lunedì 17 aprile 2017

Jed Rubenfeld, “L’interpretazione della morte” ed. 2007

                                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
     cento sfumature di giallo
      il libro ritrovato

Jed Rubenfeld, “L’interpretazione della morte”
Ed. Rizzoli, trad. Roberta Zuppet, pagg. 457, Euro 19,00

Fine agosto 1909. Sigmund Freud e Carl Jung arrivano a New York, su invito di un’università americana. Una ragazza dell’alta società viene trovata morta e, il giorno dopo, la diciassettenne ereditiera Nora Acton subisce un’aggressione da cui esce indenne ma senza memoria. L’investigatore Littlemore segue una traccia mentre il dottor Younger, seguace di Freud, scava nella psiche della giovane Nora. E intanto un complotto mira a screditare le teorie di Freud che torna in Europa convinto che l’America sia “un errore”.


INTERVISTA A JED RUBENFELD, autore de “L’interpretazione della morte”

     Il vecchio e il nuovo mondo sono i veri protagonisti del romanzo “L’interpretazione della morte” di Jed Rubenfeld, professore di diritto all’università di Yale. “E’ il centro del mondo”, dice l’americano dottor Brill mostrando il profilo di Manhattan all’ospite Freud, e il padre della psicanalisi risponde con una frase che sembra non avere nessuna relazione con quell’affermazione, “ho sognato Roma la notte scorsa”. E’ l’inizio del ‘900, a New York i grattacieli sono le cattedrali del nuovo mondo, è quasi terminato il Manhattan Bridge, terzo dei grandi ponti sospesi sull’Hudson la cui costruzione è stata resa possibile dall’uso del cassero sul fondale del fiume.
E un gruppo di medici neurologi americani si oppone strenuamente alla psicanalisi nella cura di malattie o di comportamenti che erano stati di loro competenza fino all’apparire del dottor Freud sulla scena. Si teme l’immoralità che può derivare dall’attribuire i malesseri alla frustrazione sessuale, dal ricercare il piacere a scapito di una “moralità civile”. E naturalmente, senza dirlo apertamente, non si vogliono cedere “pazienti” alla psicanalisi. Quando riparte per l’Europa, Freud è libero di esprimere la diffidenza che avverte nei confronti dell’America, una nazione che “tira fuori il peggio degli individui: rudezza, ambizione, crudeltà”. Perché ci sono troppi soldi, secondo lui, e tutto quel vantato moralismo “è così fragile che si frantumerà in un turbine di licenziosità”.
    Se qualche lettore si era sentito infastidito all’idea che anche Freud- dopo Aristotele, dopo Kafka, Dante, Poe ed altri- fosse diventato il protagonista di un thriller, a questo punto avrà compreso che c’è di più nel romanzo di Jed Rubenfeld che, non a caso, si è laureato a Princeton in filosofia con una tesi su Freud. Perché l’indagine sulla ragazza strangolata con una cravatta di seta e sulla giovane Nora Acton che, dopo aver subito un’aggressione, rivela sintomi di isteria, si svolge su un duplice piano, quello poliziesco che sembra a tratti parodiare le indagini di Sherlock Holmes e quello mentale, con il dottor Younger, seguace e ammiratore di Freud (“l’uomo che volevo conoscere più di qualsiasi altro al mondo”), che scandaglia il subconscio di Nora, esplorando un groviglio di sentimenti- attrazione e odio per il padre, gelosia e amore per la donna che Nora ha visto fare sesso con lui, provocazione da transfert nei confronti dello stesso Younger- alla luce delle teorie freudiane.

Mentre il detective Littlemore perlustra Manhattan, entra nei bordelli, compie una rischiosissima discesa nel cassero insieme al dottor Younger per recuperare un baule di prove, si innamora con tutta semplicità di una cameriera, Stratham Younger cerca di capire che cosa sia vero e che cosa sia prodotto dell’isteria nei racconti di Nora Acton, per etica professionale lotta contro l’attrazione che prova per lei (fin troppe voci circolano già sulle avventure trasgressive di Jung e degli altri psicanalisti), complica i sentimenti con riflessioni sul complesso d’Edipo. E infatti l’Amleto scespiriano è una delle chiavi interpretative del romanzo, con il quesito “essere o non essere” su cui Younger si arrovella, arrivando alla determinazione che non si tratta di un contrasto paradossale tra l’essere che è passività e il non essere che è azione, ma tra essere e sembrare, che poi è il mistero di tutta la realtà che ci circonda- il divario tra quello che appare e la realtà sottesa. Sempre e ovunque, anche in questo caso. “Le cose sono cambiate così tante volte che non so chi abbia ragione”, dice il sindaco di New York alla fine, quando si prospetta la soluzione di un’indagine soggetta a molti colpi di scena e rovesciamenti delle apparenze. E in questa indagine il ruolo di Sigmund Freud è quello di tracciare dei sentieri sconosciuti verso la conoscenza di sé- “Lasciamo le analisi alla polizia, vi dispiace?...Se l’analisi aiuterà gli inquirenti, tanto di guadagnato. Altrimenti cerchiamo di aiutare almeno la paziente.” Stilos ha intervistato lo scrittore americano.

Lei si è laureato con una tesi su Freud, perciò il suo interesse per Freud non è recente: quando ha iniziato a pensare ad un romanzo in forma di thriller con Freud come protagonista?

     Mio padre era psicoterapeuta e certamente Freud direbbe che questo ha molto a che fare con il mio scrivere questo romanzo. Ma, lasciando da parte la psicanalisi di me stesso, è tanto tempo che mi interessa Freud, ho letto quello che lui ha scritto e quello che altri hanno scritto su di lui. Freud è una figura di tale rilievo che, anche se non siamo d’accordo interamente con le sue teorie, anche se respingiamo molte delle cose in cui credeva, ha avuto una profonda influenza su di noi e noi tendiamo a dimenticarcene. Diamo per scontato ormai la sua idea dell’inconscio, del significato delle nostre memorie, paure, desideri. O della sessualità che contiene un profondo segreto su chi noi siamo. Viviamo in un mondo che lui ha aiutato a creare, e io volevo tornare al tempo in cui era un personaggio che dava scandalo, che non veniva accettato- mi pareva una maniera interessante per avvicinarsi a quest’uomo.

E perché inserirlo nella forma del thriller?
    Perché sono un gran lettore di thriller, mi piacciono le storie di indagine poliziesca, volevo scrivere un libro che mi sarebbe piaciuto leggere. E’ difficile trovare un thriller con un contenuto intellettuale e non sapevo se ne sarei stato capace. Avrei saputo scrivere un libro avvincente con un assassinio, una storia d’amore e insieme esplorare delle idee serie per dare da pensare ai miei lettori dopo che avessero finito il romanzo?

Il romanzo sembra aver richiesto un buon lavoro di pianificazione e di ricerca- per esempio ha dovuto decidere quali personaggi veri e quali episodi reali voleva inserire nel romanzo: da dove ha incominciato?

    Domanda interessante- mi ha aiutato molto nelle mie scelte quella che è stata la prima idea,  prendere un caso vero di Freud, il controverso caso di Dora, e trapiantarlo negli Stati Uniti. La premessa quindi è che Freud è immerso in un caso che è insieme psicanalitico ma anche di un crimine commesso. Solo facendo della psicanalisi su Nora/Dora è possibile scoprire chi sia che l’ha assalita. Una volta che ho deciso di usare il vero caso freudiano di Dora come base della struttura psicanalitica, tutti gli altri pezzi sono andati a posto da soli, con i personaggi veri e quelli da inventare: il dottor Younger è un personaggio inventato e così pure il delitto è fittizio, ma quasi tutto il resto è vero. Vera soprattutto la storia di Nora/Dora, una storia incredibilmente penosa e sordida, del padre che in pratica vende la figlia all’amico per poter andare a letto con la moglie di questi. E l’interpretazione del caso da parte di Freud è quella del vero caso di Dora.

Il dottor Freud è un personaggio simpatico: il dettaglio sul suo disturbo fisico è stato inserito per gettare una luce umoristica su di lui? Tenendo conto delle sue teorie che connettono quasi tutti i mali con il sesso, avere una prostatite è un poco comico.
    Sì, è ironico ed è anche vero: anni dopo lo ha raccontato Jung. Era solo un disturbo fastidioso, più tardi Freud avrebbe avuto una malattia vera, il cancro alla mascella di cui è morto.

Il dottor Jung, al contrario di Freud, è piuttosto odioso ed anche ambiguo: lo era veramente?

     Jung è una persona complicata. Prima di tutto Jung era al suo peggio quando era in compagnia di Freud. Nel libro vediamo il lato più spiacevole, in genere Jung era più simpatico e divertente con i suoi amici. Ma c’erano altri modi in cui Jung era complicato e molti amano dimenticare i suoi aspetti più cupi: ad esempio, è vera la lettera di cui si parla nel romanzo, in cui scrive alla madre della paziente diciannovenne che, se non gli avesse dato più soldi, lui l’avrebbe sedotta. Così come si preferisce non parlare del suo coinvolgimento con i nazisti negli anni ‘30.

C’è anche molto antisemitismo nel romanzo- Jung è antisemita e parecchi degli altri dottori sono antisemiti e pure razzisti. Uno di loro suggerisce addirittura la sterilizzazione per gli immigranti ignoranti. C’è un’allusione ai problemi del mondo contemporaneo, sia per quello che riguarda l’antisemitismo sia per il razzismo?
    Naturalmente sì. All’inizio del 900 New York subì questa trasformazione rivoluzionaria- grattacieli, telefoni, automobili e centinaia di migliaia di immigranti. Nasceva la città con tutti gli elementi che abbiamo oggi, ma la gente non capiva che cosa stesse succedendo, da qui la preoccupazione. E c’era veramente antisemitismo e razzismo- è vero che il dottor Dana propose di sterilizzare gli immigrati più ignoranti, come è vero che era nemico della psicanalisi. Quanto a Jung, negli anni ‘30 si riferì alla psicanalisi come alla “psicologia ebraica”, intendendo quella che per lui era la parte più disgustosa relazionata al sesso. La cosa ironica è che Freud era molto affezionato a Jung, aveva molte speranze per lui. Jung era un gentile e Freud disse qualcosa come ‘il mondo non ci crederà, ma ascolterà le mie idee dalla bocca di un gentile’. Jung sarebbe stato il suo erede, eppure si espresse in quei termini sulla ‘psicologia ebraica’. Jung non aveva mai accettato l’interpretazione sessuale della nevrosi e neppure quella del complesso di Edipo- come il dottor Younger, del resto, nel romanzo.

Ha scelto di proposito il nome del dottor Younger, come un Jung più giovane?
    E’ intenzionale, sì, ho fatto dei giochi di parole perché il romanzo fosse divertente e interessante. Ci sono parecchi personaggi collegati a due a due e i loro nomi indicano questo legame: Jung e Younger, Littlemore e Hugel (da huge, ‘grosso’), Nora e Clara, due nomi che per il loro suono suggeriscono un legame di opposti. Il dottor Younger è una minaccia per Jung, perché potrebbe essere un’altra versione di lui per Freud, ed è più giovane.

A proposito di Littlemore e del suo nome, con il ‘più’ che segue ‘piccolo’ che pare indicare una crescita: il romanzo sembra a volte essere un Bildungsroman di Littlemore e di Younger.
     Littlemore è sempre sottovalutato nel libro, si sottovaluta il suo talento e la sua intelligenza, si pensa che sia una persona più piccola di quello che è. E’ il tipico americano, innocente e ingenuo. In un tempo in cui la polizia di New York era interamente corrotta, lui è un poliziotto onesto che neppure sa che gli altri sono corrotti. In ogni libro che vale la pena di leggere i personaggi crescono. Uno dei problemi dei romanzi polizieschi è che il detective è statico mentre le cose cambiano attorno a lui.

Il dottor Younger parla spesso di “Amleto”: questa opera di Shakespeare è una sua passione, oltre ad esserla di Younger?

    Ho frequentato la scuola di recitazione- diciamo che sono un attore fallito. Ma questo spiega in parte il mio amore per Shakespeare. E poi Freud scrisse di Shakespeare e specialmente di Amleto. Freud apparteneva ad una generazione di scienziati molto eruditi e pensava che la psicologia spiegasse non solo i pazienti, ma aiutasse a scoprire i segreti della storie che la civiltà occidentale ha raccontato per secoli, e pure le grandi opere di letteratura. Le sue teorie potevano spiegare il personaggio di Amleto più di qualunque altra: perché non si vendica Amleto? Il mio problema era come far vivere la psicanalisi per i miei lettori. Ed ecco il personaggio di Amleto- una maniera di far vivere delle idee.

Altri due scrittori vengono citati, Henry James e Edith Wharton. Nora sta leggendo “La casa della gioia” di Edith Wharton e la descrizione del ballo ricorda quella della Wharton  ne “L’età dell’innocenza”: Edith Wharton è stata una delle sue fonti per ricreare la società e l’atmosfera di New York in quegli anni?

    Certo che sì, direi che Wharton e James sono le principali fonti per l’atmosfera del 1909. Erano bravissimi nella descrizione dell’alta società e non certo per la vita dei poveri e delle prostitute, ma erano straordinari per le descrizione dell’ambiente.

Mi è parso che ci fosse anche l’ombra del ricordo di Steven Millhauser nelle descrizioni dei grattacieli…
   
Verissimo, mi fa piacere che se ne sia accorta. Millhauser…mi è servito senza che neppure lo sapessi, a livello inconscio. Avevo persino scritto un abbozzo del romanzo, poi del tutto cambiato, in cui la descrizione di una New York immaginaria aveva qualcosa del libro di Millhauser, senza la sua straordinaria visione.

Le prime righe del romanzo sono un collegamento con il vecchio mondo da cui viene Freud, con una parafrasi del famoso inizio di Tolstoj in “Anna Karenina”. Però lei dice l’opposto di quanto scrive Tolstoj, cioè che tutti gli uomini infelici si assomigliano…
    E pensare che in America sono stato accusato di plagio per quell’inizio!  Vorrei far notare la frase con cui si chiude il primo paragrafo, “vive nel presente”. Perché l’imperativo del 900 è vivere nel presente, in maniera veloce, abbattendo tutto il passato. E’ quello che volevo comunicare, capovolgendo la frase di Tolstoj in una connessione tra ‘800 e ‘900. Ben si inserisce, quindi, la psicologia freudiana perché è moderna: per la psicologia freudiana l’imperativo è essere felici e per questo dobbiamo liberarci dei ricordi. I nevrotici soffrono dei ricordi del passato. Il paradosso è che la psicanalisi freudiana ci forza a vivere nel passato più di qualunque altra teoria: dobbiamo liberarci dal passato per essere felici ma prima dobbiamo esplorare questo passato, per potercene liberare. C’è un’altra cosa che purtroppo è andata persa nella traduzione, in questo iniziale primo paragrafo del libro: in inglese è scritto in pentametro giambico come la poesia di Shakespeare, tranne le ultime tre parole, “vive nel presente”, proprio per sottolineare lo stacco.

Il romanzo alterna capitoli in terza e in prima persona: perché ha scelto di far parlare il dottor Younger?
    Il dottor Younger è in molti modi me stesso, non potevo fare a meno di scrivere in prima persona. Perché tendevo a vedere tutta la vicenda con i suoi occhi e tuttavia non volevo che fosse solo così. Il passaggio dalla prima alla terza persona dovrebbe cogliere meglio l’esperienza psicanalitica, perché la psicanalisi ci incoraggia a riconoscere la nostra verità e a riflettere analizzandola, facendo un passo fuori da noi stessi. Come a dire, ‘mi dico questo, ma mi inganno’, è necessario prendere una visuale da terza persona nei confronti dei pensieri in prima persona.

recensione e intervista sono state pubblicate dalla rivista Stilos



                                                                                  

domenica 16 aprile 2017

Antonio Manzini, “Orfani bianchi” ed. 2016

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
           FRESCO DI LETTURA

Antonio Manzini, “Orfani bianchi”
Ed. chiare lettere, pagg. 240, Euro 16,00

      Roma. Uno scambio di e-mail tra Mirta Mitea (indirizzo g.mail.com) e Ilie Mitea o un tal Boris (indirizzo list.ru: possiamo supporre che i destinatari vivano in qualche paese dell’ex Unione Sovietica). Mirta è preoccupata, vorrebbe che il figlio Ilie le scrivesse, chiede notizie di lui e della vecchia madre a padre Boris che chiaramente serve da intermediario. Il tono di Mirta è ansioso, angosciato, padre Boris cerca di rassicurarla. Mirta parla di pacchi che spedirà- capi di abbigliamento, giochi per Ilie, medicine. Appena metterà da parte abbastanza soldi, manderà una stufa nuova.
      Mirta ha trentaquattro anni, il padre del figlio l’ha abbandonata quando il bambino era piccolo- meglio così. Lei è venuta in Italia per cercare lavoro- fa la badante. Quando la vecchia signora presso cui lavora adesso (inghiottendo umiliazioni) viene ricoverata in una casa di riposo, incomincia l’odissea di Mirta. Una stanza in affitto, un letto condiviso a turno, lavori saltuari a fare la pulizia delle scale di condominii di undici piani, stanchezza mortale. E l’ansia che la rode dentro. La tragedia, però deve ancora venire. Ancora una volta c’è qualcuno che aiuta Mirta, le offrono un posto come badante-infermiera di una novantenne. Che cosa non si è disposti a fare, quali bocconi amari non si è pronti ad ingoiare per duemila euro al mese, pensando a Ilie che è rimasto solo, a Ilie che adesso è in un internat. Se Mirta resiste, tra tre mesi forse potrà farsi raggiungere dal figlio in Italia.
Chisinau, Moldavia
   Conoscevamo l’Antonio Manzini come autore dei romanzi polizieschi con il protagonista Rocco Schiavone, il più simpatico antipatico dei commissari del genere. Con “Orfani bianchi” lo scrittore mostra la sua capacità di cimentarsi con un’altra narrativa. Il tema è quello dell’immigrazione, dei lavoratori stranieri contro cui sorgono tante proteste, come se rubassero il lavoro agli italiani, ma che sono indispensabili. Chi farebbe quello che fanno loro? Chi sarebbe disposto ad adattarsi a qualunque sistemazione, a passare notti in bianco, a sopportare le stranezze di anziani per lo più ammalati? Probabilmente ci vorrebbero due persone al posto di una, ad un costo improponibile. Perché l’altra faccia del problema è quello di una popolazione sempre più vecchia con figli già anziani che devono occuparsi di genitori ancora più anziani o, comunque, di figli che sono troppo presi dal lavoro e dalla loro famiglia e non hanno tempo- e neppure voglia- di ritagliare scampoli di giornate per prendersi cura dei propri genitori. E Mirta Mitea, che viene da un paese in cui la convivenza di parecchie generazioni che si scambiano aiuto è ancora la norma, si stupisce della freddezza e del cinismo delle persone che incontra. C’è poco di cui essere orgogliosi, se ci guardiamo con gli occhi di Mirta Mitea. Manchiamo di umanità prima di tutto nei confronti di persone a cui siamo debitori di affetto e poi anche verso chi lavora per noi. Tendiamo a trasformare le persone in oggetti che usiamo, indifferenti ai loro sentimenti. Le esperienze di Mirta- e non c’è nessuna esagerazione, basta guardarci intorno, basta tendere l’orecchio ai discorsi che sentiamo fare- sono terribili.

    In Moldavia chiamano ‘orfani bianchi’ i bambini che, pur avendo i genitori, sono alloggiati negli ‘internat’. Sono i figli di chi, come Mirta, deve scegliere tra restare con i propri bambini e morire di fame con loro o andare all’estero nella speranza di riuscire a trovare lavoro, di risparmiare, di farsi raggiungere dalla famiglia. C’è un prezzo emotivo altissimo da pagare per questo sacrificio. Dovremmo ricordarlo quando sentiamo qualche frase impietosa.

    Scorrevole, ben scritto, tristissimo con il suo doppio tragico finale, un libro che non può lasciarci indifferenti.  


sabato 15 aprile 2017

Pasqua 2017


                                   

                                                           Auguri! 

Aki Shimazaki, “Il peso dei segreti” ed. 2016

                                                       Voci da mondi diversi. Canada
           la Storia nel romanzo
           FRESCO DI LETTURA

Aki Shimazaki, “Il peso dei segreti”
Ed. Feltrinelli, trad. C. Poli, pagg. 394, Euro 16,15


     Sullo sfondo, come se fosse uno dei notiziari che si proiettavano in bianco e nero una volta nei cinema, il fungo atomico della bomba sganciata il 9 di agosto 1945 dagli americani su Nagasaki. Una scena che non possiamo dimenticare, che si ripercuote su tutte le vicende raccontate nel romanzo “Il peso dei segreti” della scrittrice canadese di origine giapponese Aki Shimazaki, un romanzo a incastro composto da cinque tessere di un puzzle, ognuna con il suo titolo che contiene un indizio, che ha un riferimento preciso al testo anche se noi lo comprenderemo dopo, a poco a poco.
     Ancora una volta un romanzo che incomincia dalla fine, con la rivelazione contenuta nel testamento della nonna Yukiko- c’è una busta da consegnare a suo fratello. La nonna Yukiko aveva un fratello? Nessuno ne ha mai saputo nulla. E intanto, mentre la pellicola si riavvolge, il tempo torna indietro nella storia che Yukiko racconta alla nipote, al giorno della bomba. Yukiko era sopravvissuta perché era fuggita via da casa al mattino presto dopo aver commesso qualcosa di tremendo.
E questo è il primo dei segreti in un libro fitto di rivelazioni e di storie di seconde vite, di amori nascosti e proibiti, di tragedie naturali (il grande terremoto del Kanto, nel 1923, che causò circa 142.000 morti e quasi 40.000 dispersi) e storiche (non solo la seconda guerra mondiale ma anche la guerra russo-giapponese per il controllo della Manciuria e l’annessione della Corea al Giappone con la conseguente persecuzione dei coreani).
     Di segreto in segreto, da una voce narrante all’altra, di ricordo in ricordo, “Il peso dei segreti” è un libro che, letteralmente, si divora. Se ci rendiamo conto che a tratti sfiora il genere feuilleton, se alcuni dettagli ci paiono incredibili, la costruzione del romanzo è talmente perfetta, con il suo gioco di rimandi, che sorvoliamo sui difetti che possiamo trovarci.
La prima copertina colorata è quella con una camelia rossa- tsubaki in giapponese, e questo è il nome che Yuki ha dato alla sua terza figlia per ricordare il fiore preferito del suo grande amore. Segue la parte con l’immagine delle conchiglie, hamaguri: è Yuki il personaggio che sale alla ribalta ed era stato con la ragazza del suo cuore che aveva fatto il gioco delle conchiglie di cui solo due combaciano perfettamente. Gli azzurri myosotis (non-ti-scordar-di-me), wasurenagusa- sono i fiori preferiti di Mariko (ma c’è un segreto anche dietro questo nome, così come dietro la sua identità) che domina la terza parte. Dopo ci sarà la rondine dalle ali nere (tsubame come viene chiamato il prete della chiesa presso cui trova rifugio Mariko) e la lucciola (hotaru) con la sua scia di luce che attrae in acque zuccherose che bisogna assolutamente evitare. Ogni personaggio contribuisce con la sua parte di storia, a volte sentiamo lo stesso frammento di vita raccontato in più di un modo da persone differenti, ognuno aggiunge, ognuno toglie qualcosa, ognuno ha sofferto o gioito diversamente, ognuno ha uno o più segreti. Vengono fuori inimicizie e pregiudizi, colpe dei genitori per cui sono i figli a soffrire, tre generazioni di donne sperimentano un cambiamento di costumi anche se il comportamento maschile pare seguire la solita strategia di conquista.

     Come accade in ogni bel romanzo a sfondo sentimentale ci sono due personaggi maschili contrapposti. Definiamoli sbrigativamente l’amante e il marito, il ‘villain’ del romanzo (quello con il ruolo del cattivo) e l’uomo generoso e dal cuore grande. Uno farà una brutta e meritata fine e l’altro si conquista il suo posto in famiglia (e conquista anche noi).
     Un romanzo che piacerà a tutte le lettrici proprio per questo misto di dramma e sentimento.



    

venerdì 14 aprile 2017

Barry Eisler, “Rain Storm. Pagato per uccidere” ed. 2006

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   cento sfumature di giallo
    il libro ritrovato

Barry Eisler, “Rain Storm. Pagato per uccidere
Ed. Garzanti, trad. Gianni Pannofino, pagg. 369, Euro 16,50

John Rain, killer di professione, riceve dalla CIA l’incarico di eliminare Belghazi, un trafficante d’armi implicato nel terrorismo islamico in Estremo Oriente. Quando arriva a Macao, sulle tracce di Belghazi, scopre che c’è anche qualcun altro che ha il suo stesso incarico, ma per conto di chi? E che ruolo ha la bella donna che accompagna Belghazi? Amica o nemica? Il gioco diventa molto pericoloso per lo stesso John Rain che si ritroverà alla fine piuttosto malconcio.


 INTERVISTA A BARRY EISLER, autore di “Rain Storm. Pagato per uccidere”

     C’è una possibilità pressoché infinita di titoli che giocano sul nome del protagonista John Rain per i prossimi libri dello scrittore americano Barry Eisler, come abbiamo già visto nei romanzi del tedesco Schlink che ha chiamato Selb il suo investigatore o l’inglese Wingfield che ha messo in scena l’ispettore Frost. “Rain Storm” è il titolo del romanzo appena pubblicato, il terzo dopo “Rain Fall” e “Hard Rain” con questo personaggio singolare, per metà americano e per metà giapponese,  che ha fatto accentuare i suoi tratti giapponesi con un intervento chirurgico, ha combattuto in Vietnam ed è un killer free-lance che lavora per lo più per la CIA, specializzato nell’uccidere senza lasciare traccia, simulando una morte della vittima per cause naturali. In “Rain Storm” la vittima predestinata è un tal Belghazi, trafficante d’armi, presente a Macao in apparenza per dedicarsi alla sua passione, il gioco d’azzardo.
Va da sé che non è facile avvicinare un uomo del genere, sempre scortato da guardaspalle scrupolosissimi nell’accertarsi della sua sicurezza in ogni luogo. E ci vorranno 350 pagine per riuscire ad ucciderlo ma, prima che si compia questa morte annunciata, differita e con una modifica nei piani, John Rain si lascia dietro una scia di cadaveri- mors tua vita mea, sono omicidi inevitabili quando il nostro protagonista scopre che non è l’unico incaricato di far fuori Belghazi (a chi altro interessa la sua morte?) e che, ad un certo punto, è lui stesso a venire cacciato e deve colpire per non essere colpito. E John Rain colpisce sempre con velocità e precisione sorprendenti, agilissimo nonostante i cinquant’anni, specializzato in una mossa che spezza il collo della vittima, pieno di risorse e supportato da dispositivi tecnici che facilitano la vita del killer (e gliela allungano).
    “Rain Storm” è un romanzo d’azione, un thriller nel senso che comunica al lettore dei brividi di eccitazione nell’attesa di quello che deve accadere, con un ritmo serrato che non rallenta neppure nelle scene di schermaglia amorosa tra John e la bionda che accompagna Belghazi. Perché è subito chiaro che non è una semplice amante, o “hostess” o accompagnatrice, che anche lei ha delle mire su Belghazi, o meglio sul suo computer, che ha seguito una scuola d’addestramento severa e altamente specializzata quanto quella di John- e poi, ci si può fidare di una donna che si chiama Delilah come colei che ha consegnato Sansone ai filistei?

    In uno scenario bellissimo che Barry Eisler pare conoscere altrettanto bene quanto John Rain, tra Macao e Hong Kong, dietro la trama di inseguimenti e fughe, appostamenti e agguati, si delinea un’altra trama giocata su spazi molto più vasti, con pedine mosse dall’alto senza regole fisse, seguendo opportunità politiche che non si ammantano della neppur minima parvenza di ideali. E John Rain è stato a suo tempo una di queste pedine, quando è andato giovanissimo in Vietnam con licenza d’uccidere- per scoprire al ritorno che la licenza non era valida- e poi ancora in Afghanistan, al tempo in cui l’America era amica di quelli che chiamava “muji” e che poi sarebbero diventati più semplicemente e genericamente “terroristi”. Stilos ha intervistato l’autore di questo brillante thriller politico.

 
Barry Eisler
 Com’è “nato” John Rain? È un personaggio così insolito, per metà americano e per metà giapponese…
   Prima di tutto devo dire che mi sono sempre piaciuti i romanzi che hanno un killer per protagonista. Poi- vivevo a Tokyo nel 1993 e mi esercitavo nello judo, e tutte queste cose insieme, l’esperienza di vivere in Giappone, lo judo, andare nei jazz club con degli amici appassionati di musica jazz, hanno contribuito alla creazione del personaggio di John Rain, l’assassino per metà giapponese e per metà americano.

 Quando ha pensato al personaggio di John Rain, si è posto il problema di quale uomo potesse mai fare la scelta di diventare un killer ed è per questo che gli ha dato un passato da combattente in Vietnam? Perché- come dice spesso John nel primo libro della serie, “Pioggia nera su Tokyo”- non si torna a casa dal Vietnam?

   Assolutamente sì, una delle cose che non mi piacciono delle storie con gli assassini e che cerco di evitare nei miei romanzi è il fatto di non sapere da dove vengano, come fanno a diventare degli assassini prezzolati. Perché non è una scelta ovvia, non è come decidere di fare il medico o l’avvocato. Ho passato parecchio tempo a pensare e ad elaborare un passato che spiegasse realisticamente come John Rain fosse diventato quello che è e mi è parso che l’esperienza del Vietnam potesse spiegare la sua scelta- di restare sempre in guerra, come dice lui stesso.

John dice di non essere un samurai e tuttavia il suo amico Tatsu parla di lui come se lo fosse. Fino a che punto possiamo dire che John è- o non è- un samurai?

    Nel mondo occidentale tendiamo a pensare ad un samurai come ad un guerriero. E’ vero che i samurai erano guerrieri ma soprattutto erano al servizio di una causa più grande di loro. In un certo senso Rain non è un samurai, lui stesso nel primo romanzo della serie dice di non servire una causa, di essere stato tradito dalla causa in cui credeva, di non aver più nessuna illusione. Ma sono le cose che dice a se stesso, questa non è la sua natura. Rain vorrebbe avere una causa da servire e Tatsu vede in lui questa motivazione. Per Tatsu Rain ha il cuore di un samurai anche se non vive la vita di un samurai. Per Tatsu il non essere un samurai è per Rain un tradimento della sua natura migliore.

L’ambientazione dei suoi romanzi è l’Estremo Oriente, soprattutto il Giappone, Macao e Hong Kong in questo romanzo. Che cosa la attira in Giappone?
    Il mio interesse per il Giappone è iniziato con le arti marziali: quando ero al college ero appassionato di karate e di judo. Da quell’interesse per le arti marziali è venuto l’interesse per la cultura giapponese in generale e più imparavo più volevo imparare. Alla fine ho trovato la maniera di vivere in Giappone, lavorando in uno studio legale. Era il 1991, sono andato a Tokyo e mi sono innamorato immediatamente di quella città. E la amo ancora.


Nel primo romanzo della serie ci sono spesso frasi in giapponese che si inseriscono benissimo nel contesto, creando un’atmosfera “locale” come fa Clavell nel suo “Shogun”. Come mai John non parla quasi più in giapponese in quest’ultimo romanzo?
    Bel romanzo “Shogun”…E’ un’osservazione giusta: ho vissuto tre anni in Giappone, abitavo là quando ho scritto il primo libro e mi veniva naturale inserire delle frasi in giapponese. Forse, se lo riscrivessi adesso, non lo farei più perché mi è stato rimproverato che i lettori possono trovarsi in difficoltà…

Quando ha iniziato a praticare le arti marziali, lo ha fatto considerandole un mezzo di difesa o di offesa?
   Di difesa, naturalmente. Le arti marziali sono uno strumento, la filosofia che è dietro le arti marziali è che la spada non è né buona né cattiva, è solo una spada: c’è quella buona che è quella della giustizia ed è la spada che dà la vita, e c’è quella cattiva che invece prende la vita ed è la spada dell’oppressione. Quello che importa è il proposito a cui si impiega, per fini buoni o cattivi. Perché ho iniziato ad interessarmi alle arti marziali? Perché da bambino sono stato spesso una vittima del bullismo a scuola e ne ho sofferto molto. Iniziare a praticare le arti marziali significava non dover più essere vittima di soprusi e prepotenze, potevo restituire i colpi.

Appare chiaro nel libro che lei conosce bene la CIA. Parafrasando l’ “Amleto”, si potrebbe dire che “C’è del marcio negli Stati Uniti”…
     Penso che il marcio negli Stati Uniti sia soprattutto a livello politico. La CIA è come quella spada di cui parlavamo, un servizio di intelligence è necessario, come la spada, ed è l’uso che se ne fa che determina se è buona o cattiva. Per citare ancora Shakespeare, “Giulio Cesare” questa volta, “la colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi”. E sì, la mia conoscenza dell’ambiente è determinata dal fatto che ho fatto un tirocinio per tre anni per operare come spia- mi intrigava questo aspetto della vita delle spie, l’avere una vita segreta.

Come prepara le scene dei romanzi? Sembrano costruite meticolosamente in ogni dettaglio, per non lasciare spazio al caso, soppesando tutte le possibilità di rischio e pericolo.
    La cosa buffa è che questa meticolosa preparazione si basa sull’allenamento e il miglior allenamento è il raffinamento del comune buon senso. Se uno progetta qualcosa, c’è un processo logico da seguire: per prima cosa ci si deve chiedere qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere e subito dopo si deve lavorare a ritroso. Si inizia con la domanda ‘che cosa?’ e si procede con ‘come?’ e ci saranno livelli multipli di ‘come’. L’esperienza aiuta. Ci vuole buon senso per capire il procedimento, poi si deve avere esperienza. Alle spie si insegna che cosa fare, come costruire una realtà alternativa nei minimi dettagli e ci vuole un vero talento per l’inganno.

Nel libro si cita spesso l’11 settembre: il mondo è certamente cambiato dopo l’11 settembre, sono cambiati anche i suoi romanzi?

    Forse sì. Se uso l’11 settembre, non uso l’evento in sé, quello che mi interessa sono le tendenze che hanno preso il via dopo l’11 settembre. Se scrivi dei thriller politici ambientati ai nostri giorni non puoi evitare l’impatto dell’11 settembre perché ha cambiato tante cose nella società e nella politica americana.

Ad un certo punto del libro John è a Las Vegas e ci sono parole molto dure contro il mondo dei giochi. Ci sono due facce degli Stati Uniti? Come una specie di schizofrenia? Ci sono due mondi, uno che manovra opinioni e passioni e uno che lavora per il suo interesse?
    Per qualunque azione c’è una ragione vera come spiegazione e una che è quella che si presenta alla società, come una doppia faccia. In Giappone ci sono addirittura due parole per dire questo. C’è sempre la verità che possiamo affrontare e le motivazioni più profonde che preferiamo occultare. Mi fa piacere che abbia notato quel passaggio su Las Vegas perché per me Las Vegas è una città affascinante, anche se non vorrei passarci tanto tempo. Las Vegas rappresenta al massimo la spaccatura tra il mondo scintillante dei soldi, del divertimento, dell’apparenza e quello che c’è sotto la superficie, i desideri più bassi, la lussuria, l’avidità e la disperazione che alimentano Las Vegas. Mi piace questa sfasatura.


Ci sono tre donne in “Rain Storm”: Midori che appare come un ricordo, Noemi che John deve lasciare e Delilah, che ha un nome molto pericoloso. Riapparirà negli altri romanzi Delilah?
    Certamente incontreremo ancora Delilah- in America sono già stati pubblicati altri due romanzi e quindi è una cosa certa. Delilah è più giovane di Rain, ma c’è una forte attrazione sessuale tra di loro. Delilah appartiene al mondo di Rain, mentre Noemi è giovane e innocente e ci sono troppe cose a dividere Rain da Midori- prima fra tutte il fatto che Rain, come sappiamo dal primo romanzo, ha ucciso suo padre. Midori e Noemi sono due persone normali, mentre Delilah è quella che può capire meglio Rain. Sono due professionisti, quando si incontrano sanno che sono pericolosi l’uno per l’altra, che l’uno potrebbe uccidere l’altra e viceversa, si capiscono così bene che da una sfiducia così aperta può nascere la fiducia tra di loro. Delilah e Rain sono perfettamente a loro agio tra di loro perché sanno chi sono, sanno che tutto può finire.

John Rain è un assassino, non possiamo ammirarlo, eppure ci è simpatico: perché ci piace John Rain?

    Ci piace perché lo conosciamo, perché anche se agisce male ha un senso dell’onore, è buono con gli amici, è leale, e attorno a lui ci sono queste persone corrotte e false, e in paragone a loro lui è un personaggio positivo. Ha presente “Il padrino”? Libro fantastico. Don Corleone è un assassino, ma è anche un marito e un padre straordinario, ha forti valori famigliari, è leale, ha una morale- niente droga e niente prostituzione- e quelli che invece dovrebbero essere gli eroi, i poliziotti e gli uomini politici, sono corrotti. E noi ammiriamo Don Corleone, ci piace, come ci piace John Rain.

recensione e intervista sono stati pubblicate sulla rivista letteraria Stilos

                                                                                                     


mercoledì 12 aprile 2017

Sergio del Molino, “Nell’ora violetta” ed. 2017

                                           Voci da mondi diversi. Penisola iberica
            autobiografia
            FRESCO DI LETTURA

Sergio del Molino, “Nell’ora violetta”
Ed. Sellerio, trad. Maria Nicola, pagg. 223, Euro 16,00

    Pablo. Pablo ha dieci mesi. Pablo è ammalato. Leucemia. Suo padre, lo scrittore Sergio del Molino che ha scritto questo libro per parlarci di lui, per registrare il calvario della sua malattia, non vuole che si parli di lui come del ‘bambino’, del ‘piccolo’. Pablo ha un nome, diamogli la dignità di ‘essere’ un individuo con il suo carattere e il suo nome.
    Sergio del Molino non vuole scrivere un libro strappalacrime ma non possiamo non leggerlo con il cuore stretto, perché Pablo diventa un poco nostro figlio, sentiamo le sue sofferenze sulla nostra pelle, teniamo il fiato in sospeso in attesa di un responso medico, ci chiediamo fino alla fine, ‘ce la farà?’. Sarà uno del numero esiguo di casi simili al suo che hanno reagito positivamente alle cure, alla chemio, al trapianto di midollo?
    L’autore ci racconta della nascita di Pablo, del cesareo, dei suoi primi difficili giorni di vita- era un presagio?-, delle grandi gioie di veder crescere un cucciolo d’uomo, del viaggio in Italia e la scoperta del mare. Gli occhi sgranati di Pablo che non sapeva capacitarsi che quell’immensità azzurra fosse acqua. E poi la stanchezza anomala, quando il pensiero non era preoccupazione. Le prime analisi, i cauti avvertimenti dei dottori, la conferma della leucemia.
dal blog dello scrittore
     Iniziava così la guerra- non c’è altra parola per dirlo- contro la malattia e l’altra guerra, quella interiore, per non perdersi di coraggio, per non lasciarsi andare, per aiutare Pablo. Restando ogni istante al suo fianco, dandosi il cambio e trovando la forza di andare avanti, di mangiare e di dormire- come avrebbero potuto, lui e sua moglie, essere di aiuto a Pablo se non fossero stati in forze?
   E’ sempre doloroso leggere un libro come “Nell’ora violetta”. Mi è venuta in mente la poesia di Carducci che una volta era d’obbligo studiare a memoria nella scuola elementare, “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano…”, che termina con i versi “Tu dell’inutil vita/ estremo unico fior,/ sei nella terra fredda,/ sei nella terra negra;/ né il sol più ti rallegra/ né ti risveglia amor”. Non è una bella poesia ed è un bene che non si legga più a scuola. Però ricordo quanto avesse colpito me bambina, l’immagine dell’albero che rifiorisce a primavera e il bimbo che non lo vedrà più, quanto mi fosse parso straziante (pur nei versi rigidi) il dolore del padre. Perché- e questo già lo sapevo- non è giusto, non è normale che un figlio muoia prima di un padre. Come fa notare Del Molino, un genitore che ha perso il figlio è senza definizione- si resta orfani di padre e madre, vedovi del compagno di una vita, ma non è previsto un vocabolo per quello che è un dramma ancora più grande.
Il dolore dello scrittore diventa il nostro mentre seguiamo le tappe della malattia, ci rallegriamo senza aver il coraggio di gioire veramente quando il risultato delle analisi è soddisfacente, ripiombiamo nel buio quando Pablo soffre, quando l’équipe medica si dà da fare, tentando l’impossibile, sperimentando tecniche nuove per sconfiggere il male, vorremmo accarezzare piano la testolina calva di Pablo e ci sembra di vedere il soffio d’aria, lieve come un sospiro, che agita i capelluzzi biondi che gli sono ricresciuti.

     Resta per sempre nell’ora violetta di T. S. Eliot, Pablo, rimane per sempre nell’ora del crepuscolo insieme a tutti i bambini che non sono potuti diventare grandi, e sappiamo, come lo sa lo scrittore, che non lo dimenticheremo mai. “Un figlio che se ne va si porta via per sempre una parte di te e niente e nessuno riempirà mai quel vuoto”.

Un libro sobrio nel suo dolore, esauriente nelle spiegazioni mediche. Un libro che ci fa vergognare di qualunque cosa noi possiamo avere l’ardire di lamentarci, che ci fa contare sulle dita le nostre fortune.


martedì 11 aprile 2017

Uzma Aslam Khan, “Mehwish parla al sole” ed. 2010

                                                         Voci da mondi diversi. Asia
                                                              il libro ritrovato

Uzma Aslam Khan, “Mehwish parla al sole”
Ed. Neri Pozza, trad. Norman Gobetti, pagg. 382, Euro 18,00

   Il Pakistan del generale Zia che ha proclamato la legge marziale per bandire ogni oscenità. Tre personaggi che raccontano a turno, in prima persona: le due sorelle Amal e Mehwish, e Noman, un giovane che studia matematica e che diventerà lo strumento del Partito della Creazione per incriminare il nonno delle due ragazze. Perché l’anziano Zahoor è un archeologo che cerca le prove per dimostrare che la balena di oggi deriva da un mammifero terrestre del Medio Eocene, e questo è inaccettabile per gli islamici che interpretano il Corano alla lettera. Ed è Zahoor la figura emblematica centrale del romanzo, ammirato, quasi venerato da alcuni e oltraggiato da altri.
    La giovane scrittrice pakistana Uzma Aslam Khan ha avuto un’idea brillante per scrivere dell’oscurantismo degli estremisti islamici: riportare Darwin sulla scena, spostare nel Pakistan moderno le disquisizioni sulle teorie evoluzionistiche di Darwin che tanto fecero scandalo nell’Inghilterra e nell’Europa dell’800. Allora e là era la Bibbia il testo sacro di riferimento. Adesso e nell’Islam è il Corano. Ma non cambia nulla, a quasi due secoli di distanza. E, dei quattro personaggi, due, Zahoor e la nipote Amal, sono troppo liberi di mente per non restare vittime del regime, e gli altri due sono troppo deboli, anche se in maniera diversa, per sottrarsi al ruolo di vittime.

      Le pagine iniziali del romanzo sono di forte impatto: è Amal a parlare, di quando aveva otto anni e aveva imparato a fare da guida alla sorellina cieca Mehwish. “Era diventata cieca lo stesso giorno in cui io avevo trovato il cranio”: Amal non lo sa, ma giustapporre questi due eventi è un’anticipazione del contrasto di pensiero che si svilupperà poi lungo tutto il libro. La cecità di Mehwish, di appena un anno, era stata attribuita ad un colpo di sole, mentre la piccola si trovava con il padre che ispezionava una cava di pietra. Ed era stata interpretata come una punizione divina per le colpe degli altri membri della famiglia- il nonno Zahoor che aveva portato con sé Amal nell’area rocciosa dove la nipotina aveva trovato il sasso che era invece parte di un mammifero estinto. Scienza e religione- il duello è impari quando la religione ha dalla sua le forze governative.

La posizione di Noman è più ambigua. Noman è quello che dice, “Dio ha lasciato questo paese”; Noman vede la realtà in numeri, ha il genio della matematica, eppure non riesce a sottrarsi all’imperativo del padre, vicesegretario del Partito della Creazione, che, nella sua ossessione di purezza religiosa, lo incarica di controllare lo scienziato darwiniano. Noman, con un nome che significa ‘nessuno’ e quindi tutti, è il traditore dalla doppia faccia, tormentato come Giuda, perché lui, in realtà, ammira Zahoor e finirà anche per innamorarsi di Mehwish. La dolce Mehwish, buffa Mehwish con la sua abitudine di spezzare le parole e di ricreare il linguaggio, visto che è la sua unica arma per interpretare il mondo. Le pagine di Mehwish sono forse le più belle di tutto il libro, così come il legame d’amore tra le due sorelle è di una toccante tenerezza, in netto contrasto con quello tra Amal e l’uomo che sposerà: qui l’erotismo è forzatamente accentuato, a sottolineare le distorsioni ipocrite del rapporto uomo-donna secondo la sharia.

     Ci sarà un processo contro Zahoor, ci saranno ripensamenti, ci sarà un dramma finale in questo romanzo che sfugge agli stereotipi e, pur peccando di una caduta centrale di tensione, è una bella lettura intelligente.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net