domenica 17 febbraio 2019

Javier Marías, “Gli innamoramenti” ed. 2013


                                                Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                                love story


Javier Marías, “Gli innamoramenti”
Ed. Einaudi, trad. Glauco Felici, pagg. 306, Euro 20,00

      Uno scrittore come Javier Marías o lo si ama o lo si odia. E lo si può amare per gli stessi motivi per cui lo si può odiare: perché è logorroico, perché è un cesellatore di parole, perché la sua è una narrazione a spirale che si avvolge su se stessa, perché le sue trame sono minimali, sono solo uno spunto per tesserci intorno una tela di ragno che intrappola il lettore. Come dice uno dei protagonisti del romanzo appena pubblicato, “Gli innamoramenti”, “quello che accade nei romanzi è indifferente e si dimentica, una volta che siano terminati. Le cose interessanti sono le possibilità e le idee che ci inoculano e ci portano tramite i loro casi immaginari, rimangono in noi con maggiore nitidezza dei fatti reali e li teniamo in maggiore considerazione.”
   Quello che accade ne “Gli innamoramenti”: María Dolz, che lavora in una casa editrice di Madrid, ha l’abitudine di bere un caffè al mattino in un bar dove le piace osservare una coppia che fa regolarmente colazione nello stesso bar. Sono chiaramente marito e moglie, hanno due bambini, lui è un uomo distinto e sobriamente elegante, lei è un poco più giovane di lui. Fra di loro si indovina un accordo, una sintonia di sentimenti, una capacità di godere delle stesse cose, un affetto, un’amicizia, un amore che sono rari da trovare in una coppia sposata. Il solo vederli illumina la giornata di María. Poi non li incontra più. Pensa siano andati in vacanza. Scopre per caso che cosa sia successo: Miguel Desvern è stato ucciso a coltellate dal custode del parcheggio. Luisa, la vedova a cui un giorno María ha modo di presentarsi, è distrutta dal dolore.

   A questo fatto iniziale dobbiamo aggiungerne un paio di altri per completare il quadro complesso degli innamoramenti- perché che cos’altro era, se non una forma di innamoramento l’attrazione che María provava sia per Miguel sia per Luisa, sia per loro due in quanto ‘coppia perfetta’? Un giorno María va a casa di Luisa, su invito di questa, e incontra un amico della coppia, Javier Díaz-Varela, e trasferisce su di lui l’attrazione che provava per Miguel. Ma anche Javier sostituisce provvisoriamente María al vero oggetto del suo amore che è Luisa. E un giorno, in casa di Javier, María sente un dialogo che non è per le sue orecchie: la morte di Miguel può non essere stata causata dall’atto di un folle o dal caso o magari da uno scambio di persona?

    Tutti i personaggi di Javier Marías amano parlare e riflettere parlando da soli, in una sorta di monologo interiore- così l’osservatrice esterna María, così Javier Díaz-Varela, così la vedova Luisa. Girano e rigirano sul fatto centrale, l’assassinio di Miguel, ed elaborano il tema della morte e del lutto, che cosa significhi essere privati della persona cara, come accada inesorabilmente che la sua immagine scompaia a poco a poco dalla mente di chi lo ha amato, come sia inevitabile che qualcun altro- vivo e presente- sostituisca l’assente nel cuore (e nel letto) di chi non sapeva rassegnarsi alla sua morte. Ma riflettono anche sulla gelosia e poi, tra verità che appaiono certe per poi essere smentite o messe in discussione, lanciano ipotesi diverse su quanto è successo. L’andamento di pensiero di Javier non è diverso da quello di María, i loro monologhi servono da punto e contrappunto appoggiandosi ad altri grandi romanzi, soprattutto “Il colonnello Chabert” di Balzac- María riesce a farlo ripubblicare dalla sua casa editrice dopo aver sentito parlare il suo innamorato fino allo sfinimento sul quesito: ha diritto un morto a tornare tra i vivi?
     Se non si è capito: sono tra quelli che amano Javier Marías, difetti compresi.

La recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos




sabato 16 febbraio 2019

Christian Guay-Poliquin, “Il peso della neve” ed. 2019


                                                   Voci da mondi diversi. Canada
           mystery
           distopia

Christian Guay-Poliquin, “Il peso della neve”
Ed. Marsilio, trad. F. Bruno, pagg. 245

    All’origine di tutto c’è un black-out. Poi una nevicata implacabile. Metteranno in ginocchio un intero villaggio.
       I personaggi: un vecchio che cercava un meccanico per la sua auto. Dopo il black-out è rimasto bloccato nel villaggio. Scalpita perché ha lasciato la moglie in ospedale e deve assolutamente tornare da lei- sono sposati da più di cinquant’anni, vuole starle vicino. Un uomo più giovane, di età indefinita: stava tornando al villaggio da cui si era allontanato più di dieci anni prima, voleva rivedere il padre che faceva il meccanico, proprio come lui adesso, un incidente di macchina ha sfasciato la sua auto e lui è vivo per miracolo. Gli abitanti del villaggio, che sono come delle comparse- gli zii del giovane che appaiono e scompaiono subito (andranno nel casino di caccia, dicono che torneranno presto, non riappaiono più), il vigile che decide di affidare al vecchio il giovane, che è stato operato alle gambe in una qualche maniera- si occuperà lui di rifornirli di cibo e legna-, la bella veterinaria che cura il ferito, il farmacista, l’uomo che raccoglie vuoti di bottiglia. Non conosciamo il nome del protagonista che ha avuto l’incidente e che è anche la voce narrante, tutti gli altri personaggi hanno un nome tratto dal vecchio o nuovo testamento che incomincia per G. Uniche eccezioni, il vecchio Matteo e la bella veterinaria Maria, la donna per eccellenza, due M come i personaggi nei libri di Samuel Beckett.

     Nevica. Incessantemente. Un nivometro piantato da Matteo nella neve indica il livello di profondità di quel mantello bianco. I numeri che introducono i capitoli lo fanno sapere a noi lettori: 38 nel primo capitolo, 273 il culmine. Un uomo inchiodato a letto e che soffre atrocemente e un vecchio che si prende cura di lui. Un uomo che non parla e l’altro, che potrebbe essere suo padre, che legge i libri che trova nella casa in cui hanno trovato rifugio e poi li racconta come se fossero amene storielle. Un libro parla della selva oscura che poi porta all’Inferno. Un altro racconta dell’uomo che festeggia il ritorno del figliol prodigo. Ogni tanto arriva il vigile con nuove scorte, la veterinaria per medicare le gambe dell’infortunato. Ogni tanto il vecchio scende al villaggio, ci vorrà molto prima che il narratore riesca ad avventurarsi fuori casa.
     La forza del romanzo sta nel contrasto tra il biancore accecante del paesaggio e le ombre che si addensano sulle vite dei personaggi- il cibo deve essere razionato, scarseggia, non ce n’è più, le medicine mancano e c’è un’epidemia di influenza, corrono i ‘si dice’. ‘Si dice’ che qualcuno sia riuscito a derivare energia dalle pale eoliche. Qualcuno fugge- come, se la benzina non c’è più? dove riusciranno ad arrivare? I rapporti umani si deteriorano. Il vecchio e il ‘giovane’ non sono mai diventati del tutto amici, eppure verrà il momento in cui si invertirà la dipendenza dell’uno dall’altro, ci sarà il giorno in cui il ‘giovane’ ripagherà il vecchio per le sue cure. Non dopo essere passati, però, attraverso il peggio, un inferno non di fiamme ma di ghiaccio. E anche il mito di Dedalo e Icaro, che sottende tutta la narrazione, acquista un nuovo significato nel finale.

      La lettura scorre veloce, ci viene da pensare alle atmosfera della ‘camera chiusa’ di Agatha Christie, al suo famoso romanzo “La trappola per topi” nella casa isolata dalla bufera di neve. La minaccia nel libro del canadese Christian Guay-Poliquin non viene, però, dal singolo ignoto assassino, è più vasta. Una nevicata così eccezionale e il black-out da consumi eccessivi che ne consegue sono forse riconducibili a cambiamenti climatici di cui siamo tutti responsabili?
  Un singolare romanzo metaforico della distopia.

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mercoledì 13 febbraio 2019

Javier Marías, “Il tuo volto domani” ed. 2005


                                                Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                                spy-story

Javier Marías, “Il tuo volto domani”
Ed. Einaudi, trad. Glauco Felici, pagg. 372, Euro 18,80


     Ha un effetto come di lampo e di tuono, ogni nuovo romanzo di Javier Marías, illuminando la scena letteraria e sovrastando ogni altra voce. Eppure, la sua voce ha un tono sommesso, incantatore, ipnotico, con le lunghe frasi che si srotolano per riavvolgersi su se stesse, la malia delle parole cercate, ripetute, rivisitate in sinonimi e contrari, che lanciano un’idea, un pensiero, e poi scavano, approfondiscono, ironizzano, ti obbligano a riflettere. Un libro sulla parola e sul silenzio, questo “Febbre e Lancia”, il primo di una trilogia che ha ancora una volta un titolo shakespeariano, “Il tuo volto domani”. Incomincia dicendo “Non bisognerebbe mai raccontare niente”, perché raccontare significa concedere fiducia, e quanti si meritano questa fiducia? Ma poi è quello che il narratore fa- raccontare, in un lungo monologo che è tale anche quando pare un dialogo. 
E’ lo stesso narratore di “Tutte le anime”, ma con un nome questa volta. Più di un nome, con parecchie varianti del suo (ma è così anche per gli altri personaggi: non è forse un eccesso di fiducia pericoloso, farsi conoscere con il vero nome?): solo sua madre lo ha sempre chiamato Jacques, sua moglie Luisa lo chiama Jaime o con il cognome Deza, in Inghilterra diventa Jack, o Yago, in Spagna Jaime, o Jacobo, o Diego, o Santiago. Jaime è tornato in Inghilterra, dove aveva insegnato a Oxford, perché si sta separando dalla moglie- un primo accenno ad un altro tema del libro, quello del tradimento.
Il tempo di questa storia, che una storia non è, è un lungo fine settimana, ad un party offerto da Sir Peter Wheeler, un vecchio professore che già abbiamo conosciuto in “Tutte le anime”. Ma il tempo di Javier Marías è un tempo proustiano o joyciano, che è poi quello di Laurence Sterne, da cui Marías ha imparato anche il metodo narrativo, di procedere con digressioni, le più affascinanti digressioni della letteratura contemporanea. Non c’è distanza tra presente, passato e futuro. Nel presente al linguista e traduttore Jaime viene offerto il lavoro di “interprete di vite”, “traduttore di persone”, dei loro comportamenti e reazioni, possibili gradi di lealtà e di viltà. Un lavoro per cui Jaime sembra avere una disposizione particolare, che è poi quella che veniva richiesta dai sistemi di spionaggio MI6 e MI5, la Military Intelligence dei servizi segreti interni ed esterni, per cui hanno lavorato sia Wheeler sia il misterioso Mr. Tupra. Si tratta di azzardarsi a parlare, ascoltando e interpretando gli altri, raccontando quello che è un futuro probabile o soltanto possibile. Ed è a questo interrogativo- come si può passare metà della propria vita con un amico senza avvedersi di come potrebbe diventare, in certe circostanze? come si può non accorgersi che qualcuno così vicino a noi ci tradirà? “come posso non conoscere oggi il tuo volto domani”?- che si collegano gli episodi di storia del passato avvenuti durante la guerra civile spagnola, la scomparsa del trotzkista Andreu Nin, tradito dai comunisti, l’arresto del padre di Deza per una delazione, la morte del fratello di sua madre, giustiziato senza colpa.
      Il pericolo della parola come tradimento e, d’altra parte, quello del silenzio imposto, è al centro della lunga digressione di Wheeler sulla campagna del “careless talk” in Inghilterra (il nostro “taci, il nemico ti ascolta”). Da qui la reiterazione che suona come un mantra shakespeariano, “taci, taci e allora salvati”, “taci, taci e allora salvami”. Ma il silenzio è solo dei morti. Non è un romanzo di spionaggio, quello di Marías, anche se contiene un omaggio a Ian Fleming citando delle pagine di “Dalla Russia con amore”, piuttosto un libro di spie, in cui spiare non ha solo un’accezione negativa, ma anche il valore di saper ascoltare. C’è un accenno di mystery nel romanzo, e qui il riferimento è a Conan Doyle e anche a Henry James con cui Marías condivide pure la capacità di caricare di significati ogni sorriso, ogni occhiata, ogni discorso. C’è, ad esempio, una macchia di sangue sul pavimento di legno della casa di Wheeler, una macchia che Deza cerca di cancellare e che non verrà mai spiegata e che serve per la digressione della storia sull’amico Comendador; e c’è il mistero della donna con il cane che segue Deza nella pioggia e che suona il suo citofono alla fine, dicendo solo “sono io”. Ma c’è anche la storia tenuta in sospeso e poi rivelata della moglie di Wheeler, e del segreto di Wheeler stesso, fratello del Toby Rylands che è già stato “maestro” di Deza, uno il doppio dell’altro, estraniati da un cognome diverso e poi riuniti da una scelta comune. 
    Termina come è iniziato, “Febbre e Lancia” che feriscono e fanno soffrire, con l’affermazione “In realtà non si dovrebbe raccontare mai niente”, perché la vita non è raccontabile e noi moriamo quando ci rendiamo conto che il nostro vissuto è stato annullato, e con quello i nostri ricordi irraccontabili.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista "Stilos"







                                                                              

lunedì 11 febbraio 2019

Uwe Timm, “Un mondo migliore” ed. 2019


                                                Voci da mondi diversi. Area germanica
         biografia romanzata
         seconda guerra mondiale


Uwe Timm, “Un mondo migliore”
Ed. Sellerio, trad. M. Galli, pagg. 509

   Come hanno fatto con tutti quei loro eroi, di cui vanno tanto fieri, con tutti i vari Goethe, Kant, Schiller, Lessing…com’è stato possibile arrivare a questi misfatti?

E’ la domanda che sottintende tutta la doppia narrativa di “Un mondo migliore”, il romanzo appena pubblicato dello scrittor tedesco Uwe Timm. Una domanda a cui è collegata, come una postilla, quell’altra, che giustifica l’intero libro- come è arrivato lo scienziato Alfred Ploetz (1860-1940) dall’esaltante utopia comunitaria, dal sogno condiviso con il francese Cabet, fondatore delle comuni “icariane”, a teorizzare l’igiene della razza che diventerà uno dei progetti aberranti del nazismo?
Alfred Ploetz
E, forse, c’è anche un ulteriore motivo personale che spiega l’interesse di Uwe Timm nei confronti di Alfred Ploetz- era il nonno di sua moglie. E forse c’è qualcosa di lui stesso nel terzo personaggio del romanzo, nel militare americano nato da genitori tedeschi che arriva in Germania nel 1945 sul finire della guerra con il compito di interrogare Karl Wagner, amico del defunto Ploetz. Perché Michael Hansen è il testimone esterno, abbastanza americano da inorridire davanti all’abisso di malvagità che si spalanca davanti a lui, abbastanza tedesco da domandarsi con onestà (è un libro ricco di domande, questo) come si sarebbe comportato lui, se fosse diventato adulto in Germania e non fosse emigrato quando aveva dodici anni, al seguito di un’offerta di lavoro che suo padre aveva ricevuto in America. Avrebbe obbedito anche lui, cresciuto con il mito di ‘servire e obbedire’, sarebbe stato anche lui una vittima come si proclamano adesso tutti tedeschi, tutti ignari di quello che stava succedendo attorno a loro, tutti che avevano obbedito?
     L’anziano Karl Wagner, che era stato internato a Dachau per aver mantenuto fede alle idee politiche da cui invece il suo amico si era discostato, che aveva passato la guerra nascosto nel seminterrato di una libreria a Monaco di Baviera, accetta di parlare con Michael Hansen e racconta. Dall’inizio, dal nascere della sua amicizia con Ploetz, dagli ideali di solidarismo che li avevano portati in America dove erano state fondate le comuni icariane. E’ un lungo romanzo di formazione dentro il romanzo, il racconto di Wagner. Amori giovanili, il primo matrimonio di Ploetz (la moglie si suicidò), il colpo di fulmine di Ploetz per ‘la greca’, donna bellissima e ricchissima che Ploetz ‘soffiò’ all’amico Wagner, le lunghe discussioni sull’igiene della razza, le teorie opposte di un altro dottore che difendeva, invece, non solo il diritto di esistere dei meno fortunati, ma la loro importanza e il loro ruolo: Loro sono gli angeli del dolore che ci insegnano che cosa è la felicità, aggiungendo alla gioia del nostro successo un senso di lutto e la loro profonda, profonda sventura.

     Tra un incontro e l’altro di Hansen con Wagner, noi impariamo a conoscere Hansen che, nonostante il divieto di fraternizzare, ha una storia d’amore con una giovane vedova tedesca che cerca il suo tornaconto con lui, ricorda con nostalgia un fugace incontro con una tal Catherine prima di partire per l’Europa, fa allegramente sesso con una ragazza dell’esercito americano. E si gode il paesaggio, stupefacentemente bello, proprio come lo descrivevano i suoi genitori. Vuole godersi il paesaggio per dimenticare gli orrori, per non pensare alle montagne di cadaveri, per non vedere i cumuli di macerie dappertutto. Verso la fine del libro Hansen incontra il ragazzino ‘diverso’ che era uscito in strada salutando la fine della guerra all’inizio del libro- i genitori lo avevano tenuto nascosto per dodici anni. Uno, uno che era scampato. I più erano stati tolti di mezzo perché- a che cosa serviva la loro vita?

    Quello di Uwe Timm è un romanzo sobriamente drammatico, un altro tassello nella storia della Germania, dell’Europa, della scienza. Un poco troppo lungo e troppo ricco di digressioni il racconto di Karl Wagner (ma non sono sempre così, i racconti degli anziani che vogliono salvare anche il minimo frammento di memoria?), del tutto diversa, godibile e giustamente più lieve la narrativa di Michael Hansen.

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domenica 10 febbraio 2019

Javier Marìas, “Berta Isla” ed. 2018


                                            Voci da mondi diversi. Penisola iberica
            spy-story
            love story

Javier Marìas, “Berta Isla”
Ed. Einaudi, trad. M. Nicola, pagg 480, Euro 18,70

      C’è tutto Javier Marìas in questo suo nuovo splendido romanzo che ha un titolo breve con un nome, quello della protagonista. Ovvero: è lei, Berta Isla, la protagonista del romanzo, lei che, secondo l’uso spagnolo, dovrebbe in realtà chiamarsi Berta Isla de Nevinson, aggiungendo il cognome del marito al suo, come fosse di sua proprietà? O piuttosto il protagonista è suo marito Tomás o Thomas o Tom Nevinson che a un certo punto assumerà un altro nome e poi un altro ancora? Perché c’è un buon motivo se Berta, innamorata di Tomás da quando era una studentessa, non aggiunge il suo cognome al proprio- dopo un rientro a Madrid da Oxford dove studiava, Tomás era apparso cambiato. Più ritirato in se stesso, come se ci fosse un’ombra sulla sua vita. E- erano già sposati e avevano un bambino piccolo- l’aveva avvisata che il suo lavoro nel Foreign Office lo avrebbe obbligato a stare lontano per lunghi periodi, che a volte lui non avrebbe potuto neppure contattarla, che lei avrebbe dovuto essere paziente. Berta era stata paziente, anche quando non era riuscita a rintracciarlo e lei doveva dirgli che qualcuno aveva messo in pericolo la vita del loro bambino. Poi, nel 1982, all’epoca dell’assurda guerra delle Falklands, Tomás era partito ed era in pratica scomparso.

      Noi lettori siamo gli spettatori che sappiamo tutto o, almeno, quasi tutto fino ad un certo punto. Sappiamo quello che è successo ad Oxford e che- come allude il titolo del romanzo di Joseph Conrad, “L’agente segreto”, che un personaggio sta leggendo- Tomás è stato reclutato dall’MI6 o dall’MI5. D’altra parte ricordiamo bene Peter Wheeler e il misterioso Mr. Tupra che avevamo conosciuto in altri romanzi di Javier Marìas. Forse anche Berta sa ma non vuol sapere, così come quando lo aspetta per anni e anni e continua ad aspettarlo nonostante sia stata dichiarata vedova, è perché non vuole credere che Tomás sia morto. Continua a tornare sul tema dello spionaggio, sugli agenti segreti, Javier Marìas. Gioca con i nomi e con le diverse identità- ma non siamo forse tutti diverse persone in una, come il Tomás per metà spagnolo e per metà inglese per nascita (da qui i diversi modi di dire il suo nome), già predisposto ad essere tanti in uno? Tema affascinante, quello di chi deve assumere personalità diverse, costruirsi storie di vita diverse: gli sarà poi possibile tornare al suo vero sé? Saprà ancora qual è il suo vero ‘io’?
Di fronte a lui l’altra protagonista o quella che serve come uno specchio per il personaggio di Tomás, Berta che di cognome fa Isla e può anche essere un cognome comune in Spagna ma noi pensiamo che ‘isla’ significa ‘isola’ e questa donna è così, è isolata nella sua solitudine, fedele all’unica se stessa che è moglie e madre, fedele all’uomo che ha ‘determinato’ di amare per tutta la vita. Per mantenere l’immagine dell’isola, Berta è lì, in preda delle burrasche da cui però non si lascia intaccare, spiaggia a cui un naufrago può approdare. Uno splendido personaggio.
     Ho già detto altre volte che, quando si legge un romanzo di Javier Marìas, si deve essere pronti a lasciarsi trascinare dal suo linguaggio ricco, dal suo girare intorno ad una frase o a un pensiero per poi tornarci, per suggerirci altri significati oltre a quelli che già ci sono chiari. Senza stancarci mai. Javier Marìas è unico.

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giovedì 7 febbraio 2019

Su Tong, “Lanterne rosse” ed. 1996


                                                      Voci da mondi diversi. Cina
            dramma
            love story

Su Tong, “Lanterne rosse”
Ed. Feltrinelli, trad. Maria Rita Masci, pagg. 94, Euro 7,00   

      Questo è un libro che mi è ‘capitato’ di comprare, perché ho molto amato il film con la regia di Zhang Yimou che ha rivelato la bravura e la bellezza straordinarie dell’attrice Gong Li. E devo dire che non ho amato il libro quanto il film, o almeno, leggere “Lanterne rosse” non ha aggiunto niente ai sentimenti che avevo provato vedendo il film. In genere succede il contrario. 
Prima di tutto, in genere succede che prima si legga il libro e dopo si guardi la sua trasposizione cinematografica. In secondo luogo- è sempre una generalizzazione, con tutti i suoi limiti-, se il libro è molto bello, si resta delusi nel vedere come le vicende sono state semplificate nel film, come si è dato risalto all’aspetto più superficiale del libro, come gli attori non corrispondano affatto all’idea che ci eravamo fatti dei personaggi.
Può essere che penserei diversamente se anche per “Lanterne rosse” io avessi seguito il solito ordine. Il vantaggio di questo capovolgimento è stato che, quando Songlian è apparsa sulla scena, io ho ‘visto’ Gong Li arrivare alla casa di Chen Zuoqian di cui sarà la quarta moglie. Una studentessa con una semplice camicetta bianca timorosa di quello che l’aspetta, dopo aver dovuto interrompere gli studi in seguito alla morte del padre. E ho ‘visto’ come la ragazzina si trasformi in donna, come la sua insicurezza si trasformi in arroganza con la serva, come inizino le gelosie e le rivalità con le altre tre mogli, e le piccole e grandi cattiverie, e le voci sinistre sul pozzo nel cortile dove verrebbero scaraventate le mogli infedeli. 

Non avevo colto, nel film, alcuni dettagli, ad esempio quelli che riguardano il figlio maggiore di Chen Zuoqian, ma, in compenso, il film mi aveva fatto ‘sentire’ i canti della terza moglie, vedere quel tripudio di colori, degli splendidi abiti con cui rivaleggiano le quattro mogli, del rosso delle lanterne che vengono accese ogni sera davanti alla stanza della moglie prescelta per quella notte.
    La scrittura di Su Tong è limpida e veloce, vale la pena di leggere il libro se non altro per capire come Zhang Yimou e Gong Li lo hanno interpretato.



martedì 5 febbraio 2019

Katarzyna Bonda, “Nessuna morte è perfetta” ed. 2018


                                                       Voci da mondi diversi. Polonia
                                                           cento sfumature di giallo

Katarzyna Bonda, “Nessuna morte è perfetta”
Ed. Piemme, trad. Da Soller e Rescio, pagg. 727, Euro 16,91

    “Non so cosa ti aspettavi. Siamo a Est. Ora questa è Polonia, ma siamo ai margini dello stato. Sui confini i politici hanno sempre litigato, ma è stata la popolazione del luogo a soffrirne. Parlo dei locali, gli abitanti delle zone di confine. Alcuni chiamano questo territorio “Piccola Bielorussia”. Siamo sempre stati più vicini alla Russia che alle terre occidentali”.
      Siamo a Hainówka, all’estremità orientale della Polonia. Un tempo era Bielorussia. Gli abitanti sono in parte bielorussi e in parte polacchi. In apparenza coabitano pacificamente ma la Storia è difficile da dimenticare. “Qui la gente dopo anni di tempeste storiche ha imparato a tacere ad alta voce.” Quando la profiler dai capelli rossi Sasza Załuska arriva Hainówka, non immagina neppure che cosa dovrà affrontare, a che prezzo riuscirà ad incontrare l’uomo per cui è venuta, proprio il presunto criminale a cui anni addietro avrebbe dovuto dare la caccia e di cui invece si era innamorata. Apprende subito che l’uomo non è più un ospite della clinica per disturbi mentali dove si trovava fino a poco prima- è stato giudicato perfettamente guarito e ‘normale’, anche se Sasza neppure riesce a parlare con il direttore che si è assentato per la festa di matrimonio di un amico.
    Da questo punto in poi il romanzo di Katarzyna Bonda procede ad un ritmo vertiginoso e su diversi piani temporali. Nel presente una sposa fugge subito dopo le nozze. Il marito è il padrone della segheria che dà lavoro a buona parte degli abitanti della cittadina, è anziano, due precedenti mogli sono scomparse- sembra di leggere la storia di Barbablu. In uno dei flashback apprendiamo del suo passato, di che cosa gli sia successo nel 1977 che ha reso la sua vita un dramma senza fine. Una donna scompare e compaiono invece dei crani di vecchi scheletri. L’area che circonda Hajnówka è una foresta, il luogo ideale per seppellire corpi che non devono essere ritrovati.
E devono essercene molti. Subito dopo la fine della guerra, nel 1946, un intero paese era stato dato alle fiamme. Lo avevano incendiato i soldati polacchi perché gli abitanti erano ortodossi ed essere ortodossi significava essere bielorussi. Il paese si chiamava Załuski, proprio come Sasza- non è che, per caso, la sua famiglia era originaria di qui? E uno dei soldati ‘maledetti’, il comandante della compagnia, si chiamava Bury ed ora è una sorta di eroe nazionale. Questa è una storia su cui si è stesa una coltre di silenzio, anche se tutti sapevano e la gente si recava a pregare sui luoghi delle sepolture. Soltanto nel 1995 si è iniziato a parlarne e ad esumare i corpi per trasportarli nel cimitero militare di Bielsk.

       C’è molta violenza nel romanzo di Katarzyna Bonda. Un tipo di violenza che ho raramente trovato nei polizieschi. Una violenza quotidiana alimentata da fiumi di alcol, una mancanza di senso etico nonostante una religiosità di facciata che non può che sfociare in violenza, una inimicizia profonda che ha ragioni storiche e che inevitabilmente conduce ad azioni e rappresaglie violente. Sono tanti i fili da tirare in questo romanzo, tanti gli interrogativi- che fine hanno fatto le precedenti mogli di Bondaruk (il rispettato padrone della segheria), chi ha assalito la sposa in fuga e malmenato Sasza Załuska, chi fa recapitare i teschi e perché, dove è finito l’ex compagno di Sasza. Il finale è da un lato raccapricciante e dall’altro ci fa stare con il fiato sospeso- le ultime righe, poi, non sono proprio quelle che avremmo voluto.
     L’ambientazione storica del libro è di grande interesse- sappiamo così poco al di fuori dei nostri orizzonti più vicini-, meno apprezzabile è, invece, la svolta vampiresca che prende la trama negli ultimi capitoli.

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