venerdì 8 marzo 2024

Gaëlle Nohant, “L’archivio dei destini” ed. 2024

                                               Voci da mondi diversi. Francia

       Shoah

Gaëlle Nohant, “L’archivio dei destini”

Ed. Neri Pozza, trad. Luigi M. Sponzilli, pagg. 329, Euro 20,00

 

    Questo è un libro prezioso. Un libro straziante. Un libro che vi ruberà il cuore. Un libro a cui il vostro pensiero continuerà a ritornare e sarà un poco come se il vostro ricordo possa mantenere viva la memoria delle persone scomparse.

     Bad Arolsen, nell’Assia, nel cuore della Germania. A Bad Arolsen dal 1955 l’ITS, International Tracing Service, fu incaricato di gestire gli archivi, il più grande centro di documentazione e informazione sull’ Olocausto e sul lavoro forzato: 30 milioni di documenti dei campi di concentramento e schede di persone deportate, 26 chilometri di scaffali traboccanti di fascicoli, quaderni, mappe, effetti personali. Dal 2013 l’archivio di Bad Arolsen è stato inserito nel programma Memoria del Mondo dell’Unesco.


   Irène lavora nell’archivio di Bad Arolsen dal 1990. E’ francese, ma ha sposato un tedesco da cui si è separata dopo averne avuto un figlio- leggeremo di una scena memorabile durante una cena con i suoceri. Quello che era stato detto e quello che non era stato detto avevano reso impossibile ad Irène continuare a vivere con il marito. Fino al 2016 il suo compito era stato quello di cercare le persone di cui si erano perse le tracce, una lavoro di pazienza che portava da un testimone all’altro, senza mai perdere la speranza. Poi, dal 2016, ad Irène viene affidato un altro compito- restituire alle famiglie dei proprietari originari gli oggetti rinvenuti nei campi.

    Gli oggetti hanno una storia, gli oggetti parlano, gli oggetti tacciono segreti che è doloroso rivelare. Tra le mani di Irène capita un Pierrot sgualcito, un numero scritto sull’interno della veste. È di certo appartenuto ad un bambino. E quel bambino è di certo scomparso subito nelle camere a gas. Ma la ricerca porta altrove, sulle tracce di un uomo che ha avuto diversi nomi, che forse è sopravvissuto, che forse, anche senza saperlo, ha lasciato un figlio o una figlia. Come sapere se è la traccia giusta?


    C’è un altro oggetto che Irène non scopre nell’archivio ma che le arriva con una lettera, apparteneva (davvero, apparteneva?) alla nonna di chi le scrive. È un medaglione con la Madonna, dentro un disegno che raffigura un bambino biondo, con un nome e una data. E qui si apre un capitolo di dolore dentro il dolore. C’è la domanda che non finiamo mai di porci: come ha potuto una ragazza di vent’anni accettare di essere così crudele?, e poi quell’altra: come affrontano il peso del passato i figli e i nipoti di quelli che sono stati i protagonisti del Terzo Reich? E infine la storia di quell’aberrazione che è stato il rapimento dei bambini di aspetto ariano per darli a famiglie che ne facessero dei puri tedeschi.

    Il coinvolgimento di Irène è totale. Segue le tracce, parla con chiunque le offra un frammento di ricordo, è affascinata dalla personalità delle persone scomparse di cui lei sta cercando i discendenti, dalla combattività di uno e dal coraggio generoso dell’altra. Ricostruisce anche la storia della donna che le ha fatto da mentore all’ITS quando lei è arrivata- ormai questa donna che aveva diciassette anni quando era uscita da Auschwitz (in realtà non si esce mai da Auschwitz) era morta, ma una cugina era venuta a cercarla dall’Argentina.


    Il finale è la chiusura di un cerchio che include Irène stessa e che svela qualcosa che lei non aveva mai capito, anche se era lì sotto i suoi occhi. Forse il caso ha calcato la mano, ma poco importa.

   Un romanzo ben costruito- non deve essere stato facile tirare le diverse fila senza smarrirsi-, che divide la nostra attenzione tra le vicende del passato, gli incontri con i parenti delle vittime nel presente (sconvolgente quello in Polonia) e la vita personale di Irène. E anche se la scrittrice ci dice che le indagini e i personaggi del libro sono opera di finzione, questo non ne diminuisce il valore.



Valerio Morucci, “La peggio gioventù”- Una vita nella lotta armata- Intervista del 2005

                                                               Casa Nostra. Qui Italia

         Anni di piombo

Valerio Morucci, “La peggio gioventù”- Una vita nella lotta armata

Ed. Rizzoli, pagg. 356, Euro 17,00

    “La peggio gioventù”: un titolo, quello del libro di Valerio Morucci, che contiene già un giudizio, opposto com’è a quello del film dei fratelli Giordana, un indizio su quello che il libro vuole essere, e cioè un ripensamento in cui i fatti trovano la loro collocazione, ma soprattutto un tentativo di comprendere come si sia passati dall’essere “la meglio” gioventù alla “peggio”. E il sequestro che si concluse con l’uccisione di Moro è il nodo centrale verso cui convergono le memorie e i pensieri dell’autore, c’è un prima e un dopo quei cinquantacinque giorni della primavera del 1978. Un prima- la sua formazione in un’epoca di fermenti generazionali e in un’Italia che dava segni di cambiamento, il ‘68 e la rivoluzione studentesca, l’autunno caldo delle lotte operaie l’anno seguente, Potere Operaio e le Brigate Rosse, il primo omicidio delle BR, quello del giudice Coco nel ‘76- e si arriva al punto di non ritorno, la preparazione accurata del sequestro di Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta e poi quella del presidente della DC. Il dopo è una lucida analisi degli anni caldi della politica italiana, la decisione di Morucci e della Faranda di dissociarsi dalle BR, l’arresto, la prigione: “eravamo uomini che hanno creduto e hanno sbagliato. Siamo uomini pronti a riconoscere l’errore. E, subordinato a questo, siamo uomini consapevoli che non solo nostro è stato.”



 INTERVISTA A VALERIO MORUCCI, autore de “La peggio gioventù”  (2005)

 

    La stampa ha sempre bisogno di dare un soprannome alle persone, per renderne più facile l’identificazione ai lettori: Valerio Morucci era “il postino” del sequestro Moro, quello che dava indicazioni perché venissero ritirate le missive del presidente della DC. “Ma quelle lettere, Adriana e io, le rileggevamo anche la sera nel nostro appartamento…e le parole scorrevano lente. E ognuna lasciava il suo segno”. D’altra parte, nel primo capitolo del suo libro “La peggio gioventù”, Valerio Morucci si riferisce a Moro come “l’Uomo”, mentre descrive la concitata sequenza del sequestro. “L’Uomo” che proprio nel suo essere “uomo” è simile agli “uomini delle Brigate Rosse” a cui rivolge il suo appello il Pontefice perché il prigioniero venga rilasciato senza condizioni. Ed è per questo che Morucci si era opposto alla sua uccisione, perché, oltre ad essere politicamente un errore, era “un abominio”, inaccettabile perché Moro non era un nemico senza volto, ma un uomo prigioniero. Si rivolge ad un immaginario interlocutore, Valerio Morucci, in questa rievocazione di un passato vecchio di trent’anni, un’interpretazione dall’interno della storia delle BR con stralci di ricordi autobiografici e critiche aperte sia dei capi delle BR sia di quelli dei partiti del Governo, per come non hanno saputo o voluto gestire il sequestro Moro. Morucci, condannato dapprima all’ergastolo, poi a trent’anni nel ricorso in appello e infine a ventidue anni e mezzo per l’applicazione della legge sulla dissociazione, ha finito di scontare la pena nel 1994 e ha iniziato a lavorare nel campo dell’informatica. Stilos ha parlato con lui.

 Che cosa ha voluto dire per lei, fronteggiare il suo passato mettendo ordine nei suoi pensieri, per scrivere questo libro?


       Affrontare il passato non è mai semplice, perché i piani sono sempre due: da una parte un’analisi dei fatti e quindi una ricostruzione storica e politica, dall’altra quello che c’è sotto e il peso delle azioni compiute che si incastra storicamente nei fatti analizzati ma non trova collocazione nel rapporto con se stessi e con le proprie intenzioni. E sono due piani che potrebbero tendere a confondersi- nel libro mi sembrava di essere stato chiaro che la storia non giustifica nessuno ma si potrebbe pensare che questa profusione di pensieri analitici sulla storia e sulla politica sia tesa a nascondere la necessaria riflessione sull’etica. Per me fronteggiare il passato vuol dire questo, trovare ad ogni passo giustificazioni storiche e politiche, e, più ne trovo, meno giustificazioni etiche per contro trovo. E’ un problema che ho io e che abbiamo tutti davanti alle nostre azioni, per quanto siano necessitate. Quando le si riguarda, si vede che questa necessità negava i principi etici fondamentali.

 Secondo lei, la strage di Piazza Fontana è da considerarsi la madre di tutte le stragi, come è stata definita da molti, o il sangue che è stato sparso dopo sarebbe stato ugualmente versato?


     Secondo me la strage di Piazza Fontana è la madre di tutte le stragi di quel segno. Non certo del terrorismo di sinistra. E’ stata la prima feroce azione nel tentativo di fermare l’Italia da un possibile avvento al potere del partito comunista, strategia di vecchia data partita nel ‘48. E tutte le forze estere e italiane che temevano la vittoria comunista, da allora hanno iniziato a muoversi anche su terreno illegale per contrastare questa possibilità. Chi ha voluto questa strage non temeva certo le lotte studentesche e quelle operaie, ma temeva che queste potessero portare ad un rafforzamento elettorale del partito comunista, e dagli stessi intenti sono motivate le stragi fasciste- l’Italia è l’unico paese occidentale in cui siano maturati così tanti tentativi di colpi di stato. E però la strage di Piazza Fontana non è da considerarsi come l’origine del terrorismo, la nostra strada era già segnata. Può aver costituito un motivo in più di odio e di accelerazione, ma non ha determinato la scelta. Questa è una grossa fandonia della ricostruzione perché la nostra era una scelta rivoluzionaria basata sull’ideologia comunista che prevede che la rivoluzione sia un atto violento. In Italia solo i Gap di Feltrinelli hanno usato le armi per contrastare un possibile ritorno al fascismo. Nessuna altra formazione armata è nata per contrastare tentativi golpisti.

 La scelta di sequestrare Moro fu dettata dalla volontà di colpire lui in quanto regista dell’operazione di avvicinamento tra DC e PCI oppure fu una scelta più “casuale” dettata dalla fattibilità dell’impresa?

     No, la scelta di sequestrare Moro non ha niente a che fare con la sua operazione di avvicinamento tra la DC e il PCI, perché la scelta di sequestrare un alto esponente della DC è maturata nelle BR dopo il sequestro Sossi, quando questo avvicinamento era considerato impossibile ed è naturale perché, dopo che lo Stato è intervenuto per impedire la liberazione dei detenuti già accordata e il sequestro è fallito, le BR hanno capito che il problema era lo Stato e non bastava sequestrare localmente chicchessia, ma bisognava impattare con lo Stato. Tant’è che le prime inchieste in questo senso furono svolte da Franceschini nel ‘74-‘75. E perché Moro? Perché nell’analisi delle BR sullo stato dell’invasione delle multinazionali si torna a Lenin e allo stato imperialista e ad altre analisi prodotte nella sinistra non comunista italiana. Ed era un’analisi che si era rivelata giusta nel cogliere le linee di fondo, errata perché, essendo comunque di matrice marxista- comunista, individuava sempre nelle forme statali- esplicite del potere- la manifestazione di un’involuzione autoritaria del capitalismo. E’ evidente invece che, seppure in parte può sembrare così oggi, la realtà è che le multinazionali, proprio in quanto tali, non hanno bisogno di uno Stato. Cioè riescono ad operare al di fuori di qualsiasi controllo. In quella lettura che facevano le BR era la macchina statale che doveva acquisire una maggiore efficienza e quindi maggiore autoritarismo per rispondere alle esigenze delle multinazionali. E dato che Moro era fautore del rinnovamento della DC nel senso di maggiore efficienza come partito-Stato, si è pensato che questa sua intenzione coincidesse con le indicazioni delle multinazionali, laddove invece era evidente che Moro poteva essere tutto fuorché un esecutore dei desideri autoritari degli americani.. Il suo intento di rinnovamento era dovuto al fatto che comunque i partiti in Italia- tutti, e la DC in quanto partito di governo- erano fermi al dopoguerra, inadeguati alla società di massa scaturita dallo sviluppo capitalistico.


 Se 30 anni fa la scelta fu quella di combattere il capitalismo delle multinazionali servendosi da un lato delle armi e dall’altro dell’apparato ideologico comunista, oggi che di quest’ultimo è rimasto ben poco, che cosa si sente di opporre lei a quel capitalismo che lei stesso definisce l’ultimo degli “ismi” coercitivi rimasti?

     Trent’anni fa era molto forte la convinzione che ci fosse un sistema alternativo a quello capitalistico e per questo si è combattuto. Oggi che non è più così, a maggior ragione occorre riconsiderare l’errore di base compiuto allora, che è stato quello di smettere di potenziare la propria parte, le proprie ragioni, gli ideali, i valori, nel tentativo impossibile di azzerare quelli dell’avversario. E quindi oggi per me, arrivati al punto in cui il crollo dell’ideologia si è portato necessariamente appresso il crollo della politica come sistema di mediazione separato dalla società, appannaggio di una casta di sacerdoti della politica, l’unica possibilità è quella di riportare un movimento di trasformazione sul terreno del confronto, che è in alto e che non è tra sistemi politici né tra politiche apparentemente contrapposte, ma è quello della preminenza dell’etica sullo sviluppo selvaggio privo di ogni regola del mercato globale.

 Adesso che la DC come grande partito di massa e di governo non esiste più, qual è il suo giudizio sull’operato di questo partito che per 50 anni ha governato l’Italia?

      Il giudizio è quello dato dalla Storia più che il mio. La DC è scomparsa e non può certo dirsi che è scomparsa perché i suoi esponenti sono stati sotto processo per le tangenti. Questo è un giudizio sicuramente ingenuo perché, per quanto se ne possa dare un giudizio negativo, va considerato che quello che ha fatto la DC nei quasi 50 anni di governo va letto in un quadro sia interno che internazionale di blocco dovuto alla guerra fredda e alla presenza in Italia del più forte partito comunista europeo. Quindi, in parte la DC non è stata capace di adeguarsi allo sviluppo della società perché era preminente questa funzione di blocco anticomunista- e su questo posso aggiungere a titolo personale che di questo le va reso merito perché, se i comunisti disgraziatamente fossero andati al governo, si sarebbe instaurato un regime ben più oppressivo di quello democristiano.


 Secondo lei, quanto influì il ritardo del PCI nel riconoscere quei limiti dell’ideologia comunista che lei oggi lucidamente indica, sui giovani che in quegli anni scelsero la strada della lotta armata?

     Il PCI in parte aveva già aggiustato più volte e attenuato una ferrea identificazione con l’ideologia comunista, e già questo era stato preso da noi come un tradimento. Se l’avessero portato più a fondo, probabilmente sarebbero stati per noi ancora più traditori. Ciò non toglie che l’incapacità del PCI di adeguare il proprio apparato ideologico in modo consequenziale alle scelte già fatte nel ‘44 e allo sviluppo della società di massa conseguente all’espansione capitalistica, e quindi anche di diventare un moderno partito di opposizione, ha lasciato integro quel sottostrato rivoluzionario nel quale noi siamo cresciuti.

 Secondo lei è cambiata la percezione che noi abbiamo del terrorismo dopo l’11 settembre?


     Sicuramente è cambiata perché il terrorismo odierno è un terrorismo che viene dall’esterno ed essendo un vero terrorismo colpisce indistintamente. Il nostro era un terrorismo di azioni militari, il vero terrorismo che colpisce senza distinzioni fa sì che tutti siano delle vittime potenziali, a differenza di quello che avveniva negli anni ‘70, quando incuteva paura solo a chi si voleva colpire.


Nel suo libro ci sono degli “intermezzi”: chi sono i protagonisti di questi intermezzi e che significato ha voluto aggiungere?

      Gli intermezzi sono dei racconti che ho inserito nella narrazione. Scrivo racconti già da molto tempo. Finita l’ubriacatura della politica c’è stata da parte mia una repulsione ad affrontare questo argomento in termini politici perché imperava e impera una lettura manichea del fenomeno antagonista degli anni ‘70. Ho pensato allora che lo strumento della letteratura consentisse di proporre degli argomenti che toccassero altre corde più emozionali che razionali. In parte per sfuggire alla cappa del monopolio dei partiti sulla lettura degli anni ‘70 e in parte per offrire al lettore un altro punto di vista ho scritto dei racconti e li ho inseriti, in modo che da una parte c’è l’analisi che richiama nel lettore l’attenzione con la parte razionale e dall’altra i racconti che sollecitano la sua parte emotiva. I racconti danno di quello stesso argomento un altro punto di vista., ampliandolo.

 Oltre ai due libri autobiografici, lei ha appena pubblicato un thriller: pensa di continuare a scrivere letteratura di genere?

      L’unico genere di cui non vorrei più scrivere è quello terroristico. Quello che vorrei non fare è scrivere altri libri su quegli anni. Possiamo offrire il nostro contributo ma adesso devono essere gli altri a parlare, noi siamo troppo la parte in causa.

L'intervista a Valerio Morucci è stata fatta a Roma nel 2005 e pubblicata sulla rivista letteraria "Stilos"



 

                                                           

 

mercoledì 6 marzo 2024

Karl Alfred Loeser, “Requiem” ed. 2023

              Voci da mondi diversi. Area germanica

                                  seconda guerra mondiale


Karl Alfred Loeser, “Requiem”

Ed. Neri Pozza, trad. Silvia Albesano, pagg. 239, Euro 18,00

     Vestfalia, metà anni ‘30. Dal 1933 Hitler è cancelliere del Reich, dal 1934

si è autonominato Führer. L’ombra scura si estende sulla Germania. La caccia agli ebrei è incominciata. Qualcuno è già partito, saggiamente, con lungimiranza. Quella che prevale, però, è un’atmosfera di inquietudine, sì, ma anche di incredulità, una fiducia- basata sul nulla- che la paura sia ingiustificata, che la Germania, patria di musicisti e filosofi, non possa abbassarsi ad una politica basata su pregiudizi. La follia che sembra percorrere il paese come un’onda di marea, si ritirerà.

    Erich Krakau è un violoncellista di fama, membro dell’orchestra municipale, il suo fiore all’occhiello. Quando suona lui, è la musica degli angeli che vibra nell’aria. Vive per la musica. E per la moglie, un’ariana bionda e delicata ‘come un papavero’ (dice il dottor Spitzer che l’ha in cura). Lisa Krakau è incinta, basta poco per scuoterle i nervi.

   Fritz Eberle è perfino ridicolo come rivale di Krakau. È un nano di fronte a un gigante. Non sono le sue umili origini (è figlio di un panettiere) che lo rendono inferiore, è la sua presunzione di essere un bravo musicista e poter ambire ad occupare il posto di Erich Krakau. Perché è vero che non c’è posto per un altro violoncellista nell’orchestra. Adesso non c’è posto. Perché quel posto è occupato da un ebreo. E l’ebreo deve essere mandato via. Quando si presenta per un’audizione, è proprio Krakau a giudicarlo, senza sospettare che, consigliandogli di andare a fare il panettiere come suo padre, sta firmando la sua condanna. Come poteva Eberle pensare di suonare nell’orchestra, traendo quei suoni penosi dal suo strumento?


    La caccia all’ebreo, a Krakau nella fattispecie, inizia. Inizia con una vendetta personale da parte di Eberle, ferito nel suo orgoglio. Membro delle SA, con i suoi compagni Eberle organizza un’azione di disturbo durante un’esecuzione di Erich Krakau il quale reagisce con un ‘Porci’ a loro indirizzato. E viene portato via dalla polizia.

    E adesso, scomparso Krakau dalla scena, sfilano una serie di personaggi ognuno dei quali rappresenta una reazione diversa alle minacce degli albori del nazismo. C’è l’ignobile giornalista di scarso valore che pensa ai propri interessi cercando di favorire la carriera di Fritz Eberle, c’è chi, nell’ambiente dell’orchestra, si tira indietro davanti alla proposta di fare qualcosa, di rivolgersi a chi ha il potere di intervenire per scoprire dove sia stato portato Krakau e di farlo liberare, e c’è chi, infine, si mette in gioco, rischia, tira fuori vecchie conoscenze, risveglia la coscienza di un amico di altri tempi che pare aver dimenticato gli ideali che condividevano durante la guerra. E poi c’è la piccola moglie. Di lei si pensava fosse fragile, delicata come un papavero. Eppure Lisa Krakau raccoglie la sfida, per amore. Potremmo paragonarla non più ad un fiore, ma ad una tigre che sfodera le unghie. È pronta a tutto, per suo marito. Già prima, lei, ariana che non aveva nulla da temere, aveva proposto di partire, avvertendo il pericolo. Adesso è disposta ad offrire quello che a una donna è più prezioso, per salvarlo.


    “Requiem” è il romanzo di un’epoca che si avvicina al baratro, che pone il singolo davanti alla scelta, se seguire la massa o il proprio imperativo morale, un romanzo in cui la musica è al centro della scena. Musica come arte suprema che scavalca ideologie ed etnie, che eleva gli animi. Musica che identifica la Germania stessa, con tutti i geni a cui ha dato i natali. E allora, nel retrofondo, c’è l’assillo della domanda- come è stato possibile? Come è stato possibile un simile stravolgimento?

   “Requiem” è un romanzo singolare anche per la storia che c’è dietro- è in parte la sua storia e quella di suo fratello Norbert (compositore e critico musicale) che Karl Alfred Loeser racconta. Entrambi i fratelli erano riusciti a fuggire in Olanda (come il dottor Spitzer nel romanzo), Norbert vi era rimasto ed era sopravvissuto alla guerra, Karl Alfred era emigrato in Brasile insieme alla moglie conosciuta in Olanda. Morì anche in Brasile nel 1999 e i suoi eredi trovarono tra le sue carte il manoscritto di “Requiem” che fu pubblicato in Germania soltanto nel 2023.


                                               


 

martedì 5 marzo 2024

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare” ed. 2024

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia

            anni di piombo

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare

Ed. Marsilio, pagg. 296, Euro 20,00

 

  Intelligentissimo, spiritoso, distratto, poco incline alle apparenze, ma moderno e curioso di tutte le novità.

È così che Igino Domanin descrive lo zio Emilio Alessandrini, il giudice della procura di Milano assassinato da due killer di Prima Linea il 29 gennaio 1979.

È questa data, seguita da brevi frasi lapidarie- il giudice Alessandrini, gli anni di piombo, un romanzo familiare- che funge da sottotitolo, una sorta di spiegazione di intenti, del libro “Un eroe comune” di Igino Domanin. Perché, tenendo in mente quella data, non dimenticando mai che è di Emilio Alessandrini che si vuol ricostruire la vicenda, è degli ‘anni di piombo’ (iniziati con l’altra fatidica data, quella della strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969) che è necessario parlare. E Igino Domanin lo fa raccontando la Storia di quel periodo nero dell’Italia intrecciandolo con la storia della sua famiglia, con i ricordi di se stesso, poco più che un bambino all’epoca.


   Un ricordo incancellabile- Domanin viveva in Sicilia con i genitori, quel giorno lo avevano fatto uscire prima da scuola, lo aveva colto l’angoscia, il timore che fosse morto suo padre, poi una premonizione strana che gli aveva fatto chiedere, “è successo qualcosa a mio zio a Milano?”. E poi la disperazione della madre, legatissima a quel fratello sempre allegro, che si univa a loro d’estate sulla spiaggia di Pescara, che andava a trovarli in Sicilia, che condivideva con il nipote la passione per il cinema, che amava la musica di De André e andava a curiosare nei locali hippie, come Macondo.

   Le prime indagini di Emilio Alessandrini si erano svolte in un contesto neofascista, dal ’72 al ’74, nel clima della strategia della tensione. Il suo metodo di indagine si basava sulle analisi minuziose, sul reperimento di corpi di reato, su letture, schedature e interrogatori- era come se si immergesse all’interno di situazioni e ambienti nei quali si muovevano i responsabili delle azioni eversive.

   È un tempo estremamente complesso, quello che Igino Domanin analizza nel suo libro. Complesso per il numero di associazioni che si forma e si scioglie, dando origine ad altre associazioni, uguali e diverse. È difficile stare dietro a tutte, finiamo per ricordare le Brigate Rosse e Prima Linea, forse quelle che hanno compiuto azioni più tragicamente spettacolari. Un tempo complesso per quello che si cela dietro alla lotta armata, per le trame oscure intese a confondere le piste.

   È anche un tempo estremamente violento e crudele, soprattutto quando si passa dai rapimenti alle uccisioni- è una mattanza, un bagno di sangue. Il paese è precipitato nella follia.


Il sequestro e la morte di Moro accadono nel 1978, eppure Emilio Alessandrini non si riteneva minacciato, perché faceva parte anche lui del cambiamento che i terroristi auspicavano. Ecco, non aveva capito che nel 1979 Prima Linea aveva cambiato strategia, mirava a colpire una figura di vertice, se la sarebbe presa con gli uomini progressisti e onesti che svolgevano il proprio compito. Anzi proprio per quello- si era tanto più nemici del popolo e servi dei padroni quanto più si faceva bene il proprio dovere. Come Emilio Alessandrini.


   Leggere il libro di Igino Domanin significa chiedersi di continuo come tutto quello che è successo sia stato possibile e il lettore non riuscirebbe a sopportare l’angoscia di rivivere quegli anni e la loro cupa atmosfera se non ci fosse il sollievo delle pagine di ‘romanzo familiare’ che ci riportano ad un’altra Italia più ‘leggera’, quella di Carosello e della Citroën, dei film comici e delle vacanze al mare.

    Un libro da leggere, per sapere, per ricordare un uomo che è stato un ‘eroe comune’ per aver fatto al meglio il suo lavoro (ce ne vorrebbero di più, di uomini come lui), perché il nome di Emilio Alessandrini non resti muto su una targa all’ingresso di un parco.



 

 

sabato 2 marzo 2024

Enrica Ferrara, “Mia madre aveva una cinquecento gialla” ed. 2024

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

      romanzo di formazione
     anni di piombo

Enrica Ferrara, “Mia madre aveva una cinquecento gialla”

Ed. Fazi, pagg. 300, Euro 17,10

   Titolo bellissimo che risveglia la nostalgia dei ricordi, di quando si viaggiava in 500, senza aria condizionata, di quando neppure c’erano le cinture di sicurezza e si riusciva ad entrare anche in sei nella mitica Fiat 500.

Mia madre aveva una Fiat cinquecento gialla. Adesso non c’è più e non so nemmeno se ne facciano ancora.

L’io narrante è Gina, dieci anni, vive a Napoli con la famiglia. Sua sorella Betta non ha neppure due anni più di lei. Poi c’è la mamma, alta e bionda, e il papà grande e grosso che Gina chiama ‘Papaone’. Un papà molto amato e molto affettuoso che a un certo punto scompare. Dove è andato? Perché? la mamma e le bambine lo raggiungono in Sardegna. Per Gina è tutto un gioco fantastico. Devono prendere l’aereo e hanno una carta di identità con altri nomi. Lei adesso si chiama Enrica Coffey. Suo padre è italo-inglese. Ma Gina non deve dire a nessuno, né il nuovo nome né dove stanno andando.

    Suo padre si chiama Mario Carafa, è un uomo politico, c’era anche Moro tra i suoi amici. È innocente, ma è stato accusato di aver rubato soldi in banca. Suo padre è latitante, dicono a Gina. Che cosa vuol dire ‘latitante’? sua madre vorrebbe che lui si costituisse- altra parola che Gina non conosce, come ‘camorrista’ e ‘brigatista’.


   Dopo la Sardegna Gina, la sorellina e la mamma incontreranno il padre un’altra volta, in un Natale che sarà memorabile, dapprima in una masseria (che cosa è una masseria?) da cui dovranno fuggire in fretta e furia dopo che un amico del padre viene ferito gravemente da un’arma da fuoco (sarebbe dovuto essere suo padre la vittima?), e dopo in casa di un presunto amico. Non riescono neppure ad iniziare il pranzo perché succederà qualcos’altro di ancora più grave.

    “Mia madre aveva una cinquecento gialla” è un romanzo di formazione singolare e delizioso, perché deliziosa è la voce di Gina, bambina precoce che ha imparato a leggere ad sola a tre anni, deliziosa è la sua interpretazione degli avvenimenti che vengono rielaborati nella sua testolina e ridotti a misura di bambino. Così per gli avvenimenti politici di quegli anni che siamo soliti chiamare ‘di piombo’, ingarbugliati e pericolosi perché è impossibile sapere di chi ci si possa fidare e invece si sa benissimo quale è la fine di chi si espone o fa un passo falso.  Così anche per le dinamiche famigliari- Gina adora suo padre e si trova in difficoltà a difenderlo con sua madre e sua sorella che sembrano schierarsi contro di lui. Un padre che abbandona la famiglia e ne lascia tutto il peso alla moglie? Eppure Papaone è sempre a conoscenza, in qualche maniera, di quello che loro fanno e di quello che a loro succede. Si era fatto vivo immediatamente dopo le scosse di terremoto in Irpinia (era il 1980, si erano sentite fortissime anche a Napoli), sapeva chi erano le amiche delle figlie.


    Gina incontrerà suo padre dopo un vuoto di sette anni, lui si nasconde ancora, cercherà di spiegarle. E in quei lunghi sette anni c’è una parentesi felice, di leggerezza e di svago- è il racconto umoristico e brioso del viaggio su una 500 stracarica, con i bagagli sul tetto e il mangiadischi a tutto volume per arrivare al campeggio in Calabria dove la mamma tornerà a sorridere con un distinto signore, Gina si farà un’amica tedesca, Betta riceverà le attenzioni dei ragazzi.

    Una bellissima lettura in cui il buio degli anni di piombo è rischiarato dall’allegria e dalla leggerezza di una voce infantile, innocente e nello stesso tempo saggia. Un romanzo in cui la Storia di noi tutti passa attraverso quella di una famiglia quanto mai tipica- ne è la prova la cinquecento (amata da tutti gli italiani) gialla (il colore non è il classico rosso, è quello che differenzia l’auto e le viaggiatrici).

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



   

giovedì 29 febbraio 2024

Kim Ho-Yeon, “Il minimarket della signora Yeon” ed. 2024

                                                       Voci da mondi diversi. Corea


Kim Ho-Yeon, “Il minimarket della signora Yeon”

Ed. Salani, trad. Claudia Soddu, pagg. 272, Euro 18,00

 

     Una signora sulla settantina, Yeongsuk Yeom, è in treno quando si accorge che nella sua borsa non c’è più la pochette rosa con tutti i suoi documenti. Cerca di ricostruire i suoi movimenti, ma non ha idea di dove possa averla smarrita o dove le possa essere stata rubata. Poi squilla il suo cellulare. Una chiamata da una cabina telefonica. Una voce roca come di ‘un orso uscito dal letargo’ le chiede il nome, le dice di aver ritrovato il suo portafoglio e di essere alla stazione centrale di Seoul.

    Inizia così, con l’incontro tra una anziana professoressa in pensione e un senza tetto alcolizzato, il romanzo dello scrittore coreano Ho-Yeon Kim. È una storia di rinascita, di generosità e di altruismo che insegna che la vita va sempre in qualche modo avanti per un motivo, che ‘non siamo fatti per cadere nei fiumi, ma per attraversarli’. Che ‘un ponte è una strada, non un dirupo da cui saltare’.


    Yeongsuk Yeom ritorna in possesso della sua pochette rosa ed è talmente colpita dalla radicata onestà del barbone, che addirittura si azzuffa con dei ladruncoli che cercano di impossessarsi della borsettina, che finisce per dirgli che può venire ogni giorno nel suo minimarket e scegliere una confezione di un piatto pronto da mangiare. Perché la signora Yeom gestisce un piccolo minimarket che è sempre in perdita da quando hanno aperto altri supermercati nella zona. Per lei, a cui basterebbero i soldi della pensione, più che un investimento è un modo per restare attiva e per dare uno stipendio ai suoi dipendenti.

    La signora Yeom e il senzatetto sono i due protagonisti del romanzo, attorniati da altri personaggi- le due commesse del minimarket, il figlio della signora Yeom (che insiste perché lei venda il negozio e dia a lui i soldi), quello della più anziana delle commesse (che passa tutto il tempo chiuso nella sua stanza a fare videogiochi), clienti fissi o occasionali. L’attenzione però è sulla professoressa in pensione e sull’uomo che sembra un orso, che ha dimenticato il suo passato, che non ricorda neppure come si chiama, che sembra aver addirittura dimenticato come si faccia a parlare. Finisce per balbettare che il suo nome è ‘Dokko’, che vuol dire ‘solo’.


    Tutto incomincia da un piccolo atto di gratitudine e di compassione che porta, tuttavia, molto lontano. Qualcosa si risveglia dentro Dokko, quando Yeongsuk mostra di aver fiducia in lui e gli offre addirittura un impiego come guardiano notturno, vincendo la perplessità e, sì, l’ostilità delle due commesse. Le quali dovranno ricredersi. E l’attenzione si sposta su Dokko, sulla sua maniera di approcciare i clienti, quasi sapesse per istinto come aiutare le persone sole, offrendo loro cauti consigli, bevendo tè di mais con chi si ubriaca di soju (dopotutto lui è un esperto, anche lui ha dovuto disintossicarsi), accendendo una stufetta per chi si siede al tavolino fuori del minimarket. E non si rende neppure conto di aver offerto lo spunto per un’opera teatrale ad una scrittrice in crisi di ispirazione.


   Il finale è catartico e squarcia il velo sul passato di Dokko- la realtà deve essere affrontata, così come la colpa e il rimorso della coscienza.

È singolare come arrivino tutti dall’Oriente i romanzi che ruotano intorno a piccoli luoghi pubblici- può essere un caffè, una pasticceria, un ristorantino, una libreria di quartiere, un minimarket nel libro di Ho-Yeon. Sono libri che nascondono una grande solitudine dietro ai personaggi ed è sufficiente un incontro in uno di questi luoghi (sempre piccoli, a misura d’uomo così che sembrano circondare d’affetto chi vi entra) per dare il via ad un cambiamento di vita, ad un atto riparatorio, ad uno speranza ritrovata. Sono un poco mielosi, questi romanzi ‘buonisti’ che sostituiscono il genere ‘rosa’, ma, se scritti bene come quello di Ho-Yeon Kim, sono una gradevole lettura. Senza dire quello che ci insegnano sulla vita in Corea, sui cibi e sulle bevande, sugli stupefacenti alloggi economici per studenti, i goshiwon, che misurano in media 4 mq.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



martedì 27 febbraio 2024

Sélim Nassib, “L’amante palestinese” ed. 2005, una nuova edizione è uscita nel 2023

 

                                      il libro ritrovato, già recensito nel 2005



Sélim Nassib, “L’amante palestinese”

Ed. e/o, trad. Gaia Panfili, pagg. 180, Euro 13,50

 Per Albert avere un’amante ebrea non ha nulla di straordinario. Haifa abbonda di storie d’amore e di sesso tra ebrei e arabi, alcuni vivono perfino insieme. E’ Golda a  essere particolare. Il suo sionismo è un sacerdozio, una passione, il sale stesso della vita.

Ci riesce difficile immaginare Golda Meir giovane, perché le foto che di lei ricordiamo la ritraggono quando era Primo Ministro di Israele negli anni ‘60, un viso dai lineamenti marcati, la crocchia di capelli grigi. E ci riesce invece facile pensare che abbia avuto un fascino magnetico, una forza vitale e una carica di energia che si trasmettevano a chiunque la avvicinasse. La storia che lo scrittore libanese Sélim Nassib racconta ne “L’amante palestinese” è quella d’amore tra una giovane Golda e il banchiere palestinese Albert Pharaon.


“Una storia impossibile? Quasi impossibile, costretta a svolgersi interamente in quel “quasi”, il piccolo spazio in cui ciò che non dovrebbe accadere accade”. Nassib dice di essere venuto a conoscenza di questo amore dal suo amico Fouad, nipote di Albert Pharaon- in famiglia era un segreto non segreto, una di quelle cose che tutti sanno ma di cui è meglio non parlare, una vergogna, che uno di loro andasse a letto con il nemico. Da questa confidenza fatta a mezza voce, e chissà che cosa ci è stato ricamato sopra negli anni, Sélim Nassib costruisce il suo romanzo, inventando, attribuendo sentimenti e parole all’uno e all’altra, immaginando incontri e separazioni e abbozzando insieme una storia di Israele, dalla dichiarazione Balfour del 1917 alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948. Albert Pharaon e Golda Meyerer si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘20, in occasione della festa per il compleanno del re.

Appartenevano a due mondi diversi, Albert e Golda. Lui ricco, sposato con una donna che lo infastidisce, appassionato di cavalli, annoiato dalla società oziosa da cui è circondato e che ha cercato di fuggire, trasferendosi da Beirut a Haifa, lei, emigrata bambina da Kiev in America con il furore dei pogrom ancora negli orecchi, è arrivata in Palestina per essere un’ebrea tra gli ebrei, per perseguire il grande sogno del sionismo- il suo sacerdozio, la sua stessa vita. Anche Golda era sposata quando si incontrarono, ma di lei si conosce il cuore appassionato, nei sentimenti privati come in politica, si sa che ebbe parecchi amanti. Il legame “quasi impossibile” con Albert Pharaon, se ci fu, rimase confinato tra i muri di una stanza, lontano da quel mondo reale che li avrebbe considerati dei traditori.

Le parti più belle del romanzo di Nassib sono quelle che descrivono la vita nel kibbutz, il fuoco interno di Golda, il suo coinvolgimento politico nella lotta per ridare una terra al suo popolo, le sue parole vibranti. Più scialbo il personaggio maschile- ma forse nessun uomo avrebbe potuto reggere il confronto con una personalità eccezionale come quella di Golda-, e troppo romantiche le scene di alcuni incontri, anche se la qualità della luce, il colore del cielo e del mare della Palestina che adesso è Israele sembrano assurdamente belli, da film in technicolor, solo a chi non c’è stato.

la recensione è stata pubblicata nel 2005 in quello che era, allora, il sito di Alice