martedì 22 dicembre 2015

Frederick Taylor, “Dresda”

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                  Storia
    seconda guerra mondiale
    il libro ritrovato

Frederick Taylor, “Dresda”
Ed. Mondadori, trad. Nadia Cannata, pagg. 500, Euro 23,00

Dresda, l’antica Dresda fittamente edificata, era in fiamme molto prima della mezzanotte e forse non sarebbe potuta essere salvata, anche se la seconda ondata di bombardieri non fosse mai arrivata. Il numero delle vittime sarebbe stato alto, paragonabile a quello di altre incursioni analoghe lanciate sui centri storici di antiche città durante la guerra area.


     13 febbraio 1945, una delle date dell’ultimo anno di guerra impossibili da scordare: tra le 22,13 e le 22,28 di quella notte  l’aviazione britannica sganciò 881 tonnellate di bombe sul centro di Dresda. Era solo il primo di tre attacchi, seguito da un secondo un paio di ore dopo, reso facile dalle fiamme degli incendi che divampavano in tutta la città illuminando il bersaglio, e da un terzo, eseguito da bombardieri americani verso il mezzogiorno del 14 febbraio. Il rapporto operativo dell’Intelligence Bomber Command riferisce, “Si ritiene che l’attacco sia perfettamente riuscito”, parole mortalmente definitive che suonano come quelle tedesche, “L’ordine regna a Varsavia”. C’è stato un silenzio di quasi mezzo secolo sul bombardamento di Dresda; quello che è prevalso è stato l’atteggiamento espresso dallo scrittore Thomas Mann, “Io penso a Coventry, e non ho obiezioni per la legge che tutto quello che si fa ha un prezzo. O la Germania credeva che non avrebbe mai dovuto pagare per le atrocità che il suo salto verso la barbarie sembra rendere lecite?”.
E’ questo il quesito di fondo del libro dello storico inglese Frederick Taylor, “Dresda”: la città era un obiettivo legittimo? E perché un attacco così devastante, che provocò circa 40000 morti civili, proprio sul finire della guerra? Taylor non si limita a scrivere quello che avvenne la notte del 13 di febbraio, inizia con una storia della città, vanto e gioiello della Germania, colta e raffinata, la “Firenze sull’Elba” famosa per suoi monumenti, per l’aria di cultura che vi si respirava da secoli, per le fini porcellane. Una città che, già distrutta da incendi in passato, ricostruita ancora più bella se possibile, era passata indenne attraverso gli anni di guerra, tanto che i suoi abitanti si erano convinti di essere stati graziati, che Dresda sarebbe stata risparmiata per rispetto alla sua bellezza.
E tuttavia, come Taylor mette in chiaro, non è vero che non ci fossero industrie belliche a Dresda. Anzi, la maggior parte delle industrie, compresa la famosa Zeiss-Ikon produttrice di macchine fotografiche, erano state convertite, sotto copertura, ammantate dall’aura intellettuale della città. Come poteva essere una sorpresa il bombardamento di Dresda? Taylor rievoca i blitz tedeschi su Londra, la distruzione di Coventry, e poi i bombardamenti degli alleati su Lubecca, su Amburgo e su altre cittadine vicine a Dresda. Esamina pure gli atteggiamenti ufficiali riguardo agli attacchi massicci su obiettivi civili: già nel 1921 il generale italiano Douhet considerava giustificabile l’uccisione di civili su vasta scala, avvallando non solo l’uso delle bombe ma anche di gas velenosi.
la Hofkirche oggi. Sopra, dopo il bombardamento
Taylor ha ascoltato testimoni sopravvissuti alla notte di fuoco, ha letto i memorabili diari di Viktor Klemperer, e la descrizione dell’ultima notte di Dresda è agghiacciante, gente morta nei crolli, nelle fiamme, soffocata nei rifugi antiaerei, intrappolata come topi, lessata viva nelle cisterne d’acqua in cui aveva cercato rifugio, la pelle delle piante dei piedi ustionata dall’asfalto diventato un fiume di lava. Il 14 febbraio Dresda era una città fantasma, una città di morti. Eppure, se non ci fosse stata l’avanzata sovietica, avrebbe potuto avere lo stesso destino di Hiroshima.


la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it






lunedì 21 dicembre 2015

Amitav Ghosh, “Diluvio di fuoco” ed. 2015

                                                         Voci da mondi diversi. Asia
      la Storia nel romanzo
      FRESCO DI LETTURA


Amitav Ghosh, “Diluvio di fuoco”
Ed. Neri Pozza, trad. A. Nadotti e N. Gobetti, pagg. 703, Euro 15,73


       E’ arrivata al capitolo conclusivo, la grandiosa trilogia di Amitav Ghosh che era iniziata con “Un mare di papaveri” a cui aveva fatto seguito “Il fiume dell’oppio” per terminare ora con “Diluvio di fuoco”. Ed una scena finale apocalittica illumina di sinistri bagliori tutta l’epopea, una duplice furibonda battaglia di uomini e agenti atmosferici. Si scatena il primo tifone della stagione monsonica sulla costa meridionale della Cina, provoca morte e distruzione sulla terraferma, affonda una delle navi britanniche, mentre gli inglesi sferrano un attacco alle fortificazioni di Canton e i cinesi tentano di contrattaccare lanciando barche infuocate contro i vascelli nemici.
    E’ questo ‘diluvio di fuoco’ che resta impresso nei nostri occhi, con il dubbio se una volontà superiore, o il destino, voglia spazzare via entrambe le forze combattenti e riportare indietro le lancette del tempo a prima che l’avidità dei colonialisti incoraggiasse la coltivazione dei papaveri da oppio e ne imponesse un commercio fortemente redditizio rendendo però schiavi della droga un enorme numero di cinesi.
“Diluvio di fuoco” raccoglie le fila delle narrazioni dei due precedenti romanzi, ce ne fa ritrovare la maggior parte dei personaggi e seguire le loro avventure, l’ascesa di alcuni e la finale caduta di altri, e tutte queste singole storie confluiscono in una storia corale che è la Storia della prima guerra dell’oppio incominciata ufficialmente quando l’imperatore Daoguang, nel gennaio del 1840, vietò ogni commercio e terminata nel 1842 con il trattato di Nanchino, catastrofico e umiliante per i cinesi. Non solo erano obbligati a pagare un’enorme indennità per l’oppio precedentemente sequestrato, ma dovevano aprire cinque porti al commercio e cedere l’isola di Hong Kong alla corona inglese. Hong Kong sarebbe tornata cinese nel 1997 ma il suo futuro, che è il suo presente di adesso, fu disegnato allora: nelle ultime pagine del libro ci si accaparrano i lotti in vendita nella città-stato che sarà il luogo dove l’Oriente incontra l’Occidente.

     Il racconto di Amitav Ghosh passa da un personaggio all’altro, da uno scenario di guerra ad un incontro amoroso, da scaramucce dell’eterna lotta di seduzione alla rivelazione di segreti che hanno sempre una componente amorosa- è inutile nascondere la realtà dei molti uomini che, lontani da casa per lunghi periodi, si sono fatti una seconda famiglia (causando dolore e umiliazione nei figli sangue-misto), così come un’opportuna cecità impedisce ai mariti di accorgersi delle tresche delle mogli che spesso si sono sposate per interesse. Se sentiamo la mancanza, nel romanzo di Ghosh, di un approfondimento dei personaggi, di quel ‘non so che’ che li rende indimenticabili, abbonda invece una straordinaria varietà di vicende e di registri narrativi.
Ghosh riesce a creare un perfetto equilibrio tra scene molto ‘virili’, con la solidarietà e l’amicizia- del tipo che può nascere solo sul campo di battaglia- tra l’ufficiale inglese e il sepoy indiano, e scene da boudoir, grottescamente lussuriose, in cui la frustrata gentildonna inglese seduce il rozzo carpentiere con il pretesto di guarirlo dal suo vizio solitario, tra scorci incredibili dei bambini pifferai che dovrebbero giocare alla guerra e non trovarcisi in mezzo sul serio e altri, penosissimi, di chi ormai darebbe l’ultima goccia di sangue per una pipa di oppio.


     Di tutta l’umanità (inglesi, cinesi, indiani) che popola le pagine del romanzo, una donna emerge come personaggio da ammirare. E’ Shireen, l’indiana di religione parsi rimasta vedova del commerciante che forse si è ucciso perché ha perso tutto. La vita di Shireen è sconvolta dalla morte del marito. Lei, che non è mai uscita da sola di casa, sfida i fratelli e si imbarca per Hong Kong, per andare sulla tomba del marito e per reclamare quanto le è dovuto, se è vero che ci sarà un risarcimento per l’oppio sequestrato. Lei, che ha sempre indossato il sari, si fa confezionare abiti europei per non sfigurare. Ha sempre adorato il marito, ma riesce ad affrontare la notizia che lui aveva avuto una relazione con una donna cinese da cui era nato un figlio. Di più, vuole conoscerlo, lo accetta perché figlio dell’uomo che ha amato. Di più. E’ capace di staccarsi dal passato ed accettare la nuova possibilità di amore che la vita le offre. E così Shireen diventa l’esempio di come si debba affrontare il moto della Storia- ricominciando da capo, volgendo in proprio favore quello che appariva come una disgrazia, andando avanti. Come il veliero che rattoppa le vele e le spiega di nuovo nel vento dopo il tifone.


sabato 19 dicembre 2015

Dror Mishani, “Un’ipotesi di violenza” ed. 2015

                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                                  cento sfumature di giallo
    FRESCO DI LETTURA


Dror Mishani, “Un’ipotesi di violenza”
Ed. Guanda, trad. E. Loewenthal, pagg. 299, Euro 15,73



       Ricordate l’ispettore dal nome uguale al cognome, Avraham Avraham, protagonista di “Un caso di scomparsa”, primo ‘giallo non giallo’ dello scrittore israeliano Dror Mishani? Se non lo ricordate, è perché non avete letto il libro (ha vinto il premio Adei Wizo 2014). Incominciate pure a leggere il secondo romanzo di Dror Mishani, “Un’ipotesi di violenza”, sempre con Avraham Avraham come personaggio principale, e sono certa che vi precipiterete ad acquistare anche quello precedente. Perché i ‘gialli non gialli’ di Dror Mishani superano i limiti del genere tradizionale e il fatto che un ispettore di polizia che indaga su un qualche crimine sia al centro della trama non fa del libro necessariamente un thriller. Quello che pare interessare di più lo scrittore è il dramma umano dei suoi personaggi e l’indagine è sia quella usuale alla ricerca di un colpevole ma è nello stesso tempo un’indagine nelle profondità dell’anima. E se la tensione della narrativa è ugualmente alta, come se il lettore dovesse essere in ansia temendo una nuova azione dell’assassino, come se il mistero più profondo ne nascondesse l’identità- ebbene, lo scrittore deve essere veramente bravo.
      A ben vedere è una storia di valigie, la trama di “Un’ipotesi di violenza”.
Si incomincia da una valigia contenente una falsa bomba abbandonata nei pressi di un asilo infantile e si finisce con altre due valigie, una delle quali più strettamente connessa con un crimine. Iniziamo dalla valigia messa vicino all’asilo: era un avvertimento per la maestra nonché direttrice? Aveva forse qualcosa da nascondere? I genitori dei bambini avevano delle lamentele nei suoi confronti? In effetti il padre del piccolo Shalom si era scontrato con la maestra. Chaiim Sara si era lamentato con lei perché il bambino era tornato a casa con dei lividi e un taglio sulla fronte, sembrava fosse stato picchiato da un altro bambino. Avi Avraham interroga Chaiim Sara e non ha l’impressione sia del tutto sincero. Dov’è poi sua moglie? Lui dice che è andata nelle Filippine a curare il padre che è ammalato. Tra le persone interrogate c’è anche un uomo che sembrava voler sfuggire alla polizia quando si era creato un assembramento di curiosi intorno all’asilo. Viene trattenuto una notte e poi rilasciato: non coincide con la descrizione fatta da una donna che dice di aver visto chi ha lasciato la valigia.
     Questa è un’indagine singolare, proprio come la faccenda delle valigie, e dapprima ci riesce difficile capire se i due filoni abbiano qualcosa in comune. Quello che prende il sopravvento, ad un certo punto, è il personaggio di Chaiim Sara, un uomo che sembra il nonno dei suoi due bambini, che- lo apprendiamo a poco dai suoi pensieri e dai suoi ricordi- ha sposato un’immigrata filippina perché desiderava avere dei figli, per scoprire poi che lei, invece, non ne voleva, e che, dopo che erano nati, non voleva loro bene.
Il lettore si trova nella strana posizione di sapere ben prima di Avraham quello che è successo. Mentre Avraham brancola nel buio, teme di fallire una seconda volta come gli è successo nel caso del ragazzo scomparso della sua precedente indagine, avanza delle ipotesi che rischiano di essere clamorosamente sbagliate, noi siamo all’oscuro dei dettagli ma veniamo a sapere almeno, quasi subito- e in una maniera squisitamente sottile, cenno dopo cenno- che la donna è morta. Lo sforzo di Avraham di capire, però, è anche il nostro, trascinati nella sofferenza dell’uomo, nel suo tormentarsi per dire la verità almeno in parte ai bambini perché non abbiano a soffrire troppo. E intanto, però, questo ispettore che ci piace proprio per le sue debolezze, si lascia sfuggire la soluzione del caso iniziale, quello della maestra sul cui comportamento lui aveva avuto dei dubbi e che verrà selvaggiamente aggredita. E’ distratto da qualche altro pensiero, Avraham, appena tornato da Bruxelles dove ha lasciato la neo-fidanzata Marianke? Non risponde al telefono (per ovvii motivi) la moglie di Chaiim Sara, ma neppure Marianke risponde al telefono…
     Ottimo anche questo secondo romanzo di Dror Mishani!


   

     

venerdì 18 dicembre 2015

Dominique Manotti, “Il corpo nero” ed. 2010

                                                               Voci da mondi diversi. Francia
       cento sfumature di giallo
       seconda guerra mondiale

Dominique Manotti, “Il corpo nero”
Ed. Tropea, trad. Ester Borgese, pagg. 286, Euro 16,50

Titolo originale: Le corps noir



   “Non so se ti rendi davvero conto di che cosa sono stati questi quattro anni. Abbiamo fatto regnare l’ordine nazista a Parigi, Dora, vale a dire che abbiamo rubato e ucciso impunemente.”
  “Tu, forse, io non c’entro niente, e non voglio saperne niente.. Io non ho ucciso nessuno. Ho fatto cinema, tenuto un salotto e sono andata a letto con un ufficiale tedesco accolto da tutta l’alta società parigina, festeggiato come un’amabile vincitore da tutte le vecchie carampane della nobiltà. Come direbbe Bourseul, ho fatto l’Europa di domani. Mi dici che cosa c’è di male in questo?”

   L’ultima volta che l’ho incontrata, in occasione dell’uscita di “Vite bruciate”, Dominique Manotti mi aveva parlato della sua intenzione di essere “lo scrittore pubblico della sua epoca”, per raccontare la società come la vede. Nel nuovo romanzo, “Il corpo nero”, la scrittrice francese, storica di formazione e insegnante d’università, si allontana dai tempi attuali per portare alla luce un passato buio che la Francia non ama ricordare e di cui non può certo vantarsi, quello della seconda guerra mondiale, regalandoci un altro noir che è tale per la disperazione e la mancanza di speranza che lo pervade, ma è soprattutto un bel romanzo storico. E’ uno di quei riusciti romanzi in cui la Storia giganteggia sullo sfondo e le vicende dei piccoli personaggi sono d’aiuto per capire quello che i manuali trovano superfluo dire, o che richiederebbe pagine in più in cui gli eventi risulterebbero frantumati.

     E’ il 6 giugno 1944, il D-day, il giorno più lungo della Storia, quello in cui gli Alleati sbarcarono sulle coste della Normandia. Una data ‘mitica’ per gli europei che l’hanno vissuta e per la generazione che è cresciuta nell’immediato dopoguerra, ascoltando i racconti dei padri. Un giorno con un significato di importanza pari- per le conseguenze- all’11 settembre 2001. Un anniversario da ricordare. Ogni capitolo de “Il corpo nero” apre con un breve aggiornamento su quello che sta accadendo sui due fronti di guerra che premono sulla Germania in un’avanzata implacabile- una sorta di bollettino, incalzante come una bomba a orologeria.
Parigi è occupata dai nazisti esattamente da quattro anni e quello che succede nelle prime pagine del libro è esemplare di qualcosa che si teme e che purtroppo è diventato un evento comune: molto prima dell’alba quattro uomini vestiti con cappotti di pelle nera scendono da un’auto e fanno irruzione in un appartamento. Ne usciranno spingendo avanti a sé quelli che hanno trovato dentro, c’è pure un inglese in manette. Porteranno tutti “da noi, in rue de la Pompe”. Gli uomini si sono annunciati come ‘polizia tedesca’ e ‘Gestapo’. Vero, ma peggio del vero. Perché sono francesi, sono tra i tanti, tantissimi, che hanno deciso subito che si poteva non solo sopravvivere, ma vivere meglio, se si entrava nelle fila tedesche, danzando alla loro musica. Ladruncoli e malviventi potevano avere licenza di rubare e di uccidere, anche solo per capriccio. Affaristi, industriali, tutti coloro che sono rabdomanti di denaro, potevano arricchirsi spropositatamente tra mercato nero, appropriazioni indebite, commerci lucrosi. Le belle donne potevano diventare delle mantenute di lusso- dopotutto i tedeschi non erano neppur male come uomini, alti e biondi con gli occhi color cielo. Se partivano treni blindati per l’est, se c’era gente che moriva di fame, se l’ingiustizia e la forza del potere regnavano ovunque- be’, quella era la guerra, dopotutto. Meglio stare dalla parte del vincitore e vincere di riflesso. Perché di certo i tedeschi avrebbero vinto. Di certo avrebbero respinto gli invasori di oltre Atlantico.

     Questa è l’atmosfera de “Il corpo nero” (il titolo si riferisce al colore delle divise naziste ma suona anche oscuramente minaccioso), sarebbe inutile menzionare tutti i personaggi che ne percorrono le pagine, rappresentativi di ogni tipo di collaborazionisti, più o meno spregevoli, più o meno lungimiranti, tanto da saper cambiare campo con un ultimo voltafaccia. Come Bourseul, che però viene punito con la perdita del figlio adolescente che si è unito alla Resistenza. O come Deslauriers, che però ci rimette la vita. Invece l’attrice Dora Belle, ex prostituta, amante del capitano Bauer del servizio di sicurezza delle SS, aveva già avuto dei ripensamenti ed era diventata informatrice di Domecq (la spia gaullista infiltrata nella Buon Costume). Peccato che la figlia quattordicenne non lo sospettasse neppure e che la disprezzasse come ‘puttana dei tedeschi’ : la fine di Dora è un paragrafo di tragedia famigliare dentro la tragedia di un paese che si è venduto al nemico.
     Lo stile di Dominique Manotti che, nella sua asciuttezza, è inconfondibile, è più che mai perfetto per questo romanzo: le frasi sono brevi, le descrizioni concise e ridotte al minimo, giusto per aiutare il lettore a visualizzare luoghi e persone. E sembrano secchi spari, raffiche di mitragliatrice. Come se provenissero dal fronte della guerra che si avvicina. O come quelli che falciano i francesi anche nelle strade di Parigi.

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mercoledì 16 dicembre 2015

Georgina Howell, “La regina del deserto” ed. 2015

                                Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
           biografia romanzata
           FRESCO DI LETTURA

Georgina Howell, “La regina del deserto”
Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 597, euro 18,00


        Se dobbiamo al cinema l’aver riscoperto la figura straordinaria di Gertrude Bell, evviva il cinema! Se dobbiamo all’attrice Nicole Kidman l’aver risvegliato l’interesse per la regina del deserto, ebbene, evviva Nicole Kidman! Perché Gertrude Bell, nata in Inghilterra nel 1868 e morta a Baghdad nel 1926, archeologa, scrittrice, agente segreta britannica, ebbe un ruolo importante, più importante di quello che in genere si attribuisce a T.E.Lawrence, nel sostenere la rivolta araba durante la prima guerra mondiale e non solo mappò vaste zone dell’Arabia ma anche tracciò i confini e si prodigò per la creazione del moderno stato dell’Iraq.
      Gli arabi la chiamavano Khatun, regina. Gertrude Bell si meritava questo titolo. Parlava l’arabo benissimo, conosceva gli usi e la cultura delle varie tribù, si presentava in visita come una pari degli imponenti sceicchi, senza lasciarsi intimidire.
Portava in dono canocchiali e pezzi di seta, si vestiva con abiti di pizzo ed esibiva gioielli, appariva sicura e ferma. Valeva quanto gli uomini che aveva davanti. Poi si faceva anche confezionare gonne pantaloni per poter cavalcare comodamente e affrontare i lunghissimi viaggi nel deserto e ad una cosa non rinunciava mai: la sua vasca da bagno di tela. Ma portava pure con sé posateria d’argento e servizi di porcellana: tutto faceva parte dello stile con cui si imponeva all’attenzione Aveva capito che la scenografia della sua comparsa era determinante nell’opinione che si sarebbero fatta di lei. Eppure tutto ciò non sarebbe valso nulla se non ci fosse stata la sua intelligenza, il suo acume, i suoi studi, la sua capacità organizzativa, il suo carisma.
    Come era arrivata in Oriente, Gertrude Bell? Proveniente da una famiglia agiata del Nord dell’Inghilterra, orfana di madre, Gertrude aveva trovato nel padre (e poi anche nella matrigna)  appoggio e comprensione. In un’epoca in cui erano poche le donne che studiavano, Gertrude si laureò in Storia a Oxford. Iniziò poi una fase della sua vita in cui la sua grande passione fu l’alpinismo.
Era la sfida che piaceva a Gertrude. Il mettersi alla prova, cimentarsi con qualcosa di grandioso. Prima le vette, poi il deserto. Il deserto la affascinava, come la affascinava il senso di libertà totale che le comunicavano i beduini. Gertrude non era una viaggiatrice superficiale. Era una studiosa che lasciò un’imponente opera scritta sulle rovine- e non solo- del Medio Oriente (fu nominata direttrice onoraria delle antichità per l’Iraq). Diventò un’esperta di politica, capace di trattare con i potenti al loro livello. Era una donna attiva: allo scoppio della prima guerra mondiale servì nelle file della Croce Rossa, organizzando un ospedale e aprendo un ufficio per la ricerca dei feriti e dispersi.

    Se c’è una falla nella vita straordinaria di questa donna straordinaria che sembrava reggere ogni fardello con la pura forza di volontà, fu nella sua vita privata. Nella mancanza di una vita privata. Ruppe il primo fidanzamento per volere della famiglia, poi trovò il grande amore in un uomo sposato che morì nella battaglia di Gallipoli. Anche se fosse vissuto, lui avrebbe lasciato la moglie per lei? e lei sarebbe stata capace di vincere il blocco che le impediva di cedergli? Fu molto amica di re Faysal d’Iraq di cui di certo subì il fascino, si innamorò del consigliere di questi che, però, di quindici anni più giovane, prese le distanze da lei. Gertrude offrirebbe un caso interessante agli psicologi: una donna così affascinante, così ricca di sé, che colmava un vuoto d’amore con grandi imprese?

    E’ impossibile riassumere la vita di Getrude Bell, si deve leggere il libro che la giornalista e scrittrice Georgina Howell le dedica, ricco di riferimenti ai diari e alle lettere della stessa Gertrude. E’ un libro illuminante, non è solo il ritratto di una donna eccezionale ma anche un trattato di storia di una parte del mondo in cui ora siamo più interessati che mai.


   

   

Dominique Manotti, “Già noto alle forze di polizia” ed. 2011

                                                       Voci da mondi diversi. Francia
           cento sfumature di giallo
            il libro ritrovato

 Dominique Manotti, “Già noto alle forze di polizia”
Ed. Tropea, trad. Silvia Fornasiero, pagg. 187, Euro 16,00
Titolo originale: Bien connu des services de police


   “Ecco l’essenziale. Non ci facciamo illusioni, innanzitutto, gli abusi di autorità sono inevitabili. Ne ho già gestiti, ne gestirò ancora, in questi casi, ho solo due preoccupazioni; attenuare lo choc per la popolazione del ghetto, cosa che non sempre riusciamo a fare in modo soddisfacente, bisogna ammetterlo. E assicurare la coesione totale della macchina poliziesca, a qualunque prezzo. Questo ci riesce meglio. Dopodiché, sarebbe davvero esagerato affermare che l’ordine repubblicano regni nei ghetti.



   Ho letto tutti i romanzi di Dominique Manotti. Conosco il suo stile rapido e secco. Eppure, ogni volta che inizio un suo nuovo libro, è come se ricevessi un pugno nello sterno e mi si fermasse il respiro. Perché è questo l’effetto che fanno i romanzi di Dominique Manotti che, romanzo dopo romanzo, aggiunge un tassello nuovo al quadro- nero- della società francese del nostro tempo: la sua è una scrittura di denuncia che non risparmia nessuno, che colpisce duro.
    E’ la polizia, sono gli abusi delle forze di polizia, al centro di “Già noto alle forze di polizia”. Una copertina suggestiva: figure nere nella luce di un incendio, con caschi e manganelli; in primo piano un bracciale con parte della scritta ‘police’, nera su fondo rosso. Impossibile non pensare alle bandiere naziste, con la svastica nera campeggiante sul fondo rosso fuoco.
E’ l’estate del 2005. Nell’autunno scoppieranno i grossi disordini della banlieu parigina. Nella periferia di Parigi il commissariato di Panteuil gestisce la sicurezza pubblica in una maniera che non è ‘ferrea’: è estremamente violenta. Soprattutto, o piuttosto, solamente nei confronti degli immigrati. Qualunque pretesto è buono per fermare giovani dalla pelle scura, chiedere i documenti e, alla minima reazione da parte di questi, passare alle maniere forti. Spesso, troppo spesso, ci scappa il ferito grave. A volte anche il morto. D’altra parte il capo del commissariato è una donna il cui cognome, Le Muir, è stato ironicamente trasformato in ‘la Muraille’: è lei che interpreta la volontà del ministero dell’Interno e che sarà dietro alla vittoria del responsabile del dicastero alle elezioni presidenziali.

     Dominique Manotti non ricorre al metodo facile di attirare l’attenzione del lettore con dei protagonisti seriali, come accade per lo più nei romanzi di indagine poliziesca. Non c’è, nei suoi romanzi, un protagonista ricorrente e accattivante di cui seguiamo l’evolversi, nella carriera e nella vita privata. Tuttavia, in “Già noto alle forze di polizia”,  riappare Noria Ghozali, che abbiamo incontrato per la prima volta in “Le mani su Parigi”: all’epoca era una giovane fuggita da casa perché non riusciva più a vivere con il padre severissimo cultore delle tradizioni arabe. La ritroviamo che ha fatto carriera nella polizia, ha acquistato sicurezza ed eleganza. Quando le capita (e succede due volte nel romanzo) che le rivolgano la parola in arabo, lei si stupisce: da cosa si capisce la sua provenienza? Lei se ne è quasi dimenticata. Il personaggio di Noria è importante nel romanzo, perché è l’antitesi de La Muraille. Così come i due giovani, un uomo e una donna, al loro primo incarico in polizia, sconvolti dalle scene di cui sono testimoni, sono importanti in quanto l’opposto del corrotto e beluinamente violento Paturel che, insieme ad un altro poliziotto, fa il pappone di un gruppo di prostitute. Paturel e gli altri della sua risma sono anti-arabi, anti-rom, anti-travestiti, li considerano feccia, da eliminare. Quando scoppia un incendio in un condominio densamente abitato, chi è stato ad appiccarlo? La polizia vorrebbe attribuirne la colpa a spacciatori, ma sono altre le voci che circolano: speculazione immobiliare, fomentare la paura del pericolo nei ceti borghesi medi con il risultato di spingere verso scelte governative di destra.


      C’è uno spiraglio consolatorio nel finale del romanzo nero della Manotti: Paturel dovrà scontare gli omicidi commessi sotto pretesto, un personaggio pentito si suicida. E però l’agente giovane e idealista decide che la polizia non fa per lui. Il futuro, comunque, è già segnato: si chiama Sarkozy, eletto nel 2007.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 14 dicembre 2015

Dominique Manotti, “Oro nero” ed. 2015

                                                                  Voci da mondi diversi. Francia
         cento sfumature di giallo
          FRESCO DI LETTURA


Dominique Manotti, “Oro nero”
Ed. Sellerio, trad. Francesco Bruno, pagg. 410, Euro 15,00


   Nell’ultima intervista che le avevo fatto, nel 2009, Dominique Manotti, alla mia domanda se intendesse proseguire a scrivere romanzi agganciati ad una realtà di denuncia, aveva risposto che sì, era proprio quello che intendeva fare, “essere lo scrittore pubblico della sua epoca”. Ritroviamo, dunque, con enorme piacere Dominique Manotti con il suo nuovo romanzo, “Oro nero”, pubblicato da Sellerio: sappiamo che non ci deluderà, sappiamo che, ancora una volta, con il suo stile crudo, secco, mirato, Dominique Manotti colpirà il suo obiettivo, ci svelerà un altro lato molto nero della nostra società.
     E’ il 1973. Chi ha l’età per farlo, ricorda certamente l’anno della crisi del petrolio, dell’oro nero, per l’appunto. Che cosa c’era dietro l’enorme rialzo del prezzo del petrolio che mise in ginocchio gli stati che dipendevano dalla sua importazione? Siamo a Marsiglia, il tempo del romanzo è anteriore a quello in cui abbiamo incontrato per la prima volta il protagonista Théodore Daquin ne “Il sentiero della speranza” e il ventisettenne Daquin, dopo un’esperienza lavorativa a Beirut, viene mandato da Parigi nella città costiera, in una realtà complessa che- lo mettono tutti sull’avviso- lui, parigino, farà fatica a comprendere. Una sfida per Daquin.
Il libro si era aperto con la scena di un matrimonio a New York nel 1966: la bella e giovane Emily, nipote di un ricchissimo magnate delle miniere sudafricane, sposava Michael Frickx, trader di una holding del commercio internazionale. Ritroviamo Emily sette anni dopo a Nizza: è al braccio di Maxime Pieri quando, sulla scalinata del casinò, uno sconosciuto gli spara dieci colpi. Mira eccezionale, Emily sviene, è coperta del sangue di Pieri ma lei non è stata colpita neppure di striscio. Da giovane Maxime Pieri era stato molto vicino a una delle famiglie coinvolte nel traffico della droga, in seguito però era diventato uno stimato imprenditore a capo di una linea di commerci marittimi. Possibile che la sua morte sia un regolamento di conti? E che cosa ci faceva Emily con lui? lei sostiene di averlo incontrato per caso in una galleria d’arte, lo aveva conosciuto anni prima a Milano, tramite suo marito. Il quale, peraltro, arriva nella villa che i Frickx hanno in affitto sulla costa in Francia, affida la moglie alle cure (o alla sorveglianza?) del cugino di lei e riparte, senza farsi vivo con la polizia che vorrebbe interrogarlo.

    La trama si fa serrata, complessa, quanto mai intrigante. Muoiono, uno dopo l’altro, altri due uomini che sono in relazioni di affari con Michael Frickx- non esiste il caso, non esistono le coincidenze. Come spesso accade nei romanzi di Dominique Manotti, l’enigma da risolvere non è tanto scoprire chi sia il colpevole- qui sappiamo bene che Michael Frickx non è di certo l’esecutore dei delitti ma c’è lui dietro. Il fascino della trama è nel seguire Daquin nella sua ricerca di spiegazioni e di prove, nell’arrivare a comprendere le motivazioni economiche (si parla di cifre astronomiche) e le speculazioni di persone indubbiamente molto intelligenti, preveggenti, che osano rischiare nella quasi certezza di un enorme tornaconto. In questi casi la vita del singolo ha un valore nullo, se è di intralcio.

     L’attualità di “Oro nero” è sconcertante. E mi pare chiaro che fosse negli intenti della scrittrice. Ci fermiamo a riflettere quando l’amico siriano di Daquin gli dice, “La Storia cammina in direzione dei popoli arabi, e noi saremo all’appuntamento…..Noi siamo stati spogliati, calpestati per un secolo. Vogliamo la rivincita. Detto questo, Nixon, spezzando i legami del dollaro con l’oro, ha provocato la svalutazione dei prezzi del petrolio, e dato il segnale del grande sconvolgimento. Le grandi compagnie vogliono scaricare su di noi il costo della crisi del dollaro, noi faremo a meno di loro, riprenderemo il controllo delle nostre ricchezze naturali, produrremo e venderemo il nostro petrolio ai nostri prezzi per il bene dei nostri popoli.”. In queste parole avvertiamo una premonizione.
    Sullo sfondo di una Marsiglia che ci fa provare una punta di nostalgia per Izzo, con un Daquin che mal tollera la segretezza dei suoi incontri amorosi (gli hanno fatto capire che è meglio che non si sappia che è gay) e ama la cucina mediterranea, un romanzo intelligente nel tipico stile ‘manotti’: non sarete delusi.