domenica 5 gennaio 2025

I dieci bellissimi (o molto belli) del 2024

 

    Eccoci all’appuntamento dei dieci bellissimi del 2024. E, come lo scorso anno, devo premettere che mi è sempre più difficile scegliere, che sempre più spesso mi capita di non terminare la lettura di un libro perché, se mi fermo un attimo a pensare, mi rendo conto che non mi ‘dà niente’, che sto sprecando tempo. E, come lo scorso anno, preferisco dire che ho scelto i titoli di libri molto belli (alcuni sono libri di genere, ma di un genere di qualità) tra cui ce ne sono un paio che giudico bellissimi- a voi decidere quali, perché poi molto dipende anche dal gusto del lettore e la mia è una classifica soggettiva, naturalmente.

-        Tan Twan Eng, “Il dono della pioggia”   ed. Neri Pozza

-        Enrica Ferrara, “Mia madre aveva una cinquecento gialla”, ed. Fazi

-        Rhadika Jha, “La foresta nascosta”, ed. Sellerio

-        Mirinae Lee, “Le otto vite di una centenaria”, ed. Nord

-        Eleonora Lombardo, “Sea Paradise”, ed. Sellerio

-        Federica Manzon, “Alma”, ed. Feltrinelli

-        Gaëlle Nohant, “L’archivio dei destini”, ed. Neri Pozza

-        Aslak Nore, “Il cimitero del mare”, ed. Marsilio

-        Abraham Verghese, “La porta delle lacrime”, ed. Neri Pozza

Shankari Chandran, “Tea time at Cinammon Gardens”

Il decimo libro è fuori concorso, per così dire, perché l’ho letto in inglese e non c’è ancora un’edizione italiana. Il romanzo della scrittrice Tamil australiana Shankari Chandran ha vinto il Miles Franklin Literary Award.

 

giovedì 2 gennaio 2025

Liz Moore, “Il dio dei boschi” ed. 2024

                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

cento sfumature di giallo

Liz Moore, “Il dio dei boschi”

Ed. NN, trad. Ada Arduini, pagg.544, Euro 20,90

 

    Ambientazione: Camp Emerson negli Adirondack. È un campeggio estivo per ragazzi, di proprietà della famiglia Van Laar che abita in una villa sulla sommità della collina.

    Tempo: due vicende paurosamente simili, una che si svolge nel 1961 e una nel 1975.

    Personaggi: sono tanti. I principali sono i membri delle famiglie Van Laar e McLellan che sono amici nonché avvocati dei Van Laar- c’è un Peter II Van Laar (il nonno) e un Peter Van Laar III (il figlio), ci sono la moglie di Peter III, il giovane Jean Paul McLellan (stesso nome del padre), la donna androgina che si fa chiamare soltanto con le iniziali TJ e che dirige il campo come prima aveva fatto suo padre, Louise che lavora come coordinatrice al campo e che da anni fa coppia con il rampollo McLellan (come può illudersi che lui la sposi?).

E infine ci sono i due Van Laar scomparsi. Il primogenito, un altro Peter che però è soprannominato Bear e che è scomparso nel 1961, e sua sorella Barbara, un rimpiazzo per così dire, che scompare nel 1975 mentre passa l’estate al campo.


    Il lettore viene immediatamente coinvolto nella scomparsa di Barbara (14 anni), la ragazzina che dormiva nel letto a castello sotto il suo non si è accorta di nulla. E però si accorgeva che Barbara usciva ogni notte, senza sapere chi andasse a incontrare. A quell’età, non è logico avere un appuntamento amoroso? Con chi? Dovremo invece aspettare molto prima di sapere i dettagli della scomparsa di Bear il cui corpo non era mai stato trovato.

    Liz Moore tratteggia i suoi personaggi in maniera superlativa, avvicendando nei capitoli quelli che dominano il palcoscenico. I Van Laar e i McLellan hanno tutta la spocchia dei molto ricchi, ma perché i Van Laar avevano fatto sospendere le ricerche di Bear nel 1961 accontentandosi di un presunto colpevole che non aveva mai potuto scagionarsi perché era morto per un infarto? Nascondevano qualcosa?

   La madre di Bear e di Barbara è una donna giovane e molto fragile. Si era sempre chiesta perché Peter III, più anziano di lei, l’aveva sposata quando lei aveva solo diciassette anni. Era così insignificante, lei. Faceva tanti errori e temeva i rimproveri del marito. La nascita di Bear era stata il colmo della felicità anche se aveva dovuto obbedire e lasciare che una tata si occupasse di lui, anche quando di notte lui la chiamava con la sua vocetta. Il medico le aveva dato dei calmanti, lei aveva iniziato a bere per darsi coraggio nelle apparizioni in società. La morte del figlio l’aveva mandata del tutto fuori di testa. Poi era arrivata Barbara, che lei non riusciva ad amare.


    In un modo o nell’altro le donne, pur con difetti e manchevolezze, sono personaggi positivi nel romanzo di Liz Moore, in forte contrasto con gli uomini, incapaci di empatia, spesso violenti e mentitori, interessati soprattutto al loro profitto. Non c’è soltanto la trama, anzi, le trame principali che ci tengono incollati al libro. C’è anche una miriade  di sotto-trame, con infatuazioni adolescenziali e amori e disamori e tradimenti, che riguardano i personaggi minori offrendoci un quadro completo di questa micro-società in cui le donne devono veramente lottare per essere se stesse.

    Le tessere del puzzle vanno a posto a poco a poco- anche i due personaggi circondati da un’aura di folklore, Slitter che aveva ucciso non so quante donne e Scary Mary, la donna con i capelli grigi che si lamentava nel bosco, hanno un ruolo nel risolvere l’enigma. E la tensione è stata fortissima, fino alla soluzione finale.



sabato 28 dicembre 2024

Viet Thanh Nguyen, “Io sono l’uomo con due facce” ed. 2024

                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

guerra del Vietnam
memoir

Viet Thanh Nguyen, “Io sono l’uomo con due facce”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Bocchiola, pagg. 384, Euro 19,00

    Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. Iniziava così “Il simpatizzante”, premio Pulitzer 2016.

È ancora l’uomo con due facce- si fa riconoscere nel titolo stesso- il protagonista del nuovo libro di Viet Thanh Nguyen, un romanzo di “Memoria. Storia. Ricordo”. E questa volta le due facce sono quella vietnamita e quella americana, quella di chi è stato ucciso e quella dell’uccisore, quella dell’obbediente figlio cattolico che si comporta come vogliono i suoi genitori e quella del figlio che vive una vita più libera, di nascosto, per non addolorarli. Un dualismo sofferto, difficile, sconvolgente.

    Quando inizia la memoria?, si chiede lo scrittore. Inizia con i suoi genitori che vengono sempre chiamati come un tutto unico, Ba Má, secondo l’uso vietnamita. È impossibile non condividere con lui l’ammirazione per il padre e la madre, che, dopo essersi sposati giovanissimi, erano fuggiti una prima volta dal Nord al Sud Vietnam e una seconda volta nell’aprile del 1975 (e abbiamo tutti negli occhi la scena diventata iconica dell’elicottero sul tetto e la ressa delle persone che cercavano di salire a bordo).


Si erano lasciati dietro i famigliari, soprattutto avevano abbandonato là la figlia adottiva, avevano dovuto far tacere le voci interne della colpa per sopravvivere nel nuovo paese con i due bambini- Viet e il fratello, maggiore di lui di sette anni. Viet aveva solo quattro anni all’epoca e anche lui avrebbe sofferto per un abbandono. Era stato impossibile trovare uno sponsor che li accogliesse tutti insieme e lui, così piccolo, era stato separato dalla mamma. Proviamo a immaginare che cosa voglia dire, a quattro anni, tra gente sconosciuta che parla una lingua di cui non si capisce una parola, senza la sicurezza della mamma a fianco, fatto oggetto di curiosità perché tanto diverso nell’aspetto. Ba Má erano dei gran lavoratori, la famiglia si era riunita presto a San José in California, avevano aperto un piccolo supermercato con un nome vietnamita che sbandierava la loro provenienza e che li metteva nel mirino degli xenofobi. C’era stata una sparatoria e Ba Má erano stati ricoverati in ospedale. Il giorno dopo erano di nuovo al lavoro. Una volta un uomo armato era entrato in casa loro, la madre era corsa fuori in camicia da notte per chiedere aiuto. Ma loro non erano esuli, non erano espatriati, e neppure immigranti. Loro erano rifugiati, avevano cercato scampo da un paese dove gli americani avevano avuto gran parte nella guerra e nella distruzione.

    I ricordi sul passato della famiglia, sugli studi da lui compiuti, sui sacrifici silenziosi che Ba Má avevano fatto per assicurare il meglio a lui e a suo fratello, si uniscono ai ricordi tramandati dai genitori attraverso i loro scarsi racconti e poi si intrecciano alla Storia, rivisitata anche attraverso i film e alla letteratura, tutti che esaltano l’impresa americana tacendo degli orrori, del napalm, delle morti dei civili, ponendo domande disturbanti allo scrittore sulla sua identità e sulla sua condizionata lealtà al paese che li ha accolti. Perché questo romanzo che, come viene detto nella nota finale, ha preso forma da una serie di interviste e conferenze e da una quantità di saggi già pubblicati dall’autore (a questo si deve la sua discontinuità e frammentarietà) è anche un’analisi spietata e corrosiva del razzismo americano profondamente radicato, non solo nei confronti dei neri, ma anche degli asiatici, dei latini, degli irlandesi (finché John Kennedy era stato eletto presidente), degli italiani. Non sono onesti con se stessi, gli americani che festeggiano il Ringraziamento- l’origine della festa non era solo per celebrare il primo raccolto dei Padri Pellegrini, ma anche il genocidio degli indiani.


    È un romanzo dalle molte facce, questo di Viet Thanh Nguyen, lo scrittore che rivela la sua identità nel nome Viet e nel cognome, quello di una dinastia (il 40% dei vietnamiti si chiama Nguyen). Dopo gli strali contro gli americani, dopo la pesante ironia nei confronti di un presidente facilmente riconoscibile il cui nome è barrato come per una censura, dopo il suo ritorno sempre rimandato nel paese lasciato da bambino dove gli dicono che parla bene il vietnamita per essere un coreano, Viet Thanh Nguyen ritorna al tema della famiglia, a Ba Má, alla pena di vedere il crollo della madre, all’ammirazione per la dedizione totale del padre per la donna che non aveva mai smesso di amare. E finiamo per pensare che questo libro sia, soprattutto e prima di tutto, un’elegia per la madre, per il suo coraggio, per il suo amore che non aveva bisogno di parole per esprimersi e che gli ha permesso di essere l’uomo che è.



 

 

martedì 24 dicembre 2024

Holidays

 


                           Buon Natale a tutti, specialmente ai lettori!

                                                        


lunedì 23 dicembre 2024

Ingvild Rishøi, “La porta delle stelle” ed. 2024

                                                   Vento del Nord

Ingvild Rishøi, “La porta delle stelle”

Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 156, Euro 17,00

 

     Premessa. Scrooge mi è sempre stato antipatico, le favole buonistiche di Natale non mi sono mai piaciute, neppure la classica “Christmas Carol” di Dickens. Avevo fatto una prima eccezione lo scorso anno con “108 rintocchi” di Yoshimura Keiko, che non era poi una vera e propria favola di Natale anche se lo spirito era quello, e ne faccio una seconda con “La porta delle stelle” della scrittrice norvegese Ingvild Rishøi, una breve storia deliziosa per vivacità, sentimento con un pizzico di tristezza e uno di allegria. E non fatevi trarre in inganno dal titolo che sembra promettere un’apertura sul paradiso- la Porta delle Stelle è una delle bettole dove alle due figlie capita spesso di andare a ripescare il padre.

    Melissa ha diciassette anni, Rønia ne ha dieci. Vivono con il padre a Tøyen, alla periferia di Oslo. È Rønia la voce narrante che ci fa tenerezza e conquista subito il nostro cuore. Il padre è un uomo affettuoso e- non c’è dubbio- ama molto le figlie, inventa nomignoli per loro, si lancia in sogni impossibili insieme a Rønia, fantasticando su una baita nella neve, con il fuoco acceso e lui che spala la neve fuori della porta. Ma è un uomo che è incapace di tenersi un lavoro, prima o poi ricade nel vizio dell’alcol, le bollette non pagate si accumulano, Melissa teme che intervengano i servizi sociali.

Dapprima sembra un miracolo quando Rønia riesce a trovare un lavoro per il papà- si tratta di vendere alberi di Natale. Per un periodo troppo breve Rønia può sognare, gli armadietti di cucina si riempiono di provviste, mangiano spaghetti invece di cereali con il latte. Poi tutto finisce come le altre volte.


    Con la forza della disperazione Melissa riesce a farsi assumere al posto del padre ed entra in gioco tutto quello che fa di questo racconto una ‘favola di Natale’ quando tutti i miracoli possono succedere. Sono tante le persone gentili che le aiutano con discrezione, dal custode della scuola che dà sempre una parte del suo pranzo a Rønia perché lei ha dato il suo ad uno scoiattolo, al ragazzo che vende gli abeti insieme a Melissa e che escogita maniere per guadagnare di più sfruttando la presenza di Rønia per attirare i clienti (Rønia è troppo piccola per lavorare e i sotterfugi per ingannare il proprietario sono esilaranti), allo sconosciuto che regala un albero, il più bello, perché Rønia possa avere l’albero di Natale che tanto desidera.

    Non c’è una morale nella storia, i sogni sono bilanciati da una cruda realtà, c’è l’amore che lega le sorelle tra di loro e quello per il padre che, però, si alterna con attimi di disprezzo che sconfina nell’odio quando, nell’ubriachezza, si mostra un uomo debole e irresponsabile. Ma i miracoli possono sempre accadere, La Porta delle Stelle può veramente trasformarsi nell’ingresso di un luogo pieno di luce e senza tristezza, dove il papà arriverà cercando il suo Diamante e il suo Smeraldo e dovrà mettersi gli occhiali da sole- come dice sempre- quando le vede.




 

martedì 17 dicembre 2024

Irina Turcanu, “Manca il sole ma si sta bene lo stesso” ed. 2024

                                                           Voci da mondi diversi. Romania

     romanzo di formazione

Irina Turcanu, “Manca il sole ma si sta bene lo stesso”

Ed. Marsilio, pagg.240, Euro 16,15

 

     Tre personaggi, tre voci diverse, tre punti vista diversi. Sono i Romanencu, il padre, la madre e la figlia. Nella prima parte del romanzo i tre punti vista si alternano, poi resta solo quello di Ina e nel nome, un diminutivo di Irina, riconosciamo la scrittrice stessa.

    La storia della famiglia inizia dopo la caduta di Ceaučescu, quando, nell’ebbrezza della fine della dittatura, tutto sembra possibile- arricchirsi, avere gli agognati beni di consumo che si invidiavano ai paesi occidentali. I Romanencu si improvvisano imprenditori. Falliscono. Lui è professore universitario, la moglie è ignorante ma è bella e lui ne è innamoratissimo. Devono adattarsi a vivere insieme alla madre di lei, poi decidono di emigrare in Italia. È soprattutto lei che ambisce a cambiare paese. L’Italia è quella che appare negli spettacoli televisivi, tutto sembra facile laggiù.

    La realtà è ben diversa. La vita per lui è di certo peggiore che in patria. Anche se ci mette la buona volontà, i lavori manuali (gli unici che può trovare) non fanno per lui e viene regolarmente licenziato. Le donne hanno maggiori possibilità di lavoro, come domestiche, come badanti. Infatti lei viene assunta da una famiglia ricca e, in seguito, quando il padrone di casa si separa dalla moglie, le chiede di andare con lui a vivere nella casa di sua madre, in un paese sugli Appennini. Il seguito ci pare ovvio.


    Ina è stata lasciata in Romania, dalla nonna. Come vive una bambina la lontananza dai genitori? È il padre che le manca, più della madre. È brava a scuola, fin troppo brava se una volta viene punita dall’insegnante per aver scritto una poesia così bella che la professoressa pensa l’abbia copiata. Attraverso le reazioni di Ina, quando riceve i pacchi regalo di sua madre, quando si rifiuta di rispondere al telefono quando lei la chiama, noi capiamo la sua sofferenza, il suo sentirsi abbandonata, non voluta. Capisce tutto, anche quello che sarebbe meglio non capisse- il tradimento della madre, l’alcolismo del padre, la loro ‘caduta’.

    Poi cambia tutto. La madre invita Ina in Italia per una vacanza. È un inganno. Ina si fermerà e abiterà con lei, la madre l’ha già iscritta al liceo a Piacenza.


    “Manca il sole ma si sta bene lo stesso” (il titolo è preso da un verso di una poesia di George Cos,buc) è un romanzo di formazione bello e diverso, direi che è più ricco di altri che abbiamo letto. Gli anni di ‘formazione’ della protagonista sono visti accanto all’evoluzione dei due personaggi adulti, a come il padre e la madre reagiscono e crescono o cadono come conseguenza dei cambiamenti politici e dell’espatrio. E Ina vive prima l’abbandono e, nonostante la giovane età, scopre che l’affetto non si può comprare, che i jeans che la madre le spedisce non sostituiscono la sua assenza, e poi il trapianto forzato in un paese di cui non sa la lingua e in cui non conosce nessuno, lasciando dietro di sé il suo primo amore e la nonna che l’aveva colmata d’affetto. Di Ina ammiriamo la resilienza e l’ambizione. Ha la fortuna di incontrare professori che l’aiutano e la incoraggiano, ma la forza interiore e la caparbia volontà di riuscire là dove padre e madre hanno fallito è tutta sua.

     Un romanzo da leggere perché è una lezione di vita.

     Irina Turcanu è nata in Romania, vive in Italia dal 2001 e, dopo aver frequentato il liceo a Piacenza, ha conseguito la laurea in Filosofia a Milano con una tesi sul filosofo rumeno Emil Cioran. Attualmente collabora come giornalista a diversi giornali e riviste nazionali e locali.





     

 

venerdì 13 dicembre 2024

Ann-Helén Laestadius, “La ragazza delle renne” ed. 2024

                                                                      vento del Nord



Ann-Helén Laestadius, “La ragazza delle renne”

Ed. Marsilio, trad. Sara Culeddu e Alessandra Scali, pagg.

 

   Noi la conosciamo come Lapponia, ma per gli abitanti indigeni si chiama Sapmi e loro stessi non sono lapponi ma sami. È una regione all’estremo Nord dell’Europa e il suo territorio è diviso fra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Sappiamo tutti del clima freddissimo, dei canti caratteristici, gli joik, delle tre ore scarse di luce nel mese di dicembre, dello spettacolo delle aurore boreali. Delle renne abbiamo un idea romantica e folkloristica e invece l’allevamento delle renne, animale insensibile al freddo e capace di sopravvivere in situazioni estreme, è essenziale per la popolazione sami.

    Il romanzo di Ann-Helén Laestadius, “La ragazza delle renne”, ci porta dentro il mondo dei sami ed inizia con una scena che ci dà subito la misura di questo mondo.

Elsa ha nove anni quando trova morto il suo cucciolo di renna- sì, il suo, era stata lei a marchiarlo sull’orecchio che adesso era nella neve. Avrebbe riconosciuto la piccola renna tra mille altre, perché aveva una macchia bianca sul muso. Elsa aveva visto chi era stato ad uccidere la renna. Era un uomo di cui aveva paura. L’uomo l’aveva guardata e aveva fatto il gesto di tagliarsi la gola con un dito. Il messaggio era chiaro- se parli sei morta.

Elsa ritornerà sconvolta a casa, l’immagine dell’uomo e del suo cucciolo di renna morto nella neve si imprimerà per sempre nella sua mente, sarà un ricordo costante. Ma lei non dirà mai il nome di Robert Isakson.


     Elsa, suo fratello, il padre e la madre, insieme alla famiglia dei vicini di casa, sono i protagonisti principali del romanzo. Loro sono ‘i buoni’, i sami che vivono, letteralmente, per le renne, che dipendono dalle stagioni dell’anno secondo cui le nuove renne devono essere aiutate a figliare e poi marchiate per mostrare la famiglia di appartenenza, portate ai pascoli. I sami vivono a contatto con la natura, non saprebbero vivere altrove- chi si allontana finisce sempre per tornare. E si preoccupano moltissimo per il cambiamento climatico (uno dei due grandi temi del libro insieme a quello della discriminazione)- non va bene che piova a febbraio, non vanno bene gli sbalzi di temperatura, ne soffrono tutti, le renne per prime che sentono cambiare la presa degli zoccoli sul terreno.

scena dal film

Dei sami, per lo più attraverso Elsa, veniamo a sapere tutto, dagli abiti colorati che indossano, a quei canti che sembrano un lamento, gli joik, alla predominanza della figura maschile nella società. Sono i figli maschi ad ereditare il patrimonio in renne, le donne non sono fatte per occuparsi di loro. Fa eccezione Elsa, che più di una volta mostra la sua abilità a gestire le renne, sembra quasi abbia una capacità particolare di intesa con loro. C’è un’altra cosa ancora da aggiungere, parlando della vita dei sami- la tendenza alla depressione. Forse è il clima, forse quel buio in gran parte dell’anno, forse anche la sensazione di combattere per un mondo che scompare senza speranza. Il suicidio del ragazzo a cui Elsa vuole bene ne è un esempio.


    A fronte dei sami, ci sono gli altri, ‘i cattivi’ fra cui c’è Robert Isakson. Sono quelli che chiamano i sami ‘lapponi di merda’, che uccidono le renne per venderne la carne e lo fanno impunemente, perché la polizia finisce sempre per archiviare i casi. Lo sanno tutti che cosa fa Robert Isakson, perfino le prove sembrano essere evidenti, eppure se la cava sempre, anche quando arriva a minacciare pesantemente Elsa.

    I personaggi del romanzo sembrano figurine di un presepe innevato, perché in realtà quello che giganteggia è proprio il paesaggio- distese bianche, alberi che grondano neve, le sagome delle renne con gli splendidi palchi di corna. “La ragazza delle renne” si legge con grande interesse anche se ci lascia con una sensazione di freddo, senza appassionarci veramente.