martedì 14 aprile 2020

Peter May, “The firemaker” ed. 2012


                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
cento sfumature di giallo
in altre lingue

Peter May, “The firemaker”
Ed. Riverrun, pagg 369, Euro 6,99 (formato kindle)

     Conoscevo la trilogia di Peter Lewis ambientata nell’isola di Lewis, motivi più o meno consci mi hanno spinto ad iniziare la lettura di “The firemaker” (acquistato tempo fa), un libro del suo filone cinese ambientato, per l’appunto, in Cina (le coincidenze non esistono). E alla paranoia riguardo al virus che sta mietendo vittime da ormai più di un mese, se n’è aggiunta un’altra.
      La dottoressa anatomopatologa americana Margaret Campbell ha accettato l’offerta di tenere un corso di sei settimane all’Università di Pechino. Sapremo più avanti i motivi che l’hanno spinta ad accettare, di certo non è stato l’interesse per la Cina. Perché Margaret Campbell arriva a Pechino senza essersi data la pena di leggere la documentazione informativa, senza sapere nulla sulla storia e sulla cultura del paese che la ospiterà. Diciamo subito che la sua totale ignoranza- perfino sulla Rivoluzione Culturale- appare scarsamente credibile in una persona con le sue qualifiche culturali. Se lo scrittore voleva rappresentare in lei lo stereotipo dell’americano ignorante e arrogante, c’è riuscito perfettamente- proviamo per lei la stessa antipatia e lo stesso leggero disprezzo dei cinesi che lei incontra. Primo fra tutti del poliziotto Li Yan- un incontro che è letteralmente uno scontro, perché l’auto su cui si trova Margaret urta la bicicletta di Li Yan facendolo cadere. Li Yan e Margaret sono destinati ad incontrarsi di nuovo in una vicenda che non dura neppure il tempo di una settimana: la stessa mattina dell’arrivo di Margaret Campbell un uomo si è dato fuoco nel parco della città. Non lontano da lui c’è il mozzicone di una sigaretta Marlboro. Altri due uomini vengono ritrovati morti, un piccolo spacciatore e un lavoratore itinerante. Altri due mozziconi di sigarette Marlboro accanto ai corpi. Una coincidenza? Impossibile con sigarette di marca americana. Una firma?

Forse, dopotutto, l’uomo ‘bruciato’ non si è suicidato- è grazie alla perizia della dottoressa americana, specializzata in casi come questo, che si scoprono molte cose riguardo a questa prima vittima, anche che aveva studiato negli Stati Uniti. E allora: le Marlboro sono un falso indizio?
      Il nocciolo della trama, su cui ovviamente non posso dire nulla tranne che ha a che fare con qualcosa di estremamente nocivo per la salute (anche se in apparenza innocuo), è interessantissimo e molto allarmante- segnala un pericolo che è già presente e a cui non facciamo caso, senza sapere la portata delle conseguenze.
E impariamo parecchio dalle spiegazioni che vengono date, in un momento tesissimo, in una notte che potrebbe essere magica al Tempio del Cielo, prima che inizi una fuga disperata dei due protagonisti, prima che l’amarezza di un tradimento si aggiunga al dolore per la morte di qualcuno molto vicino a Li Yan, qualcuno che ha pagato per lui.

     Quello che non convince, invece, in questo primo romanzo cinese di Peter May è l’ambientazione, accurata  e anche di un certo fascino, ma con paesaggi da cartolina- compresi i famosi hutong, i vicoli fiancheggiati dalle tradizionali abitazioni a corte-, la cultura che è piuttosto sbrigativamente spiegata negli ‘scontri’ verbali tra Margaret e Li Yan, e i personaggi stessi, costruiti su modelli stereotipati di opposti che si attraggono. Così da una parte la donna americana, con i riccioli biondi, la carnagione chiara cosparsa di lentiggini dorate e l’uomo cinese, scuro di capelli e con gli occhi a mandorla- non manca neppure il dettaglio che all’inizio Margaret lo abbia giudicato brutto (e il punto di vista del canone di bellezza occidentale è alquanto banale). Prevedibile e scontata, poi, è l’attrazione sempre più forte tra i due ‘nemici’, fino al fuoco della passione che divampa tra di loro (e perdonate il gioco di parole per un libro che si intitola “The firemaker”).

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sabato 11 aprile 2020

Michael Palin, “Il mistero dell’Erebus” ed. 2020


                                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                        romanzo storico
         romanzo d'avventura

Michael Palin, “Il mistero dell’Erebus”
Ed. Neri Pozza, trad, Ada Arduini, pagg.  formato Kindle Euro 9,99

      Nomen omen. Non è certo ben augurale, per una nave, il nome Erebus. Erebus come il dio del caos e dell’oscurità. Più appropriato per il maestoso vulcano nell’Antartide a cui il capitano James Clark Ross diede lo stesso nome della nave che, invece, scomparve nel 1846, durante un’altra spedizione insieme al capitano Sir John Franklin e all’intero equipaggio, mentre cercava il favoleggiato passaggio a Nord-Ovest che avrebbe accorciato la distanza tra la Gran Bretagna e l’Oriente. Per poi riapparire nel 2014, a 168 anni di distanza. Sembra la storia di una nave fantasma, di quelle di cui si legge nei libri di avventura per ragazzi.
     L’autore dell’affascinante libro che racconta la storia dell’Erebus, Sir Michael Edward Palin, meriterebbe lui stesso un libro in cui essere il protagonista assoluto con le avventure della sua vita- attore, comico (è uno dei noti Monty Python), presentatore televisivo, sceneggiatore, protagonista di documentari di viaggio (due treni britannici portano il suo nome), presidente della Royal Geographic Society, fondatore di un centro per bambini balbuzienti. Con una simile tempra, un centinaio di anni prima avrebbe potuto trovarsi sul ponte dell’Erebus, a scrutare le pareti di ghiaccio.
il vulcano Erebus

     Ah, for just one time I would take the Northwest Passage/ To find the hand of Franklin reaching for the Beaufort Sea…è il ritornello che lo scrittore canta nel bar della nave da ricerca russa, sulle tracce di Sir John Franklin. È il 2017 e sono le ultime pagine del libro che inizia, invece, con le scene del cantiere del Galles in cui, nel 1823, si costruiscono le due navi Erebus e Terror, destinate a viaggiare insieme. Ne seguiremo le vicende- dapprima nella fortunata spedizione nell’Antartico, dal 1837 al 1840, e poi in quella senza ritorno.

       Non era stata un’impresa da poco, passare tre inverni nell’Antartide a bordo dell’Erebus. Ci voleva il carisma del capitano James Clark Ross, un uomo di grande fascino fisico, coraggioso e competente, per tenere sotto controllo un equipaggio che, ad un certo punto, sarebbe volentieri tornato indietro. Ma per James Ross trovare il polo magnetico era un’ossessione, come la balena bianca per il capitano Achab. Dopo il rientro, però, Ross non era più voluto partire. E l’incarico di guidare la spedizione alla ricerca del passaggio a Nord-Ovest era stato affidato a Sir John Franklin, non più giovane, con una moglie ambiziosa.
Sir James Clark Ross
     Leggiamo dei preparativi, di che cosa venne caricato a bordo, tutti i dettagli dagli abiti ai viveri, perfino ai libri da leggere. E poi dei capitani delle due navi, della loro personalità e di quella degli altri membri dell’equipaggio- del medico che amava cacciare, dell’ufficiale che documentava la spedizione con disegni. Perché la grande avventura era mirata a scoperte geografiche, a mappare terre sconosciute, ma anche a documentare la fauna e la flora dei paesi dei ghiacci. Leggiamo della cocciuta fede di Jane Franklin nel ritorno del marito anche quando era chiaro a tutti che troppo tempo era passato dall’ultimo avvistamento, delle spedizioni per ritrovare le navi (più di una e tutte infruttuose), del rifiuto inorridito di credere che i disgraziati sopravvissuti avessero dovuto ricorrere al cannibalismo. Altre avventure, ipotesi, rassegnazione. Fino al 2014, quando furono ritrovati i resti dell’Erebus al largo della King William Island nel  territorio degli inuit, confermando quello che questi avevano dichiarato ai membri delle spedizioni di salvataggio dell’800. Nel 2016 anche la Terror fu ritrovata.
Sir John Franklin
     Storie come quella di questi grandi velieri hanno una magia tutta loro. In un mondo in cui ormai conosciamo pressoché tutto e in cui gli spostamenti sono diventati all’ordine del giorno, imprese come quella di Ross e di Franklin appaiono eroiche e loro stessi sono l’incarnazione del mito di Ulisse che brucia dal desiderio to follow knowledge like a sinking star, di inseguire il sapere come la stella che si inabissa, “di navigare al di là del tramonto”. E forse anche per noi “non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo”, con scopi diversi, con mete diverse, anche se non a bordo di una nave.
     Un libro molto bello e molto ben documentato che si legge come un grandioso libro di avventura. Una fonte d’ispirazione.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it




giovedì 9 aprile 2020

Robert Harris, “Pompei” ed. 2003


                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                 romanzo storico
 il libro dimenticato

Robert Harris, “Pompei”
Ed. Mondadori, trad. R. Pera, pagg. 394, Euro 11,50, formato Kindle 8,49

        Forse era il 24 agosto. Almeno così diceva la lettera di Plinio il Giovane a Tacito, nove giorni prima delle Calende di settembre. Forse era autunno inoltrato, ben due mesi più tardi, come hanno supposto degli archeologi dopo il ritrovamento recente di bracieri, frutta secca carbonizzata, un’iscrizione. E comunque, quel giorno di caldo torrido e insolito del 79 d.C., la vita si fermò a Pompei, a Ercolano, a Stabia e Oplontis. Per gli abitanti di quelle ricche cittadine il mondo finì nel fuoco- come migliaia di anni dopo avrebbero detto i versi di Robert Frost, Dicono alcuni che finirà nel fuoco/ il mondo, altri nel ghiaccio- e forse non si accorsero neppure di morire, asfissiati a causa dell’alta concentrazione di ceneri nell’aria, se non erano già rimasti sepolti sotto il crollo delle case. Dieci metri di materiale eruttato seppellirono Pompei e ci sarebbero voluti dei secoli prima che lo scheletro della città fosse riportato alla luce, con tutti i suoi tesori.

      Il romanzo di Robert Harris (pubblicato nel 2003) è una lettura affascinante che mescola la storia di quanto accadde realmente, in base a quello che ne sappiamo dalla descrizione degli avvenimenti fatta da Plinio il Giovane, a notizie di vulcanologia e all’invenzione di un personaggio interessante, figura di un eroe molto umano in un mondo che va in cenere.
L’aquarius Marco Attilio, ingegnere delle acque come già lo era stato il padre, è stato inviato a prendere il controllo dell’Aqua Augusta, il grande acquedotto che porta l’acqua a nove città del golfo, in sostituzione del suo predecessore che è misteriosamente scomparso. Attilio non lo sa, come non lo sa nessuno, ma mancano venti ore alla tragedia annunciata da piccoli segnali. Quelli che inquietano Attilio, anche se non li sa interpretare. Un borioso schiavo liberato, che si è arricchito dopo e grazie al terremoto che ha distrutto Pompei diciassette anni prima, condanna a morte lo schiavo ritenuto responsabile della morte delle triglie allevate nel suo vivaio- cibo prelibato. E lo condanna ad una morte orrenda, degna del sadico Nerone- lo schiavo viene gettato in pasto alle murene, nonostante gridasse disperato che lui non aveva colpa, c’era qualcosa nell’acqua che aveva ucciso i pesci. E Attilio che assaggia l’acqua come un sommelier assaggia il vino, capisce subito che qualcosa non va. L’acqua sa di zolfo. E poi il getto delle fontane si sta riducendo. Ipotizza un danno all’acquedotto, forse un crollo che lo ha ostruito. E parte con un gruppo di schiavi recalcitranti, risalendo il corso dell’acquedotto.

     È questo punto di vista per così dire laterale che contribuisce al fascino del romanzo di Harris. Non c’è una descrizione nuda e cruda dell’eruzione e dell’inferno di lava e lapilli, piuttosto un lento conto alla rovescia scandito da quei segnali sinistri- una gobba nel terreno, il vino che trema nei calici, il bicchiere che scivola a terra, l’aria che sembra immobile, i rivoli di un bianco che sembra neve che scendono dal cono del Vesuvio. Fino ai primi sassi eruttati, che poi diventano una pioggia di pietre e pomice sui tetti piatti di Pompei che non potranno sopportarne il peso.

      Ma questo è un romanzo, seppure un romanzo storico. E la storia della fine di Pompei, con il grandioso personaggio di Plinio il Vecchio che continua a dettare le sue osservazioni a bordo della liburna presa di mira dai proiettili del vulcano, si intreccia con quella dello spregevole e furbo profittatore che è pronto a sacrificare alla sua avidità di ricchezza la figlia, salvata, però, dal nostro eroe, l’aquarius che ha paura perché sarebbe stupido non averne, e che però intuisce quale sia l’unica possibilità di salvezza.
     Una lettura appassionante che ci ricorda che gli uomini non sono mai stati padroni della natura, che non possono dominare tutto.

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martedì 7 aprile 2020

Elizabeth Speller, “Il passato non dimentica” ed. 2010


                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                        cento sfumature di giallo
      il libro dimenticato


Elizabeth Speller, “Il passato non dimentica”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Silvia Piraccini, Euro 5,00

     Inghilterra. Novembre 1920. La Grande Guerra è finita da due anni. Il Grande Tradimento- quei falsi miti di patriottismo e di eroismo, quell’illusione che il nemico sarebbe stato sconfitto in breve tempo- ha portato ad un massacro: circa un milione di morti e due milioni di feriti gravi, 200.000 i dispersi. E, tra quei due milioni di feriti gravi, sono conteggiati quei soldati che hanno riportato ferite dell’anima, che continuano a vivere una guerra senza fine, le vittime di quello che sarà riconosciuto come Stress Post-Traumatico?
      Laurence Bertram è uno che ce l’ha fatta, che è tornato tutto d’un pezzo. Tornato però in una casa vuota, perché la moglie è morta dando alla luce il loro bambino. E il piccolo è morto con lei. In un tempo stagnante in cui non riesce a riappropriarsi della sua vita, mentre si sente oscuramente in colpa nel ricevere condoglianze per la morte di una donna che- se ne rende conto ora- lui non ha veramente amato, Laurence riceve una lettera dalla sorella di un vecchio compagno di scuola, John Emmett. Mary Emmett vorrebbe incontrarlo: suo fratello si era suicidato e lei chiedeva il suo aiuto per scoprire il perché. John era ricoverato in una clinica per disturbi nervosi ma sembrava si stesse riprendendo, stava piuttosto bene. C’era già stato un enorme spreco di vite umane- perché gettare via la propria, quando si era tornati dall’inferno?
i luoghi del romanzo
     Il punto di inizio di tutta la vicenda che trasforma Laurence Bertram in investigatore dilettante, è il testamento di John. Chi sono i beneficiari dei lasciti del testamento di John? È da lì che parte la ricerca di Laurence. Se è relativamente facile capire la generosità del capitano Emmett nei confronti di un commilitone che aveva aiutato a salvarlo dopo il crollo di una trincea e che ha perso entrambe le gambe, suscita più perplessità quella verso una signora il cui figlio è morto in guerra- che rapporto c’era, in ogni caso, tra questi uomini? Saltano fuori un pezzo di carta su cui Emmett ha scribacchiato dei nomi e una fotografia che ritrae degli uomini al fronte. Chi sono? Chi ha scattato la foto? La visita, fatta con un pretesto, alla casa di cura da cui era fuggito John Emmett aumenta gli interrogativi: sono dei profittatori, il medico e suo figlio? Che metodi vengono usati per ‘curare’ i pazienti? E intanto, in una catena i cui anelli si agganciano l’uno all’altro, muoiono cinque uomini.

      Su uno sfondo storico documentato e di grande interesse, Elizabeth Speller ha scritto un mystery singolare e appassionante. La domanda più superficiale è chi sia il vendicatore che elimina gli uomini ritratti nella fotografia scattata poco prima di un avvenimento tragico. Ma il ‘peso’ del romanzo è un altro. Riferendosi ai libri di Agatha Christie- la maestra del giallo che acquistò in quegli anni la sua celebrità-, un amico di Laurence dice, “nei suoi libri non sono i singoli individui a condurre alla catastrofe, ma un concorso di circostanze”. Quel ‘concorso di circostanze’ è la guerra, in primo luogo, e poi una serie di rapporti amorosi illegittimi che costituiscono il filone più ‘rosa’ in questo romanzo buio.

      È la guerra ad essere sotto accusa, la guerra e chi emana ordini restando seduto negli uffici degli alti comandi sono i peggiori killer. Chi manda a combattere dei ragazzini a mala pena diciottenni ed emette sentenze affrettate di esecuzioni capitali senza esaminare adeguatamente le circostanze. Questo è stato il grosso crimine della prima guerra mondiale, il delitto al centro di questo bel romanzo di Elizabeth Speller.
     Il libro è tutt’altro che recente. L’ho ‘ripescato’ in questi giorni di reclusione e mi spiace non averne parlato a suo tempo.

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domenica 5 aprile 2020

Peter May, "Lockdown" ed. 2020


                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
cento sfumature di giallo
     in altre lingue

Peter May, “Lockdown”
Ed. Riverrun, formato kindle Euro 5,49

     Un tempismo eccezionale, aver fatto uscire l’edizione digitale di questo romanzo di Peter May il primo di aprile 2020, in piena pandemia da coronavirus. Il primo pensiero è quello di una manovra commerciale- e di certo lo è per quello che riguarda la data di pubblicazione che fa leva sulla curiosità (anche la mia). Poi pensiamo che è impossibile che il romanzo sia stato scritto e corretto e consegnato in due mesi e dobbiamo credere a quello che Peter May stesso dice- che aveva scritto “Lockdown” nel 2005, dopo aver fatto ricerche sulla SARS per un altro suo libro, ma che il suo editore non lo aveva voluto pubblicare giudicandolo troppo irreale: adesso che non è più irreale, è il momento giusto. Perché il romanzo è lo specchio di quello che sta accadendo intorno a noi.
     Un’influenza aviaria ha messo Londra in ginocchio. È causata da un virus con un’altissima capacità di contagio e il tasso di mortalità è altissimo- l’80%. I crematori funzionano a pieno regime, è stata imposta la legge marziale, le strade sono deserte, i negozi chiusi, le insegne divelte, le famose luci di Piccadilly Circus sono spente, la polizia non riesce a far fronte alla piccola criminalità e allo sciacallaggio, i rapporti umani si sono dissolti- chiunque può infettarti, si devono mantenere le distanze, abbracci ed effusioni sono un ricordo del passato. Le poche persone che sono in giro sembrano zombie con la faccia coperta dalla mascherina che rende ogni riconoscimento impossibile. Un farmaco, il KillFlu (la fortuna della casa farmaceutica che lo produce), può combattere il virus- il KillFlu vale oro.

      In questa ambientazione che riconosciamo con un brivido si svolge la trama gialla del romanzo. Durante gli scavi per erigere un ospedale provvisorio viene ritrovato un sacco con delle ossa. L’ispettore Jack McNeil, alle sue ultime ore di servizio, è incaricato del caso e si avvale della consulenza di un’amica microbiologa che non solo riconosce che le ossa devono essere state di una bambina, ma riesce anche a capire che la bimba doveva essere asiatica e che soffriva di una grave malformazione- aveva un labbro leporino su di cui non era stato fatto nessun intervento correttivo. Se qualcuno si chiede che importanza possa avere un morto in più nell’ecatombe giornaliera dei morti per il virus, per McNeil l’importanza è proprio in questo- ha assistito impotente ai rantoli del suo unico figlio, vuole rendere giustizia alla piccola sconosciuta che qualcuno ha ucciso. Ed è subito chiaro che la sua morte nasconde qualcosa di grosso, se si osservano le forze che si mettono in moto.

      È una lettura che incuriosisce, quella di “Lockdown”, e per motivi che non hanno a che fare con la soluzione dell’enigma poliziesco. Incuriosisce la capacità tipica degli scrittori, di saper cogliere i pericoli che avvertono nell’aria, le minacce distruttive nei confronti della società in cui viviamo, e di lavorarci con l’immaginazione proiettandoli nel futuro, con tutte le conseguenze. È questa capacità che ci ha dato grandi romanzi distopici come “Coraggioso nuovo mondo” e “1984” e che è alla base di “Lockdown”. 
La trama del romanzo di Peter May avrebbe avuto bisogno di qualche revisione ma certamente ha un suo interesse e purtroppo anche una sua plausibilità. La parte che più colpisce- proprio perché vi troviamo il riflesso di quello che stiamo sperimentando- è la descrizione della fine di un modo di vita che avevamo dato per scontato, la capsula di solitudine in cui ognuno è rinchiuso, la rassegnazione fatalista alla morte, il profondo dolore nel non potersi accomiatare da chi ci precede nell’aldilà e nel non poter rendere l’onore dovuto ai defunti.

Da brivido la scena conclusiva sul London Eye, la grande ruota costruita per il nuovo millennio, memento della legge inesorabile della sorte che sale e scende (e in qualche maniera ci ricorda la famosa scena de “Il terzo uomo” sulla ruota del Prater di Vienna, anche quella una storia di scelta tra la vita e la morte, tra il Male e il Bene).

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giovedì 2 aprile 2020

Carmen Korn, “Aria di novità” ed. 2020


                                  Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                            saga

Carmen Korn, “Aria di novità”
Ed. Fazi, pagg, 467, Euro 20,00

   Tutto ha una fine. Anche le saghe- dobbiamo arrivare all’ultima pagina e dire addio ai loro protagonisti. Quelli della trilogia di Carmen Korn- “Figlie di una nuova era”, “E’ tempo di ricominciare” ed ora, ultimo uscito, “Aria di novità”- ci hanno portato lungo un intero secolo.
    Le quattro amiche, Ida, Käthe, Henny e Lina, tanno per compiere o hanno appena compiuto 70 anni all’inizio del nuovo romanzo- è il 1970. Gli anni della ricostruzione sono alle loro spalle, le figlie e i figli hanno preso la loro strada, presto arriveranno dei nipotini e anche dei bisnipoti. I compagni della loro vita sono sempre accanto a loro, anche Lina è sempre con Louise- gestiscono insieme la libreria ma Louise, purtroppo, è alcolizzata e rifiuta di andare in terapia. Anche Klaus, figlio di Henny, fa sempre coppia con il musicista Alex- sono queste le due coppie che sfidano i benpensanti, che provano che l’amore vero non è necessariamente soltanto quello tra uomo e donna.


     Aumenta il numero dei protagonisti, in questo ultimo romanzo, ed è giusto che sia così perché la famiglia di amici si allarga con il passare degli anni. A volte si fa un poco di fatica a ricordarsi chi è figlio di chi o chi è nipote di chi, ma la varietà dei personaggi è uno splendido pretesto per attribuire ad ognuno un ruolo nei grandi avvenimenti dell’ultimo trentennio del secolo scorso. La guerra del Vietnam, le drammatiche Olimpiadi di Monaco del 1972, il muro di Berlino (lo strazio dell’amore separato dal muro e poi il macchinoso tentativo- riuscito- di passare dal settore Est all’Ovest) e poi, anni dopo, l’entusiasmo travolgente della caduta del muro, gli attentati terroristici della banda Baader Meinhof (comprensibile il dolore dei genitori adottivi nello scoprire il coinvolgimento di Ruth), la scoperta dell’analisi del DNA (a chi importa veramente sapere chi sia il padre del figlio della bellissima Florentine, figlia di Ida e del marito cinese?), e poi l’epidemia di Aids, la pandemia degli anni ‘80 che potrebbe mettere in crisi l’unione di Alex e Klaus.
Non sono soltanto le cronache dei grandi avvenimenti che scorrono sullo sfondo e che si intessono con le vite dei personaggi del romanzo, c’è anche un accompagnamento musicale con le canzoni di quegli anni, ci sono i film o i libri pubblicati, c’è uno stile di vita che è andato in gran parte perso e di cui sentiamo la nostalgia.
E c’è un filo di malinconia come è giusto che ci sia quando qualcosa finisce. Ad uno ad uno i personaggi (quelli che abbiamo conosciuto per primi, naturalmente) abbandonano la scena. Dopo tutto hanno vissuto a lungo- la fine di Ida, che era così bella e brillante, ci rattrista, così come quella (tragica) di Louise, mentre gli altri terminano i loro giorni serenamente (piacerebbe a tutti morire così, c’è perfin troppo ottimismo nella buona sorte con cui abbandonano la vita).

    
       Se non tutti i personaggi sono ugualmente ben delineati, se troppo spesso li mettiamo a fuoco per quello che hanno fatto piuttosto che per il loro carattere, è però in questa sorta di ‘cinegiornale’ di fondo il gran merito del romanzo di Carmen Korn, nell’aver riportato alla memoria grandi e piccoli avvenimenti storici insieme ad altre pietre miliari degli anni ‘70, ‘80, ’90 (c’è anche un cenno alla guerra dei Balcani) prima di terminare con i brindisi al nuovo millennio.

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domenica 29 marzo 2020

Martin Long, “La donna della palude” ed. 2020


                                          Voci da mondi diversi. Francia
                                                          cento sfumature di giallo

Martin Long, “La donna della palude”
Ed. Tre60, trad. Francesca M. Gimelli, pagg. 304, solo ed. kindle Euro 4,99

      Nanchino. Tempo attuale. Tian Haifeng, ispettore capo di pubblica sicurezza, si sta occupando di un grosso caso di frode. E questo sarebbe già di per sé uno di quei casi difficili se, come sembra, l’indagato è protetto dall’alto. L’attenzione di Haifeng (vedovo, con una sorella e un figlio adolescente) è distratta dalla scoperta del cadavere di una donna che è affiorato nel campo di un contadino. Appare subito chiara l’eccezionalità del ritrovamento- si tratta di una mummia conservata benissimo nella torba, proprio come ‘l’uomo di Tollund’ (è il figlio di Haifeng che lo fa osservare). Deve risalire ad almeno tremila anni fa e- dettaglio importantissimo- la donna ha lineamenti caucasici. Vuol dire che c’è stata una colonizzazione antichissima? Brutto colpo per la Cina. Ma Haifeng riesce appena a vedere la mummia, perché interviene il direttore del museo a sottrargliela- quale opportunità fantastica per lui, con un reperto così eccezionale! Eppure…un incendio nel museo distrugge la mummia, il direttore si trasferisce a Shanghai, lo stesso Haifeng deve aver pestato i piedi a qualcuno e viene allontanato con altri compiti- fare esperienza dell’antiterrorismo nello Xinjiang nel Nord Ovest della Cina dove vive la minoranza etnica degli Uiguiri.

       È stato Haifeng a scegliere la destinazione- sta inseguendo le tracce di un braccialetto di giada scomparso dal polso della mummia. E nello Xinjiang trova- sì, altre mummie. Se la donna mummificata di Nanchino era stata preservata intatta dalla torba, le mummie del deserto di Turpan (uno dei luoghi più caldi del mondo) sono state letteralmente cotte dal calore della sabbia infuocata. E i lineamenti dei loro volti sono chiaramente han. Un anziano archeologo che ha avuto la vita spezzata dalla Rivoluzione Culturale rivelerà alla Cina e al mondo la grande scoperta: lo Xinjiang (regione autonoma dal 1955) non può essere reclamato dagli Uiguiri se le mummie han testimoniano la presenza dell’etnia di maggioranza nella Cina da tremila o quattromila anni fa.
       L’ambientazione de “La donna della palude” (primo di una serie di romanzi con l’ispettore Haifeng come protagonista) è una scelta felice da parte dello scrittore Martin Long che parla correntemente mandarino e si reca spesso in Cina in cerca di soggetti per i suoi libri. Martin Long ci porta con Haifeng nello Xinjiang, regione che ha acquistato una enorme importanza per la sua posizione strategica di passaggio sulla nuova via della seta e che, però, è fonte continua di problemi per le aspirazioni separatiste degli Uiguiri, la minoranza musulmana della regione.
Nel 2017 sono affiorate testimonianze sui campi di rieducazione per le minoranze dello Xinjiang e nel 2019, quando il premio Sacharov per la libertà di pensiero è stato attribuito al docente uiguro di economia internazionale Ilham Tohti, in carcere con l’accusa di istigamento al separatismo, l’attenzione si è di nuovo puntata sullo Xinjiang. Nel romanzo di Martin Long non si fa cenno a questo, ma ci sono vari episodi di maltrattamenti degli Uiguiri da parte dei rappresentanti dell’autorità cinesi. E il fatto che l’aspetto di Haifeng sia insolito, che, con i suoi tratti somatici e la carnagione scura, possa essere scambiato per un Uiguiro, aggiunge un tocco personale al suo e nostro coinvolgimento. Con una penna leggera, dunque, Martin Long ci fa capire che c’è molto altro dietro la storia delle mummie ritrovate.
    Se leggere vuol dire vivere altre vite, viaggiare con la mente in paesi che non visiteremo mai, le descrizioni del deserto di Taklamakan con le montagne fiammeggianti meritano di per sé la lettura de “La donna della palude”. Attendo i libri seguenti, introvabili tranne che per qualche copia in francese.

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