domenica 20 novembre 2016

Neel Mukherjee, “La vita degli altri” ed. 2016

                                                    Voci da mondi diversi. Asia
           romanzo 'romanzo'
          FRESCO DI LETTURA


Neel Mukherjee, “La vita degli altri”
Ed. Neri Pozza, trad. Norman Gobetti, pagg. 605, Euro 20,00

      Il titolo di questo splendido romanzo dello scrittore indiano Neel Mukherjee ci ricorda quello del film con la regia di Florian Henckel von Donnersmarck che vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 2006. Qui, però, al posto dell’uomo incaricato dalla Stasi di spiare la vita di un famoso drammaturgo e della sua compagna c’è lo scrittore stesso che spia la vita degli altri e ce la racconta, in una maniera così coinvolgente che vorremmo continuare a leggere oltre le 605 pagine del libro.
   All’inizio siamo un poco sconcertati, un poco confusi da tutta quella folla di personaggi che ci si accalca intorno- ci sentiamo come chi è cresciuto come figlio unico e si trova improvvisamente nel mezzo di una famiglia numerosa. Siamo frastornati da nomi, nomignoli, appellativi che indicano rispetto o familiarità o diversi gradi di parentela dei numerosi membri della famiglia Ghosh in uno dei quartieri ricchi del nord di Calcutta. Tre generazioni di Ghosh condividono la bella casa con giardino- l’anziano Prafullanath ha fatto fortuna con delle cartiere.
Come tutte le grandi fortune, anche quella dei Ghosh non ha origini del tutto limpide, anzi, e chissà che tutto quello che succederà da lì a poco- è il 1967- non sia il prezzo da pagare per le truffe, lo sfruttamento, l’aver tratto profitto dalla rovina altrui. I Ghosh hanno quattro figli e una figlia, solo questa non è sposata e ormai non c’è più speranza di trovare un marito per lei, anche se i genitori hanno provato ad aumentare la dote, calando anche le pretese di un buon partito di un’adeguata classe sociale. Perché Chaya ha la pelle scura ed è strabica- le fotografie si possono correggere schiarendo la carnagione e riprendendo il viso dalla giusta angolatura, ma nessuno si è più ripresentato dopo il primo incontro. Due dei nipoti abitano nelle stanze al primo piano insieme alla madre e non hanno quasi contatti con gli altri- perché siano considerati ‘inferiori’, perché non godano affatto della ricchezza dei Ghosh, perché patiscano quasi la fame, chi sia e che cosa abbia mai fatto il loro padre, è una delle storie che leggeremo, parecchio più avanti nel romanzo, quando ormai ci siamo fatti tutte le domande che potevamo farci e abbiamo indovinato almeno una parte della vicenda della pecora nera della famiglia Ghosh.
   Sono 600 pagine che si divorano, quelle di “La vita degli altri”. Perché Neel Mukherjee tiene desta la nostra attenzione, perché varia il suo racconto, perché il suo sguardo si sposta dall’uno all’altro dei personaggi come se fossero chiamati alla ribalta, perché la storia di famiglia passa dall’anziano Prafullanath, che ha un infarto dopo aver fronteggiato gli scioperanti davanti alla cartiera, al fedele servitore Madan, accusato di aver rubato dei gioielli, dal terzogenito dei Ghosh, che ha un attaccamento quasi incestuoso per la sorella, al nipote che rimane invischiato nel circolo della droga, dal secondogenito dei Ghosh, che dirige una fallimentare casa editrice, al ragazzo che è un genio della matematica, il figlio della pecora nera che vincerà una borsa di studio per una prestigiosa università americana.
Le donne, poi, sono un mondo a sé, attraversato da correnti di gelosie, di sensualità, di rivalità. Tutto acquista un secondo significato in questo mondo- i piatti cucinati e serviti, il numero dei sari ricevuti in regalo e la qualità dei tessuti, i gioielli, d’obbligo per qualunque donna indiana: quando si sposa sua figlia (e la famiglia è già sulla via del declino), la massima ambizione di Priyo è che lei appaia ricoperta d’oro.
   C’è una seconda narrativa che scorre lungo tutto il romanzo, una sorta di diario del nipote maggiore dei Ghosh che si è unito ai naxaliti, i ribelli maoisti che reclamano con la violenza equità nella distribuzione delle ricchezze e la terra per i contadini. Supratik scrive queste pagine per una donna (anche qui, scopriremo a poco a poco chi sia e la storia che c’è dietro) e la distanza fra le due narrazioni è enorme, la prima spiega la seconda, il dare per scontato che una famiglia come i Ghosh abbia diritto ai lussi di cui gode, semplicemente perché da sempre è stato così, giustifica le scelte politiche di Supratik. C’è un abisso tra la vita di miseria e di duro lavoro che ora condivide con i contadini e quella nella residenza della sua famiglia.

    Il paragone con “I Buddenbrook” non è sprecato. E penso anche al titolo 'Declino di una famiglia’ che Mann voleva dare al suo libro. I Ghosh al posto dei Buddenbrook. Penso anche a “La melodia di Vienna” di Ernst Lothar. Un romanzo grandioso ambientato in un altro paese, con un’altra cultura, a migliaia di chilometri di distanza- Calcutta al posto di Lubecca o di Vienna. Un romanzo altrettanto ricco di sfumature, di personaggi, di storie. Uno di quei romanzi che ti fanno dire che no, il romanzo non è affatto morto. Per fortuna.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate su www.stradanove.net


   

     

sabato 19 novembre 2016

Juan Gabriel Vásquez, “La forma delle rovine” ed. 2016

                                             Voci da mondi diversi. America Latina
         la Storia nel romanzo
         FRESCO DI LETTURA

Juan Gabriel Vásquez, “La forma delle rovine”
Ed. Feltrinelli, trad. Elena Liverani, pagg. 503, Euro 20,00


  O, pardon me, thou bleeding piece of earth,/ That I am meek and gentle with these butchers./ Thou art the ruins of the noblest man/ That ever lived in the tide of times. (Perdonami, o tu pezzo di terra sanguinante, se sono mite e gentile con questi macellai. Tu sei le rovine del più nobile degli uomini che mai visse nella marea dei tempi.)
   Sono le parole che Antonio pronuncia sul corpo di Cesare, appena ucciso dai congiurati, nella tragedia di Shakespeare. Ed è a queste parole, è alla morte per mano altrui di Giulio Cesare che Juan Gabriel Vásquez pensa, alla fine del romanzo in cui ha percorso e ripercorso la storia della Colombia nel ‘900 attraverso gli assassinii di due suoi grandi uomini, il generale Rafael Uribe Uribe e Jorge Eliécer Gaitán. Con la promessa di scrivere questo libro, con l’impegno d’onore di rivelare la verità dopo tante menzogne, Juan Gabriel Vásquez è ritornato in possesso della ‘forma delle rovine’- la calotta cranica del generale Uribe e la vertebra perforata dalla pallottola di Gaitán- che devono essere restituite ad un museo perché tutti possano trarne ispirazione, perché ‘quelle rovine umane erano moniti dei nostri errori passati, e in qualche momento furono anche profezie’.
Jorge Eliécer Gaitán
     La Storia che Juan Gabriel Vásquez racconta è materia scottante, è una storia che è costata la vita di tante persone oltre a quella dei due grandi uomini che ne sono al centro e lo scrittore ha dei momenti in cui vacilla, è incerto se accettare il compito gravoso che gli è stato affidato, smarrito tra dicerie, testimonianze, voci che affiorano dal passato, certezze che l’attimo dopo diventano incertezze, sconfortato da quello che sembra essere un modello che si ripete, con qualche variante. La costante è l’assassinio di uomini liberali di ampie vedute che avevano in mente grandi cose per cambiare la Colombia. Perché Vásquez crede che si tratti solo di ricostruire gli avvenimenti del 9 aprile 1948, quando Jorge Eliécer Gaitán (probabile futuro Presidente di idee populiste, ammirato, quasi adorato da molti ma altrettanto odiato e inviso a molti altri) fu ucciso in strada, a Bogotà.
E invece un assassinio riconduce ad un altro, a quello del generale Rafael Uribe Uribe, assassinato a colpi di accetta il 15 ottobre 1915. Anche lui di idee social liberali, anche lui ammazzato in strada, a Bogotà. E ancora ad un altro, in un altro paese, in un’altra cultura- all’assassinio che chiunque può vedere in diretta su youtube nel filmato amatoriale girato da Zapruder il 22 novembre 1963 quando il presidente John F. Kennedy fu ucciso a Dallas. Che cosa collega questi omicidi?

    La teoria della cospirazione è l’ossessione del dottor Benavides che ha ereditato dal padre (medico legale) le ‘forme delle rovine’ conservate come reliquie e, prima di diventare l’ossessione anche dello scrittore Vásquez, la è di Carlos Carballo, un uomo singolare verso cui Vásquez prova a tratti un’oscura fascinazione e un’altrettanto oscura repulsione. Carlos Carballo ha dedicato tutta la sua vita a studiare la documentazione riguardo alla morte di Gaitán- il perché di questo accanimento lo sapremo solo alla fine in questo libro corposo che contiene un altro libro che Carballo dà in lettura a Vásquez, ed è il libro intitolato “Chi sono?”, scritto dal giovanissimo avvocato incaricato dalla famiglia Uribe Uribe di fare ricerche sulla verità dietro la morte del generale.

    Chi sono? Chi sono quelli che hanno manovrato la morte di Uribe Uribe, di Gaitán, di Kennedy? Non può non colpire il fatto che gli assassini di Gaitán e di Kennedy (un tal Juan Roa Sierra e Lee Oswald) furono uccisi a loro volta, obbligati a tacere per sempre, e che i due uomini che colpirono con l’accetta Uribe Uribe ebbero un trattamento privilegiato in prigione, furono letteralmente ricoperti di regali che chiaramente dovevano comprare il loro silenzio.
     “La forma delle rovine” è una lettura affascinante e appassionante. Perché non è solo la disanima dei casi controversi degli omicidi di grandi uomini ma è anche la storia personale di un grande scrittore (Juan Gabriel Vásquez è il nuovo grande scrittore della Colombia) che è lacerato fra il senso di appartenenza e il desiderio di una vita tranquilla altrove, ed è la lettura della Storia della Colombia vista con gli occhi di chi soffre perché “in secoli di esistenza qui nulla è cambiato né cambierà mai, perché questo nostro triste paese è come un criceto che corre in una ruota.”




venerdì 18 novembre 2016

Juan Gabriel Vásquez, “Il rumore delle cose che cadono” ed. 2012

                                    Voci da mondi diversi. America Latina
     la Storia nel romanzo
     il libro ritrovato

Juan Gabriel Vásquez, “Il rumore delle cose che cadono”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Silvia Sichel, pagg. 282, Euro 16,80

        A volte facciamo degli incontri che ci cambiano la vita, si sa. Non sempre si tratta di incontri da cui nasce l’amore, può capitare di conoscere una persona a cui saremo legati da profonda amicizia o qualcuno che, con le sue idee e la sua personalità, ci aprirà nuovi mondi. O qualcuno con cui il legame sarà più complesso e sfumato, qualcuno che ci porterà a guardare la morte negli occhi. E’ il caso di Antonio Yammara, il protagonista del bel nuovo romanzo dello scrittore colombiano Juan Gabriel Vásquez, “Il rumore delle cose che cadono”, un libro che- come già “Storia segreta del Costaguana” e “Gli informatori”- ne contiene un altro, con due storie allacciate casualmente e di cui una, quella dell’io narrante Antonio, finisce per essere secondaria. Perché Antonio, che appartiene alla generazione che è diventata grande nel decennio più violento della storia della Colombia, cede il posto di protagonista a Ricardo Laverde che aveva conosciuto in una sala da biliardo e che era stato ucciso in strada una sera del 1996. Accanto a lui c’era Antonio che rimase gravemente ferito, e non solo nel fisico. Antonio non riuscirà a superare il trauma di quanto è accaduto, i rapporti con la compagna da cui ha avuto una figlia ne saranno intaccati, lui continuerà a macerarsi nell’interrogativo senza risposta sul ‘perché’, su chi fosse quel Ricardo Laverde di cui si sapeva solo che aveva scontato quindici anni in prigione e che avrebbe dovuto incontrare di nuovo, per la prima volta dopo tutto quel tempo, sua moglie. Che non era mai arrivata, perché l’aereo su cui viaggiava si era schiantato contro le montagne.

      Il romanzo di Juan Gabriel Vásquez incomincia con una notizia strana, o insolita- a metà del 2009 fu abbattuto il primo degli ippopotami scappato due anni prima da quello che era stato il giardino zoologico di Pablo Escobar. Il lettore resta sorpreso: che maniera è di iniziare un romanzo? Perché questa informazione? Poco dopo il nome di Pablo Escobar riappare come mandante di una serie di crimini che non sono omicidi comuni, azioni di banale violenza, no, piuttosto ‘magnicidi’ come ha imparato a definirli Antonio Yammara prendendo a prestito il termine dalla stampa.
Pablo Escobar
Negli anni ‘80 Pablo Escobar fu responsabile della morte di uomini politici, ministri, giornalisti: sapremo poi che erano tutte persone che lo intralciavano nel traffico di droga e il quartier generale di Pablo Escobar era la Hacienda Nápoles, un luogo di cui si favoleggiava anche per il fantastico zoo che Escobar vi aveva allestito. Antonio lo aveva visitato trasgredendo all’ordine del padre. Molto, molto più tardi, dopo aver conosciuto la figlia di Ricardo Laverde, saprà che anche lei ci era stata disobbedendo alla madre. E in una maniera sottile e intrigante tutta la storia che leggeremo, che è poi la storia di Ricardo Laverde che Antonio ricostruisce per noi sentendola dalla figlia di Ricardo, ha a che fare con il narcotraffico. Con gli inizi del commercio (le coltivazioni di marijuana) e il passaggio alla più redditizia coca. A come fossero coinvolti i gringos che erano arrivati in Colombia nei Corpi di Pace con ben altri intenti. A come Ricardo Laverde fosse stato irretito dall’attrattiva del facile guadagno. E poi l’arresto: chi aveva fatto la soffiata? “Erano degli innocenti”, dirà la moglie, sottolineando la diversità di significato con l’aggiunta della particella ‘degli’, perché non erano innocenti.


     Ci sono due storie d’amore ne “Il rumore delle cose che cadono”- quella travagliata di Antonio che appartiene ai nostri giorni e quella di Ricardo Laverde, romantica, avventurosa, tragica, che si svolge negli anni di perdita dell’innocenza della Colombia e che finisce per essere una parte di storia della Colombia stessa. E lo stile narrativo di Juan Gabriel Vásquez riesce ad essere nello stesso tempo lineare e sontuoso, capace di risvegliare nei lettori i sentimenti dei personaggi.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


   


mercoledì 16 novembre 2016

Majgull Axelsson, "Io non mi chiamo Miriam" Intervista 2016

                                        vento del Nord
                                         Shoah
                                         FRESCO DI LETTURA


Incontro con Majgull Axelsson, autrice di “Io non mi chiamo Miriam”

   Inizia con il parlarci di sé, Majgull Axelsson, in un pomeriggio di questa intensa settimana milanese, fitta di eventi  ed incontri per Bookcity. Ha fatto la giornalista per venticinque anni, poi ha scritto un romanzo-documentario su una ragazza coinvolta nella prostituzione infantile e si è sentita libera. Da qui la decisione di non fare più la giornalista, di restare a casa e diventare una scrittrice. Il suo romanzo “Strega di aprile” vinse un grosso premio letterario in Svezia, il che mise fine ad ogni problema economico ma diede inizio anche a tutta una serie di aspettative su di lei. Non sapeva che cosa avrebbe scritto dopo quel primo romanzo, ma voleva scrivere dei tumulti del 1948, quando un gruppo di persone, a Jönköping, si mise a dare la caccia agli stagnini- gente di origine rom che si era mescolata agli svedesi. Quelli che ora si chiamano nomadi, allora vivevano in una specie di ghetto e nel 1948 un uomo, un autista di camion, iniziò ad insultarli, facendo poi irruzione, insieme ad altri, nella zona dove vivevano questi rom. Un giornale scrisse un articolo in termini molto volgari parlando di loro e sostenendo gli attaccanti e finì che un giorno si radunarono più di mille persone gridando, ‘Via gli stagnini! A morte gli stagnini!”, e scagliando pietre contro di loro. Arrivò la polizia che portò gli stagnini in prigione per salvarli dalla furia.
    Era il 2011, o il 2012, quando Majgull Alexsson andò a Jönköping per cercare di saperne di più su quei fatti. E, proprio mentre era là, vedendo la chiesa e l’abitazione che c’era accanto, ebbe l’idea del personaggio- di dove abitava, del suo nome e di quello che le era capitato durante i tumulti. Seppe che la sua protagonista era sopravvissuta all’Olocausto ed era terrorizzata. In seguito Majgull andò ad Auschwitz per fare ricerche su quello che accadde ai rom durante l’Olocausto.
C’era un campo all’interno di Auschwitz, lo Zigeunerlager, dove vennero ammassati i rom o zingari. La scrittrice riuscì a trovare molte informazioni nella libreria di Birkenau. Tutti i dettagli storici del suo libro sono veri. I personaggi, Miriam, il fratellino Didi, la cuginetta Anusha, sono fittizi ma tutto quello che avvenne è storicamente corretto. Malika/Miriam sopravvisse, anche se fu sul punto di diventare un muselmann, un morto vivente, uno di quegli scheletri ambulanti che si erano lasciati andare rinunciando a lottare per la vita. L’amica norvegese la salvò. C’erano molti norvegesi ad Auschwitz, prigionieri politici. C’erano meno danesi perché erano riusciti a mettersi in salvo, trasportati in barca in Svezia- ed è qualcosa che fa onore alla Svezia. Un’altra cosa che fa onore alla Svezia è l’aver accolto tutti i prigionieri che il principe Folke Bernadotte riuscì a strappare a Himmler con i negoziati. Perché quando la Croce Rossa svedese ebbe il permesso di andare nei campi e prelevare i prigionieri politici norvegesi, naturalmente portò via anche altri prigionieri: 25000 prigionieri arrivarono in Svezia nel 1945. E fu così che la Miriam del romanzo decise di continuare a mentire.
Rosa Taikon

Majgull Axelsson ci racconta anche un dettaglio curioso riguardo allo spunto iniziale del libro- il braccialetto d’argento di manifattura zingara. C’è una famosa creatrice zingara di gioielli in Svezia: si chiama Rosa Taikon. Oltre ad appartenere ad una famiglia di artisti (sua sorella Katarina era attrice e scrittrice, nonché politicamente attiva nella difesa dei diritti umani), oltre a creare dei gioielli che hanno imposto uno stile inimitabile, Rosa Taikon si è anche battuta per rivendicare i diritti dei rom.
Katarina Taikon
     Le chiedo qualche informazione in più sugli stagnini che nel suo romanzo sono chiamati “tattare”: da dove viene questo nome?
      I tattare sono quelli che in Germania sono chiamati Sinti. In Svezia, nel XVII e nel XVIII secolo, eravamo sempre in guerra con la Russia, nonché con mezza Europa. Molti di quelli che erano andati a combattere avevano sposato delle donne straniere mentre erano lontani e, tornando in patria, non venivano bene accolti dalle comunità in cui avevano vissuto prima. In Russia avevano sentito parlare dei tartari e il nome con cui questi reduci vennero chiamati era la deformazione di ‘tartari’, ‘tattare’. Oggi dobbiamo accettare di chiamarli ‘nomadi’, da non confondersi con gli itineranti irlandesi che arrivano ogni anno per lavori stagionali, che lavorano male e raggirano le persone.

Ma i tumulti contro i tattare ebbero luogo solo a Jönköping  e solo nel 1948?
    Sì, e il ricordo di quello che accadde tormentò gli abitanti di Jönköping per anni- oggi c’è un monumento che lo ricorda. E pensare che Jönköping è il luogo con il maggior numero di chiese in Svezia! Nel 2014 i neonazisti decisero di fare una manifestazione a Jönköping e tutte le chiese suonarono le campane per avvisare di tenerli lontani. Gli abitanti di Jönköping  hanno imparato la lezione!

Mi ha molto colpito anche la malattia di cui muore Didi, il fratellino di Miriam. Il noma- non ne avevo mai sentito parlare. Era un esperimento di Mengele?
    No, affatto. Anzi, paradossalmente fu l’unico esperimento ‘umanitario’. Interessato dalla trasformazione fisica dei bambini per denutrizione, il dottor Mengele diede ordine di dare loro qualcosa in più da mangiare. Ed in effetti i bambini sembravano riprendersi. Poi, privati nuovamente del cibo, il male faceva il suo corso devastante, scavando un buco nelle faccette dei bambini.


Conosciamo le cifre del genocidio ebraico. Quanti sono stati i rom morti nei campi di concentramento? E quali sono stati i paesi da cui furono deportati in numero maggiore?
     Il problema dei rom è che non ci sono dei censimenti della loro popolazione. Si parla di un numero che va dai 500.000 al milione di rom uccisi nei campi. Un numero di gran lunga inferiore a quello degli ebrei, ma si tratta anche di un gruppo molto più piccolo. Facendo le proporzioni, quindi, il numero dei rom morti per mano nazista è quasi uguale a quello degli ebrei. La provenienza era per lo più la Germania, la Polonia e l’Ungheria.

Come ha accolto la Svezia, alla fine della guerra, i treni della Croce Rossa con i profughi? Possiamo fare un parallelo con l’accoglienza riservata oggi alle ondate di immigrati?
     Furono accolti in maniera molto migliore di quella che riserviamo agli immigrati oggi. Ad Aneby, il villaggio che ho preso io in osservazione, arrivarono 500 rifugiati. Quell’estate i bambini finirono prima le lezioni scolastiche perché i rifugiati potessero essere alloggiati nelle scuole per il periodo di quarantena. La sala dei concerti fu aperta per accogliere gli sfortunati ospiti. Tutti gli abitanti del villaggio si prestarono per portare cibo. Gli uomini si misero al lavoro per costruire letti a castello e le donne per cucire delle imbottite con un ripieno di carta di giornale in mancanza di piume. Tutti diedero anche capi di vestiario. La maggior parte dei rifugiati ritornò poi nei paesi da cui erano venuti, pochi di loro restarono in Svezia, alcuni emigrarono negli Stati Uniti. Furono molti quelli che morirono perché, nelle condizioni di denutrizione in cui si trovavano, non riuscivano a trattenere quello che mangiavano.
    Per me è stato terribile immergermi nelle ricerche di quello che accadde nei campi di concentramento. Ho letto molto, anche i libri di Remarque, di Primo levi, di Elie Wiesel. Non riuscivo a dormire la notte, avevo gli incubi. Alla sera, all’ora di andare a letto, dicevo a mio marito, “E’ ora di tornare nel campo”.

l'intervista è stata pubblicata su www.stradanove.net




martedì 15 novembre 2016

Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam” ed. 2016

                                                         vento del Nord
            Shoah
             FRESCO DI LETTURA


Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam”
Ed. Iperborea, trad. Larsson Björn, pagg. 562, Euro 16,58

    Compiva 85 anni quel giorno. La sua famiglia- il figlio, la nuora e la nipote- le avevano regalato un bracciale d’argento, opera di artigianato zingaro. Recava inciso il suo nome, Miriam. E il passato le si era rovesciato addosso. Aveva detto una cosa che aveva lasciato tutti di stucco. “Io non mi chiamo Miriam”. Che cosa voleva dire? Era un primo segno di Alzheimer?
    Il romanzo di Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam”, è ambientato a Nässjö, una piccola cittadina in Svezia, e la storia di Miriam che non è Miriam si sposta tra presente e passato, un passato lungo sessantotto anni e degli anni più lontani Miriam non ha mai parlato con nessuno. Era necessario tacere, dimenticare, guardare avanti. Tacere soprattutto. Nessuno doveva sospettare che lei non fosse Miriam Goldberg, nessuno doveva venire a sapere il suo vero nome, Malika (‘imperatrice’), né che lei era una rom e che la sua famiglia era stata sterminata nei campi di concentramento nazisti. Perché i rom erano disprezzati più ancora degli ebrei, perfino nei campi. Perfino nella Svezia moderna i rom era guardati con diffidenza, di loro si diceva che erano ladri e vagabondi. E Miriam ricordava la bella casa dei suoi genitori che non erano né ladri né vagabondi. Poteva rischiare, Miriam, di perdere tutto,benessere, casa, famiglia, status sociale? Dopo quello che aveva passato, dopo Ravensbrück, dopo il treno della croce rossa che l’aveva portata in Svezia, dopo il periodo in cui era stata ospitata in casa di Hanna- così gentile, le aveva insegnato tutto-, dopo aver sposato Olof, il fratello di Hanna che faceva il dentista ed era rimasto vedovo, dopo aver tirato su il figlio di Olof amandolo come se fosse il figlio che lei non aveva avuto, poteva rivelare di aver tradito la sua gente e di aver vissuto la vita di un’altra?

    Era successo per caso. Quando erano arrivati al campo, il suo vestito era a brandelli, non aveva fatto che prendere l’abito di una ragazza morta, c’era una stella gialla cucita sull’abito, un’altra ragazza le aveva detto il nome di chi lo aveva indossato prima, osservando anche- fortuna o destino?- che tre dei numeri tatuati sul suo braccio erano gli stessi di Miriam Goldberg. Addio Malika.
   Tacerebbe ancora, Miriam. E’ sua nipote Camilla che insiste per farla parlare. E’ solo a lei che Miriam racconta. E sono ricordi atroci, soprattutto quelli del fratellino morto di un male strano, il noma, la malattia dei poveri, il male dei bambini che muoiono di fame. Era morto sotto l’occhio attento del dottor Mengele che aveva fatto su di lui degli esperimenti al contrario, dandogli un poco di più da mangiare per osservare la sua ripresa e poi privandolo nuovamente del cibo. Sono immagini, quelle del fratellino con un buco nella guancia, che Miriam cerca di respingere indietro, nel buio della memoria, perché fanno troppo male.

    Sono passati più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, tutto dovrebbe essere già stato detto e scritto. Eppure manca sempre qualcosa. Eppure ci sono ancora vicende umane che ci colpiscono nella loro unicità e fanno luce sulla condizione di molti.
Di certo sulla deportazione e la fine dei rom o zingari si è scritto di meno che sul genocidio degli ebrei, il numero era inferiore ma l’olocausto è stato anche il loro. Ed è su di loro che Majgull Axelsson vuole portare la nostra attenzione. Per non dimenticare.
    Non è soltanto il calvario di Miriam a Ravensbrück che ci colpisce nel romanzo di Majgull Axelsson. C’è un episodio veramente accaduto che è altrettanto sconvolgente perché è successo nella civile e pacifista Svezia del 1948- la caccia ai ‘tattare’ di Jönköping, una nuova versione della Notte dei Cristalli dieci anni dopo. Contro altra gente ma la stessa violenza. Una caccia alle streghe di turno.
E se pensiamo al nostro presente, ci rendiamo conto che non c’è mai fine alla discriminazione, al razzismo, alla xenofobia.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate su www.stradanove.net






lunedì 14 novembre 2016

Valérie Perrin, “Il quaderno dell’amore perduto” ed. 2016

                                                         Voci da mondi diversi. Francia
       love story
      FRESCO DI LETTURA

Valérie Perrin, “Il quaderno dell’amore perduto”
Ed. Nord, trad. G. Maugeri, pagg. 348, Euro 16,90


      Mi succede spesso di domandarmi perché non sia stato mantenuto il titolo originale di un libro. Così banale quello italiano, così ricco di implicazioni, così stuzzicante quello francese, “Les oubliés du dimanche”, i dimenticati della domenica. Ci sono degli ospiti di Villa Ortensia (una casa di riposo per anziani in un cittadina francese) che nessuno va mai a trovare, neppure una volta alla settimana, alla domenica. Sono stati lasciati lì, come pacchi non reclamati alle poste, dimenticati. E c’è qualcuno (gli daranno un soprannome, il Corvo) che telefona alle famiglie da una stanza di Villa Ortensia per comunicare la morte sopraggiunta all’improvviso del loro parente. Telefona sempre di notte, per non affrettare il loro arrivo e, quando si presentano il mattino seguente, pensando di doversi occupare delle esequie…sorpresa! Il vecchietto o la vecchietta stanno bene e sono felici di vedere finalmente qualcuno.

     Helène ha novantasei anni. Justine ne ha ventidue. Helène non è una dei ‘dimenticati’: sua figlia Rose e suo nipote sono molto spesso seduti accanto al suo letto, a leggerle libri, a parlarle. Justine fa l’aiuto infermiera a Villa Ortensia e Helène è una delle sue pazienti preferite. Perché Helène le racconta della sua vita e intanto è come se lei, Helène, fosse sempre su una spiaggia assolata con l’uomo che ha amato, il suo Lucien. E Justine riporta le sue storie in un quaderno- sarà una miniera di ricordi per il nipote.
     Ci sono due romanzi in uno, ne “Il quaderno dell’amore perduto”. E sono due romanzi d’amore drammatico, con due diversi significati. Entrambi parlano di passioni così forti da portare al tradimento peggiore che non è solo tradimento di un altro ma della parte migliore di sé. E c’è qualcosa da imparare in entrambe le vicende.

     Helène era stata una bambina infelice, emarginata a scuola perché non riusciva ad imparare a leggere. Non si parlava di dislessia, allora. Era rimasta a casa, a cucire nel laboratorio da sarti dei genitori. Poi aveva conosciuto Lucien, il figlio del musicista cieco che sapeva leggere l’alfabeto braille e lo aveva insegnato a Helène che aveva visto spalancarsi un mondo davanti a sé. Non si erano mai sposati, Lucien e Helène, perché Lucien aveva visto finire il matrimonio di suo padre e sua madre e non voleva ripetere l’esperienza. Poi c’era stata la guerra ed ecco il primo dei tradimenti- di Lucien. Sarebbe stato deportato, sarebbe sopravvissuto ma avrebbe vissuto la sua vita con un altro nome- il suo lo aveva dimenticato come aveva dimenticato la sua vita di prima.
    Justine era rimasta orfana giovanissima. I suoi genitori erano morti in un incidente d’auto insieme ai genitori di suo cugino- i loro due padri erano gemelli. Justine e il cugino erano cresciuti con i nonni- che atmosfera soffocante e fredda nella casa di quei nonni stroncati dal dolore della perdita di due figli. Eppure…quando è che Justine aveva sentito dire che c’era stata un’inchiesta su quell’incidente, che c’era qualcosa di poco chiaro? La verità che Justine scoprirà è sconvolgente. Dice di un amore-passione che rende ciechi, di più di un tradimento, di qualcosa su cui è meglio tacere perché si è già sofferto abbastanza, si è già stati castigati abbastanza. Manca, però, in questa storia d’amore, una generosità che invece è presente nella storia di Helène e del suo amore perduto e di cui non voglio parlare per non svelare troppo.

      Un romanzo d’amore è sempre un romanzo per donne, ma c’è una garbatezza e una poeticità che piace nel libro di Valérie Perrin, che gli impedisce di scadere nel lacrimevole. E c’è pure una striatura di realismo magico nel ‘personaggio’ del gabbiano, l’essere dell’aria destinato a seguire- come l’ombra dell’amore- Lucien ed Helène.



      

domenica 13 novembre 2016

Juan Gabriel Vásquez, “Gli informatori” ed. 2009

                                     Voci da mondi diversi. America Latina
     la Storia nel romanzo
     il libro ritrovato

Juan Gabriel Vásquez, “Gli informatori”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Enrico Passoni, pagg. 300, Euro 18,60

Titolo originale:   Los informantes


E’ incredibile, eravamo a un passo dalla catastrofe, Gabriel, io ci penso e mi chiedo come mai il mondo non si è fermato in quel momento. Chi bisognava corrompere affinché il mondo restasse fermo così, quando tutti stavamo bene, quando sembrava che ognuno fosse sopravvissuto alle cose che gli era toccato vivere?

   Stavo leggendo il romanzo “Gli informatori” dello scrittore colombiano Juan Gabriel Vázquez e ho pensato, ‘ma, questo libro è come una bambola russa’. Poi mi sono accorta che il mio paragone non era affatto originale, che era lo stesso che si trovava nel quarto di copertina: un libro che è come una matrioska, o come le scatole cinesi, contiene una storia che, scoperchiata, ne contiene un’altra e poi un’altra ancora e così via.
     Si inizia con la storia di Sara Guterman, a cui il giornalista e scrittore Gabriel Santoro dedica il libro “Una vita in esilio”. Sara è un’amica di famiglia: perché mai nelle risposte che ha dato a Gabriel che le chiedeva del suo passato non ha mai parlato di Gabriel Santoro senior, il padre di Gabriel, suo amico di sempre? E perché Gabriel Santoro senior, noto avvocato e insegnante di retorica all’università, ha pubblicato una recensione che stronca spietatamente il libro del figlio? A questo punto la storia di Sara Guterman, ebrea tedesca emigrata con la famiglia in Colombia nel 1938, diventa la storia di Gabriel Santoro, del suo passato (era un ragazzino quando degli uomini che intendevano assassinare suo padre gli avevano troncato quattro dita di una mano con il machete) e del suo presente, quando, dopo un’operazione al cuore, si era lanciato in una seconda vita. Aveva pure iniziato una relazione con la sua fisioterapista. Finché era morto in un incidente. Era tutto molto strano, si era fatto prestare l’auto del figlio per andare a passare il Natale con la donna a Medellin: perché, quindi, era in auto da solo sulla via del ritorno a Bogotà? E’ la sua amante ad aprire la scatola che contiene la storia seguente, con le sue rivelazioni in televisione. E questa è la storia di Konrad Deresser, amico di Gabriel Santoro senior. Un altro tedesco che si era rifatto la vita in Colombia, aprendo una vetreria, e si era poi suicidato in una maniera orribile.

    Siamo arrivati così al cuore di tutte le storie, alla bambolina di legno più piccola contenuta nella matrioska. Ed è un cuore nero, una storia di tradimenti, una vicenda da cui né lo Stato della Colombia né i singoli individui- di cui Gabriel Santoro senior è uno tra i tanti- escono a testa alta. Durante la seconda guerra mondiale la Colombia si era dichiarata nemica della Germania e, per bloccare i fondi dell’Asse in America Latina, era ricorsa al sistema delle ‘Liste Nere’, proscrivendo i cittadini immigrati dalla Germania e rinchiudendoli nella prigione dorata dell’Hotel Sabaneta a Fusagasugà: un invito alle delazioni, alle ripicche, alle vendette private.
Hotel Sabasaneta
Gabriel Santoro junior non aveva capito, quando suo padre, durante una lezione in università, aveva detto, “Nessuno di voi lo ha sentito, quel potere terribile, il potere di mettere fine a una vita. A quell’epoca tutti avevano questo potere, non tutti, però, sapevano di averlo. Solo alcuni lo hanno usato”. Non aveva capito che quello era quanto di più vicino ci fosse ad una confessione da parte di un uomo che non era quello che tutti credevano. “C’è qualcosa nella vita di mio padre che abbia un solo volto?”, chiede Gabriel ad un certo punto. Quando scopre che anche il suo ultimo viaggio a Medellin aveva uno scopo diverso dal passare il Natale con l’amante, che in realtà voleva incontrare Enrique Deresser, figlio di Konrad,- e questa è ancora un’altra storia, minore ma importante, perché svela tutte le conseguenze che un singolo atto (o delle parole, in questo caso) può causare. E’ un effetto farfalla, o un effetto a valanga- lo scoprirete nelle ultime pagine.


      “La storia segreta del Costaguana” di Juan Gabriel Vázquez (pubblicato lo scorso anno sempre da Ponte alle Grazie) era un bel libro. “Gli informatori” (scritto precedentemente all’altro) è un libro molto bello, di quel tipo di complessità che è una ricompensa per il lettore che si addentra nella lettura. Un romanzo a strati straordinariamente ricco di punti di vista, pur se raccontato da una sola voce- quella di Gabriel junior- che a tratti sfiora il flusso di coscienza, che pare quasi narrare di un’indagine: quella dell’identità nascosta di un uomo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it