venerdì 19 dicembre 2014

Pina Ligas, "Solo il mio silenzio" ed. 2014

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
          FRESCO DI LETTURA


Pina Ligas, “Solo il mio silenzio”
Ed. Pintore, pagg. 202, Euro 15,00

    “No che non va bene! Tu hai sbagliato e tutti noi paghiamo il tuo sbaglio, cosa credi che se ti intestardisci come un asino tutto si risolve? Pensa solo a questo figlio come dovrà crescere. Pensa a noi, ai tuoi fratelli e a Juanne che dovremo abbassare la testa quando ci faranno il verso del bue. A tua sorella quando verrà additata come la sorella della bagassa”.

   Diciamo, ‘Sardegna’. E pensiamo a sole, mare di un blu che è inutile andare a cercarlo alle Seychelles, spiagge di sabbia bianca, Costa Smeralda, estate, atmosfera spensierata di vacanza. Non pensiamo all’altra Sardegna carica di tradizioni e di un peso millenario di stenti, sfruttamento, malattie endemiche come la malaria o il favismo che hanno alterato la struttura ossea degli abitanti. Non pensiamo alla chiusura che è propria di un’isola dove è giocoforza che le idee innovative e i cambiamenti arrivino con ritardo e vengano accolti con diffidenza. E’ questa Sardegna dove il colore dominante è il nero dei fazzoletti che coprono il capo delle donne che fa da sfondo nel romanzo dolente di Pina Ligas. 

     Si intitola “Solo il mio silenzio”, perché il silenzio è il muraglione di difesa dell’isola e degli isolani, solo il silenzio può sviare una vendetta o una rappresaglia, può difendere fino alla morte un segreto gelosamente custodito. Il silenzio pesa su cinque generazioni di Ferrai: quando Vittoria, figlia di Juanne Ferrai, mette al mondo un figlio senza essere sposata, nessuno e niente riesce a farle dire il nome di chi l’ha messa incinta. Il bimbo è biondo, ha gli occhi chiari, quando mai il padre le ha permesso di andare a servizio da dei continentali? Vittoria tace, sa fin troppo bene che un nome darebbe inizio ad una catena di sangue. Chiama il figlio Vincenzo, non è un nome di famiglia. Sempre, in ogni luogo, un bastardo è oggetto di canzonature e insulti, figurarsi in Sardegna. Burdiscu. E’ un marchio che Vissente si porterà dietro tutta la vita. Insisterà a chiedere a sua madre fin sul letto di morte di dirgli il nome del padre. La sua famiglia vivrà chiusa, ‘blindata’ in un’isola chiusa- Vincenzo non permetterà che alle sue figlie succeda quello che è successo a sua madre. Peggio ancora, le sue figlie non si sposeranno neppure, ci penserà lui ad allontanare i pretendenti. E peccato che nessuna di loro voglia entrare in convento, sposare Cristo come hanno fatto due cugine. Soltanto una di loro, la piccola Silvia, sfuggirà alla sorveglianza paterna, solo lei si sposa. Ma finirà veramente con lei l’ossessione della verginità e dell’onore?
   Se questa è la storia di fondo che scorre nelle pagine del romanzo, altre piccole storie ampliano la vicenda famigliare, ci fanno conoscere la vita della Sardegna di fine ‘800 e della prima metà del ‘900, quali siano state le conseguenze negative dell’unità d’Italia per l’isola, il durissimo lavoro in miniera senza alcuna tutela per i minatori (Giulio, uno dei figli di Vincenzo, emigra in America per sfuggire al buio tombale della miniera di carbone), la migrazione degli abitanti della marina verso la montagna per salvarsi dal clima insalubre, la diffusione della malaria che falcia vittime in ogni famiglia prima delle bonifiche mussoliniane, quell’altra malattia, il favismo, che è diventata parte del patrimonio genetico sardo e che colpisce la bimba Silvia.
    Il linguaggio che impiega Pina Ligas per raccontarci la sua Sardegna è colloquiale, popolare e spontaneo, e ben ci stanno alcuni termini dialettali, muccadore, valentia, biddunchi, burdiscu (niente paura, una nota a pié pagina traduce le parole), non solo perché danno colore, ma perché sono quelli ‘giusti’ in questo contesto, aggiungono forza e drammaticità alla narrazione.
Il romanzo di Pina Ligas ha il sapore del realismo verghiano. Nonostante i colori che balenano nelle descrizioni della natura, “Solo il mio silenzio” è come un film in bianco e nero. Anzi, è come se il bianco e il nero- soprattutto il nero- lottassero per spegnere i colori, per soffocare l’anelito alla gioia, come se questa fosse una colpa. Un romanzo aspro e ruvido quanto i cespugli di lentisco o di ginestra che ricoprono l’isola.


la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it





Bi Feiyu

                                                    Voci da mondi diversi. Cina
                                                     un autore



Bi Feiyu, nato nel 1964 a Xinghua, è uno scrittore cinese che vive a Nanchino. Il suo nome, Feiyu, significa "colui che vola sull'universo". I suoi romanzi sono, per lo più, un'esplorazione della psicologia femminile e con essi si è aggiudicato parecchi premi prestigiosi in Cina. Ha anche scritto il copione per il film "La triade di Shanghai" del regista Zhang Yimou nel 1996.
La casa editrice Sellerio ha pubblicato:

- "I maestri di tuina"    2013
- "Le tre sorelle"          2014



mercoledì 17 dicembre 2014

Bi Feiyu, “I maestri di tuina” ed. 2013

                                                            Voci da mondi diversi. Cina
                                                             il libro ritrovato


Bi Feiyu, “I maestri di tuina”
Ed. Sellerio, trad. Maria Gottardo e Monica Morzenti, pagg. 395, Euro 16,00
Titolo originale: Tui Na


   Le maestre di tuina passarono la serata a mandare agli amici lontani dei brevi messaggi nervosi, quasi apprensivi: Lo sai? Nel nostro centro c’è una certa Du Hong, è così bella che non te la immagini neanche! Non c’era la minima invidia in loro, come avrebbero potuto invidiare una bellezza che era arrivata a colpire un vero regista? Descriverla non potevano, non erano in grado, ma questo non importava. Potevano ingigantirla o per lo meno metterci dentro un bel po’ di emozioni. Perché “bellezza”, in fondo, non è altro che un suono che descrive stupore. Non è una parola, è un’aria, un canto.

     Il tuina è una tecnica di massaggio corporeo che fa parte della medicina cinese- anzi, è uno dei quattro ‘rami’ della medicina cinese insieme alle terapie sorelle che sono l’agopuntura, il qigong e la medicina a base di erbe. Impariamo tante cose leggendo “I maestri di tuina” dello scrittore cinese Bi Feiyu, non soltanto su questa tecnica che ha il fascino misterioso dei rimedi orientali per la salute, ma soprattutto sui ‘maestri’ che lo praticano e che sono per lo più ciechi. E questo è un altro dettaglio intrigante per le associazioni di idee che implica. Se finora il pensiero di un cieco ci richiamava alla mente la figura di un poeta che crea con le parole il mondo che non vede, o quella di un indovino dal potere visionario, adesso immaginiamo delle mani che hanno bisogno di sensibilità e forza- e non di occhi che le dirigano- per manipolare un corpo dando sollievo al dolore, rilassando la muscolatura, assorbendo esse stesse il male del paziente. Senza che questi provi il disagio di mostrare la sua nudità che viene tuttavia indovinata dal tocco esperto.

     Il Centro Maestri Nonvedenti di Tuina Sha Zongqi, a Nanchino, è la cornice in cui Bi Feiyu colloca le storie dei suoi personaggi- Sha Fuming e Zhang Zongqi (i due amici che hanno aperto il centro in società finché un giorno decidono di dividersi), il dottor Wang che sognava di dirigere un centro tutto suo e invece deve accontentarsi di lavorare presso Sha Fuming, Xiao Kong che si innamora di Wang, Xiao Ma che si innamora della già impegnata Xiao Kong, la bellissima Du Hong che era una dotata pianista prima di diventare massaggiatrice, il ragazzo complessato per il forte accento campagnolo e la ragazza che si innamora di lui dopo aver sentito parlare della sua infelice storia d’amore. Bi Feiyu non ci racconta dell’uno e dell’altro isolandoli in cammei. I maestri di tuina condividono un dormitorio, è difficile che non sappiano tutto o quasi di ognuno. I ciechi hanno più di un senso extra a sostituire quello mancante, hanno le antenne per sentire quello che non vedono, devono affidarsi alla voce per comunicare ciò che i ‘normodotati’ comunicano con uno sguardo.
Quando Xiao Kong si chiude con Wang per far l’amore in fretta e furia, si dispera perché si sono spogliati di volata, lanciando gli indumenti per terra: è qualcosa da non fare mai, perché, come riusciranno a rivestirsi, se devono farlo velocemente? Quando di sera Xiao Kong si reca in visita al promesso sposo, per l’imbarazzo parla a lui stuzzicando in sua vece Xiao Ma. E così Xiao Ma si innamora di lei. Nel frattempo noi siamo venuti a conoscere la storia di Xiao Ma e di quanto sia differente nascere ciechi o perdere la vista, come è successo a lui quando aveva nove anni.  Quando Du Hong (che ha alle spalle la storia della sua rinuncia a suonare perché rifiutava applausi immeritati e dettati dalla compassione) si rompe il pollice, abbiamo subito chiara la portata del dramma: come fa ad esercitare la pressione durante il massaggio? Sha Fuming, però, la utilizzerà per il massaggio dei piedi per cui il pollice non è essenziale. Le riflessioni di Sha Fuming, che si è innamorato di Du Hong sentendone decantare la bellezza, ci fanno soffermare su qualcosa di meno ovvio delle difficoltà quotidiane dei maestri ciechi. Sha Fuming si pone delle domande a cui un cieco non sarà mai in grado di dare risposta- che cosa è la bellezza? E il sublime? E i colori, il rosso, il verde, come sono i colori? O qualunque altra cosa non tangibile?
      Ogni personaggio ha la sua storia in cui entrano frammenti di cultura, di costumi, di vita cinesi, dalla legge del figlio unico (ma Wang era nato cieco e perciò i suoi genitori furono autorizzati ad avere un secondo figlio) alla mafia cinese, dalle usanze sulla cerimonia nuziale (una ragazza sogna l’abito bianco, addirittura la cerimonia in chiesa come in Occidente) alle ambizioni dei genitori per avere un genero vedente, all’imperversare dei telefoni cellulari.

   Un romanzo insolito, ricco di un umorismo che stempera il dramma e di una poesia dolce e amara.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Bi Feiyu, "Tre sorelle" musica per un libro 鄧麗君 - 甜蜜蜜 tian mi mi - Sweet Honey Honey - Teresa Teng HD



                                                       musica per un libro
                                                 Bi Feiyu, "Le tre sorelle"

la cantante Teresa Teng, di cui si "sente" la voce nel romanzo di Bi Feiyu: "bisognava stare attenti a quei giovinastri  esterni alla scuola che bighellonavano davanti al cancello, con gli occhiali da sole e un registratore Sanyo da cui ascoltavano le note decadenti di Teng Lichun. Che roba era quella? altro che canzoni, quelli erano tutti segni di pericolo, da stroncare sul nascere, con mano fermissima."



lunedì 15 dicembre 2014

Bi Feiyu, “Le tre sorelle” ed. 2014

                                                         Voci da mondi diversi. Cina
                                                         FRESCO DI LETTURA





Bi Feiyu, “Le tre sorelle”
Ed. Sellerio, trad. Maria Gottardo e Monica Morzenti, pagg. 354, Euro 16,00
Titolo originale: Yumi, Yuxiu, Yuyang


Non fosse stato per la vicenda di Wang Lianfang e le sue conseguenze sulla reputazione della famiglia, Yumi e il suo aviatore sarebbe ro stati ancora felicemente insieme. Ma anche tenendo conto che lui l’aveva lasciata, perché una ragazza come lei era arrivata ad accettare un matrimonio del genere? L’unico motivo plausibile era che con le sue nozze Yumi volesse riscattare la famiglia.

      Cina. Un piccolo villaggio mai nominato. Potrebbe essere ovunque nella vastità del paese, di certo non vicino a Pechino se, ogni volta che si parla dell’ora, si sottolinea ‘ora di Pechino’. Nella famiglia Wang è nato il primo maschio dopo sette femmine. Finalmente, si può ben dire. La signora Wang si può mettere a riposo, intanto suo marito si dà da fare, come ha sempre fatto, con altre donne. Nonostante sia segretario locale di Partito, oppure proprio approfittando della sua posizione, Wang Lianfang è andato a letto con quasi tutte le donne del villaggio. Disgustoso, quando si hanno delle figlie in età da marito. Dannoso per la loro reputazione. E infatti la primogenita Yumi è abbandonata dal fidanzato pilota su cui aveva tanto fantasticato per sfuggire alla sua famiglia.
     Delle sette sorelle Wang il romanzo “Le tre sorelle” ci racconta la storia- come dice il titolo- di tre: la maggiore, Yumi, la terza figlia (la più bella), Yuxiu, e la più piccola, Yuyang. Osserviamo che, come d’uso, i caratteri iniziali dei nomi delle sorelle (anche quelli delle altre quattro) sono tutti uguali e significano ‘giada’. Tre sorelle, tre caratteri diversi e tre sorti diverse ad illustrare l’evolversi della Cina in un’epoca recente che cerca di compiere un balzo in avanti nella modernità ed è pur sempre memore di Mao e dei suoi detti lapidari.
Ci sono sempre storie d’amore, quando si parla di donne, e lo sono quelle di Yumi e di Yuxiu anche se tuttavia riflettono due caratteri differenti. Dopo la prima delusione Yumi  decide di sposare un uomo non più giovane. Basta romanticismi, basta volare sulle ali dell’amore con il pilota al servizio della patria, il funzionario di governo che Yumi sposerà attende prosaicamente la morte della prima moglie per convolare a nozze con Yumi. Soldi e potere, però, sono un ottimo surrogato dell’amore. Tanto più che Yumi resta quasi subito incinta. La terza sorella è sempre stata la bellezza di famiglia. Bellezza infangata da un terribile incidente: Yuxiu è stata vittima di uno stupro. Che speranze ha di sposarsi? Yuxiu tende a dimenticare quello che è successo. Quando arriva a casa di Yumi con la speranza che il cognato possa trovare un lavoro anche per lei, si innamora del figlio maggiore di questi, ne resta incinta. Ma una conclusione felice non è possibile. Tra gelosie di vecchia data e rivalità più recenti tra le due sorelle, tra chiacchiere e pettegolezzi, il lettore vedrà quello che accade. E intanto arriva sulla scena la sorella minore, Yuyang, la piccola a cui Yumi aveva fatto da madre in sostituzione della vera madre sempre più disinteressata alle figlie che nascevano un anno dopo l’altro. La differenza d’età tra la maggiore e la minore spiega il cambiamento di ambizioni e di ambientazione. Non più il ristretto ambiente domestico, non più la ricerca di un marito per sistemarsi, è in un campus universitario che si svolge la piccola storia di Yuyang. Non bella, non particolarmente brillante, Yuyang si trova ad affrontare le difficoltà, le dicerie, le invidie tra studenti nonché la concupiscenza di un professore e verrà reclutata come ‘spia’.
     Con brio, ironia e gentile umorismo Bi Feiyu (di cui abbiamo già apprezzato il bel romanzo “I maestri di Tuina”, vincitore del Premio Mao Dun 2011) ci racconta di una Cina stranamente priva di riferimenti politici e temporali, incerta sui modelli da seguire e sulla direzione da prendere, sospesa in un’epoca di cambiamenti, non violenti quanto quelli scatenati dal Grande Timonieri ma ugualmente importanti- e sconcertanti.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



    

domenica 14 dicembre 2014

Arnaldur Indriđason, "Un corpo nel lago" ed. 2009

                                                                  vento del Nord
     cento sfumature di giallo
    il libro ritrovato


Arnaldur Indriđason, “Un corpo nel lago”
Ed. Guanda, trad. Silvia Cosimini, pagg.318, Euro 16,50

    E’ impossibile confondere Arnaldur Indriđason, lo scrittore che vive in Islanda, l’isola “nel buco del culo del mondo” (sono parole sue, in bocca ad uno dei suoi personaggi), con qualunque altro autore nordico di thriller. Perché i suoi romanzi di indagine poliziesca sono veramente unici, come unico è il suo protagonista, il commissario Erlendur Sveinsson, attratto come da una calamita dai casi delle persone scomparse. “Sei sempre coinvolto nei casi di persone scomparse”- gli dice un collega. “Che interesse hai? Che cosa cerchi sempre?” “Non lo so”, risponde Erlendur. Ma non è vero. Erlendur sa benissimo che cosa lo attiri ad interessarsi di questi casi, e ce lo ha raccontato- suo malgrado, perché Erlendur è un solitario e un taciturno- in uno dei romanzi precedenti. Il suo fratellino è scomparso durante una tormenta; erano insieme, ad un certo punto le loro manine si erano staccate; neppure il corpo del bambino era mai stato ritrovato e tuttora, periodicamente, Erlendur ritorna su quel pianoro, esplora le montagne e i dirupi nelle vicinanze, sperando l’impossibile.
Il colpo di genio di Arnaldur Indriđason è stato di attribuire questa ossessione al suo personaggio e di creare poi delle storie diverse dalle altre a cui siamo abituati- senza scie di morti, senza serial killer, senza rincorse per impedire ulteriori delitti. Quello che doveva succedere è già accaduto, non c’è più sangue vicino ai cadaveri. Eppure Indriđason, riesce a tenere legata la nostra attenzione, costruendo vicende che affondano nel passato, dicendoci molto sulla gente e sulla cultura di un’isola che conta poco più di 300.000 abitanti e in cui la criminalità è pressoché nulla (lo scrittore stesso, durante un’intervista, giustificò in questa maniera la creazione del suo singolare personaggio).
    “Un corpo nel lago” incomincia con il ritrovamento di uno scheletro in un lago, incatenato ad una ricetrasmittente russa. La data sull’apparecchiatura, leggibile per quanto limata, è il 1961. Si riesce a circoscrivere il lasso di tempo in cui, presumibilmente, l’uomo è stato ucciso- massimo una decina d’anni, e da questo dato parte la ricerca delle persone scomparse prima del 1970. Serve a qualcosa o a qualcuno questa ricerca su cui Erlendur si intestardisce? A lui senz’altro, per dar pace alla sua ossessione; alla donna che, una sera di tanto tempo prima, ha aspettato invano un uomo che era sempre stato puntuale; a tutti quanti, perché viene fuori una realtà insospettata: per quanto incredibile, c’erano delle spie anche in Islanda, durante la Guerra Fredda, perché ci siamo dimenticati che l’isola era “la portaerei degli Stati Uniti”.

    La narrazione è duplice, e si passa dall’una all’altra senza mai un calo di interesse. Una riguarda le indagini (mentre al vecchio tormento di Erlendur si aggiunge quello nuovo della consapevolezza dei suoi errori come padre); l’altra segue i ricordi di un uomo in attesa della polizia: aveva creduto nell’ideale comunista, aveva studiato a Lipsia negli anni ‘50, laggiù si era innamorato e laggiù aveva anche aperto gli occhi- agli arresti, alle delazioni, al regime di sospetto e di paura, alla violenta repressione in Ungheria. Quando il suo tutore gli aveva detto, “La questione è molto semplice. O sei un comunista o non lo sei”, lui aveva ribattuto, “No. O sei un essere umano o non lo sei”. Il lettore scoprirà come tutto questo abbia a che fare con lo scheletro nel lago.
    Ma intanto è chiaro che il romanzo di Indriđason è molto di più che la storia di un uomo scomparso e riapparso dalle sabbie di un lago. E’ un romanzo sulla scomparsa, sulla perdita- del fratello ma anche della figlia di Erlendur, sulla cui disintossicazione lui non ha più molte speranze; di almeno tre uomini che un tempo si erano frequentati a Lipsia; della ragazza arrestata di cui non si era saputo più nulla, neppure quando era stato possibile consultare gli archivi della Stasi; degli ideali, infine, e questa è forse la perdita più triste: Avevamo degli ideali. Non so se la gente li ha ancora. I giovani, voglio dire. Ideali sinceri, di una società migliore e più giusta. Nessuno adesso ci pensa più, credo. Adesso si pensa solo a fare soldi, sempre più soldi. Allora nessuno pensava a fare soldi o ad avere il più possibile. Non c’era questo consumismo sfrenato. Nessuno aveva niente, se non splendidi ideali.

    Un thriller che è capace di far pensare a queste cose non è solo un libro da intrattenimento. E’ un libro da leggere per riflettere.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.it


sabato 13 dicembre 2014

Arnaldur Indriđason, "La voce" ed. 2008

                                                            vento del Nord
                                                            cento sfumature di giallo
 il libro ritrovato


 Arnaldur  Indriđason, “La voce”
Ed. Guanda, trad. Silvia Cosimini, pagg. 316, Euro 16,00
Titolo originale, Röddin



    “Non è successo niente” tagliò corto il vecchio. “Perse la voce. Si sviluppò precocemente e cambiò voce a dodici anni, ecco perché finì tutto.”
   “Non ha più potuto cantare, dopo?” domandò Elinborg.
  “Gli venne una voce sgraziata” si rammaricò il vecchio. “Era impossibile insegnargli alcunché. Ed era impossibile da gestire. Si rifiutò di cantare. La rabbia e la ribellione si impadronirono di lui e si mise contro tutti. Contro di me. Contro sua sorella, che cercava di fare quello che poteva per lui. Si infuriò con me, incolpandomi di ogni cosa.”

    Uccidere Babbo Natale: si può immaginare qualcosa che, al pari di questa, significhi in maniera così brutale e violenta l’uccisione dell’infanzia? Perché Babbo Natale, con il suo vestito rosso, la grande barba bianca e gli occhi che non possono essere altro che azzurro cielo sopra i baffoni, è la ricompensa per la bontà, è il personaggio magico che i bambini attendono tutto l’anno con la gerla di regali per chi è stato buono. Se Babbo Natale muore, muore anche la candida innocenza infantile. E allora non è un caso che un uomo vestito da Babbo Natale sia la vittima al centro delle indagini affidate al commissario Erlendur, nel romanzo “La voce” dello scrittore islandese Arnaldur Indriđason. Non ci sembra neppure di grande importanza il dettaglio che l’uomo- lo chiamavano Gulli, il suo nome era Guđlaugur Egilsson - venga ritrovato con i pantaloni abbassati. Colto dalla morte durante il piacere, seduto sul letto nel misero stanzino in cui viveva, nello scantinato dell’albergo in cui faceva il portiere. Vestendosi da Babbo Natale sotto le feste, per la gioia dei bambini. Perché tutti concordano nel dire che era un uomo dolce e gentile, quasi un bambino cresciuto. Anzi, diventato grande all’improvviso e davanti ad un microfono, quando gli era cambiata la voce: una catastrofe per lui che era una delle voci bianche più belle che si fossero mai sentite, sogni infranti per suo padre che si aspettava la gloria per il figlio, una sottile soddisfazione per la sorellina che era sempre vissuta alla sua ombra. La violenza finale subita da Gulli ormai oltre la mezza età arriva come un drammatico completamento dell’altra violenza più subdola e camuffata da amore paterno che lui aveva subito tanto tempo prima. Costringendolo ad esercitarsi, privandolo dei giochi con i compagni di scuola, facendogli subire le umiliazioni di soprannomi oltraggiosi. Come si esercita il ruolo di genitore? Mettere al mondo un figlio significa essere padrone della sua vita? La risposta sembra essere ovviamente no, eppure…

     Il caso del Babbo Natale ucciso su cui indaga il commissario Erlendur, che già conosciamo dai due romanzi precedenti, è la trama principale, sorretta e ampliata da almeno un paio di trame secondarie, secondo lo stile tipico di Indriđason. La rivista tedesca “Die Welt” accosta il nome di Indriđason a quello di un altro scrittore nordico, lo svedese Mankell, paragone più che giustificato se ci si riferisce alla grandezza di entrambi, o all’essere ognuno dei due la penna espressiva del loro paese. Ma se dovessimo fare un riferimento, accosteremmo di più i romanzi di Indriđason a quelli della coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö (pubblicati in Italia da Sellerio) che lo scrittore stesso cita come i suoi maestri. Perché i romanzi di Indriđason sono thriller dell’anima, indagini psicologiche oltre ad essere indagini poliziesche. E allora per il personaggio tormentato e triste Erlendur ogni caso diventa occasione per indagare anche in se stesso- sarebbe diverso il comportamento dei suoi due figli se lui avesse continuato ad occuparsi di loro dopo la separazione dalla loro madre? E lui, Erlendur, come sarebbe stata la sua vita se non si fosse sempre arrovellato sulla scomparsa del fratellino nella tormenta di neve? Se almeno fosse riuscito a parlare con qualcuno del suo senso di colpa?
  Indriđason intreccia le storie, collega le riflessioni- da un senso di colpa all’altro, da una violenza all’altra, da un padre all’altro: quello di Gulli finito su una sedia a rotelle (era stato proprio un incidente?), quello del bambino che è in ospedale con lividi e fratture, il padre dello stesso Erlendur che si era portato fuori i figli nel maltempo, contro la volontà della mamma.
   Erlendur scoprirà chi ha ucciso Babbo Natale- e altro ancora- mentre il direttore dell’albergo si preoccupa che i turisti non sappiano nulla, che nulla turbi le loro vacanze nel paese dalle notti lunghe e dall’aria gelida, esotico per loro quanto un’isola dei Caraibi.


 la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it