domenica 16 novembre 2014

Susan Vreeland, "La lista di Lisette" ed. 2014

                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
      painting fiction
      fresco di lettura

Susan Vreeland, “La lista di Lisette”
Ed. Neri Pozza, trad. Simona Fefé, pagg. 432, Euro 18,00
Titolo originale: Lisette’s List


    Appena tornata da Parigi, mi misi a frugare la casa in cerca di altri appunti di Pascal. Svuotai la scrivania e trovai il resoconto dell’incontro con Cézanne ad Aix. Feci lo stesso con il cassettone e le tasche di ogni capo di abbigliamento rimasto, troppo malridotto per poterlo donare. Mi sentiii euforica quando in una cartella trovai la trascrizione di ciò che Pissarro aveva detto di Pontoise. Alcune righe mi sembrarono cariche di significato:
    Quando un uomo trova un luogo che ma, può sopportare l’inenarrabile.

   
    1937. André e Lisette, sposi giovanissimi, arrivano da Parigi a Roussillon in Provenza per prendersi cura di Pascal, il vecchio nonno di André. Roussillon non è un qualunque villaggio provenzale: le cave di ocra, con le pareti di ‘sangue e oro’, ne fanno un luogo fantastico e speciale. Non soltanto per la loro singolare bellezza, ma perché da quelle cave viene estratta l’ocra che ripulita, filtrata, macinata, polverizzata, serve come colorante, finisce sulle tavolozze dei pittori.

     E’ questa l’ambientazione del nuovo romanzo di Susan Vreeland, la scrittrice americana che già ci ha dato bellissimi libri del filone di ‘painting fiction’, introducendoci nel mondo della bellezza e dell’arte.
“La lista di Lisette” si discosta un poco dalle opere precedenti della Vreeland. Non c’è un solo pittore (come Emily Carr ne “L’amante del bosco”) o una creatrice di opere d’arte (come Clara Driscoll in “Una ragazza da Tiffany”) come protagonista. Non seguiamo soltanto l’apprendistato e l’evolversi della creatività di un solo artista. La Provenza e i pittori che vi hanno trovato rifugio e ispirazione- Pissarro, Cézanne, Chagall, Picasso- sono in primo piano ne “La lista di Lisette”, mentre sullo sfondo scorrono i tormentati anni della seconda guerra mondiale in Francia, quando il paese era spaccato in due, occupato dai nazisti a nord e indipendente ufficialmente, ma in realtà stato satellite del Reich sotto il governo di Pétain, al sud. E André, Lisette, il vecchio Pascal, la guardia di Roussillon, il guidatore dell’autobus, il sindaco, insieme a tutti gli altri abitanti del paese sono le ‘persone qualunque’ che mettono in moto la trama, che ci conducono alla scoperta dei segreti dell’ocra, delle miniere, delle bories (le antiche abitazioni in pietra dell’età del bronzo), mentre si svolge la ‘caccia al tesoro’ di Lisette, alla ricerca dei preziosi quadri di Pascal che André ha nascosto per sottrarli alla requisizione, o addirittura alla distruzione in quanto arte degenerata, da parte dei nazisti.

    Il sapiente miscuglio di arte e di vite di illustri pittori, di descrizioni di quadri così vivide che ci pare di averli davanti agli occhi, di interpretazioni dei dipinti che ci aiutano a capirne il messaggio, e di piccole vicende private- l’amore dei due giovani, la morte in guerra di André e il ritorno dalla prigionia del suo migliore amico, le difficoltà di Lisette ad ambientarsi nel villaggio e poi, dopo un decennio passato a Roussillon, l’affetto che prova nei confronti di questo, dei suoi abitanti, di tutta la Provenza- tutto questo è la cifra narrativa di Susan Vreeland, quello che rende così godibile la lettura dei suoi libri.
    Dietro la puntigliosa ricerca dei quadri scomparsi, da parte di Lisette, c’è una ricerca più vasta. Certo, sia Lisette, sia André, sia Maxime, l’amico di André, conoscono il valore dei quadri, ma il vero valore va al di là del denaro. L’arte è senza prezzo, la bellezza è senza prezzo. Tanto più nel mondo in guerra, quando tutto, la vita stessa sembra crollarci addosso. La ricerca dei quadri è come la ricerca del Graal, segue delle tappe che elevano lo spirito, che affinano la comprensione e l’empatia verso il prossimo.
E non è un caso che i due quadri su cui più indugia l’attenzione della scrittrice attraverso gli occhi di Lisette siano- diversissimi tra loro- di Cézanne e di Marc Chagall. Il miracolo dei frutti per sempre gustosi su tela e la donna alla finestra che stringe a sé una capra e un gallo. Il pittore che ci propone una pace fruttata e quello che è dovuto fuggire dalla guerra e che l’ha rappresentata in un modo nuovo e straziante nei suoi quadri.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




venerdì 14 novembre 2014

David Nicholls, "Noi" ed. 2014

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



 INTERVISTA A DAVID NICHOLLS  

     David Nicholls è a Milano per presentare il suo nuovo romanzo, “Noi”, nel corso degli eventi della Milano BookCity. Che dire di lui? Che è come ci si aspetta che sia, avendo letto i suoi romanzi, che non delude, come non deludono i suoi romanzi. Gentile, affabile, parla con entusiasmo. Gli dico subito del mio timore che non mi piacesse il suo secondo libro, del fatto che avrei provato un vero dolore se non avessi amato “Noi” quanto “Un giorno”. E gli rivolgo quindi la prima domanda, su come abbia vissuto lui questa seconda esperienza narrativa.

Penso che, come me, tutti gli appassionati lettori di “Un giorno” attendessero con ansia il suo secondo romanzo. Confesso che io avrei provato un vero e proprio dolore, se Lei mi avesse deluso. Aveva paura della prova del secondo romanzo? Ha provato la paralisi dello scrittore?
     
   Sì, assolutamente, avevo paura della prova che è un secondo romanzo. Non volevo scrivere un seguito di “Un giorno” ma neppure volevo scrivere qualcosa di diverso soltanto per amore del diverso. Volevo lanciare una sfida a me stesso e cercare di migliorare, volevo scrivere qualcosa di nuovo. Ho passato quattro anni a pensare e a scrivere inizi sbagliati e ad abbandonare idee, poi infine ho scritto velocemente e con grande piacere: mi sono divertito a scrivere. E sì, ho avvertito la paralisi dello scrittore, anche se ho scritto altre cose, copioni, parole per dei romanzi, scrivevo ogni giorno ma niente che mi piacesse.

In questo secondo romanzo Lei ha scambiato, capovolgendole, le personalità dei personaggi principali: in “Un giorno” c’era un ragazzo scapestrato e inaffidabile e una giovane donna posata e saggia; in “Noi” è il contrario, è l’uomo ad essere saggio e razionale, mentre la donna è il tipo artistico e stravagante. Questa scelta di caratterizzazione ha fatto parte di- diciamo- una sorta di strategia per differenziare i due libri? Voleva esplorare come funzionava, come si sarebbe evoluta la situazione?

    Certo, volevo scrivere di un uomo diverso. Dexter era incapace di concentrarsi, di fissarsi su di una sola persona. Volevo scrivere di qualcuno del tutto fedele. Volevo qualcuno di leale e pieno di amore per la moglie. Finora avevo scritto molto di attori e di studenti di letteratura, volevo parlare di un campo diverso. Ha inciso il fatto che abbia incontrato una biochimica che veniva a fare da babysitter ai miei bambini, una ragazza che studiava per il Ph.D. Lei ci ha portato nel suo laboratorio, ci ha fatto vedere il suo lavoro al microscopio: era un ambiente talmente bello che ho saputo subito che ne volevo scrivere. Avevo sempre pensato che un laboratorio fosse un luogo sterile e rigido, e invece c’era entusiasmo combinato con un pensiero profondo. Era la collocazione perfetta per un eroe.

In “Noi” c’è un solo narratore, e sembra essere abbastanza onesto con se stesso: lo è veramente?

   Penso che la grande sfida e il divertimento della scrittura in prima persona siano quelli di lasciar vedere al lettore cose che il narratore non vede- l’infelicità della moglie, il risentimento, la sua incapacità di confrontarsi con la verità. Quando scrivi di un personaggio che non è del tutto consapevole, devi lasciar filtrare informazioni. Penso che ci sia molto che Douglas non accetta, i suoi errori, il suo spadroneggiare con suo figlio.

Nonostante Douglas non sia più un ragazzino, potremmo dire che questo è un ‘romanzo di formazione’?

  Penso proprio di sì, perché alla fine Douglas è un uomo migliore, il suo viaggio in Europa è stato un viaggio ‘personale’.

Un’altra differenza importante tra i due romanzi è che questo secondo libro è più complesso: esplora non solo il rapporto di coppia ma anche quello tra padre e figlio e tra madre e figlio. In realtà Douglas è così onesto da non sottolineare neppure il rischio- o la realtà- del complesso d’Edipo per suo figlio.

     E’ vero, anche Dexter aveva un rapporto molto stretto, di adorazione, con sua madre.
Forse dipende dalla mia esperienza, che i bambini guardano la mamma come una specie di difesa o una barriera. Penso che Albert e sua madre siano legati non solo dall’affetto, ma anche da una sorta di coalizione contro Douglas- a volte lo trattano proprio male. Le alleanze nelle famiglie possono essere dolorose e si spostano di continuo. La mia intenzione era di scrivere delle paure di un uomo, e di amore non corrisposto nella famiglia. Douglas ha il terrore di non essere amato. Non penso che sia un libro pessimista o infelice, anche se di certo ci sono dei momenti di infelicità. Ed è vero che il mio interesse ha un campo più vasto in questo romanzo, d’altra parte ho 47 anni e a questa età volevo parlare direttamente della famiglia.

Mi è sembrato che le piacciano le storie che si allungano nel tempo. Pensa che la durata temporale serva per dare la giusta prospettiva di una storia?

     Ha a che fare con il dare una qualità epica alla storia, ecco perché il grand tour ed ecco perché volevo l’intera storia di un matrimonio. Quando si scrive delle minuzie della vita famigliare è difficile impedire che la storia acquisti un’aria di domesticità. Ammiro gli scrittori del ‘900 americani, come Cheever o Anne Tyler che sanno scrivere di piccole vite dando loro un’aria di grandiosità, diversamente dalla commedia sociale britannica. I romanzi americani, anche quando parlano della vita nei sobborghi, hanno un che di vitale e di epico. Mi piaceva l’idea del dramma domestico su questo sfondo epico in un periodo di tempo lungo.

Amore ed amicizia è un suo tema costante. Le sue coppie possono essere amici- prima o dopo il matrimonio. Non è molto comune: lei crede che sia possibile, anzi necessario?


   Forse è un ideale, ma sì, penso che sia possibile. L’amore di Romeo e Giulietta è meraviglioso ma è un tipo raro nella vita. Nella vita vera penso ci sia una sovrapposizione di amore e amicizia, ci sia un essere onesti l’uno con l’altro, viaggiare insieme, ma anche amore, passione, elettricità. Mi interessa questo sovrapporsi di amore e amicizia.

l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it





mercoledì 12 novembre 2014

David Nicholls, "Noi" ed. 2014

                                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                        fresco di lettura


David Nicholls, “Noi”
Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 430, Euro 18,00
Titolo originale: Us

    Non sono particolarmente coraggioso, né dotato di un fisico imponente, ma quella notte guardai l’ora- le quattro e qualcosa- sospirai, sbadigliai e scesi di sotto, scavalcando il nostro inutile cane. Mi trascinai di stanza in stanza e dopo aver controllato porte e finestre risalii in camera.
  “E’ tutto a posto” dissi. “Dev’essere l’aria nei tubi dell’acqua”.
  “Ma di che stai parlando?” fece Connie, tirandosi su.
  “Non ci sono ladri in giro”.
  “E chi ha parlato di ladri? Ho detto che secondo me il nostro matrimonio è arrivato al capolinea, Douglas. Penso che ti lascerò”.
  Mi sedetti sul bordo del letto. “Be’, sempre meglio che avere i ladri in casa” dissi, ma nessuno di noi due rise, e per quella notte non dormimmo più.

     Aspettavo questo romanzo. Lo aspettavo con un misto di desiderio e di trepidazione: sarebbe stato capace David Nicholls di scrivere un libro che potesse reggere il confronto con il precedente, “Un giorno”? Avrebbe trovato una bella storia, l’avrebbe raccontata con il giusto tono- il suo mix unico di sentimento e umorismo-, soprattutto- avrebbe saputo non ripetersi? Domande che si riassumono in una sola: non ci avrebbe deluso?
Ebbene, no. David Nicholls non ci delude con “Noi”. Ce l’ha fatta. Preparatevi ad una bella lettura da cui, come è già successo per “Un giorno”, non riuscirete a staccarvi.
   A David Nicholls piacciono i tempi lunghi delle storie d’amore. In “Un giorno” passavano vent’anni di alti e bassi prima che Emma e Dexter, dopo quell’unica notte insieme alla fine dell’università, si sposassero. Lei era una ragazza saggia, con i piedi per terra, lui era scapestrato, pronto ad esperienze alternative. La situazione si capovolge, in “Noi”: Douglas Petersen è un biochimico, il tipo di uomo come ci si aspetta sia uno scienziato, buon senso, niente frivolezze, forse un po’ noioso se non lo salvasse l’umorismo; Connie Moore è un’artista, beve, sperimenta droghe, ha avuto parecchie storie di sesso e amore. E comunque, all’inizio del libro, i due sono sposati da un quarto di secolo, Douglas ha 54 anni, Connie un paio di meno, il figlio Albert ne ha 17 e in autunno inizierà ad andare al college. Ci sono le premesse per la crisi, che giunge inaspettata, la notte che Connie sveglia Douglas per dirgli che ha intenzione di lasciarlo. Ma…e il viaggio programmato, il Grand Tour che dovevano fare tutti e tre insieme, una sorta di commiato istruttivo per Albert? Douglas, pignolo com’è, ha già preparato tutto, itinerario, alberghi prenotati così come pure l’ingresso ai musei. Partiranno.

    Il viaggio dei Petersen corre su due binari narrativi. Con un perfetto equilibrio Nicholls alterna il viaggio all’indietro nel tempo, seguendo le tappe dell’incontro, l’innamoramento, il matrimonio (lei, affascinante, in nero), il primo grande dolore per la perdita di un figlio, la nascita di Albie, il trasloco in campagna, con il viaggio del presente alla scoperta dell’Europa, con Douglas che ce la mette tutta per riconquistare la moglie, la quale si mostra più che mai solidale con il figlio- tipico adolescente che mal sopporta l’ingerenza del padre nelle sue scelte e nella sua vita. L’atmosfera è tesa, il viaggio è un fallimento e si interrompe quando Albert se ne va per conto suo (non senza aver preso dei soldi con sé), pregando i genitori di non cercare di contattarlo.
    Che cosa succeda fa parte della trama del romanzo, e io non ve lo dirò. Sappiate solo che il dramma acquista le tinte della commedia nella storia del padre che insegue il figlio per amore di questi, sì, ma prima di tutto per acquietare l’ansia della moglie, per rivalutarsi ai suoi occhi. In questa storia di un matrimonio in crisi noi sentiamo solo la voce di Douglas, ma dobbiamo ammettere che si sforza di essere obiettivo, ci piace la sua capacità di ridere di se stesso, e poi Douglas impara, durante il Grand Tour fallito. Il tradizionale motivo del viaggio viene sottilmente capovolto nel romanzo di David Nicholls. Perché più ancora che essere un viaggio di formazione per il ragazzo- come è sempre stato- diventa un viaggio di crescita per il padre. Fa ancora molti errori, Douglas, nei confronti del figlio, ma si sforza di cambiare per avvicinarsi a lui. Il viaggio programmato in ogni dettaglio, quasi da sembrare una guida turistica dei musei d’Europa, si trasforma in un picaresco viaggio di avventura, nella parodia di un viaggio di istruzione con episodi comici assolutamente irresistibili che culminano nell’attacco di uno sciame di meduse al povero Douglas che nuota nel mare che bagna Barcellona.

    David Nicholls non è scrittore da rosei e facili finali. La conclusione del romanzo è dolce-amara, lo è spesso anche la vita di ognuno di noi, dopotutto. Con una profondità mascherata da leggerezza lo scrittore si è addentrato nell’alchimia segreta del rapporto di coppia e in quella, ancora più elusiva, del legame tra genitori e figli.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



     

martedì 11 novembre 2014

Henning Mankell, "Nel cuore profondo" ed. 2005

                                                            vento del Nord
                                                               il libro ritrovato



Henning Mankell, “Nel cuore profondo”
Ed. Mondadori, pagg. 347, Euro 17,50

E’ il 1914, è scoppiata la prima guerra mondiale, la Svezia si è dichiarata neutrale. A Lars Tobiasson-Svartman viene affidato un incarico segreto: preparare delle nuove carte nautiche, misurando le profondità marine per segnare rotte alternative. Sposato con una donna con cui scambia poche parole, Lars ha bisogno di tenere tutto sotto controllo, eppure gli succede qualcosa durante il viaggio a bordo della cannoniera, affiora in lui un’altra persona. Quando incontra una donna su un’isola sperduta, se ne innamora. E’ una follia progressiva che lo induce ad azioni e comportamenti al di fuori di ogni legge, un crescendo di menzogne e violenze fino al condurre una doppia vita, con una conclusione inevitabilmente drammatica.

INTERVISTA A HENNING MANKELL, autore di “Nel cuore profondo”

E’ la storia di due follie, il nuovo romanzo “Nel cuore profondo” dello scrittore svedese Henning Mankell, famoso per avere creato un personaggio leggendario nella letteratura di genere poliziesco, il commissario Kurt Wallander. E l’inizio della storia, con una donna che cerca di fuggire dall’ospedale psichiatrico in cui è rinchiusa da ventidue anni, è il punto di arrivo di un viaggio iniziato nel 1914, ventitre anni prima, quando Katrina Tacker aveva salutato il marito, Lars Tobiasson-Svartman, con le parole, “Sta per iniziare quello che desideri da tanto tempo”. Desiderava andarsene, Lars Tobiasson-Svartman, aveva sempre desiderato prendere le distanze da tutto e da tutti, perché era vissuto in un mondo fatto di distanze, tra lui e la madre, tra lui e il padre, tra sua madre e suo padre. E il suo bene più prezioso, il batimetro, con il lavoro che lo appassionava, misurare le profondità marine, gli permettevano di definire e controllare le distanze. E’ un duplice viaggio nel paese dei ghiacci, quello della nave e quello personale di Lars, immerso in una nebbia che impedisce di vedere, e l’incontro con la donna dal tragico passato che vive in solitudine su un’isola deserta e selvaggia porta fuori anche il lato selvaggio di Lars, quel doppio che  suo suocero e il capitano della nave hanno intravisto, fiutando la menzogna intorno a lui.
Una volta che Lars inizia a mentire, gli è facile proseguire: a Sara Fredrika, la donna dell’isola, racconta di aver perso moglie e figlia, e poi le dirà che il disertore tedesco approdato su quelle sponde si è suicidato; al ministero svedese dichiarerà che ci sono delle misurazioni sbagliate che deve rifare; nelle bugie intessute per la moglie Lars sviluppa il massimo dell’inventiva, chiedendo il suo silenzio su missioni segrete e descrivendo itinerari mai fatti. Impossibile fermare anche il percorso della violenza, una volta che si è iniziato. Uno schiaffo in un momento di rabbia, un animale accoltellato senza motivo, un omicidio dettato dalla gelosia, degli agguati con intenti mortali a persone per cui prova rancore. E’ arrivato al fondo, quello che sognava, quello che il batimetro non sarebbe mai riuscito a scandagliare? Non può che finire in un abisso coperto dai lastroni di ghiaccio, questo viaggio nel cuore di tenebre. C’è solo una persona che si salva, la donna dell’isola, temprata dalla solitudine che le ha insegnato a tenere a bada la follia della sua disperazione personale. Stilos ha incontrato a Milano lo scrittore svedese Henning Mankell.

“Nel cuore profondo” non è il suo primo romanzo senza l’ispettore Wallander e tuttavia rappresenta un cambiamento: sentiva la necessità di distaccarsi dal suo famoso personaggio?
        In realtà le cose non stanno proprio così, perché nei quindici anni in cui ho scritto di Wallander, ho scritto anche altri otto libri. Perciò non è una novità che io cambi il genere di romanzo che sto scrivendo, perché l’ho sempre fatto. Ho scritto “Nel cuore profondo” non perché avessi bisogno di prendere le distanze dall’ispettore Wallander, ma perché erano anni che pensavo a questa storia. Perché? Perché volevo riflettere sul perché al mondo ci siano troppi uomini che mentono quando si tratta di sentimenti. Ci sono troppi uomini che agiscono senza controllo dei sentimenti nei riguardi delle donne, e se un uomo perde il controllo, può sprofondare nell’abisso interno e può accadere di tutto. Ecco, a parte l’esperienza personale che mi viene dall’essere un uomo, è dalla parola “abisso” che mi è venuta l’ispirazione per una storia sull’abisso. Nel dramma “Woyzeck” di Georg Büchner c’è una frase, “guardare dentro l’uomo è guardare in un abisso”. Sono parole che hanno vissuto dentro di me per anni e da qui mi è venuta l’idea di scrivere di un uomo e del suo abisso. Questo è il primo libro di una trilogia sugli abissi in cui portano le menzogne.

All’inizio del romanzo leggiamo che Lars Tobiasson-Svartman ha aggiunto il cognome della madre a quello del padre: è un cenno alla sua doppia personalità? È un tentativo di tenere a bada la parte di sé che ha ereditato dal padre, la sua violenza?
       Proprio così, Lars aggiunge il cognome di sua madre a quello di suo padre per tenere il padre a distanza. Perché ha paura, teme che ci sia uno spirito cattivo nel nome del padre. E il nome della madre è per lui come un riparo.

Leggiamo anche che sua moglie ha mantenuto il cognome da ragazza e si parla sempre di lei indicandola con nome e cognome: lo ha fatto intenzionalmente per far capire al lettore quanto sia distaccato il rapporto tra lei e il marito?
        In un certo senso sì, ed è vero che ho usato i nomi con un intento preciso, per aggiungere una dimensione alla storia. Per Katrina Tacker volevo usare il cognome da ragazza per indicare che non è molto coinvolta con il marito. E mi piace che sia il lettore a cercare una spiegazione. Ma l’idea della trama è che lui ha rapporti con due donne e arriva al punto da dare lo stesso nome alle due figlie. Per questo particolare l’ispirazione mi è venuta dall’Africa: nei tempi coloniali i portoghesi che arrivavano in Mozambico erano soli, avevano lasciato la famiglia in Portogallo. Trovavano lì nuove donne, si facevano una  nuova famiglia e davano ai bambini lo stesso nome di quelli che già avevano a casa, e poi scrivevano alle mogli che era troppo pericoloso per loro venire in Mozambico. E se poi queste venivano lo stesso e scoprivano che c’erano delle altre donne e degli altri bambini, era tremendo. Come avviene nel romanzo.

Gli altri due romanzi pubblicati in italiano che non fanno parte della serie dei romanzi polizieschi sono ambientati in Africa o gettano uno sguardo sull’Africa. “Nel cuore profondo” è ambientato al largo della costa della Svezia, in un paese ghiacciato e raggelante. Ha un valore metaforico questo paesaggio?
      In tutto quello che scrivo il paesaggio è un personaggio. Perché credo che il paesaggio dentro e fuori di noi sia molto importante. Tutti noi non facciamo che parlare del tempo, tutte le azioni umane sono basate sul clima. Se mi chiedessero quale è la differenza tra la Svezia e il Mozambico, direi che è il clima: ci comportiamo secondo il clima, altrimenti piangiamo e ridiamo per le stesse cose. Ma in Africa, per via del clima, si è meno vestiti e la vita erotica, per forza di cose, è più veloce, ci vuole meno tempo a svestirsi.

I sogni ricorrono spesso nel romanzo: che valore attribuisce ai sogni?
        Tutti sogniamo, molti ricordano i sogni meglio di altri. Per esempio la scorsa notte ho sognato che camminavo in un parco di Milano e c’era una donna seduta su una panchina che mi pareva di aver già conosciuto. Gliel’ho chiesto e lei mi ha risposto di no, ma io ho pensato che stesse mentendo. A questo punto il sogno ha assunto una carica erotica, purtroppo mi sono svegliato. Tutti i sogni che ho, anche se sogno di altre persone, sono un messaggio che mando a me stesso. Uso così il sogno nel romanzo, faccio sognare i miei personaggi perché il sogno contiene dei messaggi per il proprio io che possiamo scegliere di ascoltare oppure no. Domani potrei provare a cercare la panchina con la donna del mio sogno: questo è un sogno che Fellini avrebbe potuto utilizzare in un film- Fellini è uno dei miei eroi.

 Ha citato Fellini, sappiamo che lei ha sposato la figlia del grande regista svedese Bergman: quali sono i suoi rapporti con Bergman?
       Con Bergman c’è un rapporto di parentela, ci vediamo spesso, ormai sono una delle poche persone con cui oggi ha rapporti- ha 87 anni.
Parliamo di musica e della vita. Quando gli ho dato da leggere il primo capitolo del romanzo ha commentato, “Mi piace, vorrei leggerlo fino alla fine”. Per me è stato un incoraggiamento a finirlo. Quando si ha un rapporto con un simile genio, è difficile capire quello che una persona così può darci. Abbiamo delle cose in comune: tutti e due prendiamo la vita seriamente, sappiamo che si vive una volta sola e che nella vita non si torna indietro e bisogna prendere quello che c’è. Ho sempre cercato di capire perché vivo e come è fatto il mondo che mi circonda e la stessa cosa fa Bergman. In questo senso siamo fratelli e in questo senso usiamo l’arte come uno strumento per capire la vita. Come faceva Leonardo che cercava di capire la vita che lo circondava, come facciamo tutti, cercando di comprendere il senso della vita e qual è lo scopo della nostra esistenza.

Ritornando all’ispettore Wallander: noi lettori siamo così affezionati a lui che temiamo il momento in cui scomparirà dalla scena. Invecchierà e andrà in pensione, o- senza svelare troppo del suo futuro- ha altri piani per lui?
     Penso che farò seguire a Wallander il percorso normale della vita, andrà in pensione tra 8 anni, quando ne avrà 65. Riguardo ai piani che ho per lui, parteciperà ad un paio di romanzi con sua figlia Linda e poi sparirà lentamente.

Perché ha sentito il bisogno di mettere in primo piano il personaggio di Linda nel libro “Prima del gelo”, in cui è lei la protagonista come ispettore di polizia? Per cambiare o per offrire al lettore un altro punto di vista su Wallander?
     
La risposta è sì in entrambi i casi. I figli sono degli esperti dei genitori e Linda è esperta del padre. Potevo dire tante cose su di lui che altrimenti non avremmo potuto sapere, se non tramite Linda. E poi per me scrivere un romanzo con una giovane poliziotta come protagonista è stata una sfida maggiore che non scrivere di un uomo della mia età. Per farlo, per la durata di un anno e mezzo prima di scrivere il libro, una poliziotta ha scritto per me un diario della sua vita di lavoro e mi è servito moltissimo: le reazioni degli uomini e delle donne sono diverse nelle stesse situazioni.

Che cosa prova per un personaggio che ha preso vita al di fuori delle pagine dei libri?
       Per Wallander provo sentimenti contradditori. Devo dire che nell’insieme non mi piace, perché ha dei lati cattivi, a volte tratta male le persone. Sono diverso da lui, in comune abbiamo l’età, l’amore per l’opera e il fatto che lavoriamo molto. Se esistesse veramente non saremmo amici. E’ più facile scrivere di una persona che non ti piace, perché non c’è molto da dire di una persona che ti piace. Prendiamo “Otello”, per esempio: il personaggio più affascinante è Iago, penso che a Shakespeare interessasse più Iago di Otello. E penso sia così per tutti.

Lei dirige un teatro in Mozambico: che cosa l’ha portata in Mozambico?

       La risposta non è semplice. In breve: da giovane volevo avere una prospettiva sul mondo da fuori dell’Europa. Sono andato in Africa per quello ed è per quello che sono ancora là. Credo che l’esperienza africana mi dia una visione migliore del mondo. Prima ancora di scrivere romanzi, ero regista e scrittore di teatro, sono stato invitato a lavorare con il Teatro Nazionale di Maputo e lavoro ancora con loro. E’ un’avventura meravigliosa ed è per questo che vivo per lo più là.

Un altro suo libro verrà pubblicato questo mese in Italia, “Io muoio ma il ricordo vive”, sui bambini i cui genitori sono morti di Aids. In un altro libro, “Comédia infantil”, c’è un ragazzino che racconta la sua vita prima di morire: è la condizione dei bambini che la colpisce di più in Africa?
Sì e no. La condizione dei bambini mi tocca in profondo perché viviamo in un mondo terribile e ci sono tante cose tremende che avremmo potuto risolvere. Soprattutto per quello che riguarda i bambini, avremmo potuto aiutare molti bambini a vivere e invece abbiamo scelto di non farlo. Ho scritto molti libri in cui i bambini hanno una parte importante, ma non è stata una decisione, l’ho fatto perché per me è fondamentale.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                                               


Henning Mankell, "Ricordi di un angelo sporco" ed. 2012

                                                                   vento del Nord
                                                                   il libro ritrovato

Henning Mankell, “Ricordi di un angelo sporco”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 393, Euro 19,50
Titolo originale: Minnet av en smutsig ängel

   D’un tratto. Hanna fu colpita da un’immagine come un lampo, vide il senhor Pedro afferrare Isabel per le gambe e gettarla al coccodrillo. Quel pensiero la fece sussultare e lasciò cadere a terra la tazza che teneva in mano. All’immagine della donna nera gettata in acqua, ne seguì subito un’altra. Questa volta era Hanna a cadere in acqua, anche se era bianca.

   C’era una volta una ragazza che viveva nel nord della Svezia. Si chiamava Hanna Renström. Viveva con i genitori, la sorella e i fratelli in una casupola fatta di assi che lasciavano passare il gelo dei lunghi inverni. Erano poveri, la terra era avara.
    C’era una ragazza, di nome Hanna Renström, che la madre mandò via, in città, facendola salire sulla slitta di un commerciante. Hanna aveva diciassette anni. Per una serie di circostanze Hanna si trovò ad accettare un lavoro insperato: fare la cuoca a bordo di una nave in partenza per l’Australia. Navigavano da solo un mese quando Hanna si innamorò del nostromo Lundmark, un giovane gentile. Si sposarono. Pochi mesi dopo Hanna era vedova.
   C’era una ragazza, di nome Hanna Lundmark Renström, che non riusciva più a vivere sulla nave dove vedeva ovunque l’immagine dell’uomo che aveva amato. Scese a terra quando la nave era nel porto di Lourenço Marques, nella colonia portoghese del Mozambico. Prese una stanza in un albergo. Stette molto male. Quando guarì si rese conto che l’albergo era in realtà un bordello, il luogo dove i bianchi compravano sesso con donne nere.

    C’era una ragazza che veniva dal Nord, Hanna Lundmark Renström, che finì per accettare la domanda di matrimonio del proprietario dell’albergo, diventò Hanna Vaz, non consumò mai il matrimonio, restò vedova una seconda volta. Ma aveva ereditato l’albergo e avrebbe dovuto gestire lei la squadra di puttane nere. Era il 1904.
    Il romanzo “Ricordi di un angelo sporco” di Henning Mankell è la storia di questa donna. Una storia che parte da una verità- ci dice lo stesso Mankell. Gli archivi di Maputo, un tempo Lourenço Marques, riportano di una svedese che, agli inizi del ‘900, era stata tenutaria di un bordello. Poi la donna era improvvisamente scomparsa. Su questo spunto reale l’immaginazione di un grande scrittore costruisce la vita di un personaggio che non si dimentica. Perché, in un certo senso, Hanna Vaz Lundmark Renström è la controparte di Kurtz, mitico personaggio conradiano. Addentrandosi nel Congo selvaggio Kurtz si era arricchito enormemente ma si era dannato. Le sue ultime parole, “L’orrore! L’orrore!”, erano di un uomo che si affacciava sull’abisso degli inferi, che vedeva la colpa di cui si era macchiato- trattare gli indigeni come bestie, negando loro la dignità umana. Il percorso di Hanna, la donna bianca che si trova in un mondo che le è alieno e che non capisce, è l’opposto. E ci domandiamo se Mankell, avendo scelto una donna per dirci quello che vuole dirci dell’Africa, abbia un ulteriore significato, al di là del dato reale. Con la sua sensibilità femminile, Hanna osserva subito come vengono trattate le donne nere che vendono il loro corpo. Come vengono trattati tutti i neri in questa città che si affaccia sull’oceano indiano. Si dà per scontato che i neri siano inferiori, che siano bugiardi, che vadano puniti alla minima infrazione, o anche solo ad un ritardo nell’obbedire.
I neri non devono neppure osare di guardare in faccia un bianco. E bisogna dire che il senhor Vaz è un padrone che ha cura delle puttane nere del suo bordello e non accetta che possano essere maltrattate dai clienti. Hanna è sconcertata. E’ dibattuta. C’è un momento in cui vacilla, tra quello che il suo io più profondo le suggerisce e la forza opposta che la attrae, di imitare il comportamento dei bianchi che le stanno attorno. Finché le è chiaro quello che non vuole essere. Da allora la sua è una strada in salita, irta di difficoltà. Ha il potere dei soldi (tantissimi, più di quelli che avrebbe potuto anche solo sognare). Con i soldi può comprare il funerale per una delle “sue” donne, può sfidare l’opinione pubblica come unica bianca tra i neri a scortare un funerale. Può pensare a garantire un futuro per le puttane ormai troppo vecchie per l’uso. Può dare denaro extra per le loro famiglie. Può assumere un avvocato per la difesa di una donna nera che ha ucciso il marito bianco, padre dei suoi figli. Può entrare a testa alta ogni giorno nella cella dove la donna è imprigionata. Può fare a meno dell’approvazione e del sostegno dei bianchi. Ormai Hanna- che ha ancora cambiato nome insieme alla sua personalità, Ana Branca (bianca) e poi Ana Negra- è come Carlos, lo scimpanzé addomesticato che ha ereditato insieme al bordello, né animale né uomo, incapace di tornare al mondo da cui viene, un estraneo nel mondo in cui vive. Hanna è un “angelo sporco”, come la chiamava suo padre. Sulle ali ha la polvere di sporcizia del modo in cui si è arricchita, ma è pur sempre un angelo che sta a fianco di chi calpesta quella polvere.
    Nel pieno della sua maturità come scrittore, dopo i romanzi che lo hanno reso famoso con l’ispettore Wallander, Mankell ci ha dato un libro bellissimo che è un ‘mea culpa’ della razza bianca per il suo passato coloniale.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it







domenica 9 novembre 2014

Chimamanda Ngozi Adichie, "Americanah" ed. 2014

                                                           Voci da mondi diversi. Africa
          fresco di lettura

Chimamanda Ngozi Adichie, “Americanah”
Ed. Einaudi, trad. Andrea Sirotti, pagg. 458, Euro 21,00
Titolo originale: Americanah

Per un momento il cielo azzurro collassò; seguì un’inerte immobilità in cui nessuno dei due sapeva cosa fare, lui che le andava incontro, lei ferma che strizzava gli occhi, poi lui la raggiunse e si abbracciarono. Ifemelu gli diede una o due pacche sulla schiena, tanto per dare l’idea di un abbraccio tra vecchi amici, un abbraccio platonico e sicuro, ma lui la tirò leggermente a sé e la trattenne appena più del dovuto, come per dirle che non voleva fare l’amico.

      Ifemelu e Obinze. Nomi dal suono strano per noi ma che ricorderemo benissimo molto prima di aver terminato la lettura di “Americanah”, terzo romanzo della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, come ricorderemo i due personaggi, amanti divisi dall’emigrazione e poi riuniti a Lagos, in Nigeria. Perché Ifemelu e Obinze, entrambi di etnia igbo, sono brillanti, intelligenti, sensibili, onesti verso se stessi e gli altri. Appartengono alla categoria di emigranti colti che abbandonano il loro paese non per fame e neppure per motivi politici, ma per sfuggire all’immobilismo, all’assoluta mancanza di scelte. Ifemelu otterrà il visto per gli Stati Uniti dove già abita sua zia, mentre Obinze andrà in Inghilterra. Ifemelu, dopo esperienze negative e degradanti, riuscirà ad avere una borsa di studio per Princeton. Obinze, una volta scaduto il visto, si adatterà a vari lavori con documenti falsi, cercherà di contrarre un falso matrimonio per avere la cittadinanza, ma sarà forzatamente rimpatriato dopo un periodo in prigione, come un criminale.

    “Americanah”- è così, prolungando la sillaba finale, strascicandola, che i nigeriani di ritorno in patria la pronunciano, con un’aria di sufficienza e di superiorità- inizia nel salone di una parrucchiera. Ci vogliono sei ore per farsi fare le treccine che tengono in ordine i capelli crespi delle donne nere e Ifemelu ritorna col pensiero al passato, a quello più lontano, quando abitava con i genitori in Nigeria, quando si era innamorata di Obinze (erano ancora studenti di liceo), e a quello più recente, dei tredici anni che ha ormai passato in America- l’amore per un bianco molto ricco che la fa sentire speciale e quello per un professore universitario nero. I suoi ricordi si intrecciano- con abilità straordinaria- a quelli di Obinze che ha vissuto in Inghilterra un’esperienza ben più dura di quella di Ifemelu e poi, ritornato a Lagos, si è costruito una carriera fulminea come imprenditore, si è sposato, ha avuto una bambina.
     Quello che ci cattura, in “Americanah”, non è solo la storia di un amore che dura negli anni, pur soffocato da altre esigenze, pur tradito con altre unioni. E’ la capacità della scrittrice di dare un significato più profondo a tutto quello che narra, di inserire la storia d’amore in un discorso fine sulla razza e sul razzismo, sul significato nascosto perfino nel linguaggio, sull’assoluta mancanza di consapevolezza, da parte dei bianchi, di come tutto- la pubblicità, i modelli femminili proposti dai media, i prodotti di bellezza- sia discriminatorio e finanche offensivo nei confronti della popolazione di colore.
Ifemelu tiene un blog di ‘osservazioni sui Neri Americani (una volta conosciuti come ‘negri’) da parte di un Nero Non-Americano’ ed è questa una seconda narrativa che si inserisce nella prima. Sentiamo la voce di Chimamanda Adichie dietro quella di Ifemelu, ci pare di capire che molte delle esperienze che racconta siano state le sue, che il confronto fra bianchi (troppo spesso condiscendenti e ignari di quanto siano offensivi), Afro-Americani che discendono dagli schiavi e Americani-Africani che si sono resi conto di essere neri e perciò diversi (inferiori, diciamolo pure) soltanto al loro arrivo negli Stati Uniti, appartenga al vissuto della scrittrice stessa.
Quando Ifemelu smette di imitare l’accento americano, quando si riappropria della sua capigliatura naturale e non lotta più con liscianti che le bruciano la cute (come fa Michelle Obama? sarebbe ugualmente bene accetta se avesse un’acconciatura afro?), è pronta per ritornare in Nigeria, con la sicurezza di una Green Card e di un visto sempre valido.  
    Nigeria, America per Ifemelu e Inghilterra per Obinze, Nigeria di nuovo. Passato lontano, passato vicino, presente: è questa la struttura su cui si regge il romanzo che offre uno sguardo lucido sulla realtà sia nigeriana sia americana, senza camuffare la corruzione e l’inerzia dello stato africano ma neppure ammirare incondizionatamente il modello americano. Anzi, a volte pare quasi che il confronto- soprattutto dal punto di vista umano- sia a sfavore dell’America. Ed è bello e commovente leggere dell’entusiasmo, dell’esaltazione, dell’orgoglio che il successo di Barack Obama ha suscitato sia nei Neri Americani sia nei Neri Non Americani.

   Questo è un libro che è ‘dentro’ le cose, un libro che risveglia le nostre coscienze appassionandoci ad una storia d’amore.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it  


sabato 8 novembre 2014

Henning Mankell, "Piramide" ed. 2006

                                                            vento del Nord
    cento sfumature di giallo
    il libro ritrovato

Henning Mankell, “Piramide”
Ed. Marsilio, trad. Giorgio Puleo, pagg. 409, Euro 17,00

Quattro racconti e un romanzo breve con Kurt Wallander prima dell’inizio della serie famosa. Nel primo un Wallander ventunenne (è il 1969) e semplice poliziotto viene ferito gravemente; nel secondo racconto è il 1975 e Wallander, indagando su un omicidio, avverte una spaccatura nel tessuto sociale della Svezia. Gli altri casi si svolgono nel 1987, 1988 e 1989, terminando con la telefonata che comunica a Wallander la morte di due contadini: sarà l’indagine di  “Assassino senza volto”, primo romanzo della serie.

INTERVISTA A HENNING MANKELL, autore di “Piramide”

    Allora è vero, non leggeremo più un’inchiesta di Kurt Wallander. Lo sospettavamo, l’autore ce lo aveva anticipato, ma noi lettori speravamo che ce ne fosse “ancora una” perché, facendo un po’ di conti, Wallander non ha l’età della pensione. E invece, nel prologo di “Piramide”, Henning Mankell scrive di considerare questo libro “un punto esclamativo che segue al punto fermo che avevo posto dopo Muro di Fuoco” e conclude con una variante delle parole di Amleto, “Il resto è e rimarrà silenzio”. E’ difficile separarsi da un personaggio di cui seguiamo le vicende da tanti anni (“Assassino senza volto”, il primo romanzo della serie, è stato pubblicato in Svezia nel 1991), e forse è meglio così, dando uno sguardo indietro, curiosando nella vita di Wallander, cercando indizi di come sarebbe diventato nel come era “prima”. E la sensazione è quella di guardare in un vecchio album di foto, scrutando da vicino le immagini per riconoscere i lineamenti che ci fanno dire, “è proprio lui”. Kurt Wallander è giovanissimo nel racconto che apre il libro, un semplice poliziotto a cui non piace fare il lavoro che fa- sorveglianza, ronde e retate di ubriachi e drogati, servizio d’ordine durante le manifestazioni di protesta per la guerra del Vietnam. E’ anche innamorato- finalmente sappiamo qualcosa di più di Mona che abbiamo conosciuto come la sua ex moglie, e abbiamo pure la sensazione che sia un innamoramento giovanile e che non durerà. Anche se Kurt non può saperlo e noi ci sentiamo come dei voyeur del passato.
“Il primo caso di Wallander” è veramente casuale perché la vittima è il suo vicino di casa ed è giocoforza che Kurt si trovi coinvolto nelle indagini, dimostrando subito la sua attitudine. Sei anni dopo Wallander è sposato e la figlia Linda ha cinque anni. Adesso Kurt fa parte del corpo investigativo e affiora sempre più spesso la domanda che diventerà assillante nei libri seguenti- che cosa sta succedendo in Svezia? Da dove viene tutta questa violenza? E’ come se in Svezia si fosse allargata una spaccatura tra due mondi e Wallander si trovasse sul bordo, a guardare in basso e al di là del crepaccio che si spalanca sempre di più. Il titolo “Piramide” del romanzo breve che chiude il libro si riferisce sia ad un grafico che Wallander tratteggia speculando sul caso del doppio incendio di un aereo e della casa di due sorelle, sia al viaggio in Egitto di suo padre- altra figura chiave della serie. Di lui sapevamo già alcune cose, del suo rapporto non facile con il figlio, dei quadri che dipingeva tutti uguali con o senza gallo cedrone. Qui quest’uomo la cui stravaganza sta solo nel fare ciò che gli piace decide che è ora di realizzare un suo sogno, vedere le piramidi. Anzi, salire in cima ad una delle piramidi. E non gli importa se è proibito, se suo figlio deve arrivare dalla Svezia per tirarlo fuori di prigione. Alla domanda, “perché?”, la risposta è “perché bisogna essere leali ai propri sogni”. E il figlio non trova niente da ribattere- che bello avere ancora dei sogni in una società che va a pezzi, che bello sognare non di soldi ma di scalare una piramide nel deserto.

   “Piramide” non ha la grandiosità dei romanzi che abbiamo già letto e tuttavia, così come possiamo riconoscere nel giovane Wallander le qualità dell’ottimo investigatore che diventerà, è possibile anche vedere in questi racconti tutte le qualità che hanno fatto di Mankell uno dei migliori scrittori di thriller contemporanei. Stilos lo ha intervistato a Mantova, durante il Festival della Letteratura.


E’ proprio vero che questo romanzo è l’inizio e la fine di Wallander? Non ha ancora l’età del pensionamento. Leggeremo che va in pensione in uno dei libri della serie della figlia Linda? Passerà a lei la fiaccola?
    Non leggeremo del pensionamento di Wallander perché su di quello non c’è niente da dire, ma continuerà a lavorare. Wallander va in pensione nel 2012, all’età giusta, fra sei anni. Ma continuerà a tornare: quando scrivo di sua figlia Linda, lui sarà lì intorno, perciò riapparirà ancora, pure se marginalmente. E sì, in un certo senso si può dire che passa la fiaccola a Linda.

Ha mai pensato di farlo morire? Dopo tutto è stato ferito parecchie volte…Oppure ha voluto risparmiare i sentimenti dei lettori?
     No, Wallander non muore perché ho pensato che accade molto raramente che un poliziotto muoia in azione. Non accade quasi mai. E’ vero che un collega di Wallander è morto, ma proprio per quello ho deciso che un poliziotto morto fosse sufficiente.

Come si sente senza Wallander, dopo aver vissuto così a lungo con lui? Ne sente la mancanza?
     Non posso sentire la mancanza di una persona che non è una persona. Voglio dire, è un’immaginazione nella mia testa. Sarebbe molto romantico sentirne la mancanza. E poi lui è ancora presente, ci sono ancora storie con Wallander, non posso ancora sentirne la mancanza.

Il rapporto di Wallander con il padre non è facile: è un problema di aspettative sbagliate da parte del padre?
     Kurt Wallander non ha un rapporto facile con il padre per molti motivi, soprattutto per le complicazioni normali di un rapporto tra padri e figli. Hanno dei caratteri diversi, non si capiscono, e poi c’è il fatto fondamentale che il padre non ha mai accettato la scelta del figlio di diventare poliziotto. Adesso è morto e ha lasciato molte questioni non risolte, è piuttosto normale nella vita. D’altra parte non voglio fare un’analisi psicologica troppo approfondita dei miei personaggi. Ogni genitore affronta questi problemi.


Il padre di Wallander è un personaggio buffo e tuttavia ammiriamo la sua ostinazione, il suo parlare di sogni e dell’essere leali ai propri sogni. Si hanno ancora grandi sogni ai nostri tempi? È una figura del passato?
     Non penso sia una cosa generazionale. Penso che persone di tutte le generazioni abbiano sogni di un altro mondo, di un mondo migliore, di un’altra vita, di una vita migliore. Tutti hanno sogni. Penso che sia importante che ci ricordiamo che, se non abbiamo sogni, abbiamo perso anche la nostra essenza spirituale. Molte persone oggi, invece di avere sogni, lasciano che gli altri sognino per loro, guardando soap opera alla TV. Ma credo che lo spirito dell’essere umano sia nei sogni che ha. E io spero di continuare a sognare anche quando sarò vecchio.

Wallander vuole evitare, in quanto padre a sua volta, di ripetere con la figlia Linda gli stessi errori di suo padre? Di essere troppo tirannico con lei?
     In un certo senso sì, poi però si rende conto che forse, dopo tutto, si comporta proprio come suo padre. Magari si pensa di essere diversi e poi si è ugualmente prevaricatori.   

In questo libro Wallander, negli anni ‘70, si domandava già che cosa stesse succedendo alla Svezia e in altri romanzi già letti abbiamo visto che continua a domandarselo: c’è forse una Svezia idealizzata, il paese della pace e dell’uguaglianza, e un paese vero che nasconde la violenza e le ambizioni?
     Si può dire che la Svezia sia un paese in Europa che è simile a molti altri. La Svezia è piena di contraddizioni, come lo è l’Italia o la Svizzera. Non voglio cambiare il quadro tranquillo della Svezia, voglio solo mostrarne le contraddizioni.

In una delle storie di “Piramide” l’assassino è un uomo di colore: il volto dell’Europa sta cambiando, scopriamo forse di essere tutti razzisti nel momento in cui ci sentiamo minacciati dal numero della gente di colore che ha invaso i nostri spazi?
    Direi che sia sbagliato dire che ci scopriamo tutti razzisti. Oggi questo è un problema in Europa e dobbiamo combatterlo. Sono ottimista per il futuro perché credo nelle nuove generazioni, nei giovani che avranno una visione diversa del fatto che, anche se la gente ha un colore di pelle differente, siamo tutti uguali. Sono molto ottimista per il futuro. Credo che le generazioni giovani risolveranno il problema.


In un altro suo romanzo non ancora tradotto in italiano, “The return of the dancing master”, il problema della discriminazione contro gli stranieri è collegato con i gruppi neo-nazisti: pensa che il neo-nazismo possa essere un vero pericolo anche in un paese tradizionalmente pacifico come la Svezia?
   Non credo che gli skinheads costituiscano un problema, ma dobbiamo fare attenzione alle forze oscure ultraconservatrici, siano esse di matrice fascista o nazista. Dobbiamo renderci conto che sono dappertutto, in Italia e in Svezia; dobbiamo fare attenzione, stare in guardia, soprattutto in tempi in cui c’è molta disoccupazione è facile che questa gente cerchi di “pescare in quelle acque”, come si dice da noi.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos