domenica 11 novembre 2018

Qiu Xiaolong, “L’ultimo respiro del drago” ed. 2018


                                        Voci da mondi diversi. Cina
cento sfumature di giallo


Qiu Xiaolong, “L’ultimo respiro del drago”
Ed. Marsilio, trad. Fabio Zucchella, pagg. 238, Euro 18,00


    Non è a Eliot, il poeta amato dall’ispettore Chen Cao, che ho pensato, leggendo “L’ultimo respiro del drago”, il nuovo ‘romanzo con delitti’ di Qiu Xiaolong, ma ad un haiku di Ezra Pound- l’apparizione di queste facce nella folla:/Petali su un nero ramo bagnato. Perché questi due versi mi sembrano perfetti per descrivere la folla di volti coperti dalle mascherine per proteggersi dall’aria mefitica di Shanghai dove l’inquinamento ha raggiunto livelli di gran lunga superiori a quelli accettabili, i grattacieli di Pudong appaiono sfumati nella nebbia, chi può acquista depuratori dell’aria (e sì, avviene come per le guerre, c’è chi muore di tumore ai polmoni per il valore alto di concentrazione di polveri fini e chi si arricchisce sfruttandolo a proprio vantaggio) o manda i figli all’estero, per salvarli. E a Pechino la situazione è ancora peggiore.

     Avevamo già osservato come i romanzi di Qiu Xiaolong stessero diventando qualcosa di diverso dai soliti thriller, come si stessero trasformando in ‘romanzi con delitti’ che puntavano il dito accusatorio verso i mali della nuova Cina mentre il protagonista Chen Cao sembrava camminare sul filo del rasoio, un uomo troppo integro per insabbiare casi scomodi, che fa sua la massima di Confucio, Devi provare a fare anche ciò che sai di non poter fare, se è la cosa giusta- non a caso alla fine de “L’ultimo respiro del drago” Chen Cao riceve una notifica in cui lo si invita a lasciare il dipartimento di polizia di Shanghai per recarsi alla scuola del Partito a Suzhou: a chi ha pestato i piedi? Chi ha fatto sì che venisse rimosso dall’incarico?
     Uno, due, tre, quattro morti. Tutti uccisi con un colpo alla nuca, verso le sei del mattino, in una zona centrale di Shanghai. Nessun nesso tra di loro, una badante che lavorava in ospedale, un cronista del meteo, un’immobiliarista, una giornalista. Accanto al corpo di ogni vittima la mascherina anti-smog- l’avevano sul volto (impariamo molto sulla varietà di mascherine in commercio e su come i giovani abbiano saputo trasformarle in un oggetto di moda) o è la firma di un serial killer? C’è anche una scadenza temporale nella sequenza dei morti. Uno ogni sette giorni. Se c’è stato un intervallo di otto giorni fra due di loro, l’assassino ha recuperato accorciando a sei l’intervallo seguente. Un rito in onoranza funebre si chiama ‘sette-sette’. Se, in una qualche modalità distorta, l’assassino lo stesse osservando, mancherebbero ancora tre morti, il tempo incalza.

      Con l’aiuto del fedele Yu l’ispettore Chen Cao troverà il colpevole. E si occuperà di qualcos’altro, forse più pericoloso. Qualcos’altro che gli farà incontrare di nuovo la ragazza di cui era innamorato e per cui aveva scritto la poesia “Le lacrime del lago Tai”. Allora Chen Cao aveva scoperto l’inquinamento del lago e aveva iniziato ad interessarsi degli alimenti contaminati, adesso la ragazza è un’attivista che ha preparato un documentario sul galoppante rischio dell’inquinamento atmosferico (600.000 casi di tumore ai polmoni all’anno) e sulle menzogne che la stampa, connivente con il Governo, propina alla gente. E’ importante che il documentario sia messo in rete. Come fare per evitare la censura?

      Qiu Xiaolong non nasconde la sua preoccupazione per la patria che ha lasciato dopo i fatti di Tiennanmen (si trovava negli Stati Uniti per motivi di studio, all’epoca, e non ha fatto ritorno in Cina). E tuttavia, nella sua aperta critica ad una economia che bada soltanto ad avanzare senza preoccuparsi di altro, avvertiamo il sentimento di chi ama profondamente il suo paese e vorrebbe una realtà diversa, vorrebbe un benessere diffuso che non fosse solo quello dei beni di consumo. E’ lo stesso sentimento che prova Chen Cao, quasi il doppio dello scrittore che aveva avuto una borsa di studio per approfondire la sua conoscenza di T.S. Eliot, una sorta di gemello letterario di un altro personaggio, il Martin Bora creato da Ben Pastor: entrambi uomini di valore e di coraggio, condannati alla solitudine di tutti coloro che perseguono un ideale etico di onestà e di correttezza, che lottano in tempi difficili per essere degni di essere ‘uomini’. E, se in Cina il drago è simbolo di saggezza, potenza e fortuna, Chen Cao deve battersi perché non esali l’ultimo respiro.

seguirà l'intervista con lo scrittore che incontrerò domani.
Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


    


mercoledì 7 novembre 2018

Rachel Cusk, “Resoconto” ed. 2018


                          Voci da mondi diversi. Canada



Rachel Cusk, “Resoconto”
Ed. Einaudi, trad. A. Nadotti, pagg. 188, Euro 14,45
     
     Non è facile parlare di un libro quando ci sono tanti personaggi ma non c’è una trama, quando ci sono tanti avvenimenti ma non c’è un filo conduttore e il protagonista diventa l’ascoltatore (o protagonista e ascoltatrice, come in questo romanzo), una sorta di cassa di risonanza per tutte le storie che vengono raccontate.
Proviamo a parlare di “Resoconto” della scrittrice canadese Rachel Cusk.
     Una scrittrice inglese sta andando ad Atene per tenere un corso di scrittura di una settimana. Il suo posto in aereo è accanto ad un uomo non giovane che parla un inglese perfetto, solo con un leggero accento- è greco.
E’ il primo raccontatore, il primo che sviscera la storia della sua vita, dei suoi due matrimoni (dirà in seguito che in realtà si è sposato tre volte), dell’amore perfetto finito bruscamente con la ragazza della sua giovinezza, della bellezza della seconda moglie che mirava ai suoi soldi (pensando fosse più ricco di quanto non fosse), dei figli, della sua famiglia di armatori, della piccola isola greca su cui aveva una casa, della sua prima e della seconda barca. Quasi che la scrittrice fosse una psicologa. In effetti anche noi lettori iniziamo a vederla in questo ruolo di psicologa che non è il suo, quando poi ascoltiamo il collega irlandese (un altro insegnante della scuola di scrittura) che, pure lui, le parla di sé e di come sia cambiato dopo un viaggio studio in America, e ancora, la scrittrice greca che la protagonista incontra in un ristorante, gli studenti stessi che, sollecitati a parlare su un determinato argomento, finiscono per dirci molto di loro stessi, di nuovo l’amabile compagno di viaggio che la invita ad andare con lui in barca e sembra essersi innamorato di lei. E lei, la protagonista scrittrice? Anche lei ci dice di sé, del suo matrimonio finito, dei figli.

     Una miriade di storie, dunque, che potrebbero essere lo spunto per tanti romanzi brevi, proprio come i racconti degli studenti (c’è una giovane donna che protesta, che vuole farsi restituire i soldi del corso, perché lei non si è iscritta per parlare ma per imparare a scrivere). E il titolo originale, “Outline”, rende meglio l’idea: una bozza, un riassunto a grandi linee. E la migliore lezione di scrittura per gli studenti del corso è proprio lì, nel nitore dello stile, nella sua economia minimalista. E’ quello che apprezziamo anche noi, anche se non riusciamo ad appassionarci e se ci sembra tutto un poco artefatto, se ci pare di non aver mai conosciuto nessuno che parlasse di sé con tale profonda autoconoscenza.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


    

domenica 4 novembre 2018

Carmen Korn, “Figlie di una nuova era” ed. 2018


                  Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                saga
seconda guerra mondiale

Carmen Korn, “Figlie di una nuova era”
Ed. Fazi, trad. Manuela Francescon, pagg. 500, Euro 17,50

   Lettrici che amate le saghe di famiglia: questo è il libro che fa per voi (per noi). “Figlie di una nuova era” della scrittrice tedesca Carmen Korn è il primo di una trilogia, la storia di quattro donne che erano ragazze ad Amburgo nel 1919, all’inizio del libro. Nate nel 1900, il loro destino sarebbe stato di passare attraverso due guerre mondiali e, in questa prima ‘puntata’, noi seguiremo le vicende della loro vita fino al 1948.
     Henny, Käthe, Ida e Lina. Appartengono a ceti sociali diversi, la sorte le avvicinerà, diventeranno amiche. Henny appartiene ad una famiglia medio borghese, Käthe ha origini più modeste e simpatizza con i comunisti, Ida è molto ricca e viziata (ma i soldi non sono una fortuna per lei), Lina diventerà maestra, vive sola con un fratello, i loro genitori sono letteralmente morti di fame per dar da mangiare ai figli. Trent’anni in una Germania che cambia anche se i più non vogliono vedere i cambiamenti, pensano che sia un periodo di passaggio. L’inflazione e la depressione del dopo guerra lasciano spazio a poco a poco ad un’atmosfera di rivalsa fatta di prepotenze e soprusi mascherati da ottimistica rinascita.
Henny e Käthe, già amiche d’infanzia, frequentano i corsi per diventare ostetriche- una delle prime piccole vittorie verso l’indipendenza delle donne. Lavorano in un ospedale fianco a fianco con due medici eccezionali- ne vediamo l’umanità adesso, all’inizio, ne ammireremo l’integrità e il coraggio quando i tempi si faranno duri, non si potranno più chiudere gli occhi e sarà necessario decidere da che parte stare sotto lo sventolare delle bandiere rosse con la croce uncinata. Ida, la privilegiata che non ha mai conosciuto le ristrettezze economiche, che ha sete d’indipendenza e segue la domestica nei quartieri bassi di Amburgo, si innamora di una ragazzo cinese figlio dei proprietari di un ristorante (e se adesso è impossibile presentare in famiglia un ‘fidanzato’ cinese, più tardi avere una relazione con un non ariano sarà un crimine contro la purezza della razza) ma, per salvare il padre dalla bancarotta, deve accettare di essere ‘venduta’ ad un ricco pretendente. E Lina, che si è accollata la responsabilità del fratello minore (che sposerà Henny), conoscerà il vero amore con una donna.

      In maniera lieve, con un’affascinante capacità affabulatoria, con salti temporali più o meno di due anni, Carmen Korn ci racconta delle trasformazioni sociali, economiche e politiche attraverso le vicende delle quattro ragazze. Amori e matrimoni, figli voluti e figli che non arrivano (molta segretezza intorno al diaframma, farselo mettere sarà perseguibile sotto il nazismo), morti accidentali e poi l’ombra cupa della guerra. L’inizio quando si osava sperare che tutto si risolvesse con l’annessione dell’Austria e poi, invece, le restrizioni sempre più pesanti nei confronti degli ebrei (uno dei due stimatissimi dottori dell’ospedale perde il posto), gli arresti dei comunisti, le voci che diventano certezze sui campi di concentramento, chi può fugge all’estero, chi ascolta la coscienza offre rifugio a chi si nasconde, chi mira a dei vantaggi si abbassa a fare il delatore.

    C’è tutta la vita, nel bene e nel male, e c’è la morte nel romanzo di Carmen Korn, c’è tutta la gamma dei sentimenti e c’è il tocco futile della moda femminile, indice dei tempi, c’è musica, c’è politica e c’è letteratura (anche i libri proibiti dal regime), c’è un variegato quadro della società e c’è perfino un personaggio italiano nel ruolo tipico del fascinoso latin lover che è però un gentiluomo. Il tutto si alterna, si mescola, dosato con sapienza ed equilibrio. E lo sfondo è insolito, Amburgo e non Berlino.

     Ci lascia col fiato sospeso, Carmen Korn, proprio come faceva Dickens o gli altri romanzieri che pubblicavano a puntate nell’800. Ci viene da dire, ‘e no, eh!’, quando giriamo pagina e ci accorgiamo che il romanzo è finito. Dobbiamo aspettare che esca il secondo libro della trilogia. Speriamo presto.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook




martedì 30 ottobre 2018

Melba Escobar, “La casa della bellezza” ed. 2018


                   Voci da mondi diversi. America Latina
cento sfumature di giallo



Melba Escobar, “La casa della bellezza”
Ed. Marsilio, trad. Giulia Zavagna, pagg. 220, Euro 16,00

      Quanto poco sappiamo di Bogotà. Dopo aver letto “La casa della bellezza” della giovane scrittrice e giornalista colombiana Melba Escobar siamo curiosi di saperne di più, magari di leggere un secondo libro della Escobar, perché ha una bella scrittura, il romanzo si legge di volata ed è originale nell’impianto narrativo: c’è un delitto ma non ci sono ispettori di polizia che indagano, piuttosto un detective privato (e non è il personaggio principale) assunto dalla madre della ragazza morta in ospedale subito dopo il ricovero (il referto medico diceva per suicidio: ha intenzione di suicidarsi una ragazza che andava gioiosa ad un incontro d’amore dopo essere stata in un centro di bellezza?), e le voci narranti sono quelle di due amiche quasi sessantenni.
    Perché questo è un romanzo di donne- d’altra parte il titolo lo lascia supporre. Un titolo che suona stridente, alla fine, in contrasto con tutta la bruttura di cui abbiamo letto. Locali luminosi e colori di tinte per capelli e di smalti e di rossetti contro il grigiore e lo squallore della città in cui si svolge la trama. La protagonista è una ragazza molto bella, Karen, india dalla pelle scura, i capelli lisciati. Viene da Cartagena in cerca di lavoro. A Cartagena ha lasciato il suo bambino di quattro anni, vuole mettere da parte i soldi e poi riprenderlo con sé. E’ fortunata, trova subito un impiego nel centro estetico ‘La casa della bellezza’. Ed è lei l’ultima ad avere visto Sabrina che le aveva chiesto una depilazione totale.

     Anche Claire, una delle due voci narranti, è cliente fissa di Karen ed è con lei che Karen si confida. E Claire è amica di Lucia, che scrive libri lasciando però che vengano pubblicati con il nome di suo marito. E’ abilissima, Melba Escobar, a tessere la trama dei legami tra un personaggio e l’altro, slegando e riannodando le fila che li uniscono, anzi, lasciando al lettore il compito di farlo. In un paese molto povero, dove dilaga la piccola criminalità, dove tutti sanno quale sono i rioni in cui è pericoloso aggirarsi, dove c’è un abisso tra chi ‘ha’ e chi ‘non ha’, dove fare la escort (bel sinonimo per la professione più vecchia del mondo) è il modo più facile e veloce per arricchirsi (il lustro dei soldi e l’incapacità di resistere alla tentazione di avere gli abiti, le borse, le scarpe come quelli delle sue clienti faranno dimenticare a Karen il bambino che ha affidato a sua madre), dove la corruzione è all’ordine del giorno, il denaro compera tutto, anche un killer, o un tassista connivente, o un medico disposto a firmare un certificato di morte falso, appare chiaro che le vittime sono due- la ragazzina che si illudeva di aver trovato l’amore e Karen. Ha qualche possibilità di farsi sentire la madre di Sabrina che ha ingaggiato un investigatore privato perché non riesce a credere nella versione ufficiale di come sia morta sua figlia? C’è bisogno di un colpevole, è facile montare delle prove, Karen è il capro espiatorio ideale.

     Non ci consola affatto, in questo noir di Melba Escobar- perché questo romanzo ha il colore del noir in cui non c’è una luce di speranza di giustizia-, che una morte violenta colpisca anche il vero colpevole. A noi restano in mente l’immagine e le parole di Karen nel capitolo finale del libro, in attesa che la ‘donna coi tacchi’ venga a prendere anche lei.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



sabato 27 ottobre 2018

Tommy Wieringa, “La morte di Murat Idrissi” ed. 2018


                                            Vento del Nord
       i nostri tempi


Tommy Wieringa, “La morte di Murat Idrissi”
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg.124, Euro 15,00

     Ilham. Thouraya. Murat Idrissi. Due ragazze e un ragazzo. Sono i protagonisti del breve e intenso romanzo dello scrittore olandese Tommy Wieringa. Il ragazzo è l’unico di cui conosciamo nome e cognome, forse perché è necessario per ricordarlo da morto. Peccato che Murat Idrissi non avrà nessuna tomba e nessuna lapide su cui scrivere il suo nome e il suo cognome. Sono tutti e tre marocchini (gli immigrati per eccellenza), le due ragazze, però, sono nate in Olanda: sono stati i loro genitori a percorrere il cammino della speranza, ad attraversare lo stretto di Gibilterra, a trapiantarsi in un paese straniero in cui sarebbero sempre stati stranieri guardati con sospetto e di cui avrebbero imparato una lingua di sopravvivenza. Di Murat Idrissi, prima che scompaia nascosto nel bagagliaio dell’auto noleggiata dalle ragazze, sappiamo che ha diciannove anni, occhi scuri, i denti rovinati, che spera di guadagnare trasportando carichi pesanti. Ilham e Thouraya sono andate in vacanza a fare un giro del Marocco, hanno incontrato per caso il ragazzo che le ha presentate a Murat Idrissi, che le ha assicurate che non c’era nessun pericolo a dargli un passaggio clandestino- quanti altri sono emigrati in questa maniera? Loro sono incerte, si lasciano convincere, dalla cifra che viene loro offerta, dalla compassione che provano, dal desiderio di dare ad un loro coetaneo una possibilità di quella vita diversa che loro hanno avuto. Soltanto che Murat Idrissi muore soffocato nel bagagliaio dell’auto, il ragazzo che ha fatto da tramite scompare, Ilham e Thouraya si ritrovano con un cadavere e senza soldi, 2460 km. davanti, fino a Rotterdam.

    Questo non è il primo romanzo di ‘viaggio con cadavere’ che leggiamo. Pensiamo a Faulkner, ai figli che trasportano il corpo della madre per essere sepolto a Jefferson in “Mentre morivo”, a “Ultimo giro” di Graham Swift, con gli amici che hanno promesso al morto di disperdere le sue ceneri in mare. E il tema doloroso e scottante dei migranti non è nuovo a Tommy Wieringa che ne ha già parlato in “Questi sono i nomi” (vincitore del Libris, il più alto riconoscimento letterario in Olanda). Anche “La morte di Murat Idrissi” è bello quanto “Questo sono i nomi”- più compatto, più pregnante nella sua brevità, più paradossalmente poetico mentre l’automobile avanza prima lungo la costa della Spagna meridionale, fitta di cittadine e di spiagge affollate, e poi nell’assolata, incandescente e arida Meseta. Paradossalmente poetico perché è ancora estate e di certo non c’è nulla di poetico nel tanfo crescente che invade l’automobile. Eppure questo è un contrasto altamente drammatico. Da una parte le ragazze- più bella, disinvolta al punto di essere sfrontata quella alla guida, più pavida e meno sicura di sé l’amica. Dall’altra parte il ragazzo nel bagagliaio. La vita che spera nel futuro e la morte che ha privato il ragazzo di un futuro che sperava migliore di quello che avrebbe avuto nella baraccopoli dove sua madre sembrava sua nonna. La ragazza che non si fa scrupoli di godere tra le braccia di un giovane che le ha avvicinate ad una sosta e di rubargli il portafoglio (con il pieno di benzina iniziale potrebbero fare solo 733 chilometri) e il ragazzo sempre più morto (sua madre non ne saprà mai nulla).

    E intanto, con brevi flash, apprendiamo come è stata e come è la vita delle due amiche in Olanda- è il paese in cui sono nate ma nessuno le considera olandesi e, tuttavia, non avevano riconosciuto il Marocco come ‘loro’, come terra di loro appartenenza. Sarebbero riuscite a distaccarsi dai modelli femminili che venivano loro imposti? A che prezzo? Sarebbe stato più facile per loro adeguarsi?
    “La morte di Murat Idrissi” è una storia possibile, una delle tante, delle troppe storie che non sappiamo. Quanti Murat Idrissi sono morti senza degna sepoltura, senza che noi ci commuovessimo (ma la pietà non è sufficiente) o facessimo qualcosa per impedire che il numero aumentasse?
    Da leggere.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



martedì 23 ottobre 2018

Antonio Manzini, “Fate il vostro gioco” ed. 2018


                                              Casa Nostra. Qui Italia
                                          cento sfumature di giallo


Antonio Manzini, “Fate il vostro gioco”
Ed. Sellerio, pagg. 389, Euro 15,00

    Incominciamo dalla fine, per una volta. E rassicuriamoci subito. Possiamo già pregustare un nuovo libro con Rocco Schiavone, il più simpatico vicequestore antipatico della letteratura ‘gialla’ nostrana. Perché “Fate il vostro gioco” termina con l’ordine di Rocco alla sua squadra, “Ricominciamo daccapo”. E davanti allo stupito “Daccapo?” di Deruta, Rocco ribatte, “Daccapo. Non ci abbiamo capito niente”.
     Non è comune che un romanzo di indagine poliziesca finisca con un grande punto interrogativo- se è certo che l’assassino è stato individuato ed arrestato, quali sono i conti che non tornano?
Non è comune neppure l’ambientazione dei romanzi di Antonio Manzini, potrebbero essere dei thriller scandinavi, tanto è il freddo che fa ad Aosta, “Le piogge di settembre avevano aperto la strada all’autunno, accompagnato dai primi venti gelati, che incedeva lento e inesorabile come una vedova dietro un feretro”. Ecco la parola giusta, feretro, per introdurre la trama: un pensionato del casinò di Saint-Vincent (faceva l’ispettore di gioco) è stato trovato morto nella sua abitazione- due coltellate.
L’indagine di Rocco ci porta nell’ambiente del casinò, anzi, entriamo con lui nella sala dove si gioca (esilarante la descrizione dell’abbigliamento raffazzonato dai suoi subalterni, non so se si aggiudichi il premio D’Intino con la sua casacca arancione o Deruta con uno smoking damascato rosa scuro dai risvolti viola), ci rendiamo conto della gravità della dipendenza dal gioco, una vera e propria malattia con il nome di ludopatia. E la simpatia e il sostegno di Rocco vanno a due persone vicino a lui- da una di loro non ci saremmo aspettati questa debolezza, la sua vicenda, di come sia rimasto invischiato nel più banale dei tranelli, ingannato da quella voce subdola che sussurra, la sfortuna non può durare, la prossima volta sarà quella buona, è una sotto-trama che rincalza quella principale. Ci sono i giocatori e ci sono gli strozzini, c’è chi gioca sporco (ma allora Rocco conosce qualcuno che è capace di giocare ancora più sporco, e vendetta sarà) e c’è chi coglie l’opportunità per riciclare denaro. E’ collegata la pista del riciclaggio con l’assassinio? Sono tante le domande che restano senza risposta.
      Non ha risposta neppure quella che ci poniamo anche noi- che uomo è in realtà Rocco Schiavone? Quante ombre ci sono nel suo passato, oltre a quella della moglie Marina con cui continua a parlare, anche se meno spesso? Certi suoi comportamenti ci lasciano perplessi, finché capiamo che è una sorta di Robin Hood dei poliziotti, un uomo che alterna una durezza d’acciaio con una grande tenerezza, cinismo e generosità (non avremmo mai pensato che lui, così geloso della sua solitudine, avrebbe offerto ospitalità al quasi-figlio-adottivo Gabriele e alla madre di questi).

     “Fate il vostro gioco” è un altro romanzo vincente di Antonio Manzini (e non è un gioco di parole con il titolo). La trama gialla non è complessa (aspettiamo però a leggere il seguito) e l’attrattiva del libro è nel tema del gioco d’azzardo che crea dipendenza- “Sono un tossico? Ho una dipendenza?”, si chiede uno dei personaggi. Soprattutto è nel ruvido protagonista, pure lui con la sua dipendenza dalla canna mattutina di cui ben sappiamo, oltre che dai suoi ricordi.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


   

domenica 21 ottobre 2018

Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra” ed. 2018


                      Voci da mondi diversi. Georgia
        testimonianze


Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra”
Ed. e/o, trad. F. Peri, pagg. 271, Euro 16,80


    E finalmente si torna a parlare della Georgia e non più soltanto associando il nome “Georgia” a quello del suo figlio più famoso e temuto, l’uomo baffuto conosciuto come Josif Stalin (uomo di ferro) ma che in realtà si chiamava Džugašvili, un cognome che contiene la sua provenienza (il finale in –švili dei cognomi georgiani significa ‘figlio di’). Quest’anno, in cui l’ospite d’onore alla Fiera del Libro di Francoforte è proprio la Georgia, dopo un lungo e pressoché totale silenzio, due diverse case editrici pubblicano due libri di scrittori georgiani.
“La santa tenebra” di Levan Berdzenišvili (casa editrice e/o) è un libro importante e necessario, una testimonianza che ci arriva da un Gulag- abbiamo ancora in mente l’impatto fortissimo dei libri di Solženicyn negli anni ’70: c’è stata la glasnost, c’è stata la perestrojka, c’è stata la fine dell’Unione Sovietica ed era da prima di tutto questo che non leggevamo un libro come quello di Berdzenišvili, più del resoconto di un’esperienza durissima di vita vissuta, un esempio di come sia possibile non lasciar morire il cuore e il cervello anche quando la semplice sopravvivenza fisica è uno sforzo.
il treno di Stalin nel museo di Gori
     Il Gulag in cui Berdzenišvili è stato internato insieme al fratello Davit si trovava in Mordovia, una delle tante repubbliche della Russia europea. I due Berdzenišvili, dissidenti, fondatori di un partito repubblicano a Tbilisi, erano stati prelevati dalla loro casa con le modalità tristemente note. Ma i dettagli sulla ‘loro’ storia ci vengono detti negli ultimi capitoli, prima, a sottolineare l’importanza di ogni internato, c’è una carrellata di ritratti degli altri ospiti forzati del campo. Georgiani, armeni, russi, detenuti politici che devono produrre 92 paia di guanti ciascuno, ogni giorno. E sono tutte persone straordinarie, così come è straordinario Levan Berdzenišvili che racconta della loro vita quotidiana. Dalle sue parole sembra quasi che il Gulag non sia un campo di prigionia ma un resort, un luogo di intrattenimento dove il lavoro è un passatempo ed una gara di maggior produzione e dove si intavolano discussioni come in una palestra socratica. Domande e risposte tra persone che hanno, ognuna, un campo di specializzazione diverso, brindisi con il thermos del tè, un tamada, un ‘toast maker’ che, secondo l’usanza georgiana, orchestra i brindisi (c’è una statua a Tbilisi che celebra questo personaggio essenziale in ogni simposio).
Statua al toast-maker, a Tbilisi
Si ipotizzano situazioni, si parla, si parla con intelligenza e acume, con ironia (che è dire l’opposto di quello che si vuol intendere), con umorismo. Si parla di politica (c’è anche chi venera tuttora Stalin ed è degno di rispetto ugualmente), di letteratura, di religione, di appartenenza, di cucina georgiana (ah, il khachapuri al formaggio, viene l’acquolina in bocca, mentre un ragù di pecora portato da una delle mogli e andato a male è nauseabondo), di come regolamentare lo sciopero della fame, di piccole lotte per ottenere piccoli diritti, come l’autorizzazione a scrivere lettere alla famiglia nella propria lingua.
Tbilisi
     Non ci si stanca di leggere. Si prova ammirazione e rispetto per chi è stato capace di affrontare una prova così dura in questo modo, preservando la propria dignità. E si finisce per pensare che la grande letteratura non nasce quasi mai da condizioni di vita facile tra agi materiali.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook