sabato 13 gennaio 2024

Stefano Amato, “L’ultima candela di Krujë” ed. 2023

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

                                  Voci da mondi diversi. Albania

                                                     romanzo storico

Stefano Amato, “L’ultima candela di Krujë”

Ed. Neri Pozza, pagg.233, Euro 18,00

 

     1450. Krujë, la vecchia capitale dell’Albania, situata in una splendida posizione, come una vedetta sulle montagne. C’è tuttora, il castello di Krujë, restaurato e sede di un museo dedicato all’eroe nazionale, Gjorgi Kastriota Scanderbeg. Figlio del principe Giovanni Kastriota, dopo che questi fu sconfitto dagli ottomani Gjorgi venne mandato come ostaggio alla corte del sultano. Dopo averne conquistato la benevolenza, ricevette il nome di Alessandro (in turco Iskander) e il titolo onorifico di Beg insieme alla nomina di governatore di Krujë- da qui Iscanderbeg o Scanderbeg. Un eroe che è diventato un mito, un uomo carismatico di gran valore, possanza fisica, coraggio, che dedicò tutta la sua vita a combattere i turchi, costante minaccia per il suo paese.

    Sono vent’ anni di guerra continua, quelli del principe Scanderbeg. Ed è durante un sanguinoso attacco a Krujë che nasce una bambina, Hënëza. Nasce per restare subito orfana ed essere affidata alle cure di una serva a servizio di Scanderbeg e della principessa sua consorte.

Krujë

    Stefano Amato, cresciuto nella comunità arbëreshë in provincia di Cosenza, ricostruisce per noi il passato dell’Albania, il paese che si affaccia sull’Adriatico, proprio di fronte a noi, e che ha avuto legami stretti con gli Aragonesi del Regno di Napoli.

    C’è una doppia trama nel romanzo. Una, più prettamente storica che anticipa e prepara quella più personale che ci porta in Italia, in un esilio che ci ricorda da vicino quello più recente del 1991.

Si combatte sotto la guida di Scanderbeg, i giovani partono per la guerra da cui torneranno in pochi, a Krujë restano le donne, giovani madri rimaste vedove, e gli orfani. Scanderbeg avrà un figlio maschio che ritroveremo alla fine in Italia, fuggito anche lui in esilio lasciando a Hënëza, sua compagna di giochi, una preziosa spilla con l’aquila a due teste, simbolo dell’Albania.


    La seconda storia è una vicenda d’amore in tempo di guerra. Il giovane di cui Hënëza è innamorata non si può sottrarre alla chiamata per difendere il suo paese- dopotutto anche quella è una decisione dettata dall’amore. Difendendo il suo paese, difende anche la fanciulla che ama. La quale, però, non aspetterà il suo ritorno. È la madre adottiva a decidere per lei, si unirà a quelli in fuga verso l’Italia usando dei sotterfugi che lascio al lettore scoprire.

     Inizia così la seconda vita della bella Hënëza, una vita di sradicamento e di perdita dell’identità e della propria lingua- quello che più o meno avviene a tutti i profughi che hanno abbandonato tutto nella speranza di una vita migliore.


    Ed è nella Calabria Citra che si stabilisce una piccola comunità albanese, dapprima invisa agli abitanti del posto e dei signori di quella terra che arrivano poi a capire come volgere a proprio vantaggio quello che sentono come un pericolo, un’invasione di persone rozze, barbare, che parlano una lingua incomprensibile. Certi modelli di comportamento si ripetono nei secoli, così la paura per “l’estraneo” e la diffidenza per tutto quello che non si conosce e che si avverte come diverso da noi.

    Gjorgi Kastriota Scanderbeg non è un eroe molto conosciuto, anche se una sua statua equestre si erge a Roma in piazza Albania e strade  e piazze sono a lui intitolate in parecchie città italiane. Eppure vale la pena di farlo uscire dall’ombra, di ricordare il suo valore  e le sue imprese, di restituire a tutti gli albanesi, quelli in patria e quelli emigrati in Italia, l’orgoglio per una figura di grande valore. Ecco perché leggere il libro di Stefano Amato.

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A breve seguirà l'intervista con lo scrittore.



 

 

 

giovedì 11 gennaio 2024

Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo” ed. 2023

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

         guerra dei Balcani

Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo”

Ed. Neri Pozza, trad. Alba Bariffi, pagg. 228, Euro 18,00

     1992. Sarajevo. Era stato il primo segnale di allarme. “Le sono entrati in casa”- l’aveva informata la vicina di sua madre in una telefonata di primo mattino. “Criminali, teppisti, Dio sa chi.” E Zora Kočovič era salita su un tram insieme al marito per andare a controllare. Era vero, due uomini e una donna si erano appropriati dell’appartamento di sua madre, momentaneamente vuoto perché la madre era ospite a casa loro. Si sentivano giustificati perché il governo aveva detto che tutti gli appartamenti abbandonati erano di proprietà pubblica. Zora era riuscita a mandarli via e aveva fatto cambiare serratura. Ma questo era solo l’inizio, poi erano venute le barricate, la divisione della città, il luccichio delle armi in cima alla montagna che sovrastava Sarajevo, la mole dei carri armati che sembravano giocattoli. Ma non lo erano. La figlia di Zora viveva con il marito in Inghilterra, suo marito e sua madre sarebbero andati da lei. Zora sarebbe rimasta. Era una pittrice di fama, aveva ottenuto di usare uno studio all’ultimo piano della Viječnica- la biblioteca nazionale con la splendida cupola di vetri azzurrini-, insegnava pittura. Dipingeva, Zora. Aveva l’ossessione dei ponti, stava lavorando su una grande tela che rappresentava il ponte delle Capre, fuori Sarajevo. Non poteva allontanarsi, i suoi quadri erano lei, Sarajevo era lei. Era cresciuta in quella città che era un esempio della pacifica convivenza di religioni e di nazionalità. Quella bufera sarebbe passata.


    E invece iniziò l’assedio, il 5 aprile 1992, 1425 giorni di assedio, fino al 29 febbraio 1996, il più lungo dell’epoca moderna. 11000 i morti. E l’anno peggiore fu proprio il primo, quando avevano iniziato a scarseggiare i generi alimentari, quando l’elettricità era stata tagliata, e poi l’acqua. Per non parlare dei cecchini, delle granate e delle bombe. E infine del gelido inverno, più freddo di qualunque altro inverno nel passato, mentre la gente viveva in case sventrate, con coperte tese a sostituire i vetri infranti.

    È questa la storia che Priscilla Morris ci racconta ne “Le farfalle di Sarajevo”. Nella nota finale dice di essersi ispirata alla vita del suo prozio, pittore paesaggistico il cui studio, nella Biblioteca Nazionale, andò a fuoco nell’incendio del 1992, e anche ad eventi della vita di suo padre, a come era riuscito a fare uscire i suoceri dalla città assediata, dopo che il loro appartamento era stato bombardato.


Continuare a vivere nella città assediata significa non arrendersi al nazionalismo, continuare a dare vita a Sarajevo. Chi abbandona la città si sente un traditore. Zora vuol restare, sa di fare la sua parte andando ogni mattina a dare lezione, dipingendo un grande albero sulla parete della sua stanza insieme alla piccola Una. E se, pur amando il marito, la paura e la solitudine la spingono verso un altro uomo- che altro resta se non l’amore e l’amicizia, in tutta quella distruzione?

    Cede anche Zora, ad un certo punto. Cede dopo aver superato i due momenti cruciali di quei mesi- la morte di un edificio che conteneva la cultura della Bosnia e la morte di una bambina, la vittima innocente, il futuro della Bosnia.


   Un libro dolorosamente intenso, di quella bellezza tragica che solo certi periodi di Storia vera possono avere, attraversato da lampi di poesia nella descrizione dei quadri di Zora o in quella delle ceneri che si sollevano dai libri divorati dalle fiamme sulla città come tante farfalle nere. La bellezza lieve delle farfalle. Il nero della morte.

    Bellissimo. 

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martedì 9 gennaio 2024

Matiei Vişniec, “Il venditore di incipit per romanzi” ed. 2023

                                                        Voci da mondi diversi. Romania



Matiei Vişniec, “Il venditore di incipit per romanzi”

Ed. Voland, trad. Mauro Barindi, pagg. 354, Euro 19,00

 

    Raccogliamo l’invito al gioco di Matiei Vişniec e incominciamo dalla fine, dalle parole che chiudono il libro ma che potrebbero essere un incipit intrigante: No, la morte non dovrebbe lasciare finestre aperte al suo passaggio. E il romanzo che immaginiamo potrebbe essere uno dei tanti romanzi contenuti nel libro dello scrittore e drammaturgo rumeno, quello che lui definisce ‘il primo romanzo scritto post-mortem’. Per sapere in che modo possa succedere che un romanzo sia scritto da qualcuno che è morto, dobbiamo leggere il libro, seguire tutte le sue tracce. Un indizio sull’autore del libro che viene dall’aldilà? Quello che esordisce dicendo, Sono morto da tre anni (altro ottimo incipit, peraltro). Perché, come dice il venditore di incipit, la prima frase di un romanzo deve essere un dito che preme un grilletto, il deflagrare di un incendio interiore. Gli esempi di inizi fulminanti saranno, ne “Il venditore di incipit”, una carrellata che ci farà sorvolare tutta la storia della letteratura, spaziando da “Don Chisciotte” a Hemingway, dalla “Montagna incantata” a Kobo Abe, da Céline a Zafòn, da Camus a Joyce, chiarendo- se ce ne fosse bisogno- quanto sia importante e decisiva la frase di apertura di un romanzo, attribuendo ad alcune di queste frasi un valore simbolico per un’intera epoca.


    Si chiama Guy Courtois l’uomo che dice che la sua agenzia ha fornito incipit di romanzi da 300 anni. Guy come Guy de Maupassant (l’incipit di ‘Bel Ami’ è famoso), Courtois che significa ‘cortese’ in francese. E Guy Courtois porge il suo biglietto da visita ad uno scrittore in crisi. Incomincia un carteggio tra i due, uno dei tanti filoni da seguire in questo romanzo pirotecnico, in questa esplosione di storie, in questo puzzle letterario, in questa matrioska di libri.

     Lo scrittore M (iniziale di Matei Vişniec, ma anche quella che caratterizza quasi tutti i personaggi di Samuel Beckett, altro scrittore con un carosello di storie in “Malone muore”) scrive un romanzo su un personaggio X che si sveglia colpito dall’interno da una esplosione di silenzio. Il suo sarà un romanzo distopico sull’Assenza, sulla improvvisa scomparsa di esseri umani e animali, su una città deserta in cui si aggira X mentre tutti gli orologi sono fermi sulle 6,37. Nel susseguirsi fantasmagorico di trame leggeremo stralci di un romanzo autobiografico che inizia con: Non è facile avere un fratello maggiore considerato da tutti un genio, e che poi ritroveremo raccontato da un altro punto di vista, il fratello maggiore stesso, il genio Victor (quale nome più appropriato per un primogenito?), così come pure in quello che sarà un romanzo americano, resteremo in sospeso leggendo un’altra traccia di romanzo americano, un tipico romanzo ‘on the road’ con Ken (si chiama così anche il compagno della bambola Barbie, prettamente americana) e Betty (e ci si chiede, può esistere un romanzo alla Kerouac sulle strade della Romania? Impensabile, il fascino andrebbe perso), e poi ci sarà la storia d’amore in versi con la signorina Ri, e la serie di sogni (pensiamo a Borges per cui il sogno è un vero genere letterario) e infine il romanzo dettato dall’Intelligenza Artificiale, spersonalizzato, disumanizzato.


     Un luogo che ricorre nel libro di Matei Vişniec è quello in cui nell’immaginario si incontrano gli scrittori, da sempre. Può essere il Caffè Odeon di Zurigo dove si ritrovano i fantasmi degli scrittori che lo hanno frequentato, o i due famosi caffè di Piazza san Marco, il Quadri e il Florian, oppure il Caffè dei Timidi uscito dall’immaginazione di chi non è capace di relazionarsi agli altri, oppure- e qui si tocca il tasto politico e della memoria dell’autore stesso- il Ristorante degli Scrittori della Casa Monteoru di Bucarest, un Amarcord conflittuale tra incontri con nomi famosi della scena letteraria rumena ed esplorazione di scantinati dove membri della Securitate ascoltavano e registravano quanto veniva detto al piano di sopra. È questo lo scenario giusto per raccontare un paradossale sciopero del silenzio degli scrittori rumeni che si sentono sminuiti, non considerati, delusi dalla mancata attribuzione di un premio Nobel.

Casa Monteoru

    Attingendo a famosi esempi di meta romanzo- “Se una notte di inverno un viaggiatore” di Calvino, ma anche Borges o Sterne- Matei Vişniec ci consegna un libro che è un’esaltazione della lettura, un libro scoppiettante, divertente, una sfida per il lettore a riconoscere le tracce, a seguirle nel labirinto di storie nuove e diverse, a pensare ai quesiti nascosti, ad ascoltare, come fanno i clienti della libreria Verdeau, la musica dei libri. Sì, perché è vera musica quella che esce dalle pagine vergate dalla scrittura, musica che va al cuore prima ancora che alla mente.

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lunedì 8 gennaio 2024

Assenza

 


    Sono appena rientrata da una lunga degenza in ospedale per rottura femore. Mi spiace non aver potuto avvisare. Cercherò di recuperare, pubblicando appena possibile, le recensioni che già avevo pronte e quelle delle letture che hanno alleviato le mie sofferenze. A presto.

martedì 28 novembre 2023

Anuk Arudpragasam, “Passaggio a Nord” ed. 2023

                                             Voci da mondi diversi. Sri Lanka



Anuk Arudpragasam, “Passaggio a Nord”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Andrea Silvestri, pagg. 320, Euro 19,00

 

   25 anni di guerra civile, tra il 1983 e il 2009, in Sri Lanka. I morti furono tra gli 80.000 e i 100.000. Lo scontro fu tra il governo e il gruppo separatista delle Tigri del Tamil che reclamavano uno Stato indipendente nel Nord-Est del paese.

   La guerra è ormai finita da anni quando prende l’avvio il romanzo di Anuk Arudpragasam, “Passaggio a Nord”, selezionato per il Booker Prize.

Il giovane Krisham, ritornato a vivere a Colombo dopo aver studiato in India e aver trascorso un periodo di lavoro nel Nord dello Sri Lanka, riceve contemporaneamente una mail da Anjun, la ragazza che aveva amato e che lo aveva lasciato quattro anni prima, e la notizia della morte di Rani, la badante della nonna. Rani si era recata dalla famiglia nel Nord, sembrava che fosse morta per un incidente, precipitando nel pozzo. Era stato veramente un incidente? Krisham ne dubita, Rani era in cura per una forte depressione. Ne aveva ben donde, Rani, per essere depressa- entrambi i suoi figli maschi, uno ancora bambino, erano morti durante la guerra. Anche il dottore che seguiva il suo caso aveva approvato che Rani lavorasse come badante dell’anziana nonna di Krisham, un’occupazione e lo stretto contatto con altre persone sarebbero servite per distogliere il suo pensiero.


    Krisham pensa sia suo dovere partire per presenziare al funerale della donna e il libro diventa allora un romanzo di viaggio, anzi di un doppio viaggio. Perché mentre il treno porta Krisham verso il villaggio a Nord dove vive la famiglia di Rani, insieme agli altri ricordi affiora quello di un altro viaggio in treno, in India, da Nord a Sud, da Delhi a Mumbai, insieme ad Anjun. È come se ci fosse un viaggio dentro un altro viaggio e quello precedente, con Anjun, è, in un certo senso, una preparazione per questo, attraverso la devastazione e il dolore lasciati dalla guerra. Perché il tempo passato con Anjun è, insieme, un periodo di ricca esperienza personale ma anche un risveglio politico per Krisham, influenzato dall’attivismo di Anjun. Veniamo a conoscenza di molte cose in questo duplice viaggio in treno, dell’invecchiamento della nonna che era tornata irriconoscibile dopo che era andata a trovare il fratello a Londra per l’ultima volta, delle violenze delle forze governative e, per ritorsione, di quelle delle Tigri, del corpo speciale delle Tigri Nere, dei cimiteri sterminati con le lapidi distrutte dall’esercito, della discriminazione che lo stesso Krishan aveva avvertito, quando era in India, nei confronti dei Tamil con la pelle più scura.

Apprendiamo pure del loro rituale del funerale con la cremazione del corpo, infine, quando Krishan arriva a destinazione, con quel pensiero fisso in testa che però non esprime a parole- si era uccisa, Rani? Non sopportava più il dolore della perdita? Inserite in questa duplice narrazione ce ne sono altre, un lungo poema, la storia di Siddharta e quella di un famoso ed eroico rivoluzionario Tamil, atrocemente torturato dopo essere stato preso prigioniero.

    Il romanzo di Anuk Arudpragasam ha il passo lento come quello del treno che sbuffa verso Nord, è un romanzo di riflessioni senza dialoghi, in uno stile ponderato che rivela gli studi di filosofia fatti dallo scrittore.



   

sabato 25 novembre 2023

Ralf Rothmann, “Quella notte sotto la neve” ed. 2023

                                                 Voci da mondi diversi. Germania

     seconda guerra mondiale

Ralf Rothmann, “Quella notte sotto la neve”

Ed. Neri Pozza, trad. Enrico Arosio, pagg. 282, Euro 19,00

 

   Inizia nell’ultimo inverno di guerra, il nuovo romanzo di Ralf Rothmann che conclude la trilogia iniziata con “Morire a primavera”, seguito da “Il dio di un’estate”. Conosciamo già alcuni dei personaggi che appaiono più avanti nel libro, quando il tempo si sposta di alcuni anni, le cicatrici della guerra sono presenti e visibili, nelle persone, nel paesaggio, ovunque. Oppure sono nascoste nei cuori, soffocate da ricordi che non si vogliono riportare alla luce.

   Nel 1945, mentre l’armata rossa avanza inesorabile, Elizabeth fugge come tanti altri tedeschi da Danzica. Prima su un motocarro, poi a piedi. Avanza a fatica. Ha sedici anni, non riuscirà ad evitare la sorte delle donne in tutte le guerre, quasi siano un lecito bottino per i soldati nemici. E però c’è ancora una speranza di bene, un incontro fortuito con un nemico che si rivela amico, un medico russo della Croce Rossa che la cura, le versa vodka sulle ferite per disinfettarle, la ricuce, le dà l’unico farmaco che ha, dell’ aspirina.


   Questa è la storia del passato di Elizabeth, narrata in capitoli brevi come singhiozzi che si alternano con quelli più lunghi di un tempo posteriore. In questi la voce narrante è quella di Luisa, la stessa di “Il dio di un’estate”, che incontra Elisabeth quando questa lavora come cameriera nel bar di sua madre.

Elisabeth è amata da tutti i clienti del bar, fa sentire speciale ognuno di loro, si ricorda dei loro gusti e delle precedenti ordinazioni, flirta con ognuno. È carina, se non bella. Luisa, che ha la stanza vicino alla sua, sente dei rumori di notte. Un paio di orecchini di perle che Elisabeth sfoggia saranno, anni dopo, rivelatori e causa di un rovescio nelle fortune di Elisabeth e del marito Walter. Riconosciamo Walter- era lui il ragazzo partito per la guerra e protagonista del dramma di “Morire a primavera”. I ricordi lo perseguitano, eppure tira avanti, la sua felicità è nell’occuparsi delle bestie, eppure sarà costretto a cercare un altro lavoro dopo che l’accusa di furto peserà su Elisabeth.


Avranno due figli, Elisabeth e Walter, ma Elisabeth è incapace di amarli, incapace di essere una buona madre. Luisa vede, Luisa racconta, Luisa cerca di capire, Luisa cerca di stare vicino ad Elisabeth. E al mite  Walter.

    Il dolore dello scrittore si avverte in tutto il romanzo, nel mettere insieme quanto è accaduto ad Elisabeth in quegli ultimi mesi di guerra, nello sforzo di comprenderla dopo, negli anni della ‘ricostruzione’ della Germania, quando il peso della colpa grava su tutti. E Walter ed Elisabeth sono tutti i tedeschi, ognuno con il suo bagaglio di violenza e di sofferenza, ognuno vittima e carnefice.

    Che cosa passa in eredità alla prima generazione del dopoguerra? Come hanno vissuto i figli di Walter ed Elisabeth? Non bene. Ci sono voluti anni e anni allo scrittore per riconciliarsi con la storia di sua madre, per poterne scrivere e mettere un punto al passato. Per girare pagina.

   Un altro libro molto bello che chiude il capitolo di Storia più doloroso della prima metà del secolo scorso.



   

  

mercoledì 22 novembre 2023

Jan Brokken, “La suite di Giava” ed. 2023

                                                          vento del Nord

voci da mondi diversi. Paesi Bassi

Jan Brokken, “La suite di Giava”

Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi, pagg. 236, Euro 17,50

     Tutto è iniziato con un brano musicale ascoltato per caso alla radio, “I giardini di Buitenzorg” di Leopold Godowski. Un pezzo di straordinaria bellezza che non crea solo la suggestione di palme fruscianti, ma riporta alla memoria l’immagine di sua madre. E con questa il desiderio, la necessità di conoscerla, di sapere del suo passato. Perché una cosa è subito chiara allo scrittore olandese Jan Brokken. Lui aveva conosciuto sua madre in Olanda e non l’Olga che era andata giovane sposa poco più che ventenne nelle colonie, in quelle che allora erano ‘le Indie’. Sua madre aveva ben poco in comune con Olga e lui, il figlio minore, nato dopo il ritorno dei genitori in Olanda, dopo la tremenda esperienza del campo di prigionia giapponese, dopo che il sogno dei suoi genitori si era trasformato in un incubo, sapeva ben poco di quella loro vita precedente- sono le lettere che gli consegna la zia a fargliela conoscere.


    Il padre dello scrittore era un teologo ed era stato mandato in Indonesia per studiare la storia e la fenomenologia delle religioni, dell’islam in maniera particolare. Erano giovani ed entusiasti, Han e Olga. Ed erano felici di allontanarsi dalla pesante atmosfera delle loro famiglie olandesi. Olga era brillante e curiosa, imparava con facilità le lingue, il makassar e il buginese, riusciva a stringere amicizia con le donne del posto a cui insegnò perfino ad usare la macchina da cucire. L’amore di Han e Olga, finalmente libero da freni moralistici, era una spinta ad avanzare insieme in quella nuova esperienza, ad affrontare il dolore per la perdita della prima figlia, a gioire, poi, per la nascita di due maschietti, uno dopo l’altro.

    Jan Brokken è il flâneur per eccellenza, un flâneur straordinario. I suoi passi non lo conducono solo verso i luoghi che fa riapparire davanti ai nostri occhi- i giardini di Buitenzorg con i loro viali, il fiore più grande e più puzzolente del mondo (la Rafflesia che ha un che di mostruoso),


le colline, le piantagioni, i sentieri polverosi-, ma anche ad incontrare persone, pur non sempre fisicamente. Non possiamo fare a meno di chiederci se abbia una sorta di calamita che fa sì che entri in contatto con uomini straordinari, che una conoscenza ne attiri un’altra, per arrivare infine all’attenzione di noi lettori che impariamo dello strumento giavanese ‘gamelan’, di Godowski che risentì dell’influenza  di Seelig, specialista della musica delle Indie orientali olandesi. Altri nomi ancora entrano nella storia della madre dello scrittore, studiosi della religione, personaggi insoliti che si sono convertiti dall’islamismo al cristianesimo durante una burrascoso ritorno per mare dalla Mecca, la famosa scrittrice Hella Haasse.
Paul Seelig

    Era come vivere in un incantesimo, per Han e Olga. Nonostante il clima a volte difficile da sopportare, nonostante le difficoltà, forse non sarebbero mai tornati in patria. Forse non sentivano più l’Olanda come la loro patria. Poi la guerra e l’invasione giapponese e i campi di prigionia che avrebbero minato la salute di entrambi, che avrebbero causato incubi ai fratelli dello scrittore anche quando erano ormai adulti.

   Avevano dovuto tornare in Olanda e Olga non era più Olga, neppure fisicamente. Il cambiamento maggiore, però, era quello avvenuto dentro di loro- non credevano più nella superiorità della fede cristiana e neppure della civiltà europea. La barbarie di cui l’Europa era stata capace superava quella dei paesi pagani. E lui, Jan Brokken, nato nel 1949, non sarebbe più andato a cercare le orme dei suoi genitori nelle Indie. Perché le loro Indie non esistevano più, le Indie erano state il loro passato e il loro sogno, e lui, Jan, sarebbe sempre rimasto estraneo a quel mondo.

     Un libro molto ‘ricco’ di voci, di colori, di idee, di musica, come tutti i libri dello scrittore. 

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