martedì 8 ottobre 2024

Barbara Demick, “I mangiatori di Buddha. Vita e ribellione in una città del Tibet” ed. 2024

                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                               romanzo-saggio


Barbara Demick, “I mangiatori di Buddha. Vita e ribellione in una città del Tibet”

Ed. Iperborea, trad. Katia Bagnoli, pagg. 364, Euro 19,50

 

       Tibet. “Il tetto del mondo”, così chiamato per la sua altitudine media di 4900 metri sul livello del mare. Poco più di tre milioni gli abitanti. Una guida spirituale, il Dalai Lama in esilio in India dal 1959. Un vicino scomodo e, letteralmente, invadente- la Cina. Viene spontaneo chiedersi come può, un gigante come la Cina, reputare pericoloso un microbo come il Tibet, tanto da stroncarne non solo i desideri di indipendenza, ma anche da cercare di sradicare la sua cultura e la sua lingua?

    La scrittrice e giornalista americana Barbara Demick è riuscita a fare tre viaggi a Ngaba, la città che si trova dove l’altopiano tibetano si incontra con la Cina diventata nota dopo il numero di monaci che hanno scelto di darsi fuoco per protesta. Da questi viaggi, dai colloqui con gli abitanti sul posto e da quelli che ora vivono in città vicine o in Nepal, nasce il suo reportage che si legge come un romanzo corale. I personaggi che vi appaiono sono tutti veri anche se con altro nome su queste pagine. È un racconto appassionante della Storia del Tibet dal 1958 ai giorni nostri. In una canzone di Tashi Dhondup il 1958 si allinea con il 2008- il 1958 è ricordato come ‘l’anno più buio per il Tibet’, “l’anno in cui l’acerrimo nemico arrivò in Tibet”, e il 2008 come ‘l’anno in cui i tibetani innocenti sono stati torturati’. Nella memoria tibetana permane il terrore del 1958. Così come la parola Nakbà indica l’esodo palestinese del 1948, Shoah il genocidio ebraico, Holodomor il genocidio per fame perpetrato dal regime sovietico a danno della popolazione ucraina negli anni 1932-1933, il termine Ngabgay, cioè ‘58, allude ad una catastrofe così tremenda che solo una data può esprimerla. C’è anche un altro nome per indicarla e ci colpisce per la poesia contenuta nella parola: Dhulok, che significa “ quando il cielo e la terra si rovesciarono.”


    Gonpo, figlia dell’ultimo re Mei, è la prima ad apparire in queste pagine- di lei e della sua vita sapremo fino ai tempi recenti in cui, dopo essere andata in India per apprendere la sua lingua che aveva dimenticato, si ritrovò in pratica esiliata lì, a Dharamsala dove ha sede il governo tibetano in esilio e dove ha la sua residenza il Dalai Lama. Aveva sette anni, Gonpo, nel 1958. Non aveva capito il perché della fuga né che cosa stesse succedendo. Dieci anni dopo sarebbe stata mandata nello Xinjiang, l’equivalente della Siberia, ai lavori forzati.

  Delek, figlio del generale che cercò di fermare l’Armata Rossa. Quando i soldati dell’Armata Rossa arrivarono a Ngaba erano un esercito di affamati. Per caso si accorsero che le statuine del Buddha erano fatte di farina ed erano dolci e potevano essere mangiate- una profanazione.

 Tsegyam, l’aspirante poeta, un intellettuale che nel 1989, dopo i fatti di piazza Tienanmen, sarà arrestato per propaganda antirivoluzionaria.


   Seguiamo le vicende di questi personaggi e di altri ancora nel corso degli anni fino al fatale 16 marzo 2011 quando il monaco Phuntsog, di soli sedici anni, si diede fuoco, immolandosi per protesta contro il governo cinese in Tibet. Fu il primo di una serie, un anno dopo erano trenta i Tibetani che avevano commesso un atto di violenza contro se stessi, scegliendo la morte tra le fiamme.


Nel 2019 erano 156- quasi un’affermazione di obbedienza al costante invito a non usare la violenza contro gli invasori da parte del Dalai Lama che aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1989. Nel suo esilio a Dharamsala il Dalai Lama, ormai guida spirituale del suo paese, dichiarava che considerava sua responsabilità preservare la loro cultura, la cultura della pace e della compassione.

    In parte saggio, in parte ricerca sul campo, in parte romanzo perché “I mangiatori di Buddha” si legge come un romanzo, tanto più affascinante perché sappiamo che sono veri i personaggi che vivono nelle sue pagine, il libro di Barbara Demick ci spalanca le porte sul tetto del mondo.



 

domenica 6 ottobre 2024

Nicole Dennis-Benn, “Here comes the sun” ed. 2024

 

                           Voci da mondi diversi. Giamaica


Nicole Dennis-Benn, “Here comes the sun”

Ed. 66thand2nd, trad. Federica Principi, pagg. 352, Euro 18,00

   Giamaica. Montego Bay. Il Paradiso dei turisti. Solo dei turisti, non è di certo il paradiso per le donne che improvvisano sul molo bancarelle per cercare di attrarre con la loro merce quelli che sbarcano dalle navi da crociera, non di certo per le ragazze che si vendono per aiutare la famiglia, non per i pescatori, non per tutti i giamaicani che vivono in casupole con i tetti di lamiera. E il sole che colora di rosso e oro il mare non sorge splendente per loro.

    Delores, Margot, Thandi e Verdene sono le donne protagoniste del romanzo della scrittrice giamaicana Nicole Dennis Benn, donne vittime del colonialismo, dei modelli imposti dai bianchi, dei pregiudizi e dell’oscurantismo, e degli uomini, sempre degli uomini. Perché gli uomini si impongono con la forza per ottenere quello che vogliono. E vogliono sempre la stessa cosa.


   Quando Margot era nata, Delores aveva sedici anni e sua figlia ne aveva ancora di meno quando lei l’aveva venduta ad un turista per 600 dollari. Come si poteva resistere al pensiero di quello che si poteva comprare per 600 dollari? E poi Delores voleva distogliere l’attenzione di Margot da Verdene che le aveva detto che era bella- di Verdene si dicevano tante cose, si diceva che le piacessero le donne, che era per questo che sua madre l’aveva mandata a studiare in Inghilterra.

   E poi, a distanza di quindici anni da Margot, era nata Thandi. Dal padre indiano Thandi aveva ereditato i bei capelli lisci, su Thandi si centravano tutte le aspettative della madre e della sorella. Thandi non sarebbe stata come loro, Thandi non avrebbe fatto la fine di Margot che lavorava in un hotel e la si vedeva uscire al mattino dalle stanze dei clienti quando non dal letto del proprietario dell’albergo- l’avrebbe nominata manager nel nuovo resort grandioso che aveva in mente di costruire? Thandi frequentava la scuola privata gestita dalle suore, usciva di casa indossando una divisa immacolata, Thandi sarebbe diventata un dottore, era per lei che la madre e la sorella risparmiavano. E glielo facevano pesare.


    Nessuna di queste donne è libera, tutte hanno subito violenza quando erano bambine (anche Thandi che non lo ha mai detto a nessuno) o poco più che bambine. L’omosessualità è proibita in Giamaica, Margot non deve essere vista quando entra nella casa rosa che Verdene ha ereditato dalla madre, quando Thandi si innamora di un pescatore spiantato deve incontrarlo di nascosto- non è adatto a lei, sono ben altre le ambizioni di Margot e di Delores per lei. Thandi deve pensare a studiare e a nient’altro. E deve lasciar perdere anche il desiderio di studiare arte, anche se è dotata- chi ha mai fatto soldi con i quadri?

    C’è altro però che occupa la mente di Thandi, e questo è una delle tante tematiche del libro, insieme alla preoccupazione di far soldi in qualunque maniera, vendendo il proprio corpo e quello di altre ragazze- Margot accetta di reclutare e istruire giovani donne per ogni gusto dei turisti che accorreranno nel nuovo resort. Thandi vuole schiarirsi la pelle, perché l’immagine della bellezza pubblicizzata è bianca. E si reca di nascosto da una ciarlatana che la avvolge nella pellicola dopo averla spalmata di qualche crema di certo nociva. Essere bianche ed essere ricche, è questo che si vuole. Per raggiungere la ricchezza Margot accantona ogni freno morale,  non le importa che gli abitanti di River Bank, dove lei è cresciuta, debbano lasciare le loro case per permettere la costruzione del nuovo resort di lusso, non le importa neppure che imbroglino la sua amica del cuore.  Quando il sole, che non appariva da giorni, scintilla sull’acqua azzurra della piscina, Margot è sola, è rimasta sola.

    Un romanzo triste e drammatico, una realtà buia dove noi, che ci immaginiamo nei panni dei turisti bianchi, vedevamo solo luce e colori.



giovedì 3 ottobre 2024

Tracy Chevalier, “La maestra del vetro” ed. 2024

                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America


Tracy Chevalier, “La maestra del vetro”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 417, Euro 19,00

    Ogni volta che viene pubblicato un nuovo romanzo di Tracy Chevalier, il suo è un atteso ritorno. Sono passati vent’anni dal suo primo romanzo, “La ragazza con l’orecchino di perla” che l’ha resa famosa. Dopo di quello sono venuti una serie di libri con una galleria di personaggi femminili che ci hanno appassionato, così come ci ha appassionato il tempo in cui hanno vissuto e il ruolo che queste donne, le sue protagoniste, hanno avuto nella loro società, sia che ricamassero i cuscini destinati alle panche di una chiesa, o cucissero le coperte che contenevano un messaggio per gli schiavi fuggitivi, o cercassero fossili sulla spiaggia di Whitby. È come se il suo intento fosse restituire dignità alle donne, sempre trascurate dalla storia ufficiale, sempre relegate nell’ombra.

    C’è un grande personaggio femminile anche ne “La maestra del vetro”, Orsola Rosso. All’inizio del libro è una bambina che cade in acqua- una caduta strategica, sapremo poi, perché viene mandata ad asciugarsi nella vicina fonderia dei Barattier, i migliori vetrai di Murano. Nessun estraneo può entrarvi, ma chi baderà a una bambina? E forse lei riuscirà a ‘spiare’ a che cosa stiano lavorando, a carpire qualche segreto. Perché i Rosso non sono niente accanto ai Barattier, la loro è una piccola fonderia a conduzione famigliare- il padre, la madre, due figli e Orsola.


Orsola, però, è fuori gioco, l’arte del vetro è cosa da uomini. Il destino, o le sue capacità, l’arte del vetro che ha nel sangue, mostreranno che non è vero. Verrà il tempo che sarà Orsola a salvare le finanze della famiglia dedicandosi- di nascosto dal fratello- a fare perle di vetro, come le ha suggerito e insegnato Maria Barattier che l’ha presa a ben volere.

A Murano, l’isola del vetro, dal 1486 ai giorni del Covid della nostra epoca, seguiamo le vicende della famiglia Rosso, gli amori, i matrimoni, la nascita dei bambini, le morti. Perché, secoli prima del Covid, la peste aveva falciato la vita degli abitanti di Venezia, arrivando anche a Murano, portandosi via più di uno dei Rosso. Dalla peste al Covid- questo è solo uno dei fili che collegano il tempo, perché l’uso del tempo è una delle caratteristiche del romanzo. La scrittrice ci suggerisce di immaginare un sasso lanciato per rimbalzare sull’acqua, ad ogni balzo c’è anche un balzo di secoli che però non corrisponde al modo di passare del tempo per i personaggi- cento anni di Storia, che possono includere la peste, ma anche Napoleone, gli austriaci, le nuove rotte commerciali che tagliano fuori Venezia, possono essere soltanto otto o dieci anni per la famiglia Rosso.

     Il tempo a Venezia non esiste, Venezia è fuori del tempo nella sua immobilità azzurrina, eppure, anche se impieghiamo la nostra immaginazione e ci affidiamo alla maestria della scrittrice, è un poco straniante e non facile collocare i personaggi, che non cambiano molto nei secoli, in un mondo che passa dalle carrozze e le gondole alle automobili e ai vaporetti.


Cambia anche l’arte del vetro, nei secoli, cambia il gusto, si affina la tecnica- dalle vetrerie di Murano escono dei capolavori. E l’arte del vetro è protagonista assoluta del romanzo. Ci interessa seguire l’evoluzione di Orsola che acquista sicurezza e maestria nel foggiare le perle (di nascosto dapprima), ma quello che ci incanta è la descrizione di come le collane, i lampadari, le coppe vengano fatte, come nascano le idee- i ghepardi per la stravagante marchesa Casati, la collana rosso rubino per Giuseppina Bonaparte, il lampadario con i grappoli d’uva per Casanova- e come vengano realizzate. E il piccolo delfino di vetro, che era stato pegno d’amore del bel veneziano di cui Orsola era innamorata e che puntualmente le veniva recapitato dalla lontana Praga che osava rivaleggiare con Venezia nell’arte del vetro, diventa il simbolo della continuità della bellezza, dell’arte, dell’esistenza stessa di Venezia.




domenica 29 settembre 2024

Alena Mornštajnová, “Hana” ed. 2024

                                            Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

seconda guerra mondiale

Alena Mornštajnová, “Hana”

Ed. Keller, trad. Letizia Kostner, pagg. 304, Euro 18,50

      Un romanzo diviso in tre parti, quello della scrittrice ceca Alena Mornštajnová, “Hana”, con due protagoniste narranti, due diverse voci femminili in due diversi tempi che finiscono per ricongiungersi alla fine.

“Io, Mira. 1954-1963” è la prima parte, seguita da “Quelli prima di me. 1933-1945” e poi da “Io, Hana. 1942-1963”. Apprezziamo questa chiarezza- Mira racconterà della sua famiglia iniziando dall’anno tragico in cui lei rimase sola, a 9 anni. Proseguirà poi ricostruendo gli anni passati e passerà la parola a Hana, sua zia, la figura nera che sembrava un gufo, che veniva ogni tanto in visita a casa loro, si sedeva e non parlava. È Hana che aggiunge le tessere mancanti di questa storia di famiglia nella Storia di quella che era la Cecoslovacchia.

    Tutto incomincia con la disubbidienza di Mira che cade nelle acque gelide del fiume che scorre a Meziřiči, dove abita in una bella casa affacciata sulla piazza e dove suo padre lavora come orologiaio nella bottega a piano terra. Mira viene punita, non mangerà i bigné a pranzo. E sarà la sua salvezza. Moriranno tutti di tifo- madre, padre, la sorella e il fratellino- e l’epidemia si diffonderà in tutta la cittadina (ne sapremo poi l’origine). Un’amica della madre ospiterà Mira, scatenando la gelosia dei figli, finché la zia Hana uscirà dall’ospedale, stranamente sopravvissuta, più che mai gufesca.


    Come può una donna, invecchiata prima del tempo, con chissà quali tremende esperienze alle spalle, prendersi cura di una bambina? Che Hana abbia dietro di sé anni di cui non vuole parlare ci è chiaro quando mostra dei numeri tatuati sul braccio, quando Mira le chiede che cosa significa essere ebrei. La vita va avanti, in qualche modo nasce un’intesa tra la bambina e la zia, un sentimento di timido amore nasce in un cuore che sembra inaridito. E poi Mira si innamora, la casa sulla piazza acquista una nuova vita... Il tempo si riavvolge indietro ed è la storia dei nonni e dei genitori di Mira che leggiamo, una storia simile ad altre che abbiamo letto e ambientate in altri paesi- il rifiuto di credere che Hitler avanzerà nella sua fame di nuove terre, che quello che vivono non sia altro che un periodo passeggero, che, in ogni caso, sia difficile abbandonare quello che si conosce per l’ignoto, finché non è troppo tardi. Sono gli anni in cui Hana è giovane e innamorata, disposta a tutto, a mentire, a nascondere documenti pur di non allontanarsi da un uomo che finisce poi per sposare la sua amica. Ed è troppo tardi. È sua la colpa di quello che succederà?


    Il racconto di Hana è simile eppure diverso da altri che abbiamo letto, perché ogni esperienza è a sé, ogni tragedia ha un’impronta personale, così come la maniera in cui essa viene rielaborata e affrontata. Si può ancora vivere dopo che la propria vita è stata calpestata? Si può amare, si può voler bene dopo aver sperimentato la fine di ogni sentimento umano? E poi sembra proprio che il destino perseguiti Hana, che faccia di lei una colpevole suo malgrado, una volta dopo l’altra, a terminare con i bigné alla crema.

    “Hana”, il romanzo di una famiglia e di un’epoca, con due personaggi femminili che non dimenticheremo, ha vinto il Czech Book Award.



 

 

 

 

giovedì 26 settembre 2024

Kristen Loesch, “La bambola di porcellana” ed. 2024

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                                        love story

Kristen Loesch, “La bambola di porcellana”

Ed. Marsilio, trad. Valeria Raimondi, pagg. 387, Euro 19,00

      Un prologo con una favola, In un regno lontano, in una terra dimenticata, viveva una bambina che assomigliava in tutto e per tutto alla sua bambola di porcellana. La favola, anzi, le favole, saranno il leit motiv del romanzo di Kristen Loesch e, se dapprima le leggiamo interpretandole per quello che sono, per quello che raccontano nella tradizionale chiave fantastica, poi iniziamo a sospettare che queste favole, scritte a mano e raccolte in un quaderno che la madre lascia alla protagonista, la figlia Rose, abbiano un significato nascosto, che contengano un messaggio che deve essere decrittato- ma a Oxford non ha studiato proprio per questo, Rose?

Anche la bambola sarà un ‘personaggio’ ricorrente. Bambola si dice Kukolka, in russo. E Aleksej Ivanov, che assume Rose perché lo accompagni a Mosca, vuole rintracciare una donna- la chiamavano Kukolka, perché aveva un viso da bambola.


   Londra 1991. È Rose che racconta del suo primo incontro con il quasi centenario Aleksej Ivanov ad una presentazione in cui leggeva brani tratti dal suo libro di memorie, “L’ultimo bolscevico”. Ivanov era stato prigioniero in un gulag e quel piccolo libro con la copertina rossa narrava del periodo che aveva passato ai lavori forzati per costruire il canale del Mar Bianco: 170.000 i detenuti impiegati, 25.000 i morti, 20 mesi per costruirlo tra il 1931e il 1933, terminato con quattro mesi di anticipo sulla programmazione.


Rose era nata a Mosca e vi aveva passato i primi dieci anni della sua vita. Dopo l’evento traumatizzante in cui sua sorella e suo padre erano stati uccisi, lei e la madre erano fuggite in Inghilterra. Soltanto sua madre la chiama ancora Raisa. Lei ormai si sente inglese, ha studiato a Oxford, ha un fidanzato inglese. E tuttavia qualcosa la chiama al passato, un desiderio di sapere di più su quello che è successo perché non ha mai dimenticato il viso dell’uomo che ha distrutto la sua famiglia. Accetta la proposta di Ivanov e ritorna in Russia.

   Pietrogrado, non ancora Leningrado, non ancora san Pietroburgo, 1915. Antonina, chiamata con il diminutivo di Tonja, è la sposa sedicenne di un uomo più anziano che lei non ama. Lui le ha dato la ricchezza, la splendida casa sulla Fontanka, ma lei si sente come uno degli oggetti della sua collezione. I tempi stanno cambiando, soffiano i venti della rivoluzione, Tonja finirà per innamorarsi di un giovane dagli occhi ardenti, un rivoluzionario, un bolscevico.

la Fontanka

    Le due narrative scorrono parallele, quella di una ricerca duplice- di una donna con il viso da bambola, di un uomo che aveva ucciso due persone e della propria identità da parte di Rose sempre più Raisa- e quella della fanciulla innamorata che attraversa un secolo di Storia in cui la Russia diventa Unione Sovietica per poi tornare ad essere Russia, segnato dalla Rivoluzione, dalle speranze in una grande utopia, dal Terrore e dalle Purghe staliniane, dai gulag, dall’assedio di Leningrado. C’è anche una duplice storia d’amore, perché anche Rose, come Tonja, incontra un altro uomo, anche lei tradisce. E Kukolka? Rose incontra anche Kukolka, riconoscendosi in lei.

    Anche se nel finale, ricco di colpi di scena, troppe delle cose che vengono svelate, troppi dei misteri della trama sono poco credibili, il romanzo è una lettura appassionante che difficilmente si riesce ad interrompere, con echi di ‘Anna Karenina’, di Solzenytsin e qualcosa del ‘Dottor Živago’.



 

   

martedì 24 settembre 2024

Shubnum Khan, “Lo spirito aspetta cent’anni” ed. 2024

                                                 Voci da mondi diversi. Sud Africa

           love story

Shubnum Khan, “Lo spirito aspetta cent’anni”

Ed. Neri Pozza, trad. Simona Fefé, pagg. 320, Euro 19,00

   Akbar Manzil. Una casa nel Natal, provincia costiera del Sudafrica. Ecco un’altra casa che ricorderemo, una casa come Istana, come Howards End, come Tara, come Manderley, come tutte le case protagoniste di romanzi su cui mi piacerebbe tenere un corso di letteratura.

   Un centinaio di anni fa Akbar Manzil era grandiosa, in alto sulla collina da cui dominava la costa, dove tutti potevano vederla. Adesso è il fantasma di quello che era, è una casa infestata dai fantasmi o meglio dai ‘geni’, le entità soprannaturali intermedie fra il mondo angelico e quello umano della cultura araba- da uno spirito, nella fattispecie, che si aggira per le stanze fatiscenti, che si ferma davanti ad una porta chiusa a chiave nell’ala est. Eppure, quando Bilal vi arriva, chiede alla figlia Sana che è con lui se pensa che questa sarà per loro ‘casa’, se alla mamma sarebbe piaciuta. La casa è stata divisa in miniappartamenti abitati da persone che sono andate alla deriva nella loro vita- un responsabile che si fa chiamare Dottore, due donne che litigano tra di loro di continuo, una ex concertista, una domestica che parla da sola.


   Sana è sperduta, tormentata dai ricordi di una madre che non la amava, di una sorella siamese che non era sopravvissuta all’intervento che le aveva separate e che continua ad essere al suo fianco, a parlarle, a stuzzicarla, a provocarla, quasi un altro djinn niente affatto benevolo che la invita a raggiungerla.

   Sana si aggira per la casa, arriva davanti alla porta chiusa, riesce ad entrare, spolvera, la mette in ordine, trova dei diari.

E allora la narrazione prosegue su due piani temporali, le protagoniste diventano due, la ragazzina orfana che si chiede che cosa è l’amore e la giovane donna che scopre che cosa è l’amore, suo malgrado perché proprio non avrebbe voluto sposare Akbar e diventare la sua seconda moglie. Sana e Meena.

    La storia di Meena acquista subito un rilievo maggiore ed è più appassionante di quella di Sana. Inizia con quella di Akbar, uomo di fascino e dalla mente curiosa, che porta la moglie dall’India a vivere in Sudafrica, fa costruire la grande casa, fa arrivare animali esotici per un suo zoo privato e un domatore che si prenda cura di loro. Che cosa ha in comune con la moglie che scimmiotta la moda inglese, vanta la sua ascendenza moghul e non gli presta ascolto quando lui le legge le poesie che ama? Quando Akbar si innamora di Meena, una semplice operaia, né la moglie né la madre di Akbar pensano che possa essere più che un divertimento. E invece…


   Amore e tenerezza che suscitano gelosia folle e crudeltà, sgarbi e aperto disprezzo che contagiano anche i due bambini quando nasce il figlio dell’amore di Akbar e Meena, che portano ad un atto di inaudita malvagità. Non finisce qui, sappiamo fin dall’inizio che se la casa è stata abbandonata, se è in rovina, è perché è stata teatro di qualcosa di tragico.

    Il finale è a sorpresa, perché ricongiunge i due filoni narrativi e alla tragedia del passato ne corrisponde un’altra nel presente.

   Quella di Shubnum Khan è una scrittura lussureggiante, incredibilmente poetica, capace di restituirci colori e suoni, luci e ombre, di rendere credibile- in un personalissimo ‘realismo magico’ molto poetico- la presenza dello spirito malato d’amore che ha taciuto per cento anni e quello di una gemella uscita di scena troppo presto. E poi il suo romanzo è una bellissima e insolita storia d’amore.



domenica 22 settembre 2024

Fabiano Massimi, “Le furie di Venezia” ed. 2024

                                                             Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Fabiano Massimi, “Le furie di Venezia”

Ed. Longanesi, pagg. 400, Euro 18,35

 

    Venezia 1934. Una folla incredibile in piazza san Marco in attesa di applaudire Mussolini e Hitler. Un incontro storico. Tra chi aspetta- e con ben altre intenzione che applaudire- c’è l’ex ispettore Siggi Sauer e il suo collega soprannominato Mutti, una coppia che fa pensare a Stanlio e Ollio, con Sauer più che mai magro e allampanato e quella tremenda somiglianza a Heinrich Heydrich, e Mutti, il bon vivant la cui figura arrotondata rivela la sua passione per il buon cibo. Insieme a loro, nella torre dell’Orologio, l’ungherese Sandor, cecchino infallibile.

    Quello che hanno in mente è chiaro, hanno studiato tutto, con un solo sparo moriranno in due e forse il destino dell’Europa sarà deviato. Qualcosa, però, scombussola il loro piano…

   Il loro, tuttavia, non è stato un viaggio inutile. Mentre seguono il Duce nella laguna, in piena notte, lo vedono approdare all’isola di san Clemente, scendere e inoltrarsi accompagnato da qualcuno in camice bianco. Si ferma un’ora nel grande edificio sull’isola. Con chi si è incontrato? Chi è andato a visitare nell’isola dei matti? Perché l’edificio che sorge sull’isola di san Clemente è l’ospedale psichiatrico femminile, mentre quello maschile è sull’isola di fronte, quella di san Servolo.


    Inizia così l’indagine di Siggi e Mutti. Quando vengono a sapere della donna, Ida Dalser, rinchiusa nel manicomio, e del suo legame con Mussolini, capiscono che, se venisse reso noto in questo momento, causerebbe uno scandalo capace di far cadere il Duce. Sarebbe meglio ancora e con meno rischi che un assassinio.

    Dal 1915 Mussolini era sposato civilmente con Donna Rachele da cui aveva avuto una figlia nel 1910 quando ancora vivevano ‘in concubinato’. Un certificato della chiesa parrocchiale di Sopramonte, però, attesta che Benito Mussolini sposò con rito religioso la trentina Ida Dalser nel 1914. Il loro figlio, Benito Albino, nacque nel novembre del 1915 e il padre lo riconobbe nel gennaio 1916.


    Fabiano Massimi, che in altri due ‘thriller storici’ ha mostrato il suo interesse per ricostruire episodi che si possono considerare marginali della grande Storia del ‘900, ricorre ancora una volta al genere dell’indagine poliziesca per far luce sulla moglie dimenticata del Duce e su quel figlio, primogenito  maschio perché nato prima di Vittorio, che dovevano entrambi scomparire. E la narrazione procede su due tempi, saltando dal 1934 con la sorprendente scoperta, non di una delle tante amanti del Duce, ma di una prima moglie e addirittura di un figlio del tutto legittimo, al 1942, con l’entrata in scena di un nuovo personaggio italiano che si interessa al caso in un disperato tentativo di salvare il giovane Benito che ora porta il nome di Albino Bernardi. Inframmezzata alla narrazione ci sono gli interrogatori di Ida Dalser che racconta la sua storia e ribadisce con fermezza e ostinazione di essere la moglie di Mussolini.

    Sotto la forma del romanzo veniamo a sapere della forte personalità di questa donna, ben diversa dalla ‘contadina’ Rachele, diplomata come estetista a Parigi, proprietaria di un salone di bellezza a Milano. Ida ci racconta dell’incontro con l’uomo che non era ancora il Duce osannato da tutti, che lavorava in un giornale, che lei aveva aiutato economicamente. Era stata messa da parte, poi, nonostante il figlio che avevano avuto, lui non le passava neppure i soldi pattuiti per il mantenimento. Fino a quando era successo il peggio.


   Se nella prima parte del romanzo è Ida Dalser il personaggio principale, nella seconda è Benito Albino, la vittima che più ci fa pena, che diventa il protagonista. La vicenda non è nuova, c’è anche un film del 2009 diretto da Marco Bellocchio, “Vincere”, che la prende in esame, ma l’approccio di Fabiano Massimi che ne fa la trama di un romanzo di indagine in un libro che ruota intorno ad un segreto disdicevole e colpevole, documentato, ricco di azione e con un messaggio implicito eppur chiaro- la lotta contro tutti i totalitarismi- la trasforma in una lettura piacevole e istruttiva.