giovedì 8 ottobre 2015

Yan Lianke, “Servire il popolo” ed. 2006

                                                     Voci da mondi diversi. Cina
                                                              il libro ritrovato



Yan Lianke, “Servire il popolo”
Ed. Einaudi, trad. Patrizia Liberati, pagg. 139, Euro 10,00


     L’ironia, sia intesa come capovolgimento di quanto si vuole dire, sia come esagerazione al limite del paradosso, è l’arma migliore in letteratura per smontare una tesi o per distruggere un’idea ritenuta falsa o assurda, o comunque sbagliata. Si veda Voltaire o Swift, per ricordare due esempi. E l’ironia è la chiave di lettura di questo gustoso e divertente romanzo breve dello scrittore cinese Yan Lianke, “Servire il popolo”.
    Il titolo è chiaramente una citazione di uno dei famosi slogan del Presidente Mao e verrà ripetuto di continuo nel corso del romanzo, perché è intorno a questo ordine che si svolge la trama della commedia. Che sarebbe poi una trama banale da commedia amorosa, con un marito importante e cornuto, una moglie giovane e vogliosa e un attendente fin troppo servizievole. Se non ci fosse l’ambientazione- la Cina della Repubblica Popolare- che fa sì che il balletto degli amanti volteggi troppo pericolosamente sul bordo del palcoscenico.

   Il soldato Wu Dawang ha il compito esclusivo di preparare i pranzi in casa del Comandante di divisione e si è guadagnato il posto perché ha saputo recitare a memoria le 286 citazioni dalle opere del Presidente e i suoi tre discorsi, uno dei quali è “Servire il popolo”, per l’appunto: Ricordare sempre che servire in casa dei superiori vuol dire servire il popolo. Parole splendide per tenere ognuno al proprio posto e una tavoletta in legno con questa scritta in rosso è in bella vista nel soggiorno della casa del Comandante, a memento silente. Che fare quando il Comandante si assenta e la moglie richiede da Wu Dawang dei servizi diversi? C’è qualche altra frase di Mao che possa venire in aiuto? Wu Dawang vorrebbe essere fedele alla moglie, pensa al figlio neonato, ma è giovane, la moglie del Comandante è molto bella e invitante, un altro suo superiore gli fa capire che il popolo va servito ad ogni costo. Anche entrando nel letto del Comandante.

     Inizia così una storia di amore e di sesso rovente, goduta appieno proprio perché proibita, perché è chiaro che la moglie non è soddisfatta del marito anziano (circolano voci sulle cause dei suoi precedenti divorzi), perché il tempo a disposizione è breve. E, come tutte le storie d’amore, segue una parabola ascendente, raggiunge il culmine, discende alterandosi, perché subentra la stanchezza. Grandiosa la scena in cui nessuno dei due vuole essere da meno dell’altro e, in una prova d’amore, vengono infranti e calpestati quadri con citazioni e sacre immagini di Mao: non è solo un atto blasfemo ma anche pericoloso.
E mai ci viene permesso di dimenticare che questa non è una storia d’amore come le altre, qui si tratta di servire il popolo- quando crolla la resistenza interiore di Wu Dawang è come se crollasse la Grande Muraglia, frasi di Mao vengono pronunciate in un contesto che le rende ridicole (“Il popolo, e solo il popolo, è la forza motrice che crea la storia del mondo…Forza cuciniamo, vediamo chi è più bravo”), i protagonisti sembrano muoversi animati da un burattinaio. Quanto poi il burattinaio abbia effettivamente tirato i fili, lo scopriremo alla fine.


la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


martedì 6 ottobre 2015

Yasmina Khadra, “L’ultima notte del Rais” ed. 2015

                                                          Voci da mondi diversi. Africa
                                                               la Storia nel romanzo
   FRESCO DI LETTURA



Yasmina Khadra, “L’ultima notte del Rais”
Ed. Sellerio, trad. Marina Di Leo, pagg. 159, Euro 15,00



       Sirte, Libia. Notte fra il 19 e il 20 ottobre 2011. E’ l’ultima notte del colonnello Muammar Gheddafi. E’ nascosto in una scuola abbandonata dove mai nessuno penserebbe di cercarlo. Con lui un pugno di uomini fedeli in cui, tuttavia, la fedeltà cieca incomincia a creparsi lasciando infiltrare dubbi. Ha dei dubbi lui, Muammar Gheddafi, l’indiscusso Fratello Guida della Libia per quarantadue anni, l’uomo che a solo 27 anni ha deposto re Idris con un colpo di Stato?
     Lo scrittore algerino Yasmine Khadra (pseudonimo di Mohamed Moulessehoul) racconta in prima persona la vita del colonnello, immedesimandosi in lui nella notte buia che precede il tentativo di fuga e la cattura. Non è un racconto che segue una linea temporale diritta, non potrebbe esserlo nella concitazione del momento. Piuttosto dei flashback in un costante confronto tra ‘allora’ e ‘dopo’, tra ‘dopo’ e ‘adesso’. Tra il bambino che cresce nel deserto e poi va a scuola e addirittura in Inghilterra e il giovanotto aitante e orgoglioso che vuole fare qualcosa per il suo paese mettendo fine ad una monarchia corrotta, tra il ventisettenne che si presenta con un fascio di fiori a chiedere la mano della ragazza che occhieggiava a scuola (e viene respinto con disprezzo dal padre di lei) e l’uomo che si vanta del numero di donne che ha avuto e che ha saputo far godere, tra il capo osannato della Libia e l’uomo braccato che conta il numero di fiale di eroina che ha ancora a disposizione.

     Ha degli interlocutori, Muammar Gheddafi. Guardie del corpo, l’attendente, il comandante della Guardia popolare (Mansour era il suo braccio destro), il generale Abu Bakr, il giovane tenente colonnello Trid che sembra essere l’unico, in questo momento, ad avere speranze per il futuro. Ma possono parlare liberamente con lui? possono essere sinceri? Quando si azzarda a dire che solo Dio è infallibile (e quindi, nonostante possa pensare di essere un dio in terra, Gheddafi non lo è), Mansour suscita un’ira incontrollata nel Rais. Le domande che Gheddafi rivolge a chi gli è vicino sono retoriche. Non ama essere contraddetto, non ammette di aver mancato in qualcosa, di aver tradito gli ideali con cui si è imposto come Fratello Guida, non accetta che sia proprio il suo popolo a rivoltarglisi contro, non vuole neppure vedere la differenza tra sé e Saddam Hussein, catturato dagli americani. Lui non si nasconderà come Saddam Hussein, non si farà catturare con la barba lunga e un aspetto disonorevole. E invece sì, che ironia, Gheddafi sarà stanato da una condotta, ucciso sul posto, il suo corpo straziato. A ore di distanza dalla fine, la cecità di Gheddafi è totale. “Sono Muammar Gheddafi, il mito fatto uomo” e tutto ciò che ha fatto, tutte le morti che ha ordinato o causato, è giustificato. Non aveva fatto lo stesso anche Stalin? Non si può essere discriminanti con un popolo che deve essere diretto.
    La megalomania è il male che affligge i dittatori. Il porsi al centro dell’universo e il finire per credere loro stessi di aver diritto al culto del personaggio che hanno creato. “L’ultima notte del Rais” mi ha fatto pensare al film “La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler” del regista Hirschbiegel (2004), alle uguaglianze e alla differenze di una situazione simile, quando il mondo sta crollando e la persona che è responsabile del crollo a tutto pensa tranne che alle altre vittime, vuole essere rassicurato fino alla fine di essere al di sopra di ogni giudizio ed è incapace di vedere la realtà.


    Il libro di Yasmina Khadra si legge di un fiato. Perché è Storia recente, perché ricordiamo tutti la graduale trasformazione di Gheddafi da bel giovane scattante e indubbiamente idealista a imbolsito eroinomane, vaneggiante e grottesco capo di Stato, perché avvertiamo una partecipazione sentita, da parte dello scrittore, all’evoluzione di un dramma che non è solo quello della Libia ma di tutti i paesi arabi della fascia mediterranea.


lunedì 5 ottobre 2015

Yasmina Khadra, “L’equazione africana” ed. 2012

                                                    Voci da mondi diversi. Africa
                 il libro ritrovato


Yasmina Khadra, “L’equazione africana”
Ed. Marsilio, trad. Raffaella Fontana, pagg. 313, Euro 19,00

       Uno stimato dottore con uno studio medico a Francoforte, Kurt Krausmann, va in pezzi dopo la morte della moglie Jessica. Ha trovato lui il corpo nella vasca da bagno: Jessica si era suicidata. Tra tutte le ipotesi che poteva aver fatto sulle motivazioni dell’insolito comportamento della moglie negli ultimi tempi, Kurt non aveva pensato ad un disagio così profondo da spingerla ad un atto disperato. A quanto pare- glielo rivela un’amica di Jessica- sua moglie non aveva ricevuto una promozione che si aspettava nella società per cui lavorava ed era questa la causa della sua depressione.
Per uscire dalla sua, di depressione, Kurt Krausmann accetta l’invito di un amico: partiranno per le isole Comore dove Hans Makkenroth intende allestire un ospedale per conto di un’associazione caritatevole di cui è membro. E succede che, al largo della Somalia, la loro imbarcazione viene attaccata dai pirati che  prendono prigionieri i due tedeschi. Incomincia l’incubo per Kurt Krausmann e Hans Makkenroth che non hanno idea di dove vengano trasportati, che non riescono a capacitarsi del modo in cui vengono trattati, nello spregio totale dei diritti umani. Che cosa vuole da loro questo manipolo di guerriglieri? Pensano di chiedere un riscatto? Ma è del tutto impossibile che qualcuno si muova per un semplice dottore come è Kurt. E intanto prosegue il viaggio attraverso l’Africa orientale, sorvegliati da un nero che porta occhiali senza lenti e che ama avere un libro in mano (non sa leggere ma gli piace guardare le parole), guidati da un capo- Joma- che è un colosso violento, rabbioso, sorprendentemente colto.
E’ un addentrarsi nel ‘cuore di tenebra’ sotto il sole implacabile del deserto, è come se i personaggi fossero usciti dall’intricata foresta conradiana per proseguire nella luce delle fiamme di un nuovo inferno. Forse non è neppure un caso che il protagonista si chiami Kurt- solo una z in meno nel nome rispetto al Kurtz del famoso e ineguagliabile romanzo di Joseph Conrad. Perché l’orrore di cui il Marlow di Conrad ha una visione fugace, l’orrore confessato da Kurtz morente (“L’orrore! L’orrore!) che è un atto di accusa contro la politica coloniale europea, è come una premessa e una spiegazione dell’orrore dell’Africa moderna. Una giustificazione per la furia e la rabbia esplosiva di Joma in quanto rappresentante dei popoli africani. Joma che si comporta da selvaggio, capace di barbare efferatezze perché questo è il ruolo che i bianchi gli hanno cucito addosso; Joma  che è un sarto poeta, insignito del premio Senghor, pari a qualunque bianco- non solo in quanto essere umano ma anche per cultura e intelligenza; Joma che è il doppio africano di Kurt Kraussman, che è rimasto vedovo come Kurt ma in circostanze ben differenti. Eppure, se Kurt si trova di fronte a Joma, se Joma ha assaltato l’imbarcazione su cui si trovava Kurt, è per un motivo personale uguale e diverso- dietro la spinta che ha portato uno a salpare per le Comore e l’altro a formare un gruppuscolo di ribelli si apre il baratro fra l’Europa e l’Africa, più vasto di quello riempito dalle acque del Mediterraneo. Kurt lo capirà con sgomento alla fine di tutto, quando sarà rientrato a Francoforte, dove agognava di essere e dove non riesce più a vivere.


     Anche il lettore avanza nel cuore di tenebra insieme a Kurt e al suo nuovo compagno di viaggio, il francese che ormai si considera un africano e per questo si sente tanto più offeso per la prigionia che subisce insieme a Kurt. Se Kurt esce cambiato da questa tremenda avventura- e in una maniera che mai avrebbe creduto possibile-, anche il lettore non può restare insensibile a fine lettura. Perché, pur risentendo a tratti di un certo didatticismo, pur avendo ogni tanto l’impressione che Yasmina Khadra (pseudonimo per Mohammed Moulessehoul) abbia una tesi da dimostrare, il romanzo ha sul lettore un impatto fortissimo, lo costringe a considerare ‘la questione africana’ (che viene ad essere ‘l’equazione africana’) da un punto di vista interno, lo obbliga a rivedere idee preconcette.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


Henning Mankell

                                                                In memoria


Ieri, 5 ottobre, è morto Henning Mankell. Aveva 67 anni. Un anno fa ci aveva fatto sapere della sua malattia. A breve leggeremo il suo ultimo scritto sulla sua ultima battaglia- non più contro il Male nella società e nel mondo, ma contro il male che divorava il suo corpo. Si intitola "Sabbie mobili", un titolo perfetto per rendere l'idea dell'impotenza della sua lotta.
Henning Mankell ci mancherà. Ci mancherà lo scrittore e ci mancherà l'uomo- che in lui erano la stessa cosa perché trasferiva su pagina la sua passione di giustizia, sempre coerente con le sue idee.
   Su questo blog i post con le recensioni dei suoi libri sono archiviati nel 2014. Ho sugli scaffali un paio di libri che non ho fatto a tempo a leggere a suo tempo, lo farò adesso. In memoria.

sabato 3 ottobre 2015

Richard Flanagan, “La strada stretta verso il profondo Nord” ed. 2015

                                                                  Voci da mondi diversi. Australia
         seconda guerra mondiale
         FRESCO DI LETTURA 


Richard Flanagan, “La strada stretta verso il profondo Nord”
Ed. Bompiani, trad. Elena Malanga, pagg. 502, Euro 20,00



        Dorrigo Evans. Al campo lo chiamavano il Grande Uomo. Il Grande Uomo con pantaloncini laceri tenuti su alla bell’e meglio, con in testa il cappellaccio che tutti loro avevano- residuo della vecchia dignità-, al collo uno straccio rosso, il sarong fatto a pezzi dell’uomo che aveva visto seduto sulla riva di un corso d’acqua, prima in dignitosa attesa della morte, poi cadavere. Il Grande Uomo desiderava poter morire con la stessa dignità. Era l’ufficiale medico preso prigioniero dai giapponesi insieme ad altri soldati australiani e deportato a lavorare forzatamente alla costruzione della linea ferroviaria che doveva unire il Siam (come si chiamava allora la Thailandia) alla Birmania per permettere l’invasione dell’India via terra. Una ferrovia impossibile, secondo gli inglesi. Niente di quello che comandava l’Imperatore del Giappone era impossibile. Era questione di volontà.
la Ferrovia della Morte
E i prigionieri, disonorati dal fatto stesso di essersi lasciati prendere prigionieri, dovevano essere orgogliosi di potersi riscattare lavorando per il figlio della dea del Sole. Felici di morire per un imperatore che era un dio lui stesso. Ogni giorno Dorrigo Evans combatteva contro la morte, era responsabile dei suoi uomini che dovevano realizzare un’opera titanica con strumenti inadeguati nell’inferno della foresta. Alloggiati in un campo dalle condizioni igieniche spaventose, sempre affamati, decimati a poco a poco dalle malattie- pellagra, beriberi, malaria, ulcerazioni che lasciavano l’osso nudo, dissenteria cronica. Sotto la pioggia incessante dei monsoni. Sotto le sferzate delle canne di bambù per ogni minima effrazione, vera o presunta.
    Il padre di Richarda Flanagan, lo scrittore australiano autore di “La strada stretta verso il profondo Nord”- un libro bellissimo, di una bellezza terribile- era uno di quei prigionieri, uno dei pochi sopravvissuti.
il padre di Richard Flanagan
Il nucleo del romanzo è la storia di quegli anni di guerra vissuti dal protagonista nel campo di prigionia, ma questa è solo una delle narrative del libro, costruito su diversi strati temporali. Inizia in un tempo presente con Dorrigo Evans anziano ma sempre imponente- un leone, un’autorità, un leader- che passa la notte in un albergo con una donna. E’ un donnaiolo, Dorrigo, ma non per vocazione o per vizio. C’è nel suo passato- una terza narrativa- una storia d’amore che doveva restare segreta. Lei si chiamava Amy- Amy, amie, amour, gli aveva detto lei. Dorrigo l’aveva creduta morta e, al ritorno dalla prigionia, aveva sposato la fidanzata ‘per bene’, adeguata alla figura pubblica che lui era diventato, all’eroe di guerra, al chirurgo dalle mani d’oro. Per poi cercare avventure di passaggio, un poco di sesso e via.
    E’ difficile dare l’idea della grandiosità di questo romanzo, ricco di storie e di personaggi, puntellato dai versi incisivi degli haiku che contengono l’essenza della vita nella stringatezza di poche parole e da quelli della poesia “Ulysses” di Tennyson che riecheggia nella mente di Dorrigo. Ulisse come figura emblematica, sempre in cerca di nuove conoscenze, legato ai suoi compagni da un vincolo fatto di lotte affrontate insieme, da un tipo di amore diverso e forse più forte di quello per qualsiasi donna. Come Ulisse, anche Dorrigo non ritornerà dalla sua Penelope appena libero. Indugerà, si occuperà dei reduci, troverà altro da fare. Ma- come ci domandiamo sempre- si ritorna poi veramente da una guerra?
il cimitero di Kanchanaburi per le vittime della Ferrovia della Morte
Possiamo indicarla come una quarta narrativa, quella del ‘dopo-guerra’ dei prigionieri sopravvissuti e dei giapponesi che li hanno angariati e torturati e hanno ucciso i loro compagni. Quella che ci racconta di Jack Rainbow che obbligava i suoi figli a piegare gli abiti verso l’esterno come imponevano i giapponesi (a uno di loro un dettaglio così stupido era costato la vita) e quella che ci parla del maggiore Nakamura che si nasconde per non essere incriminato dagli americani, che lotta contro i ricordi di quello che aveva fatto come comandante del campo, autogiustificandosi con l’obbedienza all’Imperatore che incarnava lo spirito del Giappone, o del colonnello Kota che non ha pentimenti, o del coreano inviso a tutti i prigionieri che non capisce proprio perché debba essere impiccato, lui che neppure era fedele al figlio della dea Sole, che era stato arruolato quasi per caso.
memoriali nel cimitero di Kanchanaburi
      ‘Gli anni e i mesi sorgono e tramontano’, la storia dell’umanità è una storia di violenza e che cosa è rimasto di tutto quello sforzo, di quella sofferenza indicibile, di quello spreco di vite? ‘Rimane solo erba di quella rovina’, resta l’idea della bontà umana- è questo il ricordo che Dorrigo e i reduci tesorizzano. Della solidarietà, del boccone tolto di bocca e dato al compagno per farlo avanzare ancora di un passo, dell’amico che come una madre ripulisce il compagno coperto di merda, che incoraggia e consola. E ‘la memoria è la vera giustizia’.
     Vincitore del Man Booker Prize 2014, “La strada stretta verso il profondo Nord” è un libro imperdibile. La nostra vita sarebbe diminuita senza la lettura di questo magnifico romanzo.




     

giovedì 1 ottobre 2015

Laura Lippman, “I morti lo sanno” ed. 2008

                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
cento sfumature di giallo
il libro ritrovato

Laura Lippman, “I morti lo sanno”
Ed. Giano, trad. Luisa Pissi, pagg. 377, Euro 18,00


    Pensavamo che fosse propria dei nostri tempi, la paura che, basta un attimo, basta girare un occhio, allentare la presa della mano, e il nostro bambino scompare. Pensavamo che in passato non esistesse la fobia dei luoghi affollati, perché è lì che è così facile confondersi tra la ressa di persone, e poi è impossibile cogliere con un’occhiata la macchia del colore di un abito o di un cappellino. E invece, senza bisogno di ricordare il tristemente famoso rapimento di baby Lindbergh (è da allora che è stata coniata la parola “kidnapping”), queste cose sono sempre successe, i bambini sono sempre stati facile preda degli adulti con le mire più varie, dal riscatto in soldi al soddisfacimento di voglie sessuali. Il romanzo della scrittrice americana Laura Lippman, “I morti lo sanno”, prende l’avvio da un fatto realmente accaduto nel 1975, quando due sorelle scomparvero senza lasciare traccia, dopo aver passato il pomeriggio in un centro commerciale.
      Si chiamano Sunny e Heather Bethany, le sorelle che sono le protagoniste del romanzo. Quindici anni la maggiore, quasi dodici la minore. E sarebbe stato più appropriato che l’una avesse il nome dell’altra: che si chiamasse Sunny la solare, intraprendente, brillante Heather e Heather la spinosa, un poco lenta Sunny. La famiglia Bethany è in apparenza felice; i genitori, Dave e Miriam, sono figli della loro epoca, credono nella spiritualità e nell’amore, nei legami famigliari che devono essere curati- tutto è condiviso, tutto si fa sempre insieme; i Bethany sono degli idealisti, tra i primi a vantare la necessità di mangiare cibi naturali, a cercare di sottrarsi al consumismo. Con le figlie più o meno convinte. E Miriam che, il pomeriggio in cui le bambine scompaiono, sta tradendo il marito in un motel.

     Che cosa è successo a Sunny e a Bethany? Naturalmente non abbiamo nessuna intenzione di svelarlo al lettore perché il romanzo della Lippman si regge su una forte tensione ed è costruito con grande abilità in un continuo spostamento temporale tra presente e passato, tra il nostro tempo, quando l’auto di una donna slitta su una macchia d’olio sulla strada, urta leggermente un Suv provocando un incidente ma allontanandosi senza prestare soccorso, e trent’anni fa, il 1975 che ha marcato per sempre la vita di una famiglia. Perché la patente della donna è a nome di Penelope Jackson, ma lei dice di essere Heather Bethany. Dovrebbe essere facile nel nuovo millennio supertecnologico, superdocumentato, in cui ognuno di noi è schedato e sorvegliato in ogni momento della sua vita, provare l’identità di una persona. Impronte dentali, DNA, testimonianze: niente di tutto questo è possibile per Heather Bethany. Lei e la sorella non hanno mai avuto bisogno del dentista, il padre era contrario a qualunque tipo di cura che forzasse in qualche maniera il corso della natura; quanto al DNA, è inutile che la madre si precipiti dal Messico dove ora vive: Sunny e Heather erano state adottate. E Sunny, che potrebbe fornire la prova, è morta, dice Heather. Che strano, “questa donna è la Regina dei Morti”, dice ad un certo punto l’ispettore che si occupa del caso, perché sono tutti morti quelli che hanno avuto a che fare con lei. O è come se lo fossero, ed è il caso dell’uomo con l’Alzheimer che è certamente coinvolto.

     Non è solo l’interrogativo sull’identità della donna che ci trascina nella lettura de “I morti lo sanno”, ma anche l’indagine psicologica, la cura con cui la Lippman scava nell’animo dei personaggi, il senso di colpa, l’attesa senza fine del padre, la diversa reazione della madre. E i pensieri delle ragazzine, in pagine di deliziosa freschezza mentre si preparano alla grande avventura di un sabato pomeriggio da sole. Per arrivare al “momento” in cui tutto succede, e al “dopo”, e all’”adesso”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


INTERVISTA A LAURA LIPPMAN, autrice de "I morti lo sanno" 2008

                           voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                            cento sfumature di giallo


INTERVISTA A LAURA LIPPMAN, autrice de “I morti lo sanno”


Abbiamo incontrato Laura Lippman, autrice di “I morti lo sanno” e famosa negli Stati Uniti per una serie di romanzi che hanno per protagonista Tess Monaghan, giornalista che è diventata investigatrice.

Baltimora è l’ambientazione del suo romanzo: che città è Baltimora? E’ l’ambiente adatto per dei romanzi polizieschi?
    Persin troppo. Vivo in una delle città più violente degli Stati Uniti. A Baltimora ci sono 600.000 abitanti e circa trecento persone all’anno vengono assassinate. Ogni 18 ore qualcuno viene ucciso, circa un giorno sì e uno no, un po’ più spesso, anzi. A metà di novembre c’erano già stati 250 omicidi. La maggior parte riguarda il mondo dei poveri e dei giovani, gente che ha a che fare con la droga o ha la sfortuna di capitare per caso in quegli ambienti. Chi appartiene alla mia sfera sociale può vivere tranquillamente, senza essere sfiorato dal dramma, ma i più poveri sono sempre a rischio. Questa è la mia città, la mia casa, e io scrivo storie di indagine poliziesca perché, a differenza di molti miei amici, non mi vedo distaccata da questo  mondo: ne faccio parte e, in un certo senso, vorrei capirlo meglio.
Alla fine del libro Lei parla di un caso simile, di due ragazze scomparse che però non furono ritrovate, e dice pure che il 1975 era l’anno giusto per la sua storia: perché?
     Volevo scrivere un romanzo ambientato negli anni ‘70, perché sono gli anni in cui sono nata, per me era un tempo affascinante di grandi cambiamenti che riguardarono la famiglia. Era l’epoca in cui per la prima volta si diffuse l’idea che se i genitori non sono felici, neppure i figli possono esserlo, l’epoca che mise l’auto-realizzazione in testa a tutto, “il tempo dell’IO”, della compiutezza del sé. Sì, anche oggi è così, allora era però una ricerca più spirituale e ideologica, ora si parla di una felicità che dipende di più dal consumismo. Quando ho costruito la famiglia del romanzo, ho pensato alla generazione un poco più giovane dei miei genitori, troppo vecchi per godere della libertà della fine degli anni ‘60, abbastanza per ricordare la Grande Depressione e lo spirito di sacrificio. Mi sembrava che, in quei genitori, ci fosse un desiderio inconfessato di essere senza figli, di come poteva essere la loro vita senza figli, e poi il destino gli mostra che cosa in effetti significhi essere privati dei figli.

Mi è parso che ci fosse anche una ragione “tecnica” per la scelta del 1975, per poter rendere più ardua l’identificazione della donna che riappare dopo trent’anni…

    E’ vero, adesso le storie di delitti si basano molto sull’indagine scientifica: io non potrei mai scrivere quel tipo di romanzi. Apprezzo la scienza ma non penso che serva veramente nella letteratura, la scienza non può portare avanti la storia. D’altra parte la maggior parte dei delitti in realtà non vengono risolti dalla scienza ma da detective in gamba che parlano con la gente. A me piace risolvere un’indagine come fosse un puzzle. Per esempio, nel caso delle ragazze Bethany: non potevo semplicemente far sì che un incendio distruggesse la documentazione delle loro dentature, ad esempio. Per il semplice fatto che, per me, il loro dentista era “il mio” dentista di quando era ragazzina e non potevo proprio fargli bruciare lo studio. Ho pensato a mio padre che aveva un’ossessione contro le radiazioni e si opponeva alle lastre del dentista. E se mio padre era così, chissà come era Dave Bethany! Dunque, il 1976 era impossibile come anno perché gli Stati Uniti compivano 200 anni nel 1976 e la gente avrebbe pensato che uno scrivesse un’allegoria degli USA. Il 1974 era pure impossibile perché aveva visto la fine della guerra del Vietnam- non volevo nessun anno con degli avvenimenti a cui non avrei potuto fare a meno di fare dei riferimenti.


Nel 2006 una ragazza austriaca, Natasha Kampusch, rapita all’età di 10 anni, riuscì a fuggire dall’uomo che l’aveva tenuta prigioniera: aveva anche lei in mente, quando ha scritto il libro?
Natasha Kampusch
     Avevo appena finito di scrivere il mio libro quando si è diffusa la notizia di Natasha Kampusch e ho letto avidamente di lei, perché il suo caso non era così diverso da quello del mio romanzo. Ci fu un altro caso che venne reso noto quando avevo già finito di scrivere il romanzo, di un uomo che aveva rapito un bambino di dieci anni e lo aveva tenuto prigioniero. Quando poi il bambino era divenuto troppo “vecchio” per i suoi gusti e non lo interessava più, aveva preso un altro bambino. Fu allora che il primo decise che non poteva permettere che succedesse ad un altro quello che era successo a lui e organizzò la fuga per entrambi. Sono stata una giornalista per tanti anni e scrivo questo genere di libri perché so che la gente legge di queste cose terribili che accadono e pensa che a loro non potrebbero mai accadere. Alcune persone lo fanno in maniera poco umana e comprensiva. Io ho letto di questi due casi e ho pensato, “può succedere, è così”. Lavoro pensando che, se uso una grande empatia, le cose che scrivo saranno credibili. Credo che, se crei un essere umano, un personaggio ben definito, e cerchi di vedere attraverso i suoi occhi, se hai abbastanza empatia, vedrai le cose giuste.

Oltre al personaggio principale, la donna la cui identità è incerta, gli altri personaggi sono l’ispettore di polizia, l’avvocato e l’assistente sociale. Non sono i personaggi tipici del romanzo poliziesco: voleva così mettere in risalto Heather Bethany perché questa è la “sua” storia?
     Avevo in mente un’idea, nello scrivere di Kevin e di Kay, il detective e l’assistente sociale. Volevo mostrare due prospettive- riguardo a Kevin, volevo far vedere che nonostante il successo e la soddisfazione del suo lavoro, lui non cambia molto. Però c’è un breve momento, durante il party, in cui attacca discorso con Kay, ed è conscio di parlare con una donna che non lo interessa sessualmente: ecco, ha imparato una piccola cosa che lo rende diverso. E così Kay, una persona sola che permette al dramma di riempirle la vita. Kay è una lettrice avida e il suo ruolo è di fare da guida al lettore, di essere il doppio del lettore, di farlo pensare “questa è la storia, ma non è la mia storia”.
Quanto all’avvocato, Gloria, appare anche in altri tre miei libri e non è mai il personaggio principale, può darsi che lo diverrà in futuro. Ma non mi interessa quello che passa per la testa di Gloria- è un avvocato che non si lascia toccare dall’emozione nel suo lavoro.

Il suo romanzo dice anche qualcos’altro a tutti quelli che- me stessa inclusa- pensano che il passato era meglio del presente, che nel passato non si doveva essere sempre in guardia come oggi. Pensa che i media concedano troppo spazio alla criminalità oggi, in modo che sembra che quello sia la cosa più importante che accada?

    Sì, penso che abbiamo pervertito il nostro attaccamento alla nostalgia. Vivo in una città che è agganciata alla nostalgia e la nostalgia richiede un’imbiancatura del passato. Sappiamo di più, ci viene detto di più di quello che accade. Ma, come giornalista, mi fa infuriare vedere come i media diano importanza a certi fatti, a scapito di altri. Un esempio: sappiamo tutto della bimba scomparsa in Portogallo - un caso penoso e tristissimo, ma non certamente più importante della guerra in Iraq.