lunedì 6 ottobre 2025

Veronica Santoro, “L’interprete” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

       seconda guerra mondiale

Veronica Santoro, “L’interprete”

Ed. Ponte alle Grazie, pagg. 464, Euro 18,05

 

    Verona 1943.

È sempre stato un crocevia, Verona. Tanto più nel 1943, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre, la situazione si era ribaltata in Italia, i vecchi alleati erano diventati i nuovi nemici, decisi a combattere fino allo stremo quei voltafaccia degli italiani, a smettere di tergiversare e portare a termine la soluzione finale degli ebrei anche in Italia dove finora avevano goduto di una certa protezione.

   Nel primo capitolo del romanzo di Veronica Santoro veniamo introdotti ai personaggi principali che, in certo qual modo, rappresenteranno le diverse posizioni di fronte al conflitto- il generale Hauer, l’SS-Haupsturmführer Thomas von Peters, il preside di liceo Enrico Zorzi e sua figlia Delia.

    Von Peters è un bel giovane, ma alcuni dettagli del suo comportamento, il suo pallore, il suo stringere i pugni, il silenzio che segue la sua dichiarazione di aver servito nelle Einsatzgruppen a Cracovia, ci fanno pensare che abbia un tormento interiore, che non provi alcun orgoglio per l’efficienza distruttrice che dovrebbe tornare utile al generale a Verona.


   Enrico Zorzi è venuto a presentarsi per offrire la collaborazione sua e della figlia- parlano entrambi un ottimo tedesco, possono fare da interpreti, Delia può essere assunta come segretaria. Zorzi si vanta di essere stato un fascista della prima ora e c’è qualcosa di odiosamente servile nel proporsi come aiuto agli occupanti. Peggio, perché non offre solo la sua di collaborazione, ma anche quella della figlia, una ragazza molto bella completamente soggiogata dal padre. Naturalmente Enrico Zorzi non fa parola del figlio che invece si è unito ai partigiani- Carlo, appena diciassettenne, ha il coraggio di fare quello che il padre, per opposti ideali, e la sorella, per vigliaccheria, non faranno, e possiamo indovinare fin da adesso quella che sarà la sua fine.


     Sembra così lontana nel tempo, adesso, quella guerra che volevamo credere avrebbe messo fine a tutte le guerre (ma non crediamo sempre così, dopo ogni guerra?) e il libro di Veronica Santoro ce la riporta nel presente- tra il 1944 e il 1945 Verona fu pesantemente bombardata con un totale di circa 10.000 tonnellate di bombe sganciate da americani e inglesi, suona spesso la sirena di allarme nel romanzo, la gente ha paura, paura di tutto, delle bombe, del rimbombo minaccioso degli stivali tedeschi, degli arresti e delle torture di cui si sparge la voce, della possibilità che gli venga confiscata la casa (il fatto che Delia e il padre continuino ad abitare nella loro villa rivela il privilegio concesso ai collaborazionisti), paura delle delazioni e dei rastrellamenti (gli ebrei sono scomparsi, anche la famiglia che abitava vicino agli Zorzi, anche la ragazza che era amica di Delia), la paura arriva anche nell’ospedale psichiatrico dove, inaspettatamente, è ricoverato qualcuno che von Peters si impegnerà a salvare (sappiamo che fine abbiano fatto gli ammalati di mente con l’Aktion T4 nella Germania nazista), paura per chi ha un figlio, un fratello, un marito o un amante tra i partigiani.


   Insieme a storie di tradimenti, di squallide denunce, di spionaggio, di internamenti (non dimentichiamoci del campo di transito di Fossoli), c’è anche una storia d’amore, forse prevedibile ma non per questo meno possibile. Un amore difficile che, però, può ‘salvare’ sia lui che lei- lui perché ha l’opportunità di riscattare il suo passato, anche se in minima parte, lei perché può compensare la sua mancanza di coraggio, la sua incapacità di prendere una posizione. E poi, come accade nei romanzi ambientati in tempi di guerra, l’amore offre uno spiraglio di speranza, è la controparte dell’odio e della morte.

    Il romanzo- ce lo dice la stessa scrittrice nella postfazione- è ispirato ad una storia vera di cui è venuta a conoscenza e mi ha fatto ripensare a quella, simile, di Nini Wiedemann, la ragazza ligure che si innamorò del capitano a cui faceva da interprete. Raggi di luce nel buio della guerra.



   

 

mercoledì 1 ottobre 2025

Sanae Hoshio, “La casa del kintsugi” ed. 2025

                                               Voci da mondi diversi. Giappone



Sanae Hoshio, “La casa del kintsugi”

Ed. Mondadori, trad. G. Giordano, pagg. 203, Euro 20,00

   Ha qualcosa di magico, la parola giapponese ‘kintsugi’. E il kintsugi, anzi, l’arte del kintsugi, è magica. È l’antica tecnica con cui si riparano gli oggetti rotti saldandone i pezzi con una lacca speciale che poi viene ricoperta di polvere d’oro o d’argento. È una esaltazione dell’imperfezione, la si sottolinea senza nascondere nulla, abbellendola, dando all’oggetto nuova vita che si ricollega, però a quella passata.

   E allora non può che essere magico il romanzo di Sanae Hoshio che ha più di un livello di lettura.

   Il primo livello è il più facile- è la storia di tre donne della stessa famiglia, nonna, madre e figlia. Sono tre donne sole, la nonna perché è rimasta vedova (c’era stato un periodo in cui aveva molto sofferto, quando si era accorta che il marito la tradiva), la madre perché ha divorziato (per lei il lavoro era importante ma era troppo difficile conciliarlo con una famiglia senza la collaborazione del marito) e la figlia perché ha solo 16 anni e si trova davanti alla difficile scelta di una facoltà. Le storie private di queste tre donne potrebbero essere banali anche se il nostro interesse è risvegliato dalla condizione femminile rispecchiata dalle tre donne in tre epoche diverse- la nonna non ha potuto dedicarsi alla laccatura, come facevano gli uomini della sua famiglia, semplicemente perché apparteneva al sesso femminile, sua figlia non ha avuto dal padre il permesso di continuare a studiare perché, secondo lui, le donne che studiano non trovano marito, solo la giovane Mao respira il soffio della libertà ed è fortunata perché un ventaglio di possibilità si apre davanti a lei, scopre che c’è perfino una facoltà dell’artigianato.


    C’è però il secondo livello di lettura che è, forse, più lento ma affascinante perché ci introduce nel mondo dei laccatori facendoci apprezzare la pazienza, la serenità di quel lavoro manuale che non tiene conto del tempo e che, insieme, assicura una eternità di tempo agli oggetti che vengono riparati. L’arte del kintsugi va contro tutte le regole del mondo moderno, contro la perfezione ad ogni costo, contro l’automatismo, contro le mode fuggevoli. Sono tante le cose che non conoscevamo, dagli alberi della lacca e il modo di estrarre la lacca dalla corteccia alla maniera di riassemblare i cocci di vasi e scodelle, alla scelta del colore che meglio si addice alla riparazione, quello che aggiungerà qualcosa alla bellezza dell’oggetto.


    E c’è infine un terzo livello di lettura, quello che aggiunge un altro significato al kintsugi- anche noi essere umani abbiamo molto spesso bisogno di essere riparati, anche i nostri sentimenti o i nostri rapporti di amicizia o sentimentali. Tutti noi possiamo uscire da una crisi che ci ha infranto nel corpo o nell’animo, non uguali a prima, rappezzati ma migliori.


Dare lunga vita ad un oggetto è come dare lunga vita a un sentimento- il fermaglio di lacca che è stato regalato alla nonna da un giovane amico e che lei ha sempre conservato ne è il simbolo. La nonna ha avuto la sua vita, il fermaglio di lacca rosso è rimasto nascosto in un cassetto ma, in qualche modo, le ha dato la forza di andare avanti. È il passato che vive nel presente.

    “La casa del kintsugi” è un libro che consiglio a tutti quelli che amano il Giappone, o che sono interessati al Paese del Sol Levante e vogliono capirlo meglio.

purtroppo non ho trovato su internet una fotografia della scrittrice

    

sabato 27 settembre 2025

V.V. Ganeshananthan. “Miei fratelli perduti” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Sri Lanka

                                               guerra civile in Sri Lanka  



V.V. Ganeshananthan. “Miei fratelli perduti”

Ed. Neri Pozza, trad. Luig M. Sponzilli, pagg. 384, Euro 19,00

 

     Jaffna. Sri Lanka. 1981.

Ho conosciuto il mio primo terrorista quando stavo decidendo di diventarlo anch’io.

   È questa la frase di apertura di questo romanzo tragico e bellissimo, storia di una famiglia, storia di una guerra civile che durò 25 anni, Storia di un intero paese.

   L’io narrante è Sashi, sedici anni da compiere, quattro fratelli di cui tre più grandi, un’ammirazione sconfinata per il fratello maggiore che studia medicina (come già il nonno), un inizio di amore per K., l’amico dei fratelli che, proprio all’inizio, interviene prontamente per lenire il dolore di una scottatura che Sashi si è procurata versandosi addosso accidentalmente dell’acqua bollente, il sogno che sta per realizzarsi di studiare anche lei medicina, come il fratello, come K.

   Sono pagine spensierate, le prime del romanzo. Parlano di amicizie, di libri letti e condivisi, di studi in biblioteca, di amore fraterno, di un padre che è spesso lontano da casa per lavoro, di una madre che prepara i piatti preferiti dei figli, di successo e insuccesso negli esami, di sogni per il futuro.


Poi…il ‘luglio nero’ del 1983 segna l’inizio della guerra civile tra singalesi e tamil, una guerra che non risparmierà nessuno, che spezzerà le famiglie, che causerà lutti e dolore. Il fratello maggiore di Sashi è il primo a morire, il suo corpo non verrà mai restituito. Altri due fratelli si uniranno alle Tigri in una spirale di violenza da ambo le parti, il fratello minore è contrario al movimento, anche perché si macchia di crimini tanto quanto i soldati del governo di Colombo. E Sashi, che ha iniziato gli studi di medicina con due insegnanti carismatici, non sa resistere alla richiesta di K. di prestare aiuto nell’ospedale da campo delle Tigri, curando ‘terroristi’ (quanto è inadeguata questa parola- terroristi o ribelli o partigiani?) e civili. La situazione sembra peggiorare ancora quando intervengono le forze ‘di pace’ indiane.


    L’apice di questa storia di persone e di un paese viene raggiunto quando K. si offre (o viene scelto?) per uno sciopero della fame e chiede a Sashi di assisterlo. Vedere chi si ama morire lentamente senza poter intervenire, perché questi così ha chiesto, è straziante. A che è servito poi? Forse solo ad incoraggiare Sashi a scrivere, insieme alla dottoressa che è diventata sua amica, dei rapporti che documentano quanto è accaduto e sta accadendo, perché il mondo sappia la verità, scomoda per tutti, soprattutto per le Tigri. E allora la vita stessa di Sashi è in pericolo. Dopo che due figli sono già morti per la causa, dopo che un terzo ha abbracciato ideali estremi ed è come perso per la famiglia, sua madre non può perderne altri- accetteranno Sashi e il fratello minore di fuggire all’estero mettendosi in salvo?


   La narrativa di “Miei fratelli perduti” ha un tono diretto, realista, e il romanzo è una perfetta combinazione di Storia vera e finzione. E’ un libro duro, dolorosamente terribile, impossibile interromperne la lettura se non per lasciar sedimentare i sentimenti che ha causato in noi lettori. Indimenticabile.

    “Miei fratelli perduti” (Brotherless Night) ha vinto il Premio per la Narrativa Femminile del 2024 (Women’s Prize for Fiction).



mercoledì 24 settembre 2025

Cristian Perfumo, “I delitti del ghiacciaio” ed. 2025

                                                        Voci da mondi diversi. Argentina

cento sfumature di giallo

Cristian Perfumo, “I delitti del ghiacciaio”

Trad. Silvia Rogai, pagg. 435, Euro 17,99 (edizione kindle 3,99)

 

     Patagonia, estremo sud dell’America Latina. Una delle escursioni preferite dai turisti è andare, a bordo di un catamarano, in vista del ghiacciaio Viedma. Uno spettacolo grandioso, mozzafiato. Una parete alta 50 metri, una massa di ghiaccio abbagliante che si estende per 70 km.

I movimenti di un ghiacciaio sono imprevedibili e, durante una di queste escursioni, dopo che un lastrone di ghiaccio è caduto in mare, appare una macchia scura nel biancore accecante. Un corpo umano, imprigionato in una gelida tomba.

Si vedrà poi che i cadaveri sono due, che uno dei due è morto con un proiettile nel ventre e l’altro per un trauma cranico. La loro morte risale a trent’anni prima- chi erano?


    Cambio di scena. Barcellona. Il giovane Juliàn riceve un’eredità inattesa. Il fratello di suo padre, che lui non ha mai conosciuto, gli ha lasciato un terreno a Le Chaltén, in Patagonia. Suo padre non vuole parlare di questo fratello con cui ha litigato e troncato ogni rapporto. E Juliàn parte per la Patagonia e…sorpresa: non ha ereditato solo del terreno che ha acquistato valore negli anni, ma anche un albergo costruito su quel terreno, chiuso da trent’anni. Non è finita. Con l’albergo ha ereditato anche il cadavere quasi mummificato di un uomo sdraiato su un letto in una delle stanze. Anche questo sconosciuto è stato assassinato, anche lui, come gli altri due prigionieri del ghiaccio, porta un anello a forma di testa di lupo con l’incisione, all’interno, della frase “Lupus occidere vivendo debet”.


     Il romanzo dello scrittore argentino Cristian Perfumo, il primo che ha per protagonista la criminalista Laura Badía, è un thriller incalzante che lascia con il fiato in sospeso, che, con il suo duplice filone, ci trasporta dall’ Argentina alla Spagna, mentre la trama si sdoppia tra presente e passato, rivelando segreti che smentiscono le nostre supposizioni, che ci sorprendono. La trama è, nello stesso tempo, semplice e complessa. La semplicità è nella banalità di un male sempre attuale, la complessità è nelle conseguenze che il male scatena, coinvolgendo più persone oltre a chi è stato direttamente la vittima.

monte Fitz Roy

    E poi lo stile di Cristian Perfumo è estremamente piacevole- i dialoghi sono ricchi di humour, i personaggi sono vividi, infine i paesaggi, be’, i paesaggi sono di una bellezza spettacolare. Per nostra fortuna Google ci offre le immagini che non possiamo fare a meno di cercare e che corrispondono a quelle che le descrizioni dell’autore ci hanno fatto balenare.

    Un ottimo thriller.



 

martedì 23 settembre 2025

Chimamanda Ngozi Adichie, “L’inventario dei sogni” ed. 2025

                                                             Voci da mondi diversi. Nigeria



Chimamanda Ngozi Adichie, “L’inventario dei sogni”

Ed. Einaudi, trad. Giulia Boringhieri, pagg. 495, Euro 22,00

 

Nigeria.                   

Chiamaka, Zikora, Omelogor, Kadiatou.

Quattro donne. Quattro figure femminili esplorano il loro essere donna in una realtà che, tuttavia, ruota ancora intorno all’uomo, lo vogliano o no.

    Il nuovo libro di Chimamanda Ngozi Adichie non è un romanzo, se per romanzo intendiamo una narrativa che segue le vicende dei personaggi dall’inizio alla fine. Non c’è una sola storia e neppure una protagonista principale, perché non lo è neppure Chiamaka che ha due sezioni a lei dedicate, in apertura e in chiusura.

Ognuna delle donne è la protagonista di una parte a lei intitolata, ma tre di loro sono amiche, anzi Omelogor è cugina di Chiamaka, e tutte appaiono, più o meno marginalmente, in ogni parte.

Sono tutte e tre ricche e colte, non più giovanissime, sono donne in carriera. Solo Kadiatou non appartiene al loro mondo. È cresciuta in un villaggio ed è emigrata in America con la speranza di offrire una vita migliore alla figlia, ha fatto vari lavori, parrucchiera specializzata a fare le treccine, donna delle pulizie in un albergo, domestica e cuoca in casa di Chiamaka.


   Chiamaka, la prima delle tre amiche che conosciamo, è bellissima, viziata dal padre, viaggiatrice che scrive reportage vivaci e leggeri dei luoghi che visita, di una intelligenza curiosa. È lei, scrittrice di viaggi, che ci conduce nel viaggio della vita, sua e delle altre quattro, e lo conclude alla fine. È a lei che dobbiamo il titolo “L’inventario dei sogni” perché, chiusa in casa durante il lock-down dovuto alla pandemia del Covid, ricorda gli uomini di cui è stata innamorata, facendo quasi un inventario- di uomini e di sogni, di quello che aveva sperato, del futuro immaginato. Delle sue speranze. Ricorda gli incontri, l’innamoramento, l’entusiasmo, le delusioni. Uomini diversi, dal diverso colore della pelle, conosciuti in paesi diversi. Tutte storie finite, anche quella che sembrava essere con l’uomo giusto, anche quando era arrivata alla vigilia delle nozze.

   Il matrimonio e i figli- queste rimangono le questioni aperte di queste donne che sembrano vivere al limite tra modernità e tradizione. Sono donne spregiudicate e moderne che sentono però il peso della cultura in cui sono cresciute, che non cessa di ricordare loro che l’orologio biologico ticchetta inesorabilmente, che forse- come una zia suggerisce a Omelogor- sarebbe bene pensare almeno ad adottare un bambino, perché- che senso ha la vita altrimenti?


   Omelogor, un master in pornografia, un blog di consigli per gli uomini, ha trovato come dare un senso alla sua vita, al di fuori del matrimonio. Come maga della finanza nigeriana ha accesso a molto denaro e decide di seguire l’esempio di Robin Hood. Lei, però, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, ruba ai ricchi per aiutare le donne a diventare piccole imprenditrici.

   Solo Zikora diventa madre, quando non ci sperava più. Nella vergogna che prova ad essere una madre single, però, riaffiora il peso di quella cultura che accetta la maternità solo in una coppia sposata.

   La storia di Kadiatou si differenzia dalle altre ed è lei il personaggio che amiamo di più, forse perché la sentiamo indifesa in un mondo di squali. Vittima di aggressione sessuale da parte di una persona molto in vista, un ‘intoccabile’ cliente dell’albergo, Kadiatou è sconvolta, divisa tra la preoccupazione di perdere il lavoro, la vergogna e la volontà di denunciare la violenza subita.

Siamo in America- le dicono tutti- il colpevole sarà punito, ci sono le prove. Eppure, anche se siamo nella terra della libertà, quante calunnie, quanti fraintendimenti voluti, quante distorsioni della verità, per salvare un ‘intoccabile’. Chi è lei che osa accusarlo? Solo una povera negra bugiarda immigrata dalla Guinea.


   Avevo aspettato con ansia di leggere il nuovo libro di Chimamanda Ngozi Adichie perché avevo amato i suoi romanzi precedenti. Mi ha deluso. Lo sfondo nigeriano delle storie e dei personaggi, che si muovono tra Lagos e gli Stati Uniti, salva delle vicende piuttosto banali, e perfino lo stile brillante della scrittrice non riesce a farci evitare la noia che a tratti proviamo durante la lettura.



domenica 21 settembre 2025

Anne-Laure Bondoux, “Attraverseremo le bufere” ed. 2025

                                                  Voci da mondi diversi. Francia

      saga

Anne-Laure Bondoux, “Attraverseremo le bufere”

Ed e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 496, Euro 19,50

 

    Una fattoria nel Morvan, nel Nord della Francia.

    Una famiglia in cui tutti gli uomini hanno il nome di un albero. Perché, che cosa è un albero, quali idee richiama alla nostra mente? Radici profonde, simbolo di vita e della famiglia, con quei rami che protende verso il cielo, nell’ambizione di un futuro migliore.

     C’è un vecchio padre che non si muoverà mai dalla fattoria, mentre il suo primogenito parte per quella che sarà chiamata la Grande Guerra da cui tornerà ferito nel corpo e nell’anima. Era sposato da poco, Anzème, quando era partito, al suo ritorno aveva trovato un figlio e però il fratello minore non c’era più- si era arruolato, gli avevano detto, e di lui non si era più saputo nulla. La madre, però, scompariva ogni giorno nel bosco- che segreto nascondevano gli alberi del bosco? Un segreto che inizia una scia di violenza che farà sì che, alla fine, l’ultimo dei Balaguère, Olivier, scrivendo il libro che dedica al figlio, si domandi se anche la propensione alla violenza si tramandi nel sangue, come fosse una sorta di gene ereditario. Perché la violenza è l’anello che congiunge una generazione all’altra, può essere un atto accidentale, come il colpo di fucile sparato da un bambino che danneggerà non solo il padre ferito al ginocchio ma anche suo figlio Aloe che cresce con il peso di un peccato non suo e disprezzato da suo padre, per di più.


   Se la guerra del nonno era stata quella del ‘14-‘18 e quella di suo padre la seconda guerra mondiale, quella di Aloe è forse ancora peggio perché viene mandato (lui che ci vede poco e che ama studiare e leggere) a combattere in Algeria, in una guerra che non approva, anzi, in una guerra in cui lui simpatizza con il nemico. Non è facile per Aloe riconoscere e accettare che l’amicizia che lo lega al suo insegnante non è solo amicizia come aveva pensato perché la sua casa era diventata per lui un rifugio e i libri che leggevano e commentavano insieme erano un’ancora di salvezza nello squallore della vita alla fattoria. E, tuttavia, Aloe si sposa, per convenienza, per mettere a tacere le male lingue, perché, tutto sommato, torna comodo anche alla sua sposa. Verrà il momento in cui, però, Aloe decide di dare una svolta alla sua vita, lascia la fattoria, fa ‘coming out’ a Parigi e poi riapparirà nella vita del figlio Olivier che racconta tutto questo e altro, altro ancora, al figlio Saule, perché poi tutto termina nella fattoria dove tutto era iniziato.


     In un romanzo che copre la storia di quattro generazioni in quasi un secolo c’è di tutto, le due guerre mondiali e la guerra di Algeria, il muro di Berlino e Chernobyl, le canzoni delle varie epoche e la nuova sconvolgente malattia che pare colpisca solo gli omosessuali, la nuova legge sull’aborto…solo leggendo lo scorrere del tempo in un romanzo ci si rende conto di quanti cambiamenti si siano susseguiti, di quante novità siamo stati spettatori inconsapevoli dell’importanza di quello che stava succedendo.

Il rovescio della medaglia di un romanzo fiume è la mancanza di spessore dei personaggi. Leggiamo quello che fanno, quello che gli capita, quello da cui vengono travolti, ci appassioniamo alle loro vicende, li vediamo resistere a tutte le bufere, ma non afferriamo mai veramente la loro interiorità. E tuttavia questa è una bella saga, un bel libro non impegnativo da leggere in vacanza.



venerdì 19 settembre 2025

Cesare Pavese, “La casa in collina”

                                                                    OFF THE MAIN ROAD

                                                        Casa Nostra. Qui Italia



Cesare Pavese, “La casa in collina”

Ed. crescere, pagg. 160, Euro 4,66

La mia è una vecchia edizione Einaudi, Lire 9500

   Che idea ci dà questo titolo del romanzo (uno dei più belli) di Cesare Pavese? Una casa, un luogo sicuro. In collina, su un’altura, c’è un certo distacco dal mondo, si vede tutto dall’alto, ci si sente al sicuro dai pericoli.

   É proprio così. La casa in collina offre un rifugio a Corrado, insegnante a Torino, ospitato da due donne di cui una è un poco innamorata di lui (senza speranza). Di notte Torino viene spesso bombardata e alla sera Corrado, e tanti altri come lui, prende la via della collina. E’ il 1943, l’anno in cui la guerra ha una svolta, l’anno in cui si devono prendere delle decisioni, per la Repubblica o per la Resistenza. E Corrado, ormai sulla quarantina, non prende nessuna decisione. Anzi, si tira indietro, si nasconde. Dapprima, nella grande confusione del dopo armistizio, è uno dei tanti che parlano all’osteria, che ostentano cinismo, che forse sperano sia tutto finito. Ma i bombardamenti continuano e anche i rastrellamenti, anche le azioni punitive dei tedeschi che arrestano e deportano, insieme ad altri, anche Cate, la giovane donna che Corrado ha rincontrato per caso al paese e di cui era stato innamorato un tempo. Adesso Cate ha un figlio, Dino- c’è lui dietro la vergogna che prova Corrado per come aveva lasciato Cate? Fa il conto degli anni e dei mesi, potrebbe essere suo figlio, Dino? E comunque Corrado gli si affeziona, cerca di fargli lezione. Cate, però, come anche Dino più tardi, quando scapperà per unirsi ai partigiani, rappresenta l’antitesi di Corrado. Lui è pavido, non prende posizione, lei non ha dubbi, si schiera con chi combatte i repubblichini. Lui si nasconderà in un convento, di lei non si saprà più nulla, morirà in un campo di concentramento.


     La casa in collina diventa più che mai la metafora di un isolamento, di un allontanamento dalla vita e dalle decisioni che questa comporta e il romanzo è la storia di un uomo che si è tirato indietro, sia nella vita privata- e lo spiare una qualche somiglianza con Dino per sapere se è suo figlio è il prezzo da pagare- sia in quella politica, dove il vedere lucidamente come una guerra civile stia prendendo piede non è per lui una spinta per agire e non solo per parlare.

     “La casa in collina” fu pubblicato per la prima volta nel 1948, due anni prima che lo scrittore si suicidasse, ed è un libro della sua piena maturità stilistica- c’è un nitore, una essenzialità nelle frasi semplici che hanno spesso un che di poetico. Rileggerlo ora, apprezzandolo forse ancora più di quando lo leggemmo per la prima volta, è quasi rinfrescante, è un piacere, ci fa pensare che sì, la grande letteratura esiste, che le parole sono un’ispirazione che nutre l’animo.