giovedì 21 maggio 2015

Jón Kalman Stefánsson, “Paradiso e inferno” ed. 2011

                                                    vento del Nord
    il libro ritrovato


Jón Kalman Stefánsson, “Paradiso e inferno”
Ed. Iperborea, trad. Silvia Cosimini, pagg. 231, Euro 16,00

Titolo originale: Himnaríki og helvíti

      Imbocca la valle a passo deciso, Bárður è morto.
     Ha letto una poesia ed è morto di freddo.
    Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma per lo spazio di un istante e diventa bella, limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie che ti portano a dimenticare, a dimenticare la tristezza, la disperazione, ti dimentichi la cerata, il gelo si impadronisce di te, preso! E sei morto. Chi muore si trasforma immediatamente in passato.


    Era negli anni in cui probabilmente eravamo ancora vivi. La frase con cui inizia il breve romanzo “Paradiso e Inferno” di Jón Kalman Stefánsson, definito uno dei migliori romanzi islandesi degli ultimi anni, sembra uscita da una Spoon River dei ghiacci, il racconto di coloro che sono ‘quasi tenebra’ e a cui restano solo i ricordi, che peraltro si stanno affievolendo. Ti parleremo di gente che viveva ai nostri giorni, più di cent’anni fa- ed infatti, come unico riferimento temporale, troviamo, ad un certo punto, la notizia di un romanzo appena pubblicato da Zola, di cui sono state vendute centomila copie. Un numero che pare esorbitante in un paese così scarsamente popolato come è l’Islanda e ancor più nel villaggio di pescatori dove vivono i personaggi di cui quei ‘noi’ che sono la voce narrante ci parleranno.
  Un uomo adulto, l’aitante Bárður, e il ragazzo il cui nome non ci viene mai detto sono amici. Forse il ragazzo, che ha perso prima il padre quando aveva sei anni e poi la madre e la sorellina, vede in Bárður un appoggio, una figura a metà tra amico, fratello, padre. Hanno in comune la passione della lettura, l’amore per le parole che risuonano come musica in orecchie in cui echeggia solo il fragore del mare. Bárður sta leggendo una traduzione del poema di Milton, “Il paradiso perduto”. Glielo ha prestato un vecchio capitano cieco che ha una libreria con ben quattrocento libri. Bárður è incantato dalla lettura. E’ stregato da quei versi. Legge, Nulla mi è delizia tranne te, e pensa alla fidanzata. Legge fino all’ultimo minuto prima di rispondere alla chiamata per uscire con la barca in mare. E scorda di prendere la cerata da infilarsi sul maglione. Una dimenticanza fatale per chi esce a pesca sul mare Artico. Tanto più che il tempo cambia, la tempesta di neve sorprende i pescatori al largo. Bárður morirà di freddo, senza che il ragazzo possa fare nulla per salvarlo: sarebbe inutile cedergli la sua, di cerata. Non gli va bene di misura, sarebbero in due a morire.

      Ogni volta che leggiamo un romanzo di formazione osserviamo come ci siano delle prove fisse da superare, per diventare adulti- la morte è, quasi sempre, il punto di svolta per chi si affaccia alla vita. C’è un momento di sosta obbligata, quando ci si trova davanti alla morte di chi ci è caro, per riflettere, per decidere, come fa il ragazzo, se si voglia scegliere di continuare a vivere o di seguire l’altro nella morte. E spesso la decisione è rimandata per il tempo di un viaggio- oppure è già questa una scelta, affidandosi alla sorte degli imprevisti di un percorso che è metafora della vita?

Il ragazzo parte. Con l’ultimo ricordo dell’amico, il libro da restituire al capitano cieco, il libro che parla di un paradiso che è andato perso. Anche il ragazzo ha perso il paradiso, o la speranza del paradiso. Il sentiero che deve seguire per arrivare al villaggio è pericoloso- altra cosa era stato farlo in due, con Bárður. Al ragazzo non importa, se anche precipitasse sulle rocce, giù fino al mare. Comunque arriva a destinazione. E inizia una lenta rinascita nella casa dove alloggia una insolita ‘trinità’, con la vedova che condivide il letto dei capitani di passaggio, la severa governante e il burbero capitano cieco a cui il ragazzo leggerà ad alta voce.
     “Paradiso e inferno” non è di certo un libro d’azione, o di avventura. E’ un libro da assaporare ad ogni parola (ci sono parole che hanno il potere di cambiare il mondo, capaci di consolarci e di asciugare le nostre lacrime), con quel refrain che ci insegue, Nulla mi è delizia tranne te (e lo si può riferire ad una persona amata di qualunque sesso), che ci fa vivere nella rarefatta atmosfera nordica (e pensiamo alle somiglianze e alle differenze con la tempesta nel Mediterraneo de “I Malavoglia”), che ci fa apprezzare il valore dell’amicizia. E quello di una salvifica letteratura.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
a breve pubblicherò la recensione del nuovo libro di Jón Kalman Stefánsson, "I pesci non hanno gambe". L'autore sarà presente al Nordic Festival (20 maggio-5 giugno, Milano).


   




martedì 19 maggio 2015

João Ricardo Pedro, “Il tuo volto sarà l’ultimo” ed. 2015

                                               Voci da mondi diversi. Penisola iberica
                                                        FRESCO DI LETTURA



João Ricardo Pedro, “Il tuo volto sarà l’ultimo”
Ed. Nutrimenti, trad. Giorgio De Marchis, pagg. 224, Euro 16,00
Titolo originale: O Teu Rosto Será o Último

    “Tuo padre fu uno degli ultimi a uscire. Non c’era quasi nessuno sul molo. Sembrava smarrito, come se fosse appena arrivato in una terra che non conosceva. Una terra dove non lo aspettava nessuno. Camminava accanto a un commilitone che lo teneva per un braccio, come se gli indicasse la strada. Per un attimo, temetti che fosse tornato cieco.
   “Cominciammo a correre, verso di lui. lo presi per il collo. Lo baciai. Lo guardai negli occhi. Lo baciai sugli occhi, ringraziando Dio che non fosse cieco.
  “Ma era come se lo fosse.
 “Ti guardò e domandò: ‘Come ti chiami, piccolo?’.

     Gli esperti di numerologia avrebbero da dire molto più di me osservando come certe date si ripetano in anni diversi, nel corso della Storia, a segnare avvenimenti di importanza epocale. Penso al 9 di novembre, all’11 settembre, al 25 aprile. In Italia il 25 aprile è l’anniversario della Liberazione del 1945, in Portogallo è quello della Rivoluzione dei Garofani del 1974 che mise termine alla lunga dittatura, di Salazar prima e di Marcelo Caetano poi. Il romanzo di João Ricardo Pedro, “Il tuo volto sarà l’ultimo”, vincitore del premio Leya 2011 per la migliore opera inedita in Portogallo, prende l’avvio proprio dal 25 aprile 1974: mentre il presidente dei ministri è assediato nella caserma di Lisbona, circondato da soldati che vogliono le sue dimissioni, in un villaggio nel cuore del paese viene ucciso Celestino, un uomo che era arrivato lì una quarantina di anni prima. Aveva perso un occhio, il dottor Augusto Mendes- l’ospite nella cui casa sono ora radunate persone importanti ‘del villaggio dal nome di mammifero’ che discutono gli avvenimenti del giorno- lo aveva curato, gli aveva messo un occhio finto per nascondere il buco sulla faccia, lo aveva assicurato che avrebbe taciuto sulla sua presenza. Finché la Storia lo aveva raggiunto.

    Si divide in sette parti, il romanzo di João Ricardo Pedro- nessun ordine cronologico per quello che ci viene raccontato, per lo più da Duarte, ‘il nostro Duarte’, nipote del dottor Augusto, figlio di Antonio Mendes che è stato mandato per ben due volte a combattere in Angola. Noi leggiamo la storia di tre generazioni e, naturalmente, la Storia del Portogallo, e dobbiamo riunire le fila, alla fine, per mettere insieme i frammenti delle diverse vicende che a volte si interrompono lasciandoci in sospeso per riprendere a sorpresa più avanti, a volte sono oscure, a volte sembrano venire alla luce con fatica, perché troppo dolorose per essere trasformate in parole. I nonni, i genitori, gli amici del nonno, gli amici di Duarte, il maestro di pianoforte, la maestra di canto- sono questi i personaggi che circondano i protagonisti, aggiungendo ognuno un dettaglio, una particella che ci aiuta a conoscere i Mendes.
Salazar
Il miglior amico del nonno si chiamava Policarpo. Era da lui che il dottor Augusto Mendes aveva acquistato la proprietà di Fundao dove si era ritirato ad esercitare la professione di medico: una sorta di esilio lontano dal potere, tanto quanto quello di Policarpo che era andato via dal Portogallo e, fedele alla sua promessa, aveva scritto una lettera all’anno- un costante aggiornamento su quanto succedeva ‘fuori’, dall’avvento di Hitler alla vittoria degli alleati e alla morte di Stalin. Una lettera di Policarpo, datata 1975, si interrompeva a metà. Sarà Duarte a cercare di ricostruirne la fine. Era una lettera scritta da Buenos Aires dove Policarpo aveva incontrato un famoso pianista tedesco che si era amputato la mano sinistra quando aveva saputo per chi fosse stato obbligato a suonare. Un silenzio musicale che richiama quello di Duarte, estremamente dotato, che, all’improvviso, si rifiuta di suonare quando si accorge di diventare uguale alla musica che suona e che trabocca di dolore.
Mentre il nonno Mendes trova rifugio a Fundao (il nome della catena di montagne alle spalle di Fundao, Gardinha, vuol proprio dire ‘rifugio’, suo figlio lo apprenderà in Angola), il nonno materno, che aveva appoggiato la campagna di Humberto Delgado in opposizione a Salazar, sarà arrestato e ucciso. A Duarte che chiedeva chi fosse Salazar, suo padre dapprima aveva risposto, “Un terzino sinistro del Belenenses”, e poi, “uno stronzo che ha ammazzato tuo nonno, il padre di tua madre”. Ma Salazar era anche responsabile della cruenta impresa nelle colonie, da dove Antonio Mendes era tornato del tutto cambiato, incapace perfino di riconoscere il figlio. “Cosa è successo a mio padre in Angola, quella seconda volta?”, chiede Duarte all’ispettore che indaga alla fine sulla morte di Antonio e che era lo stesso uomo che lo sorreggeva allo sbarco della nave che lo riportava in patria. “Non dovrebbe essere difficile per te immaginare l’orrore”, gli risponde.

    Eppure non ci sono solo storie drammatiche ne “Il tuo volto sarà l’ultimo”. Non c’è solo la malattia del nonno e quella della mamma, seguita dalla morte di entrambi. Ci sono anche le storie d’amore del nonno e poi quella del padre per la sua ‘madrina di guerra’, ci sono, per completare il quadro, storie buffe dell’infanzia e dell’adolescenza di Duarte.
Quella di João Ricardo Pedro è la prima voce portoghese che si annuncia ‘grande’ dopo quella di Antonio Lobo Antunes.

la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it




lunedì 18 maggio 2015

Anna Grue, “Nessuno conosce il mio nome” ed. 2013

                                                             vento del Nord
     cento sfumature di giallo


Anna Grue, “Nessuno conosce il mio nome”
Ed. Marsilio, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 332, Euro 18,00
Titolo originale: Dybt at falde

   “Conosce il cognome di Sally?”
   “Né di Sally né di Lilliana. Non sono nemmeno sicura che i nomi siano veri.” Si mordicchiò il labbro inferiore. “Tutte questa ragazze…hanno qualcosa o qualcuno da cui nascondersi. Per molte è l’ufficio immigrazione, ma a volte si tratta della famiglia che vuole imporre loro un matrimonio forzato, o di un marito violento. O del loro protettore, se è per questo. Si sentono storie terribili, mi creda.”


       Eh, sì, un’altra scrittrice nordica, Anna Grue. Danese questa volta, e i suoi paesaggi ci sembrano quasi mediterranei in paragone all’estremo Nord delle isole Svalbard del romanzo di Monica Kristensen letto di recente. Incomincio a leggere un poco diffidente, e invece resto subito catturata dalla vicenda e dalla sveltezza dello stile narrativo.
     “Nessuno conosce il mio nome” inizia con una persona nascosta nell’armadio di un ufficio, in attesa del momento adatto per uccidere. La vittima predestinata è la donna delle pulizie serali- viene strangolata con una garrota. Era estone, si chiamava Lilliana, non si sa quasi nulla di lei, neppure l’agenzia di pulizie è in grado di fornire dettagli: è chiaro che la donna lavorava in nero, per il fisco era sufficiente dichiarare soltanto l’altro lavoratore- un ragazzo danese di nome Benjamin- che faceva i turni insieme a lei. Poco dopo, però, scompare Sally, la bellissima ragazza nigeriana che era sua amica, secondo Benjamin. Sally verrà trovata morta su una spiaggia, uccisa con incredibile violenza. Gli assassini devono essere stati due, le modalità dei delitti sono troppo diverse, e però ci deve essere un collegamento.
  C’è un commissario di polizia che si occupa delle indagini, ma Anna Grue ha scelto di non fare di lui il protagonista principale che è, invece, Dan Sommerdahl, brillante pubblicitario che lavora nell’edificio dove Lilliana è stata uccisa. Il tocco della penna femminile si sente nella descrizione della vita familiare di Dan (sposato con un medico, Marianne, due figli) e della sua recente depressione causata dallo stress di un lavoro che, pur avendolo fatto avanzare nella carriera, non è più quello della sua vocazione. Dan Sommerdahl, a cui i giornalisti daranno il soprannome scherzoso di ‘detective calvo’ con chiara allusione alla sua testa, ci riesce subito simpatico perché è uno ‘come noi’, con l’amore per la moglie (che ha rubato all’amico ispettore di polizia e che in passato ha a volte tradito) e per il vecchio cane, la passione per la sua Audi nera (aziendale, purtroppo), la depressione di cui non si vergogna a parlare (perché mai la depressione è assolutamente negativa nel curriculum di un uomo e non in quello di una donna?). Quasi per caso, visto che è stato lui ad identificare il cadavere di Lilliana, Dan si trova ad affiancare la polizia nelle indagini, mostrando un fiuto eccezionale, nonostante alcuni passi falsi.

   Anna Grue è una scrittrice donna che affronta un tema che colpisce da vicino le donne- quello delle donne schiave, ‘esportate’ all’estero dal loro paese con false promesse e buttate sul marciapiede, dopo essere state stuprate e torturate in modo da annullare qualsiasi loro resistenza. Non possono rivolgersi alla polizia, non hanno documenti, verrebbero rimandate nel loro paese dove le aspetterebbe il vecchio ‘padrone’ che le rimetterebbe su un aereo per gettarle di nuovo sul mercato. Non c’è solo il Male, per fortuna, in questo mondo. Ci sono persone disposte ad aiutare queste infelici, in una sorta di rete sotterranea. E tuttavia il limite tra Bene e Male è spesso confuso, perché tutto è relativo: qualcosa che è ingiusto, che è Male (salari inadeguati e in nero), può essere tuttavia un Bene in paragone ad un Peggio- si tratta pur sempre di lavorare e di avere un alloggio anche se a prezzo non equo. Che poi, tra chi si occupa di questo traffico umano, ci siano sia gli idealisti sia gli sfruttatori, quelli che sembrano degli ingenui e quelli che sono i furbi, è cosa risaputa, purtroppo.

   Un altro bel giallo nordico, “Nessuno conosce il mio nome”, dunque. Appassionante e rivelatore (guarda un po’, e noi che pensavamo che l’aria algida della Danimarca fosse un baluardo contro le brutture della società). Incalzante e non cruento. Umano.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
a breve leggerete la recensione de "Il bacio del traditore", nuovo romanzo di Anna Grue che sarà presente al Nordic Festival di Milano (20 maggio-5 giugno 2015)


domenica 17 maggio 2015

L.R. Carrino, “La buona legge di Mariasole” ed. 2015

           Casa Nostra. Qui Italia
            noir
            FRESCO DI LETTURA

L.R. Carrino, “La buona legge di Mariasole”
Ed. e/o, pagg. 205, Euro 16,00


    Sarò la sorella del silenzio e dell’omertà. Sarò la faccia che ordinerà chi vive e muore nella nostra città. Il mio destino è quello di portare avanti questa famiglia. il mio destino è averti perso e non c’è scampo, Giovanni, non c’è un altro modo, un altro spazio per me, come non c’è stato per te. Devo essere quello che non avrei mai voluto essere, ma è la vita che mi sta chiamando, la vita mia che devo essere e non posso dire un altro no.

     Giovanni Farnesini è morto. Uno sparo in fronte sugli scogli di Mergellina. Anche Salvatore, che era con lui, è morto. Il funerale di Giovanni, però, parte da casa sua, dove lo hanno portato per rivestirlo con un abito di Armani. I pesci seguiranno il funerale di Salvatore, ragioniere di Acqua Storta, il clan della famiglia Farnesini guidato dal boss Don Antonio, padre di Giovanni.
     Chi racconta la storia, quanto è successo a Giovanni, le vicende che hanno portato alla sua morte e quelle che seguiranno, chi spiega le complicate relazioni tra le famiglie della camorra napoletana, è Mariasole, cognome da ragazza Simonetti, moglie di Giovanni, figlia di Don Pietro Simonetti che è chiuso in carcere, nuora di Don Antonio Farnesini che tira le fila e impartisce ordini dal bunker da cui non esce da anni. Mariasole che si aspettava altro dalla vita, lei che aveva una laurea in Economia ed è finita a gestire un negozio di detersivi, lei a cui è stato imposto il matrimonio con Giovanni per un’alleanza di famiglie: lo disprezzava e poi se ne era innamorata perdutamente, tanto da perdonargli tutto, anche quello di cui era all’oscuro, ed avevano avuto un figlio. Giovanni, però, aveva fatto il peggior errore per un camorrista, quello di ragionare con il cuore e non con il cervello. Ed andava eliminato.

    Mariasole era destinata a prendere il suo posto, guadagnandosi il rispetto dei membri delle altre famiglie, ‘compagne di carne’ dei Farnesini o da loro stipendiate. Doveva fare violenza su se stessa per diventare quella che non era, far vedere di chi era figlia e di chi era nuora, altro che ‘femmina’. Sarebbe diventata ‘un uomo d’onore’. Si sarebbe guadagnata il titolo di ‘Donna’ Mariasole. A quale prezzo, però. Che scia di morti alle spalle. Il suo bambino di sette anni mandato in casa di amici a Firenze dopo che qualcuno ha cercato di ucciderlo insieme a lei, Mariasole. Il peso di una realtà mai conosciuta nei particolari e che ha il puzzo sulfureo dell’inferno. L’accettazione dell’inesorabile legge di Acqua Storta- e di tutta la camorra: chi mette a rischio la credibilità, gli interessi e l’onore del clan, chi può in qualche modo danneggiare gli altri affiliati, va eliminato senza pietà, chiunque egli sia.
    Mariasole non si tira indietro. Mariasole è costretta a ‘crescere’. Come una pianta storta, ma cresce. E tuttavia lei sarà diversa da tutti perché, prima di ogni altra cosa, lei è madre. “Sono la madre di nostro figlio Antonio e questo è tutto quello che conta e te lo giuro, Giovanni, ti giuro che nostro figlio non diventerà né come tuo padre né come te”. E allora per lei c’è una legge non registrata negli articoli della legge della camorra. “E’ una legge naturale, la legge più buona del mondo, quella che disciplina la cura di una madre per suo figlio.” Se il fine giustifica i mezzi, nell’orrore dobbiamo giustificare Mariasole.

    Scorre veloce, il romanzo dello scrittore napoletano Luigi Romolo Carrino. Un racconto agghiacciante da cui non riusciamo a staccarci, più disturbante e inquietante di qualunque trama di thriller, perché rivela una rete vasta che finisce per coinvolgerci tutti nei suoi risvolti negativi, perché lascia indovinare altro che è nascosto e che è, per questo, ancora più spaventoso e pericoloso. Carrino usa uno stile perfetto per parlarci della camorra- è come un codice da decifrare, niente viene mai detto apertamente, neppure a noi lettori, è la nostra mente che deve saltare agilmente al di là delle parole, afferrando il non detto o sottinteso o alluso.

    
la recensione sarà pubblicata su www.wuz.it


Catherine Dunne, “Tutto per amore” ed. 2011

                                         Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                 il libro ritrovato


Catherine Dunne, “Tutto per amore”
Ed. Guanda, trad. Ada Arduini, pagg. 358, Euro 18,00
Titolo originale: Missing Julia

      Oppure c’è qualcos’altro, magari un uomo, di cui lui non sa nulla? Che sia fuggita con un altro, oppure da qualcun altro? William scuote la testa. Troppo semplice. Non è per niente da Julia. Quando è necessario lei è una tosta, onesta, poco incline ai compromessi. Se avesse smesso di amarlo, glielo avrebbe detto. La regina sulla scacchiera è l’unico indizio che ha. Qualcosa ha fatto vacillare Julia, l’ha fatta sentire fuori posto nella sua stessa vita.

        Sono tutte donne, le protagoniste di “Tutto per amore”, il nuovo romanzo della scrittrice irlandese Catherine Dunne. Con l’eccezione di William, il compagno del personaggio principale, Julia Seymour, che ha, tuttavia, un ruolo così importante da avere dei capitoli per sé, alternati a quelli intitolati ‘Julia’, per raccontare una sola storia vissuta da due diversi punti di vista: Julia è colei che compie delle scelte, William la segue, cercando di capire, per amore. Perché il titolo scelto per l’edizione italiana spiega sia il mistero che circonda Julia (di cui non potrò dire nulla, per ovvii motivi) sia il percorso seguito da William alla ricerca di Julia.
      Julia Seymour è un medico in pensione. Vive a Dublino, è vedova, ha una figlia sposata con due bambini. Da tre anni ha una relazione con William, scrittore di romanzi polizieschi. E’ successo quello che pareva impossibile, innamorarsi di nuovo, in età non più giovane. William ha comprato un anello, pensa di chiedere a Julia di sposarlo. Ma Julia scompare. Il lettore non conosce il motivo della sua decisione, ma segue i suoi preparativi. Sono mesi che Julia programma la partenza: ha svuotato gli armadi, viaggerà leggera, un trolley, uno zainetto di tela, la borsa del computer. Si allontana nelle prime ore del mattino e si imbarca sul traghetto per l’Inghilterra non dal porto più ovvio, ma da quello nell’Irlanda del nord. Si dirigerà poi verso Londra, dove sarà ospite di un’ amica. Da Londra prenderà un aereo per l’India, dove era già stata in viaggio con un’altra amica.

    Passano un paio di giorni prima che William si allarmi perché Julia non ha risposto ai messaggi lasciati sulla segreteria telefonica- ma Julia aveva detto che sarebbe andata a incontrare un’amica a Wicklow. Quello che è strano, che la figlia si rifiuta di accettare e che William non capisce, è che Julia non abbia lasciato detto nulla. Almeno, nulla di esplicito, perché William è certo che la regina bianca posizionata su un riquadro nero della scacchiera sia una sorta di messaggio cifrato per lui, scrittore di gialli. Un indizio che è un invito a cercarla, a seguirla.

    “Missing Julia” è il titolo originale che sfrutta un gioco di parole intraducibile. Perché il participio presente missing può riferirsi a chi sente la mancanza di Julia oppure a Julia che è scomparsa. E la narrazione procede lungo i due filoni del racconto, con il devoto, innamorato, paziente William che cerca le amiche di Julia (ah, perché prestava così poca attenzione quando lei parlava dell’una o dell’altra!) per interrogarle sui possibili motivi di Julia per allontanarsi o sulla direzione che lei può aver preso (come un investigatore dei suoi romanzi) e, nello stesso tempo, ricostruisce la storia del loro amore. Dall’altra parte seguiamo il viaggio di Julia e, a poco a poco, comprendiamo che cosa l’abbia spinta a partire e perché abbia agito come ha fatto, senza lasciar detto nulla. Per amore, tutto per amore. Sia le sue scelte, impegnative e ponderate, nel passato. Sia quelle che ha appena fatto e che la portano in India.

    Catherine Dunne è straordinaria nel dar voce alle donne: non sono soltanto i dialoghi che risultano così naturali e credibili, per le parole usate e per gli argomenti, ma è proprio la vivezza e la quotidianità delle amicizie femminili che balza fuori da tutti i suoi romanzi come un prezioso tesoro. Questo piccolo mondo femminile, che si allarga spaziando dall’Irlanda alla California a Mumbay e che è capace di offrire solidarietà e conforto, è la parte migliore di un romanzo che affronta un tema molto serio e molto attuale, molto umano e molto doloroso, e che però risulta sfumato nello sforzo  della protagonista di cercare un compenso, o un riscatto per le azioni compiute.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


venerdì 15 maggio 2015

Susan Abulhawa, “Nel blu tra il cielo e il mare” ed. 2015

                                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente
             FRESCO DI LETTURA


Susan Abulhawa, “Nel blu tra il cielo e il mare”
Ed. Feltrinelli, trad. Silvia Rota Sperti, pagg. 300, Euro 16,00
Titolo originale: The Blue Between Sky and Waters

     In quegli attimi tutto sembrò possibile. Le incertezze e le precarietà della vecchiaia, la malattia in remissione dentro il corpo di una madre, padri e fratelli senza lavoro, un figlio che tornava dopo una vita dietro le sbarre, un bebé dentro il grembo di una donna non sposata, le potenzialità di una bambina. Tutte queste cose- rinchiuse e sbarrate dal mare e dalle navi da guerra a ovest, dai reticolati elettrici e dai cecchini a est, da formidabili eserciti alle due estremità, nord e sud- potevano essere superate.


     Khaled, amico immaginario della piccola Mariam. Khaled, figlio di Alwan, imprigionato nella sindrome ‘locked-in’ dopo un attacco israeliano alla striscia di Gaza. E’ la voce muta di Khaled, del primo leggendario Khaled che si è come riincarnato nel secondo, figlio tanto atteso che ora giace su un letto sbattendo le palpebre una volta per un ‘sì’ e due volte per un ‘no’, che introduce ogni capitolo del nuovo romanzo della scrittrice americano-palestinese Susan Abulhawa, “Nel blu tra il cielo e il mare”, intessendo il canovaccio su cui si disegnano le storie della famiglia Baraka.
    E’ il 1948, quando tutto incomincia. L’anno glorioso per Israele, funereo per la Palestina. L’anno della nakba- per gli arabi la tragedia che corrisponde alla Shoah per gli ebrei. L’anno in cui la famiglia Baraka abbandona la casa di Beit Daras, sospinta dalla violenza di un tornado umano verso la striscia di Gaza, quella che diventerà una prigione a cielo aperto. Muore la piccola Mariam, a Nazmiyeh capita quello che capita alle donne su cui si sfoga l’animalesca brutalità dei soldati, Mamduh resterà zoppo. Eppure, nonostante la precarietà della vita, nonostante lo spazio limitato, la sporcizia, le malattie, i posti di blocco, i tunnel attraverso cui è giocoforza far transitare alimenti e medicine, i raid israeliani che si traducono in arresti e ferimenti e morti, c’è una forza vitale che si sprigiona da un lembo di terra di 360 chilometri quadrati con 4570 abitanti per chilometro quadrato, uguale a quella di Khaled, prigioniero nel suo corpo, senza possibilità di muoversi tranne che per quel battito di palpebre, come ali di una farfalla.

Il romanzo di Susan Abulhawa, una storia di quattro generazioni di donne di cui l’ultima, che ha il bel nome di Nur, Luce, è nata in America, può sembrare troppo lieve, troppo incredibilmente ottimista nel buio della situazione storica reale, eppure, forse, è proprio quello il suo intento- farci ricordare che, al di là di tutto, non c’è solo la morte a Gaza, non ci sono solo rabbia e ribellione. A Gaza si cerca di vivere in una qualche maniera, si organizzano matrimoni, si parla di amore e di sesso, nascono bambini (quanti per Nazmiyeh? una dozzina prima che nasca la femmina desiderata a cui dare il nome di Alwan), si organizzano feste sulla spiaggia, nel blu tra il cielo e il mare, si va a pesca sfidando la sorveglianza israeliana che spara ingiustamente accusando di aver superato il limite di acque territoriali. “Nel blu tra il cielo e il mare” ci parla soprattutto di donne. In una società in cui la donna perde la sua identità alla nascita del primo figlio maschio, dimenticando il suo nome e diventando ‘Umma’, Madre, Umma Khaled, Umma Mahmuz o qualunque sia il nome di chi porterà avanti la stirpe, è tuttavia la donna il pilastro della famiglia, quella che consola e che nutre e che comprende. La sposa americana di Mahmuz, che è andato a vivere negli Stati Uniti, non è ‘dei loro’ e non sarà mai una madre vera per la piccola Nur. E Nur, la luce della vita del nonno, tornerà in Palestina perché ha letto del caso di Khaled senza sapere che il destino romanzesco ha in serbo per lei il ritrovamento della sua famiglia.

     Il personaggio di Nur è importante, tanto quanto quello del narratore muto. Nur è la donna che arriva da un’altra cultura e da un altro stile di vita e che pensa di potersi comportare in Palestina come si comporterebbe in America. Paga il prezzo per questo e però trova, nelle donne di famiglia, un calore, un sostegno, una ricchezza affettiva che sono andati persi lontano da lì, nei paesi in cui la pace è la norma.

     Il romanzo di Susan Abulhawa non è straordinario, merita però di essere letto perché, in maniera garbata, con un pizzico di realismo magico in adattamento arabo, riporta la nostra attenzione su un problema spinoso, doloroso e di difficile soluzione.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 14 maggio 2015

Catherine Dunne, Donna alla finestra ed. 2010

                                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                 il libro ritrovato

Catherine Dunne, Donna alla finestra
Ed. Guanda, trad. Ada Arduini, pagg. 299, Euro 16,50

Dublino. Una coppia, Lynda e Robert. Due figli adulti, Katie, all’università a Galway, e Ciaràn che frequenta l’università a Dublino e dà qualche problema. Il fratello di Robert, Danny, da sempre uno scapestrato. Ciaràn chiede ai genitori di poter ospitare l’amico Jan che ha problemi in famiglia. Strane cose incominciano a turbare la quiete della casa: immondizie scaricate in giardino, sensori di luce che non si accendono, l’anello di fidanzamento di Lynda che scompare e riappare in bagno…Finché Ciaràn viene convocato dalla polizia per stupro. Lui non ricorda nulla. Che cosa o chi c’è dietro tutto questo?

INTERVISTA A CATHERINE DUNNE, autrice di Donna alla finestra

   L’Irlanda del 2009 è lontana anni luce dall’Irlanda de Le ceneri di Angela, il famoso romanzo di Frank McCourt trasformato in un altrettanto famoso film. Sono scomparse la miseria totale, le case fatiscenti, i materassi per terra e senza lenzuola, le nidiate di bambini con il moccio al naso, le mogli che vanno a recuperare i mariti ubriachi al pub, i preti dalla presenza fin troppo ingombrante. Ma non è neppure la stessa degli scintillanti anni ‘90, quando aveva preso la rincorsa e si era trasformata nel paese esemplare della nuova economia. Catherine Dunne, la Jane Austen irlandese dei nostri giorni, ha sempre guardato con occhio attento la vita quotidiana della classe media del suo paese, dandoci dei romanzi che sono uno specchio di piccoli avvenimenti, di cambiamenti di modelli, una registrazione di conversazioni per lo più femminili- donne che si confidano, che si indagano, che non accettano più i vecchi tabù, che riflettono sulla direzione che sta prendendo la nuova Irlanda. Ancora una donna, dunque, al centro della scena nel nuovo romanzo, Donna alla finestra. Una donna che continua la tradizione della forte figura femminile che è propria di tutta la narrativa irlandese e che nello stesso tempo è del tutto moderna nella scelta del lavoro (insegna, dipinge, progetta giardini giapponesi) e nella consapevolezza della società in cui vive. Che fine ha fatto la Tigre celtica?- si domanda Lynda. La recessione è evidente ovunque, le banche non concedono più prestiti, l’impresa edilizia di suo marito Robert è in crisi, in più ci sono i problemi creati dal figlio, tipico rappresentante della generazione giovane che non ha mai lavorato un giorno, spende i soldi di papà e nello stesso tempo ha un atteggiamento sprezzante nei suoi confronti. La relativa tranquillità della famiglia è riflessa simbolicamente nel giardino giapponese che Lynda ha creato e che ama tanto- la prima cosa che esce a contemplare al mattino.
Un’immagine di quiete e ordine, con una grossa tartaruga di pietra che rappresenta la sicurezza della casa stessa.
      Lo sconosciuto che si muove di notte intorno alla casa è pagato da un ignoto Intrallazzatore per infrangere questa quiete, per frantumare l’idillio del successo e della famigliola felice in un crescendo di azioni vandaliche che culminano proprio nella distruzione del giardino. Non sveliamo niente che il lettore non apprenda fin dalle prime pagine, dicendo che c’è Danny, il fratello minore di Robert, dietro tutto questo. Lasciamo però il gusto di scoprire il perché, leggendo le vicende del passato, e quale sia il nesso tra Jan, il Ragazzo d’Oro, e la famiglia in cui si è inserito.
     La narrazione di Catherine Dunne ha un andamento piano che non sprizza del pungente umorismo di Jane Austen, ma lo stile ha una garbata eleganza che conquista il lettore. Soprattutto ammiriamo i personaggi femminili di Catherine Dunne: la madre di oggi, Lynda, che si sforza di capire il figlio e di essergli di aiuto, mentre nello stesso tempo incoraggia il marito che è in difficoltà con il lavoro; la madre di ieri a cui il figlio Danny ha causato un dolore immenso; la figlia Katie che si precipita a tornare a casa per essere d’aiuto ai genitori. Sono belle figure, vive, esemplari, attuali.
Stilos ha incontrato Catherine Dunne per parlare con lei del suo romanzo e della crisi economica in Irlanda.



Il suo nuovo romanzo riflette la crisi economica in Irlanda. Si avverte un certo qual senso di sorpresa, come se nessuno se l’aspettasse. Lynda si chiede perché la Tigre celtica sia fuggita così in fretta. Perché? E la crisi era del tutto inaspettata?
     Non credo si possa dire che fosse del tutto inaspettata. Eravamo consapevoli della crisi dei prestiti sub-prime negli Stati Uniti, quindi certamente non credevamo che saremmo rimasti immuni da una crisi globale. E Lynda ha l’età per ricordare la spaventosa recessione degli anni ‘80, perciò per lei, a differenza delle generazioni più giovani, le difficoltà economiche non erano completamente nuove.
Invece, quello che è stato inaspettato sono stati il modo improvviso e la portata della situazione irlandese. Questo è stato il problema per la maggior parte degli irlandesi. Non la recessione in sé che eravamo stati avvisati che sarebbe arrivata. Ed erano un paio di anni che l’Istituto di Ricerca Economica e Sociale ci metteva in guardia sul fatto che la nostra prosperità- nel commercio e nell’edilizia- era di molto sovrastimata. Era una bolla e avrebbe finito per scoppiare. Infatti è scoppiata. Certo, sotto la pressione di questioni globali, ma- e questo è il ma fondamentale- la nostra crisi è stata resa peggiore dalla corruzione, dalla mancanza di regolamentazioni finanziarie adeguate e dall’avidità. Le nostre banche sono crollate, una dopo l’altra. Sono venuti alla luce accordi per cui le banche avevano ‘collocato’ grosse somme l’una sui conti dell’altra per far apparire positivi i bilanci. Una volta conclusa la revisione dei conti, il denaro fu nuovamente ritirato. Si è parlato di questa tecnica come dell’accordo ‘bed and breakfast’.
In apparenza alcuni di questi accordi non erano strettamente illegali, ma per quello che riguarda la maggior parte degli irlandesi erano di certo sbagliati. Così quelli che pagano le tasse devono scontare il comportamento di un ‘circolo dorato’ di individui senza scrupoli, avidi, sregolati e straordinariamente ricchi. La banca anglo-irlandese che cito nel romanzo è stata la prima colpevole riguardo a questo. Ha concesso dapprima prestiti- grosse somme legate a prezzi terrieri molto gonfiati. Il resto si può immaginare. Attualmente in Irlanda ci sono circa un quarto di milione di case vuote in aree edificabili non finite in ogni città e villaggio del paese. E’ un altro scandalo nazionale.


Anche nei suoi libri precedenti c’era un certo sguardo di sorpresa per i cambiamenti in Irlanda e nella società irlandese. In questo libro mi sembra ci sia del timore in questo sguardo di sorpresa, come se non le piacesse quello che vede e si domandasse, ‘dove siamo andati?’. O forse si tratta solo del fatto che tutti questi cambiamenti sono sopraggiunti così in fretta?

     Certamente la velocità dei cambiamenti in Irlanda è stata stupefacente. In trent’anni, dalla nazione povera e sottosviluppata che eravamo, con caratteristiche in comune con i paesi del terzo mondo, siamo diventati un paese di cultura, sofisticato, con un’economia fiorente. Molte cose sono cambiate in meglio: infrastrutture, opportunità di lavoro e, non meno importante, una sensazione di maggiore fiducia in noi stessi come nazione. Non era la perfezione: il sistema sanitario è sempre stato scadente e l’accesso allo studio un problema per i meno abbienti. L’economia è progredita in modo costante e poi sono iniziati ad affiorare i classici segnali del ‘boom’. Non c’erano più alloggi a buon mercato- e gli irlandesi hanno sempre preferito comprare piuttosto che affittare. Si è arrivati al punto in cui anche affittare era diventato quasi impossibile. Il costo della vita cresceva. Alcuni si sono arricchiti parecchio, almeno per gli standard irlandesi. E poi è iniziato il crollo, nell’autunno del 2008. Da allora la gente si chiede: dove si è sbagliato? Perché i nostri ministri non hanno esercitato un controllo, soprattutto per l’edilizia? E come abbiamo fatto a perdere di vista quelli che credevamo essere i nostri valori? In Irlanda si sta procedendo ad una revisione totale di quello in cui credevamo. Siamo rimasti scossi dal senso di tradimento, sia per gli scandali delle banche, sia per quelli in politica e, ancora peggio, nella Chiesa cattolica. Una Chiesa che la maggior parte della gente pensa abbia perso credibilità per gli scandali di abusi sui bambini e gli sforzi deliberati per coprire le sue colpe.

Ci sono due crisi parallele nel romanzo: una è la crisi economica nella famiglia e l’altra è la crisi nel rapporto genitori-figli. Anche in Irlanda i genitori sono diventati iperprotettivi, impedendo la crescita responsabile dei figli?
     Credo proprio che l’attuale generazione dei ventenni, che non hanno mai conosciuto la recessione, non siano mai stati esposti agli stessi livelli di difficoltà economiche dei loro genitori. Come per tutti i cicli di comportamento umano, i genitori hanno voluto che i figli godessero degli agi e dei privilegi che loro stessi non avevano avuto- penso che sia una reazione normale a qualunque forma di privazione. Quanto all’essere iperprotettivi, anche quello è un risultato del crollo delle certezze che questa società ha sperimentato. Soprattutto del crollo della fiducia nelle istituzioni che credevamo dovessero proteggerci. Ma c’è anche un altro tipo di ‘protezione’: quella di rendere troppo facile la vita dei nostri figli, di essere troppo ansiosi di fornire quello che si dovrebbe acquisire con lo sforzo. I sociologi pensano che noi genitori ci sentiamo spesso colpevoli e abbiamo bisogno di compensare la mancanza di tempo e di interazione significativa con i nostri figli dando loro denaro come sostituto per quello. Troppi soldi quando si è giovani creano problemi. Ciaràn, per esempio, è irresponsabile, difficile da trattare. Non è l’unico. Ma forse Lynda e Robert pensano che, dandogli tutto quello di cui ha bisogno, non possa succedere nulla di male. Se c’è qualcosa che la vita ci insegna è che la vita stessa è fragile e imprevedibile. E il benessere economico di Lynda e Robert non è sufficiente per proteggere il figlio dai pericoli che lui non ha le armi per fronteggiare.

Mi sono chiesta se uno dei motivi per la presenza del personaggio di Danny è mostrare che ci sono sempre stati problemi tra genitori e figli, in tutte le generazioni. C’è una differenza tra Danny e Ciaràn?
    Certo, problemi tra genitori e figli è un dato di fatto. Penso spesso ad una frase di un film che mi è piaciuto, La strada per la perdizione. Il personaggio incarnato da Paul Newman riflette sulla sua vita e dice: ‘I figli sono venuti al mondo per creare guai ai padri’. Conflitto, aspettative deluse, tradimento- sono il materiale di vita vissuta e perciò della narrativa.
Danny è un uomo complesso. Si sente trascurato, secondo arrivato, non capito. Ma la sua mancanza più tragica è il suo negare: rifiuta di assumersi la responsabilità per le scelte che ha fatto. Tutto è sempre colpa di qualcun altro. Non vuol dire che non provi simpatia per lui: l’avvenimento che lo fa uscire dalla famiglia non è voluto da lui. Ma rifiuta la responsabilità per le conseguenze di quell’atto. Alla fine del romanzo Ciaràn, invece, accetta di riconoscere che ha un problema. Non nega più la sua responsabilità, ma ha una strada lunga da percorrere. E chi sa come diventerà? Io non lo so. E l’ho inventato!

Mentre la trama si sviluppa e sappiamo di più dei personaggi, c’è un accenno all’idea che il Male passi da padre in figlio: il Male è nei geni?
     E’ una domanda a cui è difficile rispondere. Credo che il Male esista. Per me è mancanza di empatia, incapacità di sentire o immaginare il dolore degli altri. Non credo che venga tramandato nei geni. Ma forse il venire a contatto con il male quando si è giovani predispone qualcosa a diventare attivo. Una delle cose più difficile da accettare è il fatto che il male è, per lo più, compiuto da persone del tutto ordinarie e non da mostri.

Il dettaglio del giardino giapponese mi ha incantato. Ci ho visto un significato metaforico: perché ha scelto questo tipo di giardino, così insolito in un paesaggio irlandese?

     Penso perché per me incapsulava un livello di sofisticazione e di consapevolezza estetica che appartiene alla visione del mondo che ha Lynda. Che tutto è sicuro, tutto va bene. Casa, marito, denaro: niente può disturbare la tranquillità del suo mondo. La tartaruga di pietra nel giardino è il simbolo di quella serenità e della buona fortuna, come lo è nel disegno del giardino giapponese. Ma tutta quella immobilità sta per essere disturbata. Niente può proteggerla dalla vulnerabilità che inizia a sentire. La fiducia di Lynda nella sua vita borghese è un’illusione. Capire tutta quella fragilità, tutta l’imprevedibilità della vita: quello è il viaggio di Lynda.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos