mercoledì 21 gennaio 2015

Louise Dean, “La primavera dell’odio” ed. 2007


Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
     il libro ritrovato


Louise Dean, “La primavera dell’odio”
Ed. il Saggiatore, trad. Claudia Valeria Letizia, pagg. 372, Euro 16,00 

Novembre 1979, Irlanda del Nord: il figlio di Kathleen Moran, Sean, è appena stato trasferito nei famigerati blocchi H del carcere di Maze ed inizia lo sciopero “della coperta”; anche John Dunn è un nuovo arrivato nel carcere, ma come secondino. In capitoli alterni, mentre il tempo scorre verso il Natale, le storie di due genitori, due figli, di un popolo diviso. Con un finale altamente drammatico.



INTERVISTA A LOUISE DEAN, autrice de “La primavera dell’odio”

  “Maze”, labirinto: che ironia sadica che questo sia il nome della prigione a 9 miglia da Belfast, sinonimo di inferno negli anni ‘70 e ‘80. E tuttavia il nome, che richiama alla mente i labirinti di siepi per cui sono famosi i giardini inglesi, non era intenzionale, in quanto derivato da quello del paese vicino, Mazetown, seppure stranamente adeguato. C’è chi ha definito la prigione di Maze un “labirinto razionale”, con i due cancelli di ingresso, una rete di strade ognuna delle quali poteva essere chiusa per impedire fughe, 8 edifici a forma di H con 96 celle di 5 metri quadrati in ogni costruzione, una tale ripetitività dei vari elementi da rendere impossibile al visitatore dire dove si trovasse, in quale dei blocchi fosse stato condotto. 900 guardie lavoravano nella prigione di Maze, paga ottima per un lavoro a dir poco impopolare, decisamente pericoloso quando l’IRA iniziò ad attuare la minaccia di uccidere i secondini.

Il periodo drammatico negli H blocks iniziò quando, alla fine degli anni ‘70, con circa 1200 detenuti che reclamavano lo stato privilegiato di prigionieri politici in quanto combattenti dell’IRA per la riunificazione dell’Ulster alla repubblica irlandese, il governo britannico decise di revocare la condizione di Categoria Speciale. E la protesta si appuntò sulla prima delle cinque richieste dei prigionieri, il diritto di indossare i loro abiti invece della divisa carceraria che li accomunava ai delinquenti comuni. Fu così che i 300 che aderirono alla protesta si trovarono a coprirsi con la sola coperta (di loro si diceva che erano “on the blanket”)- da qui la proibizione da parte dei guardiani di usare i servizi igienici del carcere e la conseguente reazione dei prigionieri: avrebbero fatto i loro bisogni nelle celle e affrescato le pareti con gli escrementi (e a questo punto non erano più solo “on the blanket” ma anche “on the dirty”). L’inferno di Maze non ha bisogno di altre descrizioni, è sufficiente un accenno al tanfo e al gelo, agli insetti e alle umilianti perlustrazioni delle parti intime prima dei colloqui che potevano anche essere annullati all’improvviso o accorciati, a seconda dell’umore delle guardie. E allora, fuori, fuori da quei recinti e per le strade di Belfast, la morte poteva essere in agguato per quei secondini.
    L’inglese John Dunn, guardia carceraria di Maze, è uno dei due personaggi principali de “La primavera dell’odio” di Louise Dean. L’altro è Kathleen Moran, la madre di uno dei prigionieri. Da una parte l’inglese che era arrivato in Irlanda quando ancora i soldati della regina non erano così malvisti, e che adesso aveva accettato questo lavoro perché si guadagnava bene- voleva comprasi una casa e sposarsi. Dall’altra l’irlandese cattolica con i capelli rossi, ancora giovane e piacente nonostante i quattro figli, di cui una è in Inghilterra (“sono felice qui”, dice al telefono e la madre non può non capirla) e uno, il diciannovenne Sean, è rinchiuso a Maze. 
     In apparenza tutto il fuoco e tutto il dolore sono nei capitoli che parlano di Kathleen, del marito ubriacone che si vanta di aver fatto incetta di armi nella Repubblica, del tredicenne Liam che sogna gesta gloriose per emulare il fratello, delle vicine di casa, tutte ‘madri Coraggio’ che hanno perso chi un figlio, chi un marito, chi entrambi (“dove altro succede che la metà degli uomini del vicinato sono morti o in galera?”), che si preparano insieme per quella che sembra una scampagnata e invece è la visita ai detenuti- quei minuti sotto sorveglianza che non si sa se arrechino più gioia o pena. La sofferenza e la consapevolezza strisciano lentamente negli altri capitoli, quelli “inglesi”, che iniziano come se il peso del lavoro di John Dunn fosse soltanto negli orari duri. E poi subentra il confronto con la realtà- il puzzo tremendo del luogo, le umiliazioni superflue inflitte ai prigionieri, l’umanità negata, la volgarità degli altri secondini, l’ubriachezza di questi per superare la noia e il disgusto, l’astio con cui si è guardati all’esterno della prigione. I soldi, allora, iniziano a pesare quanto il denaro di Giuda, tanto più che John Dunn riceve la visita del figlio di cui ha scoperto da poco l’esistenza, un ragazzo che ha l’età di Sean Moran, l’età che aveva lui l’unica volta che aveva fatto l’amore con sua madre. Suo figlio non rappresenta solo il diritto alla vita altrove che in una cella, non è soltanto lo specchio di Sean nudo e barbuto, ma è anche il suo specchio, è un lui stesso migliore, e che cosa penserà suo figlio di lui?

   Non vogliamo dire nulla di come Louise Dean termini le storie dei due protagonisti- nella prigione di Maze il 1980 sarà l’anno dello sciopero della fame guidato da Bobby Sands, mitica figura che, dal carcere dove era rinchiuso e dove sarebbe morto, vinse un seggio in parlamento, conferendo ad una impresa suicida l’efficacia dell’Insurrezione di Pasqua del 1916 per un’altra generazione di Nazionalisti. Stilos ha incontrato Louise Dean che ora vive in Provenza con il marito e tre figli, dopo aver abbandonato New York in seguito all’attentato dell’11 settembre.

Lei è inglese ed è cresciuta in Inghilterra, eppure ha scritto un libro sull’Irlanda e i “disordini”. Era una bambina all’epoca dello sciopero della fame nel carcere di Maze: che cosa ha risvegliato il suo interesse?
      Avevo undici anni quando sono morti dieci prigionieri durante lo sciopero della fame. Mio padre, come la maggior parte degli inglesi, era molto patriottico- in casa non si parlava di quanto stava succedendo, ma per lui, come per gli altri, gli uomini dell’IRA erano cattivi, quello che facevano era incomprensibile. Io ero una bambina ed ero affascinata dalle figure di quegli uomini che sembravano Cristo, con la barba lunga e nudi, sul tetto della prigione. Poi non ci ho più pensato, finché ho dovuto fare delle ricerche per un mio romanzo ambientato nel 1981 in Inghilterra, su di un insegnante coinvolto in operazioni di spionaggio dopo la guerra. Consultando la sezione dei quotidiani della biblioteca, mi è capitata tra le mani una copia del giornale del 1981 in cui, in prima pagina, c’era la notizia della morte di Bobby Sands. Era un articolo brevissimo, per forza doveva essere in prima pagina, visto che Bobby Sands era un membro del parlamento, ma si capiva che era l’ultima cosa che l’impaginatore avrebbe voluto fare. Allora mi sono ricordata e ho letto il resto del giornale. Si dice che il passato è una terra straniera: lo è veramente, era il 2004 e il paese era totalmente diverso. Ho pensato che fosse ora di guardare indietro a quel capitolo di storia e seppi che avrei scritto un libro su quel periodo, sui “Troubles”, e che avrei dovuto cercare delle persone che me ne parlassero.

Sarebbe potuto essere un libro del tutto diverso, un libro di storia o dal taglio giornalistico. Invece ha scelto di scrivere da due diversi punti di vista, quello di un carceriere inglese e di una madre irlandese…
    Fin dall’inizio sapevo che volevo collegare in modo diverso le due parti, perché mi aveva sempre colpito il motto di E.M. Forster all’inizio di “Passaggio in India”, only connect. Perché l’Irlanda del Nord è un paese piccolo e diviso, tutto è diviso nell’Ulster, ad iniziare da quello che la gente indossa alla lingua che parla. Avrei preso come personaggio un carceriere da una parte e una madre dall’altra, perché volevo questo contrasto, tra una prospettiva maschile e una femminile e cattolica. Solo uno o due capitoli dicono dell’esperienza dei prigionieri dall’interno, perché l’IRA difende gelosamente la sua storia. E d’altronde è stata un’esperienza spaventosa, l’età media dei prigionieri era più o meno vent’anni, volevo andarci cauta su come parlarne. Ho scelto John Dunn come protagonista perché era molto coinvolto con la storia dell’Irlanda del Nord, volevo che fosse un uomo con una ferita emozionale, doveva avere sangue sulle mani- molti uomini che avevano servito l’esercito nel Nord Irlanda divennero poi carcerieri- per considerare quello che stava avvenendo nel carcere di Maze come una questione di rilevanza personale.

Ha trovato molte persone disposte a raccontarle di quei tempi?
    All’inizio è stato difficile, proprio perché è un paese piccolo. Poi, una volta che ho iniziato, è diventato facile: forse mi vedevano come una lavagna bianca su cui avrebbero potuto scrivere la loro storia, tutti volevano convincermi del loro punto di vista. Ma all’inizio erano veramente diffidenti. E’ stato macchinoso riuscire a parlare con quelli dell’IRA, c’è stato bisogno che un membro anziano desse il suo permesso agli altri di parlare con me. Forse mi hanno vista come un’innocua madre di famiglia, una casalinga della Provenza, e poi, stranamente, questo membro anziano aveva letto il mio primo romanzo e gli era piaciuto. Hanno abbassato la guardia, mi hanno ammesso tra di loro, mi hanno dato informazioni. Poi se ne sono pentiti, so che si sono rifiutati di parlare con un’altra scrittrice.

 Perché?
   Perché un esercito deve mostrarsi duro, ma quello che io ho descritto nel libro è duro all’esterno e umano all’interno. Un esercito non può mostrarsi umano, lo vediamo in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni paese.

Quali erano i sentimenti delle persone che vissero quei tempi quasi trent’anni dopo? Come guardano al passato i carcerieri?
    Gli incontri più difficili sono stati proprio quelli con i guardiani. Difficile rintracciarli e poi, a volte, quando avevo il numero di telefono e riuscivo a contattarli, sbattevano giù la cornetta non appena sapevano che cosa volevo. I carcerieri vivono ancora oggi con la paura di essere rintracciati, spesso hanno cambiato nome, vivono nascosti. La verità è che fecero cose brutali a quei ragazzi. Dal loro punto di vista, loro avevano ricevuto delle istruzioni, era stato loro detto che era una guerra, e tuttavia queste istruzioni non erano scritte. Avevano ordinato loro di spezzare questi ragazzi, infrangerne il morale e il fisico. E si è lasciato che tutta la colpa venisse addossata a loro. Sembravano bestiali ma erano come tutti i soldati in guerra. Fra di loro c’era la mentalità del gruppo ed è quella che ho voluto esplorare nel libro.

Rimanevano a lungo in servizio nelle prigioni?
     Sì, alcuni di loro sì. Molti si suicidarono. 50 di loro si sono uccisi, per lo più sparandosi un colpo in bocca. Una ventina è stata ammazzata dall’IRA nel periodo di cui parlo nel libro.

E come guardano al passato, oggi?
    Molti hanno paura a parlarne, preferiscono raccontare dell’amicizia tra i carcerieri, degli scherzi che facevano, dei giochi. Ne ho incontrato uno che era stato direttore, un uomo simpatico, stranamente un cattolico che lavorava per il governo protestante, perché credeva nello Stato e nell’obbedienza allo Stato. Mi ha chiesto di passare un messaggio ad uno dell’IRA che all’epoca aveva 19 anni ed era stato il numero 11 ad entrare in sciopero. Era stato 73 giorni senza mangiare ed era in punto di morte quando sua madre e il prete interruppero il suo sciopero e chiesero al medico di mettergli la flebo. L’ex direttore mi chiese di dirgli, se lo avessi incontrato, che aveva ricevuto la sua lettera anni prima e non gli aveva risposto per ovvii motivi, ma l’aveva molto apprezzata. Mi fece leggere la lettera in cui si diceva più o meno, ‘lei è stato gentile con noi, so che è stato difficile per lei ma noi abbiamo apprezzato quello che è riuscito a fare.’ Perché non aveva risposto? Perché il  Nord Irlanda era com’era, temeva che l’IRA usasse la sua lettera come propaganda. Tutto era successo tanto tempo prima…


I prigionieri di un tempo e le loro famiglie, che cosa provano? Sentono che hanno combattuto per niente? Che cosa è rimasto di quella speranza e di quell’entusiasmo, della gente che cantava “di nuovo una nazione”?
    Vivono nel passato, parlano di quei tempi nello stesso modo in cui i miei nonni parlavano della seconda guerra mondiale. Sentono la mancanza del senso di unione, di quella qualità di vita e morte che c’era in ogni giornata. Rimpiangono l’umorismo nero, da allora la vita per loro è stata un anticlimax. Hanno goduto nel raccontarmi la loro storia. Capitava che stessi parlando con uno di loro e nel giro di due ore la stanza si riempiva, c’era fumo, tazze di tè che passavano da una mano all’altra, la casa piccola era piena di gente che raccontava. Non lottavano tanto per la Repubblica quanto per avere diritti uguali ai Protestanti. Gli irlandesi amano raccontare storie, sono grandi affabulatori, quello dell’unione era un mito, una bandiera. Ma non succederà mai, prima di tutto perché il Sud non li vuole. E’ stato un risveglio amaro, pensavano di essere tutti fratelli. La realtà è che si è uniti solo quando c’è un nemico in comune.

Il 26 marzo è stato firmato l’accordo storico per formare un governo cattolico-protestante a Belfast. Quando parlava con la gente per le sue ricerche, come attendevano questo momento?
    No, non attendevano questo momento. La gente con cui parlavo viveva nel passato. E io non ho parlato con i moderati. Nel 2004, mentre facevo ricerche, il governo di coalizione non era una prospettiva reale, c’erano altre cose che importavano di più, quel risveglio economico che offriva cose per noi scontate ma nuovissime e tremendamente attraenti per loro. Il Nord Irlanda era un paese molto povero che assaporava la ricchezza.

Gerry Adams sarà nel nuovo governo, è uno degli uomini “storici” del Sinn Fein, è stato in prigione e ha preso parte ad uno sciopero della fame precedente a quello di cui si parla nel suo libro: ha incontrato anche lui?
Gerry Adams

    No, ho però incontrato il suo numero due, Danny Morrison, il suo amico che abita vicino a lui, e infatti ogni volta che andavo a parlare con Danny Morrison c’era l’elicottero che sorvolava la strada. Era Danny che scriveva i discorsi per Gerry, Danny era l’IRA e Gerry il Sinn Fein.

Il secondino John Dunn scopre di avere un figlio, Mark Wilson. Mi sono chiesta se ha scelto di proposito i loro nomi, visto che Wilson è il doppio nella famosa novella di Poe e Dunn è un colore grigiastro, adatto all’uomo che Dunn è all’inizio.
     Ho scelto deliberatamente il nome di John Dunn, perché sia in inglese sia in tedesco la parola significa “scuro”, e anche per via del poeta John Donne: il problema del mio John è che è un romantico, lui stesso dice, parlando dell’Irlanda, che per lui è come una storia d’amore finita male, e ne soffre cercando di non soffrire perché questo non è il luogo giusto per soffrire. E no, non avevo pensato al Wilson di Poe, ma è vero che Mark Wilson è un doppio di Sean Moran, e quando John Dunn vede il prigioniero Sean come suo figlio, inizia a cambiare.

Kathleen osserva che la maggior parte degli uomini della loro strada o sono i prigione o sono morti. Sembra che quelli che sono rimasti in giro siano i peggiori, capaci solo di parlare e raccontare storie esagerate e bere. Persino Brendan Coogan, l’intermediario dell’IRA con la prigione, non ci fa una bella figura…
     Ecco perché si sono arrabbiati per il mio libro, perché questi uomini sono quelli che sono stati lasciati indietro. Volevo fare un quadro in bianco e nero ed è naturale che gli uomini vadano alla guerra se c’è una guerra, sarà un pensiero antiquato, ma la penso così. Forse oggi penseremmo che i migliori restano a casa a badare ai bambini e a fare frittelle.

Al contrario c’è un sacerdote straordinario, padre Pearse, con un gran cuore e una mente aperta. E’ basato su qualcuno che ha conosciuto?
     Sì, ne ho incontrato parecchi come lui, dei sacerdoti che erano vicino ai ragazzi dell’IRA e hanno lavorato in prigione. Uno in particolare mi ha mostrato i disegni dei ragazzi prigionieri, erano come disegni fatti dai bambini, uomini a fiammifero che imbracciano il fucile e sventolano la bandiera. Mi ha mostrato anche una collezione dei proiettili di gomma usati dall’esercito britannico. Gli importava troppo della gente della sua parrocchia per poter prendere una posizione diversa da questa, di sostegno.

 Si parla tanto di terrorismo oggi, soprattutto di terrorismo islamico: terrorismo o guerriglia quello del Nord Irlanda?
    Per l’IRA si trattava certamente di una guerra e non di terrorismo. Per loro non c’era nessun problema ad uccidere chi apparteneva al nemico- non ammazzavano solo i secondini, ma anche i postini o chiunque avesse un impiego governativo, chiunque rappresentasse il governo britannico nel Nord Irlanda.

La prigione di Maze è stata messa in disuso nel 2000 e adesso stanno smantellandola: non sarebbe dovuta rimanere come buia memoria del passato?

      Non c’è molto da salvare nella prigione di Maze, non c’è molto da vedere. Ci sono stata dentro, naturalmente, ho chiesto anche che mi chiudessero in una cella per una decina di minuti, per avere la sensazione del luogo. Ci sono state due cose che mi hanno colpito, come strane: la stanza in cui le guardie avevano gli armadietti di metallo in cui mettevano le loro cose- gli sportelli erano aperti, c’erano ancora dentro degli oggetti, foto di donne ritagliate dai giornali attaccate agli sportelli. Era come se avessero abbandonato il luogo in fretta, fuggendo. E poi la stanza in cui avrebbero dovuto essere conservati i dossier dei prigionieri: erano tutti per terra, i fogli sparpagliati che coprivano il pavimento, era come camminare sulla neve.

Come è stato accolto il suo libro in Irlanda?
Danny Morrison
     Le recensioni sono state molto buone, la cosa più stupefacente sono state le lettere che mi hanno scritto dei soldati inglesi dicendo che avevano trovato così veritiera la descrizione di quanto avveniva nel carcere; uno di loro mi ha scritto di aver pianto leggendo il libro. Danny Morrison ha parlato per conto dell’IRA, facendomi sapere che a loro non è piaciuto il ritratto di Brendan Coogan. E, come dicevo prima, l’IRA non parlerà più con nessuno di quegli anni- si sono rifiutati di incontrare una scrittrice neozelandese, dopo la pubblicazione del mio libro.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"



                                                                    

martedì 20 gennaio 2015

Jonathan Littell, “Le benevole” ed. 2007

                                                            Diaspora
                                                            il libro ritrovato

Jonathan Littell, “Le benevole”
Ed. Einaudi, trad. Margherita Botto, pagg. 943, Euro 24,00


Titolo originale: Les Bienveillantes

 Mi pervase un’ondata di amarezza: ecco cos’hanno fatto di me, mi dicevo, un uomo che non può vedere una foresta senza pensare a una fossa comune. Un ramo secco mi si spezzò sotto uno stivale. “E’ proprio strano che a lei non piaccia cacciare”, commentò Speer. Immerso nei miei pensieri, risposi senza riflettere: “Non mi piace uccidere, Herr Reichsminister.” Mi gettò un’occhiata strana e io precisai: “A volte è necessario uccidere per dovere, Herr Reichsminister. Uccidere per piacere è una scelta.”

   “Les Bienveillantes” è il titolo in francese del romanzo di Jonathan Littell, ebreo di origine polacca, nato a New York, cresciuto in Francia, ritornato in America per frequentare l’università di Yale, che ha scelto di scrivere in francese il suo libro. E’ un titolo che vuole darci una chiave di lettura? Perché les bienveillantes sono le Eumenidi, le benevole custodi della giustizia che si sostituiscono alle Furie o Erinni che inseguono Oreste, assolto da Atene per aver ucciso sua madre, colpevole a sua volta di aver fatto uccidere suo padre. E Maximilien Aue è, con tutta probabilità, l’assassino della madre e del patrigno, nonché colpevole di altri delitti. Verrebbe da dire che, in una scala di grandezza storica, gli altri crimini di Max Aue sono maggiori, essendo stato un ufficiale delle SS- ma questa è una delle tante domande che pone questo straordinario romanzo che resterà “il” libro sulla tormentata storia della Germania e dell’Europa negli anni della seconda guerra mondiale: è vero quanto diceva Stalin, che “la morte di un uomo è tragedia, la morte di milioni è statistica”, ed è per questo che, in una scena di delirante assurdità, Max Aue è ricercato da due poliziotti per aver ucciso la madre, in una Berlino già invasa dall’Armata Rossa?
   Niente sembra essere casuale in “Le benevole”, ad iniziare dal cognome del protagonista: se sostituiamo la vocale “u” con “w”, awe in inglese è la sensazione di sgomento davanti all’orrore, ed è orrore quello che prova Max Aue davanti alla carneficina degli ebrei in Ucraina, prima tappa in un viaggio dell’orrore che sostituisce nel secolo XX il romantico Grand Tour dell’800, Max Aue al posto di Childe Harold, una discesa all’Inferno in cui la scritta Arbeit macht frei sostituisce il dantesco “Lasciate ogni speranza…”, l’amico Thomas prende il posto di Virgilio come accompagnatore e i gironi sono intitolati a Babi Yar, Stalingrado, Auschwitz, Dora, e la marcia della morte finale delle larve viventi che sono diventati i prigionieri dei lager è come la turba di anime sospinte dal vento che suscita la compassione di Dante.
Non è una scelta leggera, quella di aver fatto di Max Aue un omosessuale, perché, intanto, è risaputo che lo erano molti SS, e c’è pure il carico aggiunto di sottolineare l’assurdità delirante della campagna nazista di pulizia attraverso l’eliminazione degli esseri inferiori o devianti: Max Aue ama l’unica donna che non può avere, anche se l’ha avuta in un passato di giochi- perché no?- innocenti: la sorella gemella che si chiama Una, a ricordare quell’unico corpo perfetto maschio e femmina di cui si parla nel “Simposio” di Platone, nonché l’unicità del suo sentimento. Così come è intenzionale l’inizio dalla fine, con l’anziano ex nazista Max Aue che è fuggito con carte false e ha preso dimora in Francia, ex paese nemico della Germania, dove ha fatto fortuna con una fabbrica di merletti. E se l’immagine dell’SS omosessuale in mezzo alle trine e ai pizzi può apparire un po’ kitsch, ha tuttavia un forte impatto di contrappasso in un libro che unisce la Storia (ricca di documentazione) e la finzione, personaggi creati dallo scrittore e altri veramente esistiti (Bormann e Goering, Goebbels e soprattutto Speer,
non il peggiore ma certamente il più intelligente di tutti e infatti riuscì a prendersi solo vent’anni di carcere), realtà e metafora (Max Aue è ferito a Stalingrado, una pallottola gli trapassa il cranio lasciandolo con una cicatrice che è come un terzo occhio pineale), raccapriccianti scene di sangue ed altre fantasmagoricamente oniriche che ricordano Schnitzler, colte dissertazioni di linguistica nonché sulle lingue in relazione alle etnie (e mentre i soldati muoiono a Stalingrado la discussione se i Bergjuden di etnia tat siano o no da considerarsi ebrei e come tali da sterminare ha un che di paradossalmente grottesco come in una scena del teatro dell’assurdo) e nostalgiche celebrazioni musicali (non ci pare strano che Aue esalti eccelsi compositori poco noti, ancora una volta ci sembra un’ulteriore segnale della frattura tra la “grande” Germania dei filosofi e dei musicisti e quella del Reich).
      Ma chi è questo Max Aue che, diciamo la verità, non è affatto simpatico né vuole esserlo? Quale tedesco vuole rappresentare? Nessuno, in realtà, piuttosto tutti gli esseri umani, come dice nella frase che incomincia il suo racconto: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti come è andata”. Perché questo è il suo punto: “io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma anche con meno disperazione.” Max Aue, figlio di un uomo che ha combattuto nella Grande Guerra e ne ha vissuto le umilianti conseguenze, ha fatto quello che chiunque altro, in quel luogo e in quel momento avrebbe fatto, perché in tempo di guerra il cittadino non solo perde il diritto di vivere, ma anche quello “di non uccidere”. Come qualunque uomo comune in quella situazione, Max Aue è inorridito, Max Aue non sopporta la vista non solo dei morti ma anche della modalità delle stragi, Max Aue sta fisicamente male, vomita- è come se il suo corpo volesse espellere da sé quello che vede (senza riuscirci, peraltro, se all’inizio del romanzo confessa di continuare a vomitare occasionalmente e ad essere stitico), ha dei piccoli e inutili gesti di pietà, come raccomandare che una bimba venga uccisa con gentilezza. Più tardi, quando si avvicina la fine della guerra e i forni hanno bruciato per anni senza interruzione, Max Aue cerca di far ottenere più cibo e vestiario per i prigionieri, con il pretesto che debbano essere trattati meglio se li si vuole impiegare come forza-lavoro. Certo, poteva fare altro, unirsi al complotto contro Hitler. O suicidarsi- e siamo sicuri che non ci abbia provato quando è riuscito solo a farsi ferire nel girone di Stalingrado? O ancora, quando si ritira nella casa della sorella in Pomerania, a rischio di essere considerato disertore? Dopo essere esploso in quella confessione con la mite Hèlène, reiterando “ammazziamo, ammazziamo, ammazziamo” in un isterico crescendo di chi ha superato il limite dell’obbedienza?

     Soltanto uno scrittore di origine ebraica poteva scrivere un libro come “Le benevole”, suscitando ugualmente polemiche, tante quante sono le diverse letture dei diversi lettori del libro. Soltanto uno scrittore di origine ebraica che non adotta la lingua né dei vincitori né dei vinti (“La sconfitta, di nuovo?” “Sì, di nuovo, la sconfitta”) poteva trasformare le Erinni in bienveillantes, senza assolvere, chiedendo solo di non dimenticare.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


    
                                                                                       

lunedì 19 gennaio 2015

Robert Littell

                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America              
                                                       un autore

Robert Littell, nato a New York nel 1935, è uno scrittore e giornalista statunitense. Attualmente vive in Francia. E’ famoso come scrittore di romanzi del genere spy-story dove affronta tematiche legate alla CIA e all’Unione Sovietica. Il suo libro più bello è “L’epigramma a Stalin”, del 2009, dedicato al poeta russo Osip Mandel’štam, morto nel 1938 in Siberia durante le purghe staliniste.
E’ il padre dello scrittore Jonathan Littell.




Robert Littell, “Il giovane Philby” ed. 2012

                                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       spy-story
       il libro ritrovato

Robert Littell, “Il giovane Philby”
Ed. Fanucci, trad. Olivia Crosio, pagg. 227, Euro 16,00
Titolo originale: Young Philby

   “Nessuno ha parlato di tradimento del comunismo da parte di Stalin” interloquì Dietrich, accalorandosi. “C’è una bella differenza tra distorcere e tradire. ‘Distorcere’ indica un cambiamento di rotta tattico, navigare secondo il vento, adattarsi alla realtà in evoluzione per raggiungere l’obiettivo strategico, che è la dittatura del proletariato.”…….”Stalin è il comunismo, cara. Qualunque cammino scelga, sta’ sicura che è quello giusto”.

       Sono passati alla storia come “the Cambridge Five” i cinque compagni di studi universitari- a Cambridge, naturalmente- che, dopo aver simpatizzato con l’ideologia comunista, furono reclutati negli anni ‘30 dai servizi segreti sovietici. Nel suo nuovo romanzo, “Il giovane Philby”, Robert Littell ci racconta la vita e la carriera di spia doppiogiochista di quello che fu il più famoso dei Cambridge Five, quello che, per le informazioni passate all’URSS per ben ventisette anni, causò maggiori danni al Regno Unito e all’Alleanza Atlantica: Harold Adrian Russell Philby, soprannominato Kim come il ragazzino inglese protagonista del romanzo di Kipling che, rimasto orfano in India, diventa una spia. A buona ragione, perché anche Philby era nato nel 1912 in India dove suo padre (personaggio stravagante, studioso delle culture orientali, consigliere del re saudita al-Sa’ud, convertito all’islam) era diplomatico.
Kim/Philby
      Robert Littell ha la capacità straordinaria di far percepire al lettore tutta l’ambiguità, tutte le complesse sfaccettature del mondo dello spionaggio. Già ne “L’oligarca” ci aveva affascinato con quel protagonista dalle molteplici coperture che aveva persino dimenticato quale fosse il suo vero io, tra le tante personalità che gli erano state cucite addosso. Persino nel bellissimo “Epigramma a Stalin” che, a rigore, non era un romanzo di spionaggio, l’atmosfera era comunque quella dei bisbigli, dei sospetti, delle delazioni, della paura. A Littell interessa l’uomo Philby, quello che era quando fu reclutato poco più che ventenne e quello che è diventato, fino a quando, nel 1963, fu costretto a rifugiarsi a Mosca dove diventò istruttore del KGB e morì nel 1988. A Littell interessa capire che cosa abbia spinto Philby e gli altri quattro di Cambridge (tutti giovani appartenenti a famiglie facoltose e alto borghesi) a sposare la causa del comunismo- ribellione giovanile? eterno contrasto tra genitori e figli?-, a rischiare la vita per un ideale (in Spagna, durante la guerra civile, Philby fu l’unico a sopravvivere ad una granata che aveva colpito l’auto su cui viaggiava insieme a tre giornalisti e- somma ironia- ricevette una medaglia da Franco), a continuare a credere in quell’ideale quando questo sembra essere tradito o distorto da chi lo rappresenta. C’è altro ancora che rende così interessante la personalità di Philby: dal 1941 lavorò nel servizio del controspionaggio inglese dell’ MI6. I disturbi gastrici e il vizio del bere dell’uomo Philby erano dovuti allo stress della doppia personalità della spia Philby, alias Kim?
     Il romanzo di Littell non è a ‘una voce sola’. Se lo fosse, il risultato sarebbe piatto e biografico, il racconto di un narratore onnisciente. Il prologo è ambientato nella famigerata prigione moscovita Lubjanka dove Teodor Màly, l’agente dei servizi segreti sovietici che reclutava e controllava le spie all’estero negli anni ‘30, viene sottoposto ad interrogatorio: è accusato di aver operato come spia per i tedeschi.
Sotto tortura Màly finirà per confessare ed è condannato a morte. Benvenuti nel mondo delle spie sovietiche, dove essere richiamati a Mosca ha un significato tremendamente minaccioso, dove confessare qualunque cosa di cui si sia accusati può- forse- almeno accorciare la sofferenza. L’atmosfera del libro è già lì, in queste pagine, e non lasciatevi ingannare dalla leggerezza di quanto segue, dei giorni viennesi di Philby raccontati da Litzi Friedman, l’attivista comunista che Philby sposerà per aiutarla ad uscire dall’Austria dopo i disordini causati dal pesante intervento del governo Dolfuss contro i movimenti socialisti e comunisti. E, tra l’altro, l’incertezza sulle inclinazioni sessuali del protagonista (più di uno dei Cambridge Five era dichiaratamente omosessuale) non fa che aumentare l’aria di ambiguità che lo circonda.
Litzi Friedman

Dopo Litzi Friedman salgono altri personaggi sul palcoscenico del romanzo per parlarci della carriera di Kim Philby e della sua vita avventurosa- un’attrice francese che fu sua amante, suo padre, Guy Burgess (uno dei Cinque), persino il compagno Stalin si occupa di Kim.

Riusciamo, in definitiva, a capire chi fosse Philby? Il libro- un avvincente romanzo di spionaggio “vero”- si chiude con le parole, “il mistero di Philby rimane irrisolto”.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


domenica 18 gennaio 2015

Sonali Deraniyagala, “Onda” ed. 2014

                                               Voci da mondi diversi. Asia    
                                                      FRESCO DI LETTURA



Sonali Deraniyagala, “Onda”
Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Brovelli, pagg. 208, Euro 17,00
Titolo originale: Wave

      La spuma si tramutò in onde, onde che sciabordavano sul crinale dove finiva la spiaggia. No, non era normale. Il mare non si spingeva mai fin lì. E quelle onde non tornavano indietro, non si dissolvevano. Si stavano facendo più vicine, marroni e grigie. Marroni o grigie. Superarono veloci le conifere, dirette verso la nostra camera. Tutte quelle onde, tutta quell’acqua agitata che ci veniva addosso. Di colpo furiosa, minacciosa. “Steve, devi venire. Subito!”

    Mattina del 26 dicembre 2014. L’onda gigantesca causata da un terremoto di magnitudo 9.3 al largo dell’isola di Sumatra si abbatte sulla costa dello Sri Lanka, si addentra nell’entroterra, spazza via case, alberi, automobili, esseri umani, prima di rientrare nel mare con un enorme risucchio. Il numero totale delle vittime dello tsunami si aggira sui 300.000, 50.000 nello Sri Lanka. Entrambi i genitori, il marito e i due figli di Sonali Deraniyagala sono tra queste.

    Il libro inizia proprio con l’onda, con Sonali che chiacchiera con un’amica sulla soglia della camera dell’albergo dove stanno passando una breve vacanza, quando l’amica fissa oltre la sua spalla e dice, “Oh, mio Dio, il mare sta entrando”. Sonali si gira, vede la cresta bianca dell’onda, non si allarma subito. Però non si erano mai visti i frangenti dalla loro stanza. Chiama il marito, perché venga a vedere. Lui indugia. Lei lo sollecita, pensa solo che si tratti di uno spettacolo da ammirare. Quando Steve la raggiunge, basta un’occhiata e poi, senza una parola, Sonali afferra un bambino per mano e scappa. Non si ferma neppure a bussare alla porta della stanza dei genitori per avvertirli. Dopo, ne avvertirà il rimorso. Se c’è spazio per un qualunque rimorso dentro di lei. Insieme a tutti i ‘se’. Dopo, in un lutto che dura ormai da dieci anni, quando i ricordi si affollano, si negano, bussano implacabili alla sua mente. Dopo, quando rivivrà la scena, come in una pellicola che si continua a riavvolgere, tornando dall’inizio. La fuga, la jeep che li prende a bordo, l’acqua che li raggiunge, la jeep che si rovescia, Sonali travolta dall’acqua marrone, non pensa a nulla, neppure ai bambini che non stringono più la sua mano. Ma forse è morta, forse il peso che sente sul petto significa che è morta. No, se vede un ramo a cui agganciarsi, allora non è morta. Lo afferra, l’onda non la trascinerà in mare aperto. Dopo, quando, impietrita dal dolore, muta per l’incredulità, aspetta seduta su una panca. Steve si sarà salvato. E anche Vikram e Malli, i suoi bambini di 5 e 7 anni. E i suoi genitori. Non è possibile siano morti in cinque e lei sia l’unica sopravvissuta. E’ possibile. E’ successo.

   Come si sopravvive a una tragedia del genere? Sonali ci racconta del buio in cui è sprofondata, dell’apatia prima, del desiderio di annientarsi dopo, stordendosi con l’alcol, pensando al suicidio. Dal non poter affrontare il ricordo del passato felice alla voglia di rivivere ogni giorno di quel passato. Dal non poter vedere la casa dei genitori a Colombo, e tanto meno la sua e di Steve a Londra, al ritornare sui suoi passi per ritrovare quelli che ha amato. Dal pensare, ‘e se non fossimo tornati in Sri Lanka per Natale? Eravamo appena stati là per nove mesi’, ‘e se non fossimo andati in vacanza a Yala, sulla costa?’, dal sentirsi colpevole di tutto, soprattutto di essere viva, ad accettare il destino e la pienezza del ricordo.

  
dieci anni dopo, in memoria
“Onda” non è un libro lacrimevole di un autocompiacimento nella sofferenza. E’ un’elegia per la morte dei propri cari simile per intento a quelle dei grandi poeti del passato, il memento duraturo di una delle maggiori catastrofi naturali dell’era moderna. Molto bello. Da leggere.


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giovedì 15 gennaio 2015

Robert Littell, “I figli di Abramo” ed. 2011

                                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                         il libro ritrovato
              

Robert Littell, “I figli di Abramo”
Ed. Fanucci, trad. Sara Brambilla, pagg. 343, Euro 18,00

Titolo originale: Vicious Circle

   E’ ora di chiamare le cose con il loro nome. Quel pazzo del defunto rabbino Apfulbaum e i suoi compari chiamavano la Giudea e la Samaria la Palestina liberata. Tutto il mondo le considera la Palestina occupata. L’occupazione ha corrotto le nostre anime. Il nostro   ed esercito civile, creato per difendere questa scheggia di Stato ebraico dalla marea di arabi che ci circondano, è diventato un esercito di occupazione.

    Israele. Un prossimo futuro. Manca poco all’incontro di Mount Washington, dove sarà stipulato l’accordo di pace in Medio Oriente: verrà riconosciuta l’esistenza di uno stato palestinese che otterrà indietro il 94% dei territori occupati dagli israeliani con la guerra dei sei giorni. Il dottor Ishmael al-Shaath, alias Abu Bakr, terrorista palestinese, rapisce il rabbino Isaac Apfulbaum, capo di un gruppo estremista. Lo scopo: chiedere il rilascio di un patriota palestinese e di più di cento prigionieri tenuti in ostaggio. In realtà la mira è far saltare l’accordo, perché la brigata di Abu Bakr non accetterà mai altro che una Palestina senza la presenza di altri ebrei salvo quelli nati lì prima del 1948. In un edificio abbandonato nella Città Vecchia di Gerusalemme, durante lunghi colloqui tra rapitore e rapito viene fuori che entrambi vogliono la stessa cosa, pur se per motivi opposti: anche il rabbino Apfulbaum è contrario alla pace. Perché gli ebrei devono seguire il comandamento di Dio di insediarsi in ogni centimetro quadrato della terra della Torah.

    Questa è la base su cui Robert Littell costruisce il suo nuovo romanzo “I figli di Abramo”. Intorno al nucleo della vicenda, accanto ai due protagonisti, si verificano altri fatti (altri rapimenti, torture, violenze) ed altri personaggi discutono su quanto sta avvenendo e sull’impatto che l’esito del sequestro avrà sui travagliati accordi di pace. Nella stanza in cui il rabbino e il suo segretario sono tenuti prigionieri, con il passare dei giorni l’arabo che è chiamato per lo più ‘il Dottore cieco’ e il rabbino (quasi cieco pure lui, ora che ha perso gli occhiali: cecità simbolica di entrambi? visione spirituale acuita dalla privazione di quella fisica?) scoprono quanto abbiano in comune. Sono quasi l’uno il doppio dell’altro, sono come dei cugini (non sono entrambi semiti, dopotutto?), finiscono per provare reciprocamente simpatia e stima. L’uno si chiama Ishmael, l’altro Isaac: sono i nomi dei due figli di Abramo, nel Corano Allah chiede al profeta il sacrificio di Ishmael, nella Bibbia Dio chiede quello di Isacco (nel romanzo finiranno per essere tutti e due delle vittime); e poi Ishmael è il mujaddid, il Rinnovatore mandato da Dio per restaurare l’Islam; di Isaac è stato detto che potrebbe essere il Messia. Persino quando è chiaro che il rabbino deve morire, i due si attardano in discussioni che hanno del gesuitico. Il rabbino trova addirittura un cavillo per cui la Torah lo autorizza a convertirsi all’islam per permettere al dottore di ucciderlo senza rimorsi…
Fuori da questa stanza claustrofobica, nella luce dorata della Gerusalemme che tutti amano, sia l’Autorità palestinese sia gli agenti dei servizi segreti israeliani cercano disperatamente dove siano nascosti i prigionieri. E la voce degli Stati Uniti si fa sentire, pressante, perché il fallimento dell’accordo di pace significherebbe il tracollo economico.

         Se vogliamo inquadrare in una definizione di genere il romanzo di Robert Littell, possiamo dire che “I figli di Abramo” è un thriller politico, per la trama, la tensione e l’ambientazione. Tuttavia sembra che, con l’attrattiva del thriller, Littell voglia parlarci di altro. Voglia quasi sfogarsi per il senso di impotenza, la disperazione e lo sconforto davanti alla situazione di Israele che pare  trovarsi in una strada senza uscita in cui è stata la Storia a spingerla. E’ stata la violenza pianificata nazista a dare origine a tutta la violenza seguente, da una parte e dall’altra. Come dice uno dei personaggi del libro- senza Hitler gli ebrei se ne starebbero ancora nei loro villaggi dell’est dell’Europa o nelle città della Germania.

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Robert Littell, “L’oligarca” ed. 2009

                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                                  spy-story
                                                                  il libro ritrovato

Robert Littell, “L’oligarca”
Ed. Fanucci, trad. Laura Bigoni, pagg. 439, Euro 18,00


    Si pubblicano troppi libri. E’ inevitabile che ce ne sfuggano alcuni che valeva la pena di leggere, appena vengono immessi sul mercato. E già siamo fortunati se riusciamo a ritrovarli, se qualcosa li riporta all’attenzione di noi lettori. E’ successo così per “L’oligarca”: dopo aver letto il bellissimo “L’epigramma a Stalin” di Robert Littell un paio di mesi fa, ho ‘ripescato’ il romanzo precedente, pubblicato lo scorso anno, che mi ha confermato la bravura dello scrittore americano pur in un genere diverso, quella della spy-story.
    Definire ‘romanzo di spionaggio’ un libro come “L’oligarca” non gli rende giustizia, il genere della spy-story gli va stretto. Perché il personaggio principale è, sì, un agente segreto della CIA e noi seguiremo le sue imprese da un continente all’altro- avventurose, pericolose, sul filo del rischio estremo. Ma quello di Littell è anche uno splendido romanzo sulla ricerca della propria identità che l’individuo può smarrire sotto le molte maschere che la vita, la società o il lavoro lo obbligano ad indossare.
    Il tempo presente della storia è il 1997, ma tutto inizia almeno una dozzina di anni prima, con due date fondamentali per motivi diversi: nel 1993, vicino al villaggio di Prigorodnaja (tra San Pietroburgo e Mosca), un uomo viene seppellito vivo in una buca scavata nella strada che, subito dopo, viene coperta da un manto nuovo d’asfalto. Nel 1994, Martin Odum, ex agente della CIA che ora lavora come detective privato a Brooklyn, è in cura psichiatrica per quello che si chiama ‘disturbo della personalità multipla’: non sa più chi egli sia in realtà, non sa neppure se Martin Odum sia il nome con cui è nato.
Martin Odum, in veste di investigatore privato, è il protagonista delle vicende che si svolgono nel 1997. Lui, oppure le sue altre identità, è anche il protagonista di una miriade di storie del passato, tutte in qualche maniera collegate l’una con l’altra. Estella Kastner si rivolge a Martin per affidargli un incarico da parte di suo padre, ex agente del KGB rifugiato in America. Si tratta di ritrovare un altro russo, Samat Ugor-Zilov, che è scomparso, abbandonando la moglie (figlia di Kastner) che ha sposato per ottenere il permesso di ingresso in Israele dove vive la donna. Kastner vuole che Samat firmi le carte del divorzio che renderanno la figlia nuovamente libera.

Quella che potrebbe essere la trama banale della caccia ad un marito fedifrago diventa una avventura straordinaria all’inseguimento di un uomo che fuggiva dai ceceni in Russia- ma Martin Odum non è l’unico, oltre ai ceceni, ad essere interessato a Samat Ugor-Zilov. Lo cerca anche uno zio che dice che Samat gli ha rubato un’enorme quantità di soldi e poi, invece, c’è qualcuno che non vuole affatto che Martin ritrovi Samat: il vecchio Kastner viene ucciso quasi subito dopo aver incontrato Martin, muore anche una donna (indossava la tuta di Martin per badare all’alveare di lui sulla terrazza, l’hanno scambiata per lui), in Israele due colpi di fucile mancano Martin come bersaglio…Il nemico di Martin è del tutto insospettabile.
   Chi è questo inafferrabile Samat Ugor-Zilov? Che traffici misteriosi ha, dietro la presunta impresa umanitaria di inviare protesi nel terzo mondo? Viene avvistato a Londra, e poi a Praga, su un’isola del lago di Aral dove si fanno esperimenti per la guerra batteriologica, in una cittadina lituana, e infine a Prigorodnaja. Che ruolo hanno giocato, Samat e lo zio Oligarca, che ruolo hanno giocato la CIA e l’FBI nel far sì che la Russia che sorgeva dalle ceneri dell’Unione Sovietica non potesse competere con l’America?
   Altrettanto elusiva, in modo diverso, è la personalità di Martin Odum: “da qualche parte, lungo la strada, ho perso traccia di quale delle molte pelli che ho indossato fosse il mio vero io”, confessa Martin. Le ‘biografie’ che vengono costruite per gli agenti segreti si chiamano ‘leggende’ (così è il titolo in originale, “Legends”): sono costruite pezzo per pezzo senza tralasciare nessun dettaglio, dalla spiegazione accurata di dove sia stato fatto un intervento che giustifichi una cicatrice all’hobby del personaggio. Martin (quando è Martin) alleva api, quando è l’irlandese Dante Pippen è specializzato in esplosivi, quando è Lincoln Dittmann colleziona armi della guerra di secessione, ha persino scritto un libro sulla battaglia di Fredericksburg.
Il fatto è che Lincoln Dittmann dice di esserci stato di persona sul campo della battaglia di Fredericksburg- e ne è convinto. C’è poi ancora una quarta identità che Martin ha rimosso, deve essere legata a qualche trauma- il lettore lo scopre alla fine.
    Sono tante le storie che vengono raccontate ne “L’Oligarca” e spaziano in mezzo mondo, includono persino Osama Bin Laden. “Sotto ogni strato c’è un altro strato”, come una cipolla- dice un personaggio. Un consiglio: lasciatevi trasportare dalla narrazione, non ve ne pentirete. Sbucciate le pagine come una cipolla: non piangerete di delusione.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net