domenica 15 febbraio 2015

Adam Johnson, “Il Signore degli Orfani” ed. 2013

                                                             Voci da mondi diversi. Asia
                                                             il libro ritrovato


Adam Johnson, “Il Signore degli Orfani”
Ed. Marsilio, trad. Fabio Zucchella, pagg. 554, Euro 21,00
Titolo originale: The Orphan Master’s Son

Nella Prigione 33 a poco a poco rinunciavi a tutto, a cominciare dal tuo domani a da tutto ciò che avrebbe potuto essere. poi se ne andava anche il tuo passato, e all’improvviso ti risultava incomprensibile l’idea di aver appoggiato la testa su un cuscino, di aver usato una saponetta o una stanza da bagno, l’idea che un tempo al tua bocca avesse conosciuto dei sapori, che i tuoi occhi avessero visto colori diversi dal grigio, dal marrone, dalla tonalità di nero assunta dal sangue. Prima di rinunciare a te stesso- e G aveva provato quella sensazione, simile all’intorpidimento che coglie le membra congelate- ti staccavi da tutti gli altri, da tutte le persone che conoscevi.

          John Doe è, in inglese, il nome che indica il signor Nessuno, o l’uomo qualunque. Si chiama Jun Do il protagonista dello straordinario romanzo di Adam Johnson, “Il Signore degli Orfani”. A Jun Do il nome venne dato come avviene di prassi per gli orfani nella Corea del Nord, scegliendolo tra quelli dei centoquattordici martiri della Patria, anche se Jun Do non era un vero e proprio orfano, era il figlio del direttore dell’orfanotrofio la cui moglie (e madre del bambino) era scomparsa. Ma sono talmente tante le persone che scompaiono nella terra governata dal Caro Leader Kim Jong-Il che è meglio non fare mai domande su dove siano finite.
Prendiamo gli anziani, ad esempio. A quanto pare tutti gli anziani si godono la meritata tranquillità della pensione nella città di mare di Wonsan. Nessuno si è mai fatto vivo con una lettera? Ebbene, hanno il diritto di stare finalmente in pace e di non preoccuparsi di niente e di nessuno. Quando l’attrice Sun Moon dice al Caro Leader che desidererebbe tanto avere notizie di sua madre che si trova a Wonsan, lui la rassicura: riceverà certamente una lettera da lei, scritta a macchina. Ma questo accade in un incontro cruciale verso la fine del romanzo, quando il lettore ha già capito che niente di quanto viene detto corrisponde alla realtà nella Repubblica Democratica Popolare di Corea, che c’è un risvolto buio per tutto, che la vita quotidiana è più o meno identica a quella descritta da Orwell in “1984”, che la differenza tra un Caro Leader, un Piccolo Padre o un Grande Timoniere, è solo nell’inventiva pateticamente e grottescamente affettuosa con cui i dittatori si scelgono il titolo con cui vogliono essere chiamati (tutto sommato, “Duce” era più dignitoso)- tutti loro sono padroni della vita e della morte dei cittadini, tutti, esattamente come il Big Brother orwelliano, spiano anche i pensieri di coloro che sono democraticamente i loro sudditi, dettandogli la maniera di interpretare gli eventi nazionali e internazionali.
Wonsan

    “Il Signore degli Orfani” è un terribile romanzo di formazione e, nello stesso tempo, è romanzo di avventura, storia d’amore e satira politica che va al di là di qualunque distopia. C’è un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita di Jun Do, così come ci sono due parti nel romanzo- la prima intitolata “La biografia di Jun Do” e la seconda “Le confessioni del Comandante Ga”. Il ‘prima’ di Jun Do ci racconta degli anni in cui- come gli altri orfani- viene mandato a perlustrare i tunnel della zona demilitarizzata tra le due Coree, passando poi di grado quando il suo compito diventa quello di rapire delle persone e infine, imbarcato su un peschereccio, deve captare i messaggi radio dei nemici, siano essi americani o giapponesi. Jun Do è l’unico scapolo a bordo del peschereccio: una moglie e una famiglia sono la leva più forte per ricattare gli uomini, nessuno si azzarderà a disertare se sa che a terra ha lasciato chi verrà punito al suo posto. E ogni pescatore ha l’immagine della moglie, come segno di riconoscimento, tatuata sul petto. Anche a Jun Do verrà tatuata un’immagine di donna- quella della bellissima attrice che rappresenta il meglio della Corea, Sun Moon, la preferita del Caro Leader, moglie del temuto Comandante Ga, Ministro delle Prigioni. Le imprese di Jun Do sono molte- riporta delle ferite di una lotta con uno squalo (una storia tutta inventata per salvare più di una vita), viene mandato in missione in Texas (la sua meraviglia sembra quella del Selvaggio John in “Coraggioso Nuovo Mondo” di Huxley), finisce nella Prigione 33 dove impara a mangiare falene per sopravvivere. Finché…esce dalla prigione nei panni del Comandante Ga che lui stesso ha ucciso, e ne prende il posto, anche come marito di Sun Moon: dopo tutto, non ha l’immagine di lei tatuata sul petto? E un individuo è la storia che racconta di sé.
    Adam Johnson ci racconta una storia terribile di cui spesso tocca al lettore interpretare il significato- della gente che ruba i fiori nel cimitero per mangiarli, delle torture raffinatamente crudeli nelle carceri, dei campi di lavoro in cui neppure la metà degli internati sopravvive, dei prigionieri lobotomizzati per stroncare ogni ribellione, dei test di lealtà, delle delazioni incoraggiate, delle ricerche per gli armamenti nucleari a scapito del benessere della popolazione (l’11 di febbraio di quest’anno la Corea ha portato a termine il suo terzo test di esplosione nucleare). E lo fa cambiando spesso registro narrativo, passando da un narratore onnisciente ad un altro che è un addetto gli interrogatori e poi alla voce degli altoparlanti che martellano la verità ufficiale e indiscutibile nella testa degli ascoltatori.

Non possiamo aspettarci un lieto fine, in un romanzo come “Il Signore degli Orfani”. Anche se la forza redentrice dell’amore è un messaggio di speranza, anche se il comportamento di Jun Do è adeguato a quello del martire da cui ha preso il nome. A noi resta impressa un’immagine cruenta che non viene descritta e che ci ricorda una macabra novella di Roald Dahl intitolata “Pelle”: il Male non sopporta di venire beffato, la virulenza con cui reagisce è tremenda.
Una nota storica: il Caro Leader Kim Jung-Il è morto nel 2011. Chissà come è stato accolto nell’aldilà.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



    

venerdì 13 febbraio 2015

Audrey Magee, “Quando tutto sarà finito” ed. 2015

                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                              seconda guerra mondiale
                                                              FRESCO DI LETTURA


Audrey Magee, “Quando tutto sarà finito”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Carlo Prosperi, pagg. 317, Euro 18,00, e-book Euro 5,99
Titolo originale: The Undertaking

“Tu perché stai combattendo, Faber?”
“Per proteggere mia moglie e mio figlio. Per garantire loro un futuro”.
“Storie. Non avevi né moglie né figlio quando è iniziata la guerra. Voglio un motivo reale”.
“E’ questo il motivo reale”.
“E’ un motivo balordo”.
Faber lo fissò, senza vedere nulla nel buio pesto.
“E’ l’unico che ho”.
“E’ per questo che ti sei sposato? In modo da avere una scusa per ammazzare?”
“Mi sono sposato per avere una licenza”.
“Ci si pugnala una gamba, per ottenere una licenza. Non ci si sposa”.


  Un inizio sottilmente inquietante, perché non ci è chiaro se quanto accade celi una violenza di qualche genere. Un uomo scosta del filo spinato da un palo e ci attacca la fotografia di una donna, legandola con uno spago. Quando un cappellano arriva sulla scena capiamo che la violenza è nel mondo circostante dilaniato dalla guerra. Peter Faber sposa per procura Katharina Spinell che, alla stessa ora, partecipa ad un’analoga cerimonia a Berlino. Non si sono mai visti, si sono scelti sulle fotografie. Il motivo di lui per sposarsi: avere dieci giorni di licenza, per allontanarsi da quel ‘letamaio’. Il motivo di lei: godere della pensione, nel caso rimanga vedova.
   Nel suo primo romanzo la scrittrice irlandese Audrey Magee ci riporta alla seconda guerra mondiale, ad una storia d’amore che incomincia come tante altre storie di matrimoni di guerra, soltanto che poi accade l’imprevisto- Peter e Katharina si innamorano. Se lui pensava di aver già vissuto all’inferno, si sarebbe ricreduto a Stalingrado. Se lei era certa, perché suo padre le diceva così, che la guerra sarebbe finita presto e naturalmente i tedeschi avrebbero vinto, si sarebbe accorta che le notizie che arrivavano alla popolazione erano falsamente ottimiste, che neppure il Führer poteva impedire che Berlino venisse rasa al suolo e tantomeno fermare l’avanzata dell’Armata Rossa.
Sullo sfondo di avvenimenti storici che ben conosciamo Audrey Magee conduce la vicenda dei suoi personaggi su un duplice binario- Katharina che vive la guerra a Berlino e Peter che combatte in Russia. Soprattutto- e qui le è di grande aiuto lo stile asciutto e privo di fronzoli- Audrey Magee ritrae la zona grigia di una nazione in guerra, quella abitata da tutti coloro che ‘dopo’ avrebbero detto che non sapevano nulla, che non avevano visto nulla, che avevano eseguito degli ordini. Così Peter Faber (professione maestro), nei dieci giorni di licenza prolungati grazie all’onnipotente dottor Weinart amico del suocero, invece di limitarsi a stare a letto con la mogliettina, prende parte a spedizioni notturne per cacciare gli ebrei dalle loro case, senza alcuna pietà per bambini piangenti.  Questo è l’uomo che, al fronte, porterà vicino al cuore la foto della moglie e del bambino nato nove mesi dopo la licenza (nessun permesso speciale per vedere il bambino, da Stalingrado non si muove nessun soldato, a meno che non si spari in un piede). Così Katharina segue i genitori in una casa nuova, grande e lussuosa. Se ha degli scrupoli, non sono per i legittimi proprietari la cui sorte non l’interessa, ma per timore che Peter non la trovi quando tornerà. Quando lei e la madre usano vestiti e piatti e posate che appartenevano agli ebrei che abitavano lì, si dicono l’un l’altra con cinismo che intanto a ‘loro’ non servono più. Fino quasi alla fine Peter Faber continua a credere nella propaganda, che sia il diritto della Germania espandersi per assicurare un futuro glorioso alle prossime generazioni, che i soldati tedeschi siano migliori di quei russi selvaggi.
Quando gli è chiaro che nessuno li tirerà fuori da Stalingrado, lui che ha tenuto duro perché vuole una sola cosa- rivedere Katharina e il piccolo Johannes- fa l’unica cosa che gli resta da fare, sperando di vivere e non morire. A Berlino Katharina è più lucida, non si fa illusioni- no, loro non sono migliori dei russi, i tedeschi hanno fatto cose tremende e quello che i russi fanno e faranno a loro è ampiamente meritato.
     Come può terminare un libro in cui la guerra è la grande protagonista? Bene e male. A tutti i lettori, leggendo la fine tristissima, verrà in mente la scena desolata dell’incontro tra gli ex amanti appassionati Winston e Julia in “1984” di Orwell. A me è venuto anche in mente Angel Clare e la sua reazione, quando, in “Tess” di Thomas Hardy, apprende del passato di Tess che ha appena sposato.
Il merito di Audrey Magee è di aver ‘rinfrescato’ la Storia- poche descrizioni e le parole dei dialoghi, vivi e realistici, che esprimono i pensieri meglio di qualunque dissertazione.



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giovedì 12 febbraio 2015

Zeruya Shalev, “Quel che resta della vita” ed. 2013

                                                     Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                             il libro ritrovato


Zeruya Shalev, “Quel che resta della vita”
Ed. Feltrinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 373, Euro 17,00
Titolo originale: She’erit ha-chaim

Non capisci, Ghideon, sussurra, tutt’a un tatto ho capito che cosa dobbiamo fare, so che sulle prime ti sembrerà una follia ma se ci pensi bene allora capirai che sarà magnifico per tutti noi, e lui si muove nervosamente sulla sedia rovinata dal tempo e dalla pioggia, che cosa vuoi dire?, domanda, e allora per la prima volta lei si trova di fronte alle parole nude e crude, non sono più aleatorie come poco fa nella stanza di sua madre e nemmeno mute come erano sullo schermo dl computer, così ha un attimo di esitazione prima di pronunciarle a bassa voce: voglio adottare un bambino.


        Una donna anziana in una stanza d’ospedale. La figlia e il figlio vengono a trovarla- sono insofferenti, sentono come un obbligo il doversi occupare della vecchia madre. Sono entrambi sposati, Dina ha una figlia di sedici anni e Avner ha due maschietti. Intorno a questi personaggi la scrittrice israeliana Zeruya Shalev costruisce il suo romanzo “Quel che resta della vita”. Non è solo Hemda, nel suo letto d’ospedale, a fare i conti con come ha vissuto e a prospettarsi come voglia o possa impiegare il tempo che le resta da vivere. Anche Dina e Avner, per motivi diversi, tirano le somme ed entrambi arrivano a prendere delle decisioni sofferte che sconvolgono la loro vita e quella della loro famiglia.

    Che nome incongruo per la sua personalità, Hemda che significa ‘grazia’. Non c’era nulla di aggraziato in Hemda, la prima bambina nata nel kibbutz, una bambina infelice con una mamma sempre lontana con incarichi importanti, un padre che la amava ma che esigeva molto da lei, troppo. Chissà se era stato per un rifiuto del modello madre-figlia che Hemda non aveva amato Dina ed era stata, invece, appassionatamente legata al secondogenito Avner. Con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.
In questo momento di bilanci, quando la prospettiva della morte della madre porta i due figli in prima linea nella corsa della vita, Avner (l’avvocato difensore dei diritti civili che viene chiamato per spregio ‘l’avvocato dei beduini’) mette in discussione il rapporto con la moglie che è stata anche la prima e unica ragazza che abbia avuto (e c’è, in contrasto, un’altra storia d’amore di cui Avner è stato testimone involontario), mentre Dina, quarantasei anni, si fa cogliere da un tardivo desiderio di maternità e vuole adottare un bambino.
     Nessuno di questi personaggi è felice, neppure la figlia adolescente di Dina alle prese con la delusione del primo amore. Ma che peso hanno i motivi di queste infelicità in paragone con quanto di più serio possa accadere, come la morte del giovane professore universitario che Avner ha spiato dietro la tenda dell’ospedale? Oppure tutti i casi di ingiustizia sofferti dagli arabi difesi in tribunale da Avner? Oppure- ed è la riflessione su cui si chiude il libro- la tristezza dipinta sul visino di un bambino di due anni che attende, sulla seggiolina di un orfanotrofio, che qualcuno lo voglia, che una mamma lo porti via al posto della sua, di mamma, che lo ha abbandonato. Prenderà un altro nome, questo bambino, si chiamerà Hemdat e, chiudendo il cerchio di infelicità che è incominciato con Hemda, segnerà un nuovo inizio, un impegno d’amore per quel che resta della vita.


       “Quel che resta della vita” non deve essere stato un romanzo facile da scrivere perché questo nucleo famigliare, non diversamente da molti altri, si avvita su esperienze dolorose del passato- se Dina e Avner soffrono è perché la loro madre ha a sua volta sofferto, e così pure i genitori dei loro genitori- e la narrazione di Zeruya Shalev non è lineare, passa da ricordi del passato al presente, da un personaggio all’altro, allacciando un capitolo a quello seguente nel suo stile particolare fatto da un flusso narrativo che mescola la riflessione, o il monologo interiore, al dialogo. La scrittrice è, però, bravissima nell’esplorare le dinamiche dei rapporti tra mogli e mariti, tra genitori e figli, nel sondare l’incertezza davanti ad un bivio che obbliga ad una scelta, nella disanima impietosa delle strade scelte e di quelle scartate. E allora Dina, tanto criticata da tutti, accusata di volere un altro figlio per uno squilibrio ormonale dell’età, diventa il simbolo positivo di una presa di posizione per non avere rimpianti di sorta in ciò che si fatto in ‘quel che resta della vita’.

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mercoledì 11 febbraio 2015

Zeruya Shalev, “Dopo l’abbandono” ed. 2007

                                                  Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                                                                 il libro ritrovato


Zeruya Shalev, “Dopo l’abbandono”
Ed. Frassinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 472, Euro 18,00 

Una donna si è appena separata dal marito, è stata lei a volere la separazione, resterà nella loro casa con il figlio di sei anni, nonostante l’evidente sofferenza del marito e del bambino. Il tempo di adattamento sarà lungo, lei cercherà di tornare sui suoi passi, poi incontra uno psichiatra, se ne innamora e va a vivere con lui. Le difficoltà aumentano con la famiglia allargata, difficile evitare le gelosie tra i due figli di lui e quello di lei, arduo trovare del tempo da soli. L’amore non è mai perfetto.


INTERVISTA A ZERUYA SHALEV, autrice di “Dopo l’abbandono”

    E’ una storia tormentata che lascia un segno nel lettore, quella raccontata dalla scrittrice israeliana Zeruya Shalev nel suo nuovo romanzo “Dopo l’abbandono” che completa una sorta di trilogia sull’amore ai nostri giorni, come indicano in maniera allusiva pure i titoli dei libri precedenti, “Una relazione intima” e “Una storia coniugale”. Il primo, “Una relazione intima”, era una rovente storia di passione e sesso tra una ragazza e un uomo dell’età di suo padre; “Una storia coniugale” raccontava della dolorosa separazione di una coppia suggerendo, con l’accostamento dell’articolo “una” al nome e all’aggettivo, che questo sia l’esito banalmente normale di un matrimonio; ancora una separazione seguita da un nuovo innamoramento e dal formarsi di una nuova coppia in “Dopo l’abbandono”. Questa volta però quello che noi lettori avvertiamo come il personaggio principale è un bambino di sei anni, Ghili, anche se la voce narrante, le emozioni e i pensieri esplorati sono quelli della sua mamma, Ella, che ha appena lasciato Amnon, il padre del bambino.
E’ Ella che parla, descrive, riferisce dialoghi e parole dette da lei e da altri, in un flusso continuo non virgolettato che comunica un senso di urgenza e immediatezza, ma è la vocetta del bambino che si distacca dalle altre, ad iniziare dalle parole con cui il libro incomincia, “Sono morto, grida, la voce accaldata, il suo corpicino si dibatte sotto i miei occhi, sono completamente morto, morto per sempre, la bocca aperta scopre i tremuli denti da latte, sospesi sul nulla.”: è il giorno “dopo” la separazione dei genitori, quel terremoto famigliare di un’intensità pari a quello avvenuto quattromila anni prima nell’isola Santorini e avvertito fino in Egitto, come ci viene di continuo rammentato sia da Ella sia da Amnon, entrambi archeologi, in quello che è un contrappunto storico metaforico dell’intera vicenda.
     La paura dell’abbandono che prova Ghili ci fa male e ci porta a riflettere sui diritti degli adulti a modificare la propria vita alla ricerca della felicità- “pensavo che avevi deciso di lasciare me come hai fatto con papà”, dice il bambino dopo che Ella ha tardato ad andare a riprenderlo a casa dell’amico. Ci fanno male il suo disagio, la sua infelicità nel ritrovarsi ad essere un bambino a metà tra due genitori, che non si sente più ricco perché ha due case e due stanze, e neppure più amato perché ha un genitore alla volta tutto per sé. Perché invece ha nostalgia della mamma quando è con il papà e del papà quando è con la mamma. Perché ha solo sei anni e vorrebbe avere il bacio di entrambi prima di andare a letto. Perché affrontare un cambiamento di casa a sei anni, e non con mamma e papà ma per andare a vivere con un uomo che è uno sconosciuto e i due figli di questo, è inesplicabile.
I rapporti umani sono difficili, questo è quanto Zeruya Shalev vuole dirci. Si deve scavare in profondità, come fanno gli archeologi nelle loro ricerche, per capire le motivazioni dei nostri comportamenti- il padre tiranno e dominatore di Ella, quello ammalato di mente dello psichiatra Oded, nuovo compagno di Ella, un blocco della crescita di Ella che si collega, in qualche modo, con il suo infantilismo. Difficili i rapporti tra genitori e figli quanto quelli di coppia- almeno dopo che è passato l’incanto dell’innamoramento-, ancora più difficili all’interno dei nuovi legami quando gli equilibri sono precari: i figli del compagno non potranno mai essere come i propri, ed è così facile invece farsi del male- basta dire ad un bambino “non mi piacciono gli orsi”, quando è un orsetto di peluche che serve da tramite d’affetto, per respingere il bambino insieme al suo orso. Eppure la vita va avanti e bisogna coglierla a piene mani, con il suo bagaglio di felicità e infelicità, conquiste e sconfitte- è questo che sembra dirci il funerale di un’amica in chiusura del libro. Con la domanda colma di stupore di un altro bimbetto issato sulle spalle del padre, “ma non la vedrò più la mamma?”. Stilos ha intervistato Zeruya Shalev, che è nata in un kibbutz nel 1959 e vive a Gerusalemme.


“Dopo l’abbandono” chiude una trilogia di romanzi che parlano di donne e tuttavia sono diversi dalla tradizionale letteratura femminile: quale era il suo piano quando ha iniziato a scrivere il primo, “Una relazione intima”?
       Non avevo progettato di scrivere una trilogia, non mi piace progettare, credo nell’ispirazione- scrivo poesia e scrivo anche la prosa come fosse poesia. Naturalmente devo conoscere i miei personaggi e in che direzione andrà il libro, ma mi piace sorprendermi e trovarmi in un’avventura: scrivere è un’avventura per me. D’altra parte non penso sia una vera trilogia, i libri sono indipendenti l’uno dall’altro, solo quando ho scritto quest’ultimo mi sono resa conto che tutti e tre insieme creano una sorta di trilogia e non tanto perché al centro c’è un personaggio femminile, perché penso che gli uomini conoscano le stesse emozioni e io scrivo della condizione umana e non solo di quella femminile. Descrivo la complessità dei rapporti ma, prima di tutto, dei rapporti tra l’individuo e se stesso, scrivo dell’amore per noi stessi e non solo per un altro. Al centro dei tre libri ci sono le emozioni basilari, la relazione con i genitori, con il marito o il compagno, con i figli. I libri sono una trilogia nel senso che sono una ricerca sull’amore moderno e sulla famiglia moderna. E poi hanno in comune la voce, lo stile, che è molto intenso in tutti e tre, inquieto. Per me è importante perché sento che questa è la mia voce e la voce crea il dramma più della trama. E in tutti e tre ho colto tre donne diverse in un momento di crisi famigliare e ho cercato di vedere come si comportano in queste crisi.

Il titolo originale di “Dopo l’abbandono” è “Thera”, uno dei nomi dell’isola di Santorini. Il tema dell’eruzione del vulcano, così come quello dell’archeologia, sono la spina dorsale del romanzo, le due grandi metafore per quello che sta succedendo?

     Sì, ho pensato molto alla scelta di una professione per la mia protagonista e mi sono resa conto che fare l’archeologa era l’unica cosa possibile per lei, perché è sempre occupata  con il passato e ha la tendenza a scavare e a trovare prove per quello che vuole, a fare ricerche sulla sua vita: Ella è come un archeologo dell’anima. Mi è capitato di leggere di questa eruzione a Thera e ho pensato che fosse la metafora giusta perché mostra visivamente la maniera in cui lei tratta il divorzio: è lei che prende l’iniziativa ma poi se ne pente, il suo comportamento è estremo come un’eruzione. La sua famiglia è l’isola e l’eruzione del vulcano viene da dentro di lei. Questo misto di passato e del potere di distruzione ma anche dell’opportunità di una nuova vita mi è parso la metafora più giusta per la sua storia.

Quando Amnon incontra Ella per la prima volta, le dice che l’ha già vista, che assomiglia ad un dipinto in Thera conosciuto con il nome di “la parigina”: i comportamenti umani sono sempre uguali nei secoli e millennii?
     Non ci avevo pensato, ma è un’idea nuova e interessante. In realtà volevo fare in modo che per lui non fosse un incontro nuovo, nel momento in cui vede la somiglianza di lei con “la parigina” è come se lui l’avesse già incontrata: è una metafora del destino e avevo bisogno di questo legame con il tema dell’eruzione del vulcano a Thera.

C’è un altro tema storico a cui si accenna spesso, la fuga degli ebrei dall’Egitto. E’ collegata in qualche maniera con la storia privata che stiamo leggendo?
     Cerco sempre di trovare dei legami tra la storia nazionale e quella famigliare. Se credi nella storia dell’Esodo- e molti storici dicono che non è vera, ma a me non interessa la verità storica- puoi trovare un legame tra la distruzione dell’isola di Thera e l’Esodo, perché le conseguenze di questa eruzione sono simili alle piaghe d’Egitto descritte nel Vecchio Testamento. E’ una maniera privata per Ella di interpretare il disastro che la libertà può provocare, perché è vero che gli ebrei sono diventati liberi una volta usciti dall’Egitto ma hanno sofferto per la loro libertà, forse ancora di più che durante la cattività: in questo modo Ella cerca la maniera di spiegare a se stessa la storia della sua famiglia. Ella si chiede se proprio doveva distruggere la famiglia, perché mai lo ha fatto. Si pone molte domande ma ci sono poche risposte; Ella cerca risposte nella storia antica, cerca di convincersi che ha fatto la cosa giusta, perché la lezione del passato è che dal disastro può nascere la libertà.

Ella non è un personaggio simpatico. All’inizio stiamo dalla sua parte ma, proseguendo la lettura, non più. Perché? Perché ha fatto di una donna egoista e infantile il personaggio principale del libro?
    L’ho fatto di proposito. E’ facile creare un personaggio con cui identificarsi  ma io non voglio che i lettori amino Ella, voglio mostrare una personalità umana. Chiedo al lettore di non giudicarla ma di seguirla, con le sue debolezze- siamo tutti umani e lei cerca di affrontare un momento difficile. Ella è egoista perché è infelice, è infantile ma se fosse matura non ci sarebbe nessuna storia. Cerco dei personaggi umani con molte debolezze, così posso accompagnarli a diventare più maturi, voglio che impari; altrimenti, se Ella sapesse tutto, non potrei scrivere di lei.

Stranamente il carattere più “forte” tra i personaggi è quello di Amnon, il marito abbandonato che si rivela essere il migliore, anche se all’inizio sembrava “il cattivo” della situazione…
    Ha ragione, penso sia una delle mie maniere di mostrare la complessità della situazione. E’ facile lasciare un marito debole o stupido che non si apprezza, ma volevo che Ella lasciasse un uomo da rimpiangere se no non ci sarebbe problema. Volevo mostrare come lui cambi; per lui la separazione è l’opportunità di svilupparsi come uomo e come padre e lui è capace di cogliere questa opportunità. Amnon mostra anche a Ella e a Oded come superare le difficoltà e penso che abbia ragione quando dice che è il più forte. Ecco perché è difficile per Ella; quando si rende conto che Amnon vale più di quanto pensasse, capisce anche che ha perso molto. E’ buffo, ma pare che in Israele molte lettrici ci abbiano ripensato e non abbiano divorziato, dopo aver letto il romanzo.

Le voci dei bambini sono tenere, a volte buffe e a volte strazianti. Penso che lei debba avere dei figli per rendere le loro voci così convincenti. Anche Lei è passata attraverso una separazione: come hanno reagito i suoi figli alla sua separazione?
    Sono contenta di essere riuscita a rendere bene la voce dei bambini- sono molto vicina ai miei figli e ho cercato di imitare la voce di mio figlio in quella di Ghili. Passo molto tempo con loro e cerco di identificarmi con loro, è come se sentissi le loro voci dentro di me. La mia storia però è diversa: quando mi sono separata da mio marito mia figlia aveva solo 4 anni ed era diversa da Ghili, era troppo piccola. Non ho attraversato questo processo penoso, però conosco alcune delle emozioni di Ella e ho usato dei ricordi di quel tempo- conosco i tragici sentimenti di una famiglia spezzata.

Una morte chiude il libro: la brevità della vita è qualcosa che dovremmo tenere sempre presente nelle difficoltà quotidiane?
    In un certo senso sì, volevo finire con un’esperienza che tutti e quattro i personaggi principali condividessero: erano così impegnati con la loro vita e alla fine si trovano insieme con una esperienza che non è la loro. Volevo che uscissero da sé davanti ad un dolore universale. La morte di una donna giovane è la morte delle illusioni, perché questa donna è simbolo della madre e della moglie perfetta. Ella l’ha invidiata a lungo, ricorda la festa a cui la donna aveva invitato tutti e adesso quella festa è diventata il funerale e mostra l’illusione della perfezione. Ella deve separarsi dall’illusione per essere matura e meno egoista, deve abbandonare l’illusione dell’amore romantico, deve lottare per dei momenti di felicità. Alla fine Ella sa che non sarà molto felice ma non è più così egoista, deve prendersi la responsabilità degli altri, di suo figlio, dei figli di Oded, di Oded stesso. Capisce che questa avventura della vita non ha anche fare con la felicità ma con il significato- la sua vita sarà più ricca di significato.

Parlando di morte: sappiamo che Lei è stata ferita in un attentato terroristico, qualche anno fa. Nel romanzo Oded dice che non c’è luogo all’aperto che sia sicuro per portarci i bambini. Le è rimasta questa paura, del pericolo di andare ovunque? Come si convive con questa paura?

    Vivevo nella paura anche prima di restare ferita nell’attentato- sono tanti anni ormai che in Israele viviamo con la paura, dalla seconda Intifada, nel 2000. Ci sono stati dei periodi in cui avevo paura persino a mandare i bambini a scuola. Tre anni fa camminavo sul marciapiede- andavo sempre a piedi perché avevo paura di prendere un autobus- ed è esploso l’autobus che mi passava accanto: quando è destino…Mia figlia tuttora corre via quando sente un autobus che si avvicina. E tuttavia si impara a convivere con la paura, a calcolare quale strada sia meglio fare…

Eppure non c’è quasi nessun riferimento nei suoi romanzi alla eterna guerra in Israele…
    E’ vero, ci sono pochissimi cenni nascosti alla situazione della vita in Israele; Oded ad un certo punto parla del trauma di un paziente- è un accenno piccolissimo autobiografico alla mia paura e a quello che mi è successo. Ho bisogno di questa separazione dalla realtà israeliana nella mia scrittura. Il pericolo è nello sfondo ma non voglio scriverne perché cerco nuove risposte nella mia scrittura. La letteratura è diversa dal giornalismo e, se scrivo della realtà, è troppo immediato e non mi interessa descrivere la realtà quotidiana in Israele. Cerco la profondità dell’animo, non so come fare letteratura dal terrore- è troppo tragico. Cerco piuttosto le tragedie nascoste nella situazione quotidiana della vita di coppia, della maternità. Non voglio scrivere del tragico conflitto o della tragedia palestinese.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"



                                                          

martedì 10 febbraio 2015

Lisa Genova, "Still Alice" ed. 2015

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                     FRESCO DI LETTURA


Lisa Genova, “Still Alice”
Ed. Piemme, trad. Laura Prandino, pagg. 293, Euro 16,90, e-book Euro 6,99
Titolo originale: Still Alice


     Avrebbe voluto proseguire e invece si bloccò. Si guardò indietro, dall’altra parte dell’incrocio. La donna dai capelli a paglietta perseguitava un altro peccatore lungo il passaggio. Il passaggio, l’hotel, i negozi, le strade si snodavano senza logica. Sapeva di essere in Harvard Square, ma non sapeva da che parte fosse casa sua.


“Questa è la storia più triste che abbia mai raccontato”: ho pensato alla frase iniziale del romanzo “Il buon soldato” di Ford Madox Ford, leggendo “Still Alice” di Lisa Genova. Ho pensato- anche se non è affatto una tragedia di amore e morte come “Romeo e Giulietta”- al verso di Shakespeare “For never was a story of more woe”, “mai ci fu una storia di più grande dolore”, per quella parola, ‘woe’, che è quasi un gemito: la storia di Alice Howland, a cui è stata diagnosticata una forma presenile di Alzheimer, è la storia più triste e dolorosa che abbia mai letto. Nel giro di due anni Alice, un dottorato in psicologia, insegnante di psicologia cognitiva alla Harvard University, ricercatrice nel campo della linguistica che ha tenuto conferenze in tutto il mondo, non è più indipendente, non è più in grado di leggere, non è capace di vestirsi, non sa riconoscere la propria casa e, quello che è infinitamente peggio, non sempre riconosce il marito e i tre figli. Forse neppure una malattia terminale può essere una sorte peggiore. Proprio perché questa ha davanti un termine, mentre il futuro di Alice si allunga informe davanti a lei, infinitamente diversa da quella che era e tuttavia sempre la stessa persona, still Alice nonostante tutto.

   Inizia con una parola che non le viene in mente, mentre sta parlando ad un seminario dell’Università di Stanford. Forse è colpa del bicchiere di champagne. O del jet lag. Poi dimentica sbadatamente il BlackBerry al ristorante. Capita a tutti, no? Poi, durante la sua corsa giornaliera per mantenersi in forma, non sa dove si trova, quando si ferma. Sa di essere in Harvard Square, quante volte è passata di lì?, eppure non ha la minima idea di dove debba dirigersi per andare a casa.

   Il seguito è un passo dopo l’altro, una caduta vertiginosa alla fine, verso l’abisso della perdita di sé. Ogni passo è un frammento di memoria o di capacità connettiva che si smarrisce e noi assistiamo allo sconcerto, l’incredulità, poi la certezza, la speranza nelle cure per arrestare o rallentare il deterioramento, il senso di colpa per aver tramandato ai figli e forse anche ai nipoti un patrimonio genetico imperfetto. Proviamo la stessa fitta al cuore del marito quando Alice lotta per mettersi un reggiseno, scoprendo che non ce la fa perché ha in mano un paio di mutandine, e lo comprendiamo quando, nonostante l’amore che la lega a lei, non rinuncia all’offerta di lavoro a New York: non è per mancanza di amore, il contrario anzi, se rifiuta di prendersi l’ultimo anno sabbatico insieme ad Alice. Come potrebbe resistere tutto il giorno, tutti i giorni di tutto un anno a vedere come si sta riducendo la moglie, avendo in mente quello che era?

     Lisa Genova, laureata in neuropsichiatria a Harvard e studiosa del cervello e delle sue malattie, ha scritto un libro bellissimo sul dramma di una donna che a poco a poco non riconosce più se stessa, sullo strazio di chi le vuol bene che assiste impotente al disintegrarsi delle sue capacità, sulle difficoltà di organizzare la vita quotidiana di un ammalato di Alzheimer che deve essere sorvegliato in ogni attimo della giornata. Stupisce, nel libro di Lisa Genova, la capacità della scrittrice di essere nello stesso tempo scienziata e romanziera, di essere esauriente, senza mai essere pedante, nell’analisi clinica della malattia e di immedesimarsi nella mente di Alice e dei famigliari che la circondano, di creare su carta dei personaggi vivi impossibili da dimenticare e di raccontarci l’incalzare dei giorni di due lunghissimi anni in discesa con un linguaggio preciso, curato, bello da leggere. Stupisce ancora di più che abbia dovuto pubblicare a sue spese la prima edizione del libro. Il successo che è seguito e il film che ne è stato tratto, con l’interpretazione di Julianne Moore, sono il più che giusto riconoscimento.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




Yann Martel, "Io, Paul e la storia del mondo" ed. 1995

                                                               Voci da mondi diversi. Canada
                                                                       il libro ritrovato


Un'amicizia per sfidare la morte
Yann Martel, "Io, Paul e la storia del mondo"
 Ed. e/o, pagg. 86, Euro 6,50

Morire di Aids a 19 anni, per una trasfusione dopo un incidente. Non serve pensare che "muore giovane chi al cielo è caro", è una tragedia che è difficile affrontare. L' io narrante della storia lascia gli studi per stare vicino a Paul, a cui ha fatto da tutor nei pochi mesi di università precedenti il manifestarsi del male. E' sua l'idea di fare insieme qualcosa che dia "un senso all'assurdo". Raccontarsi delle storie per passare il tempo, come nel Decamerone, con un rovesciamento di cause, non in fuga dalla peste ma dal mondo sano, e di intenti, non per dimenticare il mondo ma per ricordarlo. E prendendo spunto da un altro grande libro, seguire un indirizzo metaforico per le storie: l'"Ulisse" di Joyce ricalcava le tracce dell'Odissea, loro avrebbero scelto un evento per ogni anno del secolo, dal 1901 fino al 1987 in cui stanno vivendo, e lo avrebbero interpretato narrando le avventure di una famiglia. A questo punto ci sono tre storie parallele, quella del tutto fittizia dei Roccamato di Helsinki a cui si presta un'attenzione marginale, quella del decorso della malattia di Paul e la grande Storia attraverso gli eventi scelti. A poco a poco si chiarisce il criterio di questa scelta: più casuale all'inizio, come in un gioco, per poi offrire invece un'analogia o un contrasto drammatico ai cambiamenti che si verificano nel corpo di Paul, oppure ancora per sfogare la disperazione. E così il 1921, l'anno della condanna a morte di Sacco e Vanzetti, coincide con un momento di depressione di Paul che urla il suo tormento inserendo in quell'anno altre tragedie, la morte di Camus e la bomba di Hiroshima, come se volesse trascinare tutto il mondo nel nulla.
Quando Paul riesce a ridere tocca all'anno 1928 e si sceglie di ricordare che il Bolero di Ravel è un successo universale. Quando arrivano al 1940, questo è l'anno del programma eutanasiale nella Germania di Hitler e il pensiero è raggelante - se Paul fosse vissuto allora...E poi arrivano i giorni in cui Paul non riesce più a parlare ed è solo l'amico a raccontare le storie dei Roccamato, mentre gli anni del secolo che passano si polverizzano nei giorni e nelle ore che restano a Paul da vivere. Eppure l'ultima storia è di Paul, di un anno, il 2001, che lui non vivrà mai  e per cui ipotizza la morte della regina Elisabetta, per chiudere il cerchio dove era iniziato, con la morte di un'altra regina, Vittoria.
Un romanzo breve che ha una potenza e un'efficacia straordinarie in questa continua giustapposizione di avvenimenti di risonanza mondiale e cronaca di una vita che si spegne, la storia di un'amicizia così grande che deve trovare altre giustificazioni agli occhi dei più: il narratore non risponde quando l'infermiera gli dice "Mi dispiace per il tuo ragazzo", dando per scontato che la sua dedizione si possa spiegare solo con un altro tipo di legame. Entusiasmante scoperta dello scrittore canadese Yann Martel in quest'anno che vede il Canada come ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino.  

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




domenica 8 febbraio 2015

Nancy Horan, “Sotto un immenso cielo di stelle” ed. 2014

                                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
            FRESCO DI LETTURA


Nancy Horan, “Sotto un immenso cielo di stelle”
Ed. Einaudi, trad. Carla Palmieri, pagg. 524, Euro 21,00
Titolo originale: Under the Wide and Starry Sky


    Nel corso del tempo si sarebbe ritrovata più volte a domandarsi: “Chi mi ha fatto credere di poter mettere su casa in un luogo tanto selvaggio?”, ma la risposta gliel’avrebbe data il ricordo di ciò che aveva visto il primo giorno: un’orchidea cresciuta sul ramo di un albero. Un bianco luminoso e delicato, screziato di rosa e di verde, una forma perfetta, sana e vigorosa, una macchia di bellezza segretamente intrecciata a una corteccia marrone qualsiasi. Vailima sarebbe diventata così: un gioiello inatteso, nascosto nella foresta samoana.

    Si incontrarono a Grez-sur-Loing, il ritrovo degli artisti a 70 Km. da Parigi. Erano gli anni ‘70 dell’800. Lei, Fanny, era americana, aveva dieci anni più di lui, un marito da cui era scappata portandosi dietro i tre figli, il più piccolo era morto un paio di mesi prima, la più grande sembrava sua sorella. Lui, Louis, era scozzese, suo padre lo aveva destinato all’avvocatura. Non faceva per lui che invece voleva scrivere. Lui si era seccato, quando aveva appreso dal cugino e dagli amici che c’erano degli intrusi americani nel ‘loro’ luogo sperduto. Poi era successo l’imprevedibile. Si erano innamorati, nonostante tutto, nonostante avessero contro i genitori di Louis e il marito di Fanny, nonostante i problemi della salute di Louis e quelli economici. Sarebbero rimasti insieme tutta la vita. Il primo ad andarsene sarebbe stato il più giovane, proprio Louis, che già aveva scelto dove desiderava essere sepolto, ‘sotto un immenso cielo di stelle/ scava la fossa e fammi riposare/ qui riposa nel luogo che gli è caro’/. Lei lo avrebbe seguito anni dopo e le sue ceneri sarebbero state trasportate sulla montagna dell’isola delle Samoa dove già era la tomba dell’uomo che era diventato suo marito dopo tante difficoltà e di cui lei era stata ‘maestra, custode, amica, moglie, /compagna di viaggio per tutta la vita’.

     Dopo “Mio amato Frank”, in cui Nancy Horan ha ricostruito la vita e la storia d’amore tra il famoso architetto Wright e Mamah, la coppia che aveva distrutto due famiglie per stare insieme, arriva ora “Sotto un immenso cielo di stelle” con un’altra storia di un grande amore- quello tra lo scrittore Robert Louis Stevenson e Fanny Van de Graft Osbourne. Una storia avventurosa quanto quelle dei libri dello scrittore scozzese, un inseguirsi e viaggiare insieme per mezzo mondo alla ricerca di un luogo salubre dove Louis Stevenson potesse riprendersi, guarire dall’insidia della tubercolosi. Francia e Inghilterra, California e poi ancora Europa, Davos e il suo sanatorio in Svizzera e poi Bournemouth e qualche puntata in Scozia (terribile per lui il clima freddo e piovoso della natia Edimburgo), la scoperta del mare e di come a Louis giovasse l’aria marina. Fanny diventava verde per la nausea, ma Louis rifioriva. Le isole della Polinesia e poi le isole Marchesi dove si fermarono definitivamente. E intanto Louis scrutava persone e paesaggi, tutto diventava per lui fonte di ispirazione. Scriveva, scriveva. Avevano bisogno di soldi. Fanny sempre al suo fianco, un angelo custode attivo e intelligente che leggeva i suoi scritti, approvava, criticava- anche spietatamente. A volte Louis rifiutava quelle critiche, ma poi ci ripensava, quasi sempre la ascoltava. Come accadde per “Dottor Jekyll e Mr. Hyde”, la cui prima stesura non piacque affatto a Fanny che suggerì un approfondimento della storia. Louis si infuriò. Poi la riscrisse e il libro ebbe un successo enorme.

      Quella raccontata da Nancy Horan, con la sua immaginazione che colma gli spazi vuoti di testimonianze, è una storia di viaggi e di scritture ma anche una storia di rapporti personali, con la figlia di Fanny (che riteneva Louis responsabile del divorzio tra i genitori e si allontanò da loro) e il figlio, che aveva solo sette anni quando Louis entrò nella vita della madre e che diventò pure lui scrittore, con i genitori di Louis Stevenson (il padre e lo zio avevano progettato e costruito i più famosi fari lungo la costa britannica) che si riconciliarono con la nuora, con gli amici che erano gelosi di Fanny e dell’ascendente che aveva su di Louis, con Henry James che incontrarono a Bournemouth e divenne un loro caro amico, con gli indigeni che abitavano sulle isole dove loro approdavano.

     In “Mio amato Frank” era Frank Wright al centro del palcoscenico, in questo nuovo libro Robert Louis Stevenson- di certo il più famoso- è tuttavia sempre affiancato da Fanny, donna straordinaria, una delle tante donne che veniamo ora a conoscere e che hanno reso possibile la grandezza dei loro uomini. Il marito stesso lo aveva riconosciuto, nei versi che le aveva dedicato e che la descrivevano bene: Onore, collera, coraggio, fiamma/ tanto amore da resistere alla vita,/ contrastare la morte e il caos del male,/ il signore possente/ le diede in dono.
Vailima, la casa di Louis e Fanny nelle Samoa
Se Louis era diventato un grande scrittore, lo doveva in parte a lei, oltre che al suo genio. Se Louis era in vita, lo doveva a lei che gli era restata accanto con abnegazione e rinuncia di sé. Tanto da aver sfiorato la follia. Per lui l’arte della scrittura, per lei l’arte del suo modo di vivere. Per lui la creazione di opere indimenticabili, per lei la creazione di se stessa.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it