabile? Dice la verità? Sapremo la verità sulle parole del biglietto (e molto di più) soltanto verso la fine.

Taher al-Haddad

    Questo è il nocciolo del romanzo che, però, è un vasto affresco della Tunisia, colonia francese, percorsa da fremiti di rivolta, da desideri di indipendenza, da un soffio di modernità che riguarda soprattutto la condizione femminile. Questo contrasto, tra tradizione e innovazione, è rispecchiato nelle due famiglie- gli en-Neifer, dalla mentalità conservatrice e patriarcale, e gli ar-Rassa, liberali e progressisti. Ali ar-Rassa ha mandato le figlie a studiare dalle suore (ragazze musulmane che vanno a scuola dalle suore, già questo è un affronto) e poi ha fatto venire in casa un insegnante per loro, proprio quel Tahir al-Haddad che pubblicherà un libro sulla necessità dell’emancipazione per le donne. Othman en-Neifer pensa che le donne non debbano studiare affatto, che possano sbirciare il mondo esterno solo attraverso le grate delle finestre. Ma suo figlio ha voluto a tutti i costi sposare Zubaida ar-Rassa e la porta a teatro e ai concerti, con il viso scoperto. Che cosa succede quel giorno di dicembre, quando Zubaida ha dato alla luce il suo secondogenito da pochi giorni? Che il biglietto sia stato scritto da Tahir, è chiaro. Una ridda di ipotesi si sussegue sul contenuto. Il cognato di Zubaida lascia intendere che si trattasse di un appuntamento d’amore. Segue una zuffa tra fratelli, un accapigliarsi tra Zubaida e il cognato, una tragedia su cui mai verrà detta la verità e che avrà conseguenze per sempre.


    Le due serve, le due madri, i due padri, il fratello gemello di Zubaida, la moglie del cognato di Zubaida (era andata gioiosa al matrimonio, che brutta sorpresa la aspettava), il cognato di Zubaida (un infelice le cui tendenze sessuali erano state deviate da una traumatizzante esperienza infantile) e il marito stesso (resteremo stupiti dalla svolta che aveva dato alla sua vita) ci parlano di quel dicembre, in tempi diversi, in contemporanea con i fatti e molti anni dopo quando gli anni dovrebbero avere smorzato i sentimenti (ma non è così e si ha l’impressione di vite sprecate in una paralisi affettiva), e nello stesso tempo si srotola la storia della Tunisia attraverso la seconda guerra mondiale seguita dalla lotta per l’indipendenza e dal governo di Bourghiba, fondatore della Tunisia moderna. Intanto Taher al-Haddad, morto proprio il giorno in cui il suo biglietto veniva consegnato, il grande assente sempre presente in tutte le versioni dell’accaduto, assurge al ruolo di martire- un uomo lungimirante, in anticipo sui suoi tempi, un uomo di cultura, un poeta, un innamorato infelice a cui il padre di Zubaida, con tutto il suo progressismo, aveva riso in faccia quando gli aveva chiesto la figlia in moglie.


    Quando la nipote Hind trova nello scantinato della vecchia casa una borsa il cui contenuto farà luce su quella storia atavica, capirà anche le parole della nonna che si compiaceva della sua bravura nello scrivere. Perché non sono solo le case dei romanzi inglesi ad animarsi e a parlare, parlano anche le case in Tunisia, parla la casa dei nonni che Hind ha voluto acquistare, anche se è in rovina.

    “La casa dei notabili” di Amina Ghenim è stato finalista al prestigioso International Prize for Arabic Fiction. Leggetelo. 

 

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