giovedì 15 febbraio 2018

Florina Ilis, “La crociata dei bambini” ed. 2011

                                                        Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
            il libro ritrovato

Florina Ilis, “La crociata dei bambini”
Ed. Isbn, trad. Mauro Barindi, pagg. 830, Euro 16,00

Titolo originale: Cruciada copiilor


Noi restiamo, professoressa! Il treno è dei bambini! Nel treno ci sono solo bambini? chiese totalmente sbalordita, Sì! E’ la crociata dei bambini! Così è stato detto al telegiornale! E’ scritto anche sui giornali! La nostra lotta non è ancora finita, i bambini di strada hanno bisogno di noi! Sono arrivati da tutto il paese! Come?! Sapeva lei, professoressa, che loro dormono nelle fogne e che mangiano quello che trovano nei rifiuti! Sono come noi, ma la gente li scaccia! Se lasciamo il treno, saranno loro a essere presi per essere portati in prigione o nei centri di accoglienza per l’infanzia!



   Capita di rado che, fin dalle prime pagine di un libro, si abbia la sensazione immediata che quello che stiamo leggendo è un gran bel libro, che è un libro importante, di quelli che lasciano un segno. Accade così per “La crociata dei bambini” di Florina Ilis.
Capita di rado che un romanzo di più di 800 pagine non abbia cedimenti, che tenga desta l’attenzione per tutta la sua lunghezza: non lasciatevi intimorire dalla mole del romanzo della Ilis, non si corre il rischio di annoiarsi, anzi, a tratti ci si diverte, per poi scoprire che, divertendoci, abbiamo letto qualcosa di tremendamente serio.
    C’è una stazione, quella di Cluj in Romania, e ci sono due treni su due binari affiancati: il rapido in partenza per Bucarest e l’accelerato speciale delle vacanze che porterà i bambini alla colonia estiva. Zoom dell’obiettivo della scrittrice sui personaggi, una ripresa breve su ognuno, giusto per introdurli. Ci ritornerà sopra, impareremo a conoscerli. Sul rapido c’è gente ben vestita che va a Bucarest per lavoro- il giornalista Pavel, un tal Alexandru Aldeman che è molto compreso di sé e della sua importanza- oppure per prendere un aereo (la donna con le unghie laccate di rosso che deve raggiungere il marito in America) o per inoltrare una richiesta di permesso per emigrare in Canada (la giovane Sabina). C’è anche una signora che era venuta a Cluj nella speranza di incontrare la sorella gemella, separata da lei durante un bombardamento più di mezzo secolo prima.
Più vivace, irrequieta e chiacchierina, la folla dei ragazzini accompagnati dai genitori che attende di salire sull’accelerato delle vacanze. Sul marciapiede del treno ci sono anche tre bambini di strada- orfani, ladruncoli. Due saliranno (abusivamente, s’intende) sul rapido e uno, Calman, sull’accelerato, spinto da un inconscio desiderio di essere come quei bambini spensierati che hanno una famiglia. Lo stile di Florina Ilis è veloce, impiega solo le virgole, niente punti ma la lettera maiuscola dopo una virgola ci suggerisce una breve pausa. E per collegare le scene inquadrate dall’obiettivo che si sposta, la Ilis usa una parola- meno spesso un’immagine-, come fosse l’anello di una catena che si aggancia ad un altro. Un esempio: la mamma del ragazzino Octavian pensa al suo matrimonio che annega nell’indifferenza, pensa che sotto le fattezze del marito che dorme accanto a lei potrebbe anche nascondersi un asino (come nella favola). “Che somaro sono!”, esordisce il padre di Alina nel flash seguente, quando si accorge che non ha più il portafoglio.
      I treni partono. Conversazioni educate sull’uno; musica, spensieratezza, ebbrezza di libertà sull’altro. Succederà, ad un certo punto, che i bambini, su suggerimento (istigazione?) di Calman, si impadroniranno del treno delle vacanze, forzando il macchinista a cambiare direzione puntando su Bucarest e bloccando dall’esterno le porte degli scompartimenti dei professori. Sembra un gioco, dapprima, uno di quei giochi simulati che questi bambini di oggi fanno sul computer. Il capo indiscusso, per la sua esperienza di lotta per la sopravvivenza, è Calman, che ha una nonna zingara, una sorellina rinchiusa in un centro per minori e ha perso la madre da poco. Calman che vuole arrivare a Bucarest per l’elezione del capo dell’imbocco principale delle fognature e ha una richiesta prioritaria da fare agli adulti: liberare i bambini di strada chiusi nei centri di assistenza. Accanto a Calman- biondo e lacero principe zingaro- il bambino Cazimir che sfoggia un completo da calciatore come quello del suo idolo David Beckham, uno dei tanti bambini privilegiati e viziati dalla famiglia, bambini con cellulare e computer, con falsi occhiali alla Harry Potter come Denis, che indossa anche una maglietta che crede gli garantisca l’invisibilità.

    In apparenza, ma solo in apparenza, c’è qualcosa di simile tra “La crociata dei bambini” (il giornalista Pavel rievoca una vera crociata di bambini agli inizi del secolo XIII, un movimento che gli storici collegavano al culto degli innocenti) e “Il signore delle mosche” di William Golding, premio Nobel 1983. In entrambi i romanzi dei bambini si trovano a doversi gestire da soli, organizzando una mini-società che, fino ad un certo punto, segue la falsariga di quella degli adulti. In entrambi i romanzi il finale sarà drammatico, perché la violenza è inevitabile. Ci sono dei morti e dei feriti sia ne “La crociata dei bambini” sia ne “Il signore delle mosche”. Ma il contorno dei due libri è radicalmente diverso e diverso è pure il messaggio che contengono.
     Dietro “La crociata dei bambini” c’è la Romania liberata da Ceauşescu che tuttavia si aggira ancora per il paese, come un fantasma dell’orrore. “Molto meglio ai tempi di Ceauşescu”- dice un macchinista- “quando manco ti sognavi di fare quello che ti passava per la testa. Non è facile con tutta questa libertà. I rumeni non se la meritano, che ne sanno che cos’è? Non ne sanno un fico secco, a loro devi dire solo quello che devono fare e lo fanno!”, c’è la corruzione a tutti i livelli (una retata della polizia nei locali della prostituzione ha scarso effetto: il capo stesso della polizia ha messo sull’avviso ‘il Barone’), commercio di armi, di droga. Soprattutto commercio di bambini: adozioni illegali, bambini venduti per il mercato del sesso, bambini comprati per filmini porno, bambini costretti a rubare.
Chiedono “il diritto di non rubare più” i bambini cenciosi che da tutto il paese convergono verso il treno dell’innocenza. Chiedono il diritto all’innocenza. Perché è poi questo, la crociata dei bambini: l’adesione spontanea ad un movimento che rivolge una supplica al mondo degli adulti- che i bambini possano essere bambini. E gli adulti non capiscono, suppongono che il treno sia nelle mani dei terroristi, arrivano in forze per combattere, mandano elicotteri. Poi si indagano (ma sono una minoranza) sulle loro responsabilità verso questi bambini che tutto sommato conoscono poco, presi come sono da affari e interessi. Il grido di questi bambini travalica i confini della Romania, arriva fino a noi che mai ci siamo chiesti il perché di questa marmaglia lacera che ‘infesta’ pure le nostre strade, che ci attende ai semafori rossi: sono gli orfani delle carceri di Ceasuşescu, dei ‘desaparecidos’ rumeni, i figli non abortiti (quando l’aborto era severamente punito in Romania), abbandonati sulle soglie degli orfanotrofi (luoghi quasi peggio dei carceri).

     C’è un viaggio (con tutti i significati metaforici che ha un viaggio), c’è un treno (anzi, ricordiamo che ce ne sono due, perché seguiamo le vicende anche dei viaggiatori adulti del rapido, fermo per lasciar passare l’accelerato) che ha una direzione e una meta (qual è la meta delle nostre vite?), c’è un percorso di crescita per tutti personaggi, adulti e bambini (tantissimi). Per Pavel che, ricordando uno stupro di gruppo a cui ha preso parte a sedici anni, si chiede davanti a quale tribunale si debba dichiarare il furto della propria anima. Per Sonia, la bimba bionda che, alla partenza, ha affidato alla nonna il coniglietto di pezza con le orecchie rosa e che vede nella toilette del treno il primo sangue sulle mutandine. Per la signora Cristea che ha la tentazione di tradire il marito e per il ragazzino Tiberiu che si rifiuta di tradire i compagni con il padre, agente dei servizi segreti.
    Ci sarebbe ancora molto da dire sul romanzo di Florina Ilis, ma lascio a voi scoprire la ricchezza di questo libro che pare una favola, il racconto di un’avventura da ragazzi, e poi si rivela essere qualcosa di molto più profondo, a tratti comico, e poi drammatico, grottesco, tenero- bellissimo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



      

mercoledì 14 febbraio 2018

Olivier Truc, “La montagna rossa” ed. 2018

                                                      Voci da mondi diversi. Francia
                                                      cento sfumature di giallo
                                                      FRESCO DI LETTURA

Olivier Truc, “La montagna rossa”
Ed. Marsilio, trad. Raffaella Fontana, pagg. 464, Euro 15,72

   “La montagna rossa”, terzo libro della trilogia dello scrittore francese Olivier Truc che ci trasporta nella Lapponia svedese, fra allevatori di renne e proprietari di boschi- animali che hanno bisogno di pascoli e uomini che mirano ai profitti economici, svedesi che reclamano i loro diritti su una terra dove sostengono di essere arrivati per primi e la minoranza sami che sostiene lo stesso diritto con la stessa motivazione. Peggio. Nelle pagine del romanzo verrà alla luce il comportamento spadroneggiante degli svedesi, del tutto simile a quello dei coloni che segnarono la fine delle tribù pellerossa in America o delle popolazioni incas nell’America latina. Vince sempre la legge del più forte, insomma.
    Come ne “L’ultimo lappone”, anche qui il tempo della vicenda è segnato da una clessidra che calcola giorno dopo giorno le ore di sole, in un lento sgocciolamento di gocce di pioggia o di fiocchi di neve. La lunga notte incalza, siamo solo a settembre ma bisogna procedere all’uccisione dei cuccioli di renna, un compito penoso ma necessario se si vuole che ci sia da mangiare per tutta la mandria. Non ci voleva proprio che venisse rinvenuto lo scheletro di un uomo nel terreno smosso del pascolo, per di più senza testa. Perché arriva la polizia delle renne (il corpo speciale esistente solo in Lapponia di cui abbiamo appreso nei romanzi precedenti), immobilizzando tutti e recintando la zona.

   C’è più di un gioco di parole da fare sull’espressione ‘a cold case’ in questa situazione. Freddo, freddissimo, non solo, ovviamente, per le condizioni climatiche, ma anche perché le ossa sono immediatamente datate al diciassettesimo secolo. Il lettore che cerca il brivido sarà deluso- questa è veramente un’indagine singolare che porterà non alla scoperta dell’assassino e neppure alle cause della morte dello sconosciuto di cui resta lo scheletro, ma avrà un’importanza enorme per il popolo sami nell’esito del processo in corso per la causa allevatori vs proprietari di boschi. Perché, se si tratta dello scheletro di un sami, sarebbe la prova a lungo cercata del loro diritto di precedenza sulla terra. Il romanzo di Olivier Truc da possibile thriller diventa un interessantissimo romanzo antropologico tinto di giallo- si scatena una caccia al teschio in musei storici ed etnologici (la ricerca conduce perfino a Parigi la bionda poliziotta Nina che ben ricordiamo) mentre Klemet (il poliziotto per metà sami) scopre con orrore la maniera scientifica della misurazione dei crani in base alla quale lui stesso può essere identificato come sami. Possiamo soltanto immaginare a dove portassero, in epoca nazista, questi esami e tutte le colonne di numeri accanto a dei nomi. Per non dire di sterilizzazioni forzate e altre nefandezze (fino agli anni ‘50, oltre tutto) da cui ci illudevamo che l’algida Svezia fosse immune.

    Della coppia di poliziotti è Klemet che ha il ruolo di personaggio principale in questo terzo episodio, in antitesi a Petrus, il capo del clan Balva. Petrus rappresenta il suo popolo al processo e lo rappresenta anche in maniera ideale- è il guardiano della tradizione che si interroga su come poter tramandare al figlio adolescente l’orgoglio della sua gente, come fornirgli delle motivazioni per restare fra di loro e non perdersi nell’anonimità svedese. Per Klemet la ricerca del teschio è anche la ricerca della sua identità- vuole continuare ad essere un lappone (il termine dispregiativo usato dagli svedesi) da giardino, come gli odiosi nanetti decorativi? Che significato ha la tenda sami che ha eretto nel giardino della sua casa? E’ colore folkloristico, l’unica cosa che cercano i turisti che riducono i sami a berretti e abiti colorati e gambali di pelle di renna?

   E’ veramente questo l’ultimo libro con Klemet e Nina? Mi dispiace lasciare Klemet che osserva la tenda “mentre ballava ai suoi piedi, riducendosi un po’ alla volta al ritmo del fuoco fino a sparire del tutto.”

la recensione de "L'ultimo lappone" è da cercarsi nell'archivio con le stesse etichette in data 01/04/2014
Leggere a lume di candela è anche una pagina su Facebook


martedì 13 febbraio 2018

Pietro Spirito, “Un corpo sul fondo” ed. 2007

                                                          Casa Nostra. Qui Italia
           seconda guerra mondiale
           la Storia nel romanzo

 Pietro Spirito, “Un corpo sul fondo”
Ed. Guanda, pagg. 236, Euro 14,00

 Il 30 gennaio 1942 il sommergibile Medusa venne affondato al largo della costa istriana. Dopo tre giorni di tentativi si abbandonò ogni sforzo di salvare i 14 uomini imprigionati nella camera di lancio di poppa. Sessanta anni dopo un giornalista, incuriosito e spinto da un vecchio reduce che si sente colpevole, svolge delle ricerche per capire quale sia stata la sorte finale del Medusa e se veramente tutto il possibile era stato fatto per far uscire gli uomini dagli abissi.


INTERVISTA A PIETRO SPIRITO, autore di “Un corpo sul fondo”


  Terret hostem Medusa, era il motto del sommergibile che si chiamava, per l’appunto, Medusa, come la fanciulla amata da Poseidone che trasformava in pietra chiunque la fissasse negli occhi. Non era bastato il nome scaramantico, tuttavia, per evitarne la sorte, colpito dal quarto siluro lanciato dal sommergibile inglese Thorn, un nome che significa “spina”, ironicamente perfetto per adempiere un destino. Il Medusa stava tornando alla base di Pola dopo un’esercitazione, fu affondato al largo di Capo Promontore lungo la costa istriana, erano circa le 14 del 30 gennaio 1942, un giorno freddo di sole e di bora che soffiava da nord-est- c’erano 60 uomini a bordo, morirono tutti.

    Uno spunto giornalistico, quello che dà inizio al romanzo di Pietro Spirito: nell’agosto del 2000, quando l’attenzione è puntata sul sottomarino Kursk che giace a cento metri di profondità sul fondo del mare di Barents e ci si domanda se si riuscirà, se si farà a tempo a salvare gli uomini intrappolati dentro, la telefonata di una persona anziana in redazione comunica di avere rivelazioni da fare. Di avere riscontrato somiglianze nel ritardo dei soccorsi al Kursk, nel mancato accordo organizzativo, con quanto è successo al Medusa durante la guerra. Partono da qui le ricerche del giornalista narratore, dapprima scettico, poi incuriosito, poi intestardito sul risolvere gli interrogativi e i dubbi posti dal vecchio: era stato fatto veramente tutto il possibile in quel gennaio del 1942? O si era solo tentato di salvare gli uomini perché c’erano interessi maggiori della vita di 60 persone? Ed era veramente stato ricuperato l’intero sommergibile un anno dopo? Perché era passata inosservata la sepoltura delle salme? E, soprattutto, c’era ancora qualcuno in fondo al mare?

    E’ un romanzo appassionante “Un corpo sul fondo”. Evitiamo parole abusate come ‘suspense’ o paragoni con romanzi di indagine poliziesca o con i thriller, perché il libro di Pietro Spirito è, sì, un’indagine, giornalistica, storica, ma è anche molto di più. E’ un tassello del passato, un richiamo della memoria, voci e volti restituiti a persone scomparse che non hanno neppure ricevuto gli onori di un’adeguata sepoltura. E nello stesso tempo, mentre il giornalista ricostruisce le ultime ore di agonia del Medusa e dalle sue ricerche affiora il relitto di un precedente sottomarino con lo stesso nome, un Medusa affondato durante la prima guerra mondiale, il presente non scompare mai dalle sue pagine. C’è la figura del vecchio Domenico che ha l’idea fissa di essere sorvegliato dai servizi segreti, tormentato dal rimorso di essere responsabile dell’affondamento del Medusa (non ne aveva forse parlato con una ragazza in una notte d’amore? E non l’aveva poi- anni dopo- vista impiccata? Era una spia?), quella dell’amico morto nel sottomarino e di cui il narratore rintraccia la famiglia (il destino- aveva inghiottito dei bottoni sperando di evitare la partenza), l’anziano scienziato che affida al giornalista il vecchio diario sulla sua esperienza sotto il mare, le immersioni dello stesso protagonista (quanto diversa l’attrezzatura moderna da quella dei palombari di una volta!) e la sua disavventura con le meduse (quelle ‘vere’, il cui nome è Rhizostoma pulmo) che sembrano avercela con lui.
    E sotto, sotto le parole e le tonnellate di acqua, due pensieri, o forse due domande: non siamo tutti dei naufraghi della vita? E non è meglio quella tomba in fondo al mare che nella terra di uno squallido cimitero? Stilos ha intervistato Pietro Spirito, giornalista de “Il Piccolo” a Trieste, già finalista al Premio Strega 2003 con il romanzo “Speravamo di più”.


Un romanzo, una storia vera, un pezzo di Storia su un sottomarino affondato: perché il sottomarino, nella letteratura e nella realtà, ha sempre esercitato un grande fascino?
       Credo che sia perché il sottomarino è pieno di simboli, di significati, è uno degli oggetti umani più carichi di simboli e con più metafore dell’andare a fondo, dello scendere, scendere nell’abisso dell’animo, lo stare chiusi e quindi anche tutto ciò che riguarda la comunicabilità, l’avventura, il rischio, il pericolo, il rimanere intrappolati, la speranza.
Jules Verne aveva capito subito tutta la carica potenziale metaforica sotto la macchina quando, all’epoca in cui si costruivano i primi sommergibili, scrisse “Ventimila leghe sotto i mari”. Il sottomarino è una macchina molto letteraria e, a proposito, forse è bene ricordare la distinzione tra sottomarini e sommergibili, perché nell’accezione comune li si confonde e sono la stessa cosa: il sommergibile è una nave semi-sommergibile, un battello che naviga per lo più in superficie e può andare sott’acqua; il sottomarino naviga prevalentemente sott’acqua. E poi, nella mia scelta dell’argomento, ci sono stati anche dei motivi personali: amo molto il mare e mi piace andare sott’acqua.

Ci incuriosisce sapere, prima di tutto, se lo spunto narrativo del romanzo e le origini della ricerca siano vere: esiste veramente un Domenico C. che non vuole essere nominato?
     Sì, esiste e l’origine del romanzo è proprio quella che si trova nel libro, con la telefonata nei giorni del Kursk.

Il personaggio narrante, il giornalista che fa le indagini sul Medusa, sembra essere Lei: perché ha scelto di entrare in prima persona nel romanzo?
     E’ la prima volta che uso l’io narrante in prima persona, era un po’ un esperimento e mi metto in gioco in tutti e due i sensi: come scrittore e come io narrante. E’ stata una scelta obbligata, quella di scrivere in prima persona, perché la narrazione segue un filo autobiografico ed è la storia di una ricerca che ho svolto. E quindi l’io narrante era una scelta inevitabile; poi c’è il solito gioco di specchi: il giornalista che parla non sono io, e però sono io. Dovendo raccontare la storia della ricerca che si è svolta così come è nel libro, compresa l’indagine sott’acqua, non potevo fare diversamente. Mi è stato molto difficile parlare di me senza parlare di me- cosa d’altra parte che non volevo fare, perché i fatti miei non interessano a nessuno.


All’inizio il giornalista/Lei sembra essere quasi seccato dal vecchio rompiscatole: a che punto è scattato dentro di lei qualcosa di diverso? A che punto l’ha appassionata la vicenda del Medusa?
     Per rispondere devo dire qualcosa sul perché ho scritto il libro: per denunciare gli abusi di memoria. Da anni mi occupo di ricerche di questo tipo, come giornalista e come storiografo. Vivo in una città, Trieste, in cui il peso della memoria è eccessivo. Sono abituato a cercare, a fare immersioni nella Storia. L’interesse per quello che mi diceva Domenico C. è scattato subito, ho capito immediatamente che entravo nei labirinti del passato dove c’è il rischio di perdersi, soprattutto in questa vicenda labirintica. Il romanzo si è costruito mentre lo scrivevo, lo specchio riflette un’esigenza reale, quella di capire quanto è successo.

Uno degli aspetti “magici” del romanzo è il gioco delle coincidenze: la scoperta che sono stati due i Medusa affondati, le meduse marine che La attaccano, il ritrovare dei testimoni per caso, i sogni premonitori. E’ stata una scelta consapevole, come scrittore, inserire questo elemento “magico” nella narrativa?
    E’ stata una scelta consapevole, voluta ma anche inevitabile perché le cose sono avvenute così. Quando si va a caccia di storie, si entra in territori dove queste cose accadono. Lo scrittore è come un radar, scrivere significa mettersi in ascolto, quindi captare segnali del mondo. Quando racconti una storia, sia vera o sia inventata, fai questo: ti metti lì e stai lì in attesa e aspetti che il mondo si riveli. E’ ovvio che in queste situazioni saltano fuori i fantasmi: l’attacco delle meduse, l’apparizione del sottomarino fantasma durante la tempesta- sono cose che sono veramente successe. Come succede che stai lavorando ad un personaggio, cammini per strada e capita che lo vedi. Le coincidenze fanno parte della nostra vita. Siamo in un tutto che è collegato a tutto. Nel momento in cui entri in una storia azioni dei meccanismi. Qui, poi, la storia era bella e pronta, con anche un altro Medusa, affondato in un’altra guerra a poche miglia di distanza, di fronte a Venezia mentre questo era sprofondato al largo di Pola.


Per quello che riguarda le ricerche negli archivi: non mi è parso che la documentazione fosse sempre limpida. Rimangono dei dubbi sulla tempestività dei soccorsi, sul fatto che tutto sia stato tentato per salvare gli uomini nel sottomarino?
      I dubbi rimangono. Ci sono dei testimoni ancora vivi, Brunetto Montagnani che vive in Toscana e che non si trovava sul Medusa perché in licenza: lui è convinto che ci fu la volontà di lasciarli là sotto, quei ragazzi. In realtà, con i documenti alla mano ho consultato degli esperti e l’opinione che prevale è che, in quelle condizioni di mare, quei ragazzi erano spacciati, non si poteva fare niente di più per salvarli. Forse ci sarebbero state maggiori possibilità con un tempo splendido e mare calmo. Vorrei sottolineare che la ricostruzione storiografica di quanto è avvenuto è rigorosissima. Ho sottoposto il testo ad esperti, ingegneri navali, storici, ho fatto una serie di controlli incrociati, lavorando da giornalista. Per quanto il libro sia un romanzo e la cornice sia di finzione, volevo che il nucleo centrale della ricostruzione fosse assolutamente rigoroso.

Nella ricerca di prove Lei descrive la sua immersione sul luogo in cui era stato segnalata la presenza di un relitto che poteva essere uno spezzone del Medusa: che cosa ha provato nel vedere la carcassa dell’U-boot?
     Sono un appassionato subacqueo e sono un visitatore di relitti affondati, non era il primo che vedevo. Il relitto ha un fascino un po’ infantile, è come un pezzo di Storia da riscoprire, ogni immersione su un relitto è emozionante e coinvolgente, come sanno tutti quelli che frequentano relitti. Quello dell’U-boot è uno dei relitti più frequentati. Ormai anche questo è diventato un tipo di turismo, non di massa ma molto praticato. L’U-boot è un grosso tubo di metallo squarciato che non suscita particolari sensazioni. E’ un argomento difficile da capire per chi non è mai stato su un relitto. Nell’immaginario collettivo il relitto lo trovi nei film di genere, nei cartoni animati…Ha un elemento fantasmagorico, ed è qualcosa di fantasmagorico, però ha una sua realtà cogente. Suscita un’emozione particolare, quella del ritrovare un pezzo di Storia precluso ai più, che sopravanza l’aspetto più cupo, più trucido, anche orrorifico del fatto di scendere a visitare un relitto.


Oltre al vecchio Domenico, ci sono altri due personaggi di rilievo: il matematico Rosich e il croato Marcko. Qual è il loro ruolo nella storia del sottomarino?
     Rosich ha il ruolo di appoggio alla metafora, è lo scienziato che parla della sua avventura nel sommergibile come scoperta: il sommergibile come veicolo di scoperta di territori che possono diventare pericolosi. Ed è anche una metafora della letteratura: andare in dimensioni diverse e sconosciute che possono essere pericolose. L’ansia di conoscenza ha un prezzo. Rosich è uno scienziato che, grazie a una formula matematica, ha scoperto che esistono altri mondi e vuole vederli, questi mondi, ci va e vive esperienze terribili al limite della sopravvivenza. Marcko è invece il collegamento tra la guerra passata e le nostre guerre di oggi. Questo è anche un romanzo sulla guerra. C’è una scena in cui il giornalista e Marcko si danno la mano ed è come se scoccasse una scintilla tra due momenti della Storia, tra due guerre: è per far capire che c’è un filo che unisce queste cose, le guerre sono eruzioni della Storia. Marcko ha questo ruolo di collegamento e non è un caso che sia lui che guarda i registri cimiteriali, è lui che colleziona la terra di dove sono state le battaglie: è lui che ricuce una geografia dell’orrore e lo può fare perché è un reduce come Domenico C.

C’è una preoccupazione costante nel vecchio Domenico, l’ansia che il suo amico Cosmina non sia in una tomba. Eppure, proseguendo nella lettura, ci colpisce la sensazione di quanto questa ansia sia inutile: la fine del Medusa è emblematica del nulla dopo la morte?
      Sì, dell’idea del nulla dopo la morte, del grande vuoto su cui siamo seduti. E poi c’è anche la convinzione dell’uomo contemporaneo che si trova a vivere tra le macerie e non sa se c’è qualcosa di diverso da queste. Questo voleva anche essere un racconto su una certa condizione di smarrimento- ho preso in prestito una frase da Marco Lodoli, sulla nostra “epoca dislessica dove passato e presente si scontrano”, a volte crediamo di essere nel Medio Evo e a volte ci sembra di essere nel futuro, a volte ci sfugge il presente: è l’idea dell’uomo perso, come quando il protagonista, durante l’immersione, si perde nell’acqua in profondità senza punti di riferimento, sotto c’è il vuoto, sopra il vuoto. E’ in parte la condizione dell’uomo contemporaneo.

Anche il romanzo precedente “Speravamo di più” era una storia che andava indietro alla seconda guerra mondiale: c’è qualcosa che la attrae particolarmente verso quel periodo?
   
  Sì e no, non ho una propensione particolare verso quel periodo specifico. Ma quello che siamo oggi lo dobbiamo a quello che siamo stati ieri. Per poter decifrare il presente bisogna dare un’occhiata a quanto è successo poco fa. Ho lavorato sulla guerra anche come giornalista, ma è anche una mia passione, questo lavoro sulla Storia. Dopotutto ogni romanzo è un romanzo storico. Se ambiento una vicenda negli anni ‘60, il prologo è nella seconda guerra mondiale. La Storia, per quanto riguarda il mio lavoro letterario, è un pre-testo, che viene prima del testo. E poi c’entra anche la comodità e la pigrizia nello scegliere questo periodo.

E quale è stata la fonte di “Speravamo di più”, con la storia del giapponese rimasto in Italia alla fine della guerra che sembra quasi una notizia da giornale?
      Fra le mie passioni ci sono anche le arti marziali, un’attività molto collegata con il Giappone, capita spesso che vengano dei maestri giapponesi in visita. E capita allora che ci si racconti delle storie. Una di queste parlava dell’amicizia tra un maestro giapponese in Italia e un ragazzo problematico che riuscì a superare, in parte, i suoi problemi con la disciplina delle arti marziali. Poi il maestro tornò in Giappone, il ragazzo sprofondò di nuovo nei suoi problemi, si gettò sotto un treno. E la storia proseguiva dicendo che il maestro si svegliò di colpo, in Giappone, usciva del fumo da un cassetto: era la foto del ragazzo che bruciava. La storia mi era piaciuta, volevo creare un romanzo partendo da un’idea, dal confronto con un’altra cultura, con chi è altro da noi. E mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se un maestro giapponese di arti marziali fosse arrivato in Italia in un’epoca, dopo la guerra, in cui lui era praticamente un alieno…

Un’ultima domanda: come si connette la sua attività di giornalista con il suo scrivere romanzi?
    Il giornalismo e la letteratura sono due universi separati e distanti che talvolta possono avere aree di contiguità, talvolta la letteratura può essere funzionale al giornalismo e viceversa. Ma sono due modi diversi di osservare il mondo: uno informa sul mondo, l’altro rappresenta il mondo.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                                                    

domenica 11 febbraio 2018

Alessandro Robecchi, “Follia maggiore” ed. 2018

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia
       cento sfumature di giallo
        FRESCO DI LETTURA

Alessandro Robecchi, “Follia maggiore”
Ed. Sellerio, pagg. 390, Euro 15,00

     Non si dà follia maggiore…dell’amare un solo oggetto… canta donna Fiorillo ne “Il turco in Italia”, canta la ventitreenne Sonia Zerbi strappando applausi, un trionfo. Il filo rosso musicale è soltanto uno dei fili che possiamo seguire leggendo l’ultimo romanzo di Alessandro Robecchi, “Follia maggiore”. E’ anche il più sorprendente, quello che più ci allieta l’animo, che ci fa dimenticare per un attimo il grigiore del male che ci circonda. Citazioni di opere, Puccini e Rossini e Mozart, ma anche Bob Dylan che ama ascoltare Carlo Monterossi, mago dei programmi televisivi, detective dilettante con l’amico Falcone, “damo di compagnia” improvvisato dell’anziano Umberto Serrani- a lot of things we didn’t do, that I wish we had. Versi venati di rimpianto, questi ultimi, che ci introducono ad una seconda narrazione in questo singolare romanzo di indagine poliziesca.

   Riavvolgiamo le fila: in una via di una zona residenziale di Milano è stata uccisa una donna, Giulia Zerbi, insegnante, traduttrice, separata da anni dal marito, con una figlia, Sonia, che sogna diventare cantante lirica. Una cuoca filippina ha visto la scena dalla finestra di una casa vicina. Ha visto un uomo scendere da un’auto, una breve discussione. La donna è morta perché ha battuto la testa cadendo? Che cosa voleva da lei quell’uomo? La borsa è scomparsa, l’auto è stata ritrovata bruciata. Sono quattro le persone che indagano sul delitto, i due poliziotti Ghezzi e Carella e il detective privato Oscar Falcone con il suo amico Carlo Monterossi- gli ultimi due all’insaputa degli altri due, naturalmente. Sono stati ingaggiati da Umberto Serrani, un uomo che ha costruito la sua ricchezza mettendo al sicuro i soldi di altri, soprattutto quelle enormi cifre che dovevano diventare invisibili. Venticinque anni prima Giulia era stata il grande amore di Umberto Serrani- ecco perché vuole che vengano trovati i colpevoli, che venga fatta giustizia. Vuole anche altro quest’uomo che ricorda ogni incontro, ogni parola detta con Giulia, che conta le settimane di vita che gli restano, se è vero che ad ognuno di noi sono concesse 4000 settimane, e pensa che deve affrettarsi per rimediare, per silenziare quel rimpianto cocente per un tempo che non torna indietro- a lot of things we didn’t do, that I wish we had. Può aiutare la figlia di Giulia ad avere successo, può offrirle tranquillità economica e il migliore insegnante che la prepari per il concorso di Basilea che la lancerà sui palcoscenici di tutto il mondo. E Umberto Serrani trova affinità con Carlo Monterossi, altro personaggio diviso tra nostalgia e rimpianto e il desiderio di una nuova vita.

    Potrebbe essere un romanzo dentro un romanzo, la storia del passato di Serrani e Giulia, con una terza breve storia ancora dentro di questa, quella di Monterossi e l’attraente Bianca, senza contare quella dell’ascesa di Sonia- nessun rimpianto in questa, lacrime giuste di dolore per la perdita della madre, ma sguardo in avanti verso un futuro di gloria. E poi c’è il romanzo poliziesco, l’indagine degli ottimi Ghezzi e Carella che svela i retroscena della media borghesia che, per arrivare a fine mese, per pagare il ricovero di un anziano o l’apparecchio ai denti del figlio, ricorre a piccoli delinquenti per prestiti ad usura.

    Bei personaggi, una bella trama nella sua ordinaria attualità, un linguaggio vivace che a tratti si impenna in un umorismo mai volgare, “Follia maggiore” si legge di un fiato, passando da una narrazione all’altra, seguendo i personaggi all’interno del lussuoso hotel Diana dove Serrani offre una suite a Sonia e nelle strade di una Milano che ci ricorda Scerbanenco (a proposito di rimpianti), mentre piove, piove come non avesse mai piovuto dall’inizio del mondo.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
Leggere a lume di candela è anche una pagina Facebook


venerdì 9 febbraio 2018

Natsuo Kirino, “In” ed. 2018

                                                   Voci da mondi diversi. Asia
                                                          love story
                                                        FRESCO DI LETTURA

Natsuo Kirino, “In”
Ed. Neri Pozza, trad. G. Coci, pagg. 348, Euro 15,30

      Una scrittrice che si accinge a scrivere un romanzo su X, il personaggio misterioso del romanzo di un famoso scrittore che ormai è morto. Il quesito intrigante è: X, che ne “L’innocente” è l’amante dello scrittore stesso, Midorikawa Mikio, è esistita veramente oppure è una creazione letteraria?  Mentre cerca di far luce sul mistero che avvolge X, Suzuki Tamaki si rende conto di entrare ed uscire lei stessa, di continuo, dalla dimensione del reale per immergersi nel mondo delle parole, finché vita e arte narrativa diventano indistinguibili come una sorta di vasi comunicanti.
    Il tema del romanzo “L’indecenza”, appena iniziato da Suzuki Tamaki, è la soppressione dell’amore- non la fine dell’amore ma qualcosa di più traumatico, il recidere volontariamente ogni legame con l’altro e “annientare il suo cuore attraverso l’abbandono e la fuga”. A Tamaki interessa sapere di più di X a cui, nel romanzo di Midorikawa, si attribuisce la responsabilità di tutti i mali della famiglia dello scrittore, dei litigi fra marito e moglie fino alla morte del figlio più piccolo, annegato in un momento di distrazione dei genitori. E nello stesso tempo, inoltrandosi nelle ricerche, cercando di immaginare quali fossero stati i sentimenti di X, intrappolata in una passione travolgente e senza futuro, Tamaki rivive parallelamente la sua storia d’amore con il suo editor Abe Seiji. Sposata Tamaki, sposato Seiji, incontri clandestini in un appartamento affittato- pure questa è la storia di un amore intenso soppresso per volontà di Tamaki, stanca della situazione.

   “In” è un romanzo affascinante, indice della maturità narrativa della scrittrice. E’ un gioco di specchi e, come nei riflessi che vediamo negli specchi messi in infilata, le immagini hanno contorni variabili, sfumati, stranianti, confondono le idee. Quante immagini di X vediamo riflesse negli specchi? Prima Motoko- aveva dieci anni quando incontrò per la prima volta lo scrittore Midorikawa. Ne aveva sedici quando lui si stancò di lei perché era diventata grande. E se pensiamo a Lolita, l’allusione è voluta: “Qualcuno sosteneva assomigliasse a Nabokov”, dice la stessa Motoko che però nega di essere X. E tuttavia lei non è stata più capace di amare un altro uomo. Allora X potrebbe essere stata un’altra scrittrice, Miura Yumi? O bisogna credere allo sconosciuto che telefona asserendo che è l’ultimo desiderio di sua madre che si sappia la verità, che lei era X? Oppure, più semplicemente, X non è mai esistita, come sostiene la moglie ancora viva dello scrittore? La quale è diventata scrittrice pure lei. “Scrittori, nient’altro che scrittori! Perché? Che cosa poteva significare?” si chiede Tamaki, mentre legge e rilegge le pagine de “L’innocente”, apre una lettera inviata da Miura Yumi a Midorikawa (allora Chiyoko mente, c’era veramente una X?), soffre rivivendo la sua storia con Seiji che sta morendo- “ la morte è un grande vuoto perché recide ogni legame e gli innocenti sono quelli che muoiono”, come il bambino figlio di Midorikawa che spiegherebbe il titolo del libro del padre.


    “In” è un grande romanzo che parla dell’amore di coppia, del conflitto tra amore e odio, dell’amore passione che non resiste al tempo e finisce per smarrire la sua forza originaria, della necessità sofferta di porre fine all’amore. Ma è anche altro. E’ un romanzo sul romanzo (“L’innocente” di Midorikawa è un secondo romanzo dentro il romanzo che Tamaki sta scrivendo), sulla realtà che diventa finzione letteraria e viceversa, sul potere ammaliatore delle parole e sul pericolo di restarne prigionieri. Come il famoso Midorikawa, uomo egocentrico e senza principi che viveva l’amore per trasferirlo sulla carta, come la stessa Tamaki che forse, scrivendo della soppressione dell’amore riferendosi alla misteriosa X, aveva in realtà voluto sopprimere la sua relazione con l’editor dei suoi libri.


Leggera lume di candela è anche una pagina Facebook

mercoledì 7 febbraio 2018

Ilaria Tuti, “Fiori sopra l’inferno” ed. 2018

                                                             Casa Nostra. Qui Italia
                                                             cento sfumature di giallo
  FRESCO DI LETTURA

Ilaria Tuti, “Fiori sopra l’inferno”
Ed. Longanesi, pagg.363, Euro 16,90

     Non scordare:/ noi camminiamo sopra l’inferno,/ guardando i fiori- dice l’haiku del poeta giapponese Kobayashi Issa all’inizio di”Fiori sopra l’inferno”, opera prima della giovane scrittrice Ilaria Tuti, di Gemona del Friuli.
E’ la terra della scrittrice stessa, di una bellezza aspra e cupa, a fare da sfondo alla vicenda del romanzo che inizia in una ‘Scuola’ che si rivela essere un orfanotrofio, in una zona dell’Austria al confine con l’Italia, nel 1978. Un edificio che mette i brividi, perché sospettiamo che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato in quei corridoi silenziosi dove si sente ululare il vento e nessuna vocetta di bambino filtra attraverso le porte chiuse. ‘Vedi, osserva, dimentica’, sono le parole d’ordine della Scuola, il silenzio delle infermiere è comprato.
Quando la scena si sposta al giorno d’oggi, troviamo quattro bambini che si incontrano nel bosco- hanno stretto una fratellanza di sangue, ognuno di loro dà agli altri il calore, l’affetto e la comprensione che non ricevono in famiglia. Si confidano i loro segreti- chi può sentirli tra quegli alberi fitti, con il rumore della cascata vicino? Chi potrebbe arrivare fin lì, sui sentieri scivolosi che fiancheggiano delle scarpate? Eppure tutti loro hanno idea che ci sia qualcuno che li osserva e li spia. Qualcuno che non vuol far loro del male, altrimenti ne avrebbe già approfittato.

    E poi viene ritrovato il primo morto, è il padre di uno dei bambini. Il modo in cui è stato ucciso fa pensare che l’assassino sia uno psicopatico, che stia collezionando parti di corpi, che abbia solo iniziato ad uccidere. E’ così, infatti.
   Delle indagini sono incaricati un commissario e un ispettore- il classico ‘doppio’, ma diciamo subito che l’ispettore Marini, belloccio, giovane e con poca esperienza, scompare a fianco del commissario Battaglia. Con quel cognome lì, l’ispettore Marini si aspetta di trovarsi davanti ad un uomo (ah, il solito maschilismo) e invece di nome fa Teresa, il commissario Battaglia. Ed è l’opposto delle più o meno fascinose Vittoria, Lolita, Imma, Alice che abbiamo incontrato negli altri romanzi di indagine poliziesca. E’ grossa e goffa, non è giovane, deve iniettarsi regolarmente l’insulina perché è diabetica, ha dei vuoti di memoria che la paralizzano terrorizzandola, perché sa fin troppo bene che cosa preannunciano. Non è simpatica, Teresa Battaglia. Non le interessa essere simpatica. E però tutti la stimano, ha l’intuito di un profiler e un’empatia che le permette di entrare in sintonia con chi le sta davanti indovinandone i pensieri e i sentimenti.

    Per una strana coincidenza, o perché viene sempre il tempo giusto per portare alla luce le brutture del passato- quell’inferno disseminato di fiori-, come in altri libri di recente pubblicati, la trama del romanzo di Ilaria Tuti affonda, in un qualche modo che non voglio precisare, nelle famigerate teorie naziste, negli esperimenti che venivano portati avanti sui più deboli in nome di uno sciagurato interesse scientifico. L’azione è serrata, il tempo incalza- incalza anche a livello personale per Teresa Battaglia che dimentica perché abbia scritto frettolosamente dei pro-memoria su dei foglietti. E intanto il paese di Travenì si chiude a guscio in una omertà collettiva. Niente deve insozzare la rispettabilità del paese e dei suoi abitanti, impossibile che il colpevole sia uno di loro, perfino il capo della polizia è reticente nel dare informazioni e il sindaco si rifiuta (nonostante la minaccia incombente) di lasciare accese le luci durante la notte di san Nicola- non sia mai che i turisti non possano godere appieno lo spettacolo della discesa dei Krampus, i diavoli caproni che scendevano dalla montagna a prendere i bambini cattivi.


    Non è cattivo il bambino che viene rapito, non è neppure un diavolo chi lo rapisce. A voi scoprirlo. Apprezzerete anche voi, una volta di più, la profonda umanità del commissario Battaglia di cui ci resta ancora tanto da sapere.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net
Leggere a lume di candela è anche una pagina su Facebook


martedì 6 febbraio 2018

Milly Johnson, "Veri amori, falsi amanti" - Intervista 2008

                                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                chick-lit


Ci saluta in italiano, la scrittrice inglese Milly Johnson, e ci dice subito che lo sta studiando, anche se ‘piano, piano’, perché ama molto l’Italia, ha anche studiato latino a scuola e viene spesso a passare le vacanze in Italia con i suoi bambini che vanno pazzi per il gelato italiano. E a noi viene in mente il delizioso bambino del suo romanzo, che fantastica di essere un eroe che si chiama Dannyman, e comprendiamo su chi abbia ricalcato la sua voce infantile. Abbiamo parlato con Lei del genere del romanzo rosa, di come ha iniziato a scrivere, di quale ruolo abbia il sesso nei suoi romanzi e se si diverte mentre scrive, così come ci siamo divertiti noi nella lettura.

Ci sono dei generi letterari che cambiano con i tempi, ci sono altri generi che nascono con i nuovi tempi e poi ci sono dei generi che restano più o meno inalterati: il romanzo rosa ha forse cambiato il nome, diventando chick-lit, ma è sempre lo stesso. Perché, secondo Lei? E perché è sempre così popolare?
     Penso che sia perché le donne amano leggere di donne che vivono delle storie come le loro. Penso anche che questo genere di libri possa essere di conforto e di aiuto quando si passa attraverso esperienze come quella della maternità, ad esempio: si riesce a guardare con una certa distanza come altre donne stanno vivendo la nostra stessa esperienza. La chick-lit è qualcosa di diverso e non credo di rientrare in quel genere: la chick-lit è un tipo di romanzo non molto profondo, è un po’ come un soufflé. A me piace riflettere anche sugli aspetti più scuri della vita, sul dolore della perdita di una persona cara…e non scrivere solo del lavoro e di uscire a bere con gli amici o a fare shopping. La mia intenzione è quella di offrire un quadro vero della vita di una donna tra i 30 e i 40 anni, che non è tutta rose e fiori. Ci sono i problemi del matrimonio e quelli dei bambini e quelli dei soldi che non bastano. Ecco, i miei romanzi non sono solo una lettura di evasione.


Nel suo romanzo accenna al disprezzo con cui viene considerato il romanzo femminile: le dà fastidio?
      Sono sincera: anche io, una volta, avevo questo atteggiamento dispregiativo nei confronti dei libri romantici. Anche io mi chiedevo se non fossero un tipo di letteratura inferiore. Poi ne ho letto uno: ero in vacanza con mia nonna, che ama questo genere e se ne era portata dietro parecchi da leggere. Ne ho preso uno a caso e mi è piaciuto: è un’evasione. E tutto sommato è anche più difficile scrivere seguendo una formula: ci sono dei parametri entro cui lavorare, e nello stesso tempo si deve scrivere una storia fresca.  Nel romanzo Adam fa quello che ho fatto io: si converte al genere, si accorge che aveva torto, trova simpatica la storia che legge, dopo aver iniziato. 

Tra l’altro, uno degli aspetti più piacevoli del suo romanzo è il gioco di specchi con cui Lei si prende gioco del romanzo sentimentale, sollevandosene al di sopra. Si diverte, quando scrive?
   Sì, e non riesco neppure a ricordare il tempo in cui non scrivevo. Anche se i primi libri non hanno trovato un editore, anche se mi sono stati rispediti indietro e io pensavo, ‘basta, non scrivo più’, poi tornavo a scrivere, semplicemente perché mi diverto. Non volevo proprio morire senza che mi pubblicassero un libro. E’ un’esperienza stupefacente, quella di scrivere, e spero che il mio divertimento si rifletta nelle mie storie. Sono felice quando scrivo: sì, amo il mio lavoro.


La coppia Jo-Matthew ha una storia che dipende molto dal sesso: quanto è importante il sesso nei suoi romanzi? O l’erotismo?
   Non sono il tipo di persona morbosamente interessata al sesso: penso che il sesso, almeno quello esplicito, non si addica alle mie storie. Il sesso esiste nei miei libri come parte dell’amore. Ma per me è sbagliato concentrarsi su quello, per Jo e Matthew il sesso è addirittura accecante nella loro storia. Non penso sia necessario, in genere c’è poco sesso tra i personaggi principali dei miei libri, ma si capisce che avranno un futuro fantastico anche dal punto di vista sessuale, perché sono felici insieme, e che anche quell’aspetto della loro vita sarà bello. Non mi sento a mio agio a mettere troppo sesso nei miei romanzi.

Come ha iniziato a scrivere? E come mai ha scelto di scrivere storie di donne e per le donne?
      Quando ero bambina mi piacevano le favole e, quando ho iniziato a scrivere, c’era sempre un po’ di magia nelle mie storie: d’altra parte penso che ci sia sempre della magia nella vita vera. All’inizio ho fatto un errore nel pensare che la gente volesse leggere qualcosa di grandioso, di viaggi, o trame eccitanti. Ma io non sapevo nulla della vita patinata, ecco perché i miei libri venivano rifiutati. Un giorno, al lavoro, qualcuno ha fatto un’osservazione sgradevole sulla città in cui vivo, che certamente non è bella, ma è ‘casa’- la città di Barnsley. Ho subito pensato che quando avrei scritto un libro, avrei fatto svolgere la storia a Barnsley, anche se non sapevo affatto di che cosa avrei scritto. Poi ero incinta e altre due mie amiche erano pure in attesa. Mesi dopo ci trovavamo insieme, con i bambini piccoli, e mi sono accorta che avrei dovuto scrivere di questo: della vita normale, con bambini e fidanzati o mariti o compagni. Dopotutto, questa è la sostanza della vita, accadono cose straordinarie fra amici o in una coppia, a volte dolorose e a volte felici. E quindi è stato per una coincidenza se ho trovato l’argomento: non avrei mai pensato di scrivere delle storie ordinarie su gente ordinaria. Forse c’è stata un po’ di magia che ha funzionato in tutto questo.
Barnsley
 C’è un forte elemento scozzese nel romanzo e anche molta simpatia per la Scozia: la sua famiglia ha origini scozzesi?
    La mia mamma era scozzese e quindi i miei nonni erano scozzesi. La nonna è morta prima che io nascessi e ho avuto due nonne surrogate nelle sue sorelle- le zie a cui dedico il libro. Da bambina passavo molto tempo in Scozia e mi sembrava un posto meravigliosamente amichevole, ricordo ancora il profumo dei biscotti in casa delle zie…Volevo una storia che celebrasse il paese che amo e che desse un’idea dei miei sentimenti. A proposito: se il mio primo amore è la Scozia, l’Italia viene subito dopo: a volte dico che in un’altra vita sono nata in Italia. Sto studiando l’italiano, passo qui le vacanze. Di più: se c’era un paese in cui tenevo che il mio libro fosse pubblicato, questo è l’Italia. Ho persino studiato il latino a scuola.


E che cosa significa nel 2008 essere scozzese e indossare il kilt?
     C’è un forte movimento nazionalista in Scozia, gli scozzesi sono un popolo orgoglioso e sono orgogliosi delle loro tradizioni e dei clan. Non è che indossino il kilt comunemente, anche se è vero che se ne vedono parecchi in giro. Soprattutto portano il kilt nelle feste, durante le cerimonie di matrimonio. Ammettiamolo: non c’è niente di più mascolino che un paio di gambe nude e forti che escono da un kilt. E riguardo ad Adam: volevo fare di lui un grande eroe romantico.


A parte Stevie, tutti gli altri personaggi sono, per così dire, più grandi del vero: Jo McLean è più che semplicemente cattiva, Matthew è più che stupido, e Adam è letteralmente un gigante. Gioca con le regole del genere, esagerando?
     Sì, proprio così, e nello stesso tempo volevo però che i miei personaggi fossero credibili. Non c’è speranza nella cattiveria di Jo, eppure è credibile. Matthew è un debole ma non volevo fare di lui un personaggio cattivo. E’ un egoista ma alla fine si rende conto che ha sbagliato. Ma esistono queste persone più grandi del vero: ho un amico di Newcastle che è un gigante. Sì, gioco col genere, ma spero che i miei personaggi siano credibili.

Mi è piaciuto molto ‘il libro dentro il libro’: perché lo ha messo nella trama? Per sottolineare la vicenda, per divertirsi, per giocare con i lettori…?
     Per giocare…Perché Stevie poteva scrivere della donna che era lei nel libro, e poteva anche vincere l’amore di lui, nel libro. Però, mentre lavora sulla trama, si rende conto che il suo personaggio riflette il vero Adam e si domanda se lei non stia facendo un errore di valutazione. Scrivere le serve per capire, ha dei pregiudizi. E’ stato divertente scrivere il libro dentro il libro.


Non ha mai la tentazione di scrivere un finale infelice per le sue storie?

     No, mai. Dai libri si può trarre cultura o senso del mistero, ma io voglio scrivere dei libri che lascino i lettori con il sorriso sulle labbra: magari qualcuno è depresso, legge e si solleva il morale. Sarebbe sleale se scrivessi un terzo libro con una fine infelice: chi mi legge sa che cosa aspettarsi dai miei libri. Quando ci aspettiamo certe cose, le vogliamo anche. In me c’è la ragazzina che vuole un ‘happy ending’, e il principe e la principessa che vissero felici e contenti. C’è chi si domanda che gusto ci sia a leggere un libro che si sa già come andrà a finire, ma ci sono anche quelli che lo sanno e vogliono leggere ‘come’ succederà tutto quanto, come si ritroveranno a vivere felici insieme. Sarebbe sleale da parte mia scrivere qualcosa di diverso: ho una responsabilità nei confronti dei miei lettori, non posso deluderli.

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it