sabato 18 ottobre 2014

Roberto Ampuero, "Il caso Neruda" ed. 2010

                                                      Voci da mondi diversi. America Latina
     cento sfumature di giallo
     il libro ritrovato

Roberto Ampuero, Il caso Neruda
Ed. Garzanti, trad. Stefania Cherchi, pagg. 332, Euro 18,60

Agosto 1973. Durante un ricevimento a Santiago del Cile Cayetano Brulé fa la conoscenza casuale di Pablo Neruda. Alcuni giorni dopo il poeta gli chiede di recarsi da lui e gli affida un incarico. Deve rintracciare un medico messicano che Neruda aveva incontrato una trentina di anni prima. Solo in seguito Cayetano scopre che in realtà Neruda è interessato alla moglie del medico, una donna molto bella che ha cambiato più volte nome ed è stata insegnante, attrice, moglie di un colonnello, guerrigliera, spostandosi in vari paesi. Perché mai Neruda è così interessato a lei?

INTERVISTA A ROBERTO AMPUERO, autore de Il caso Neruda

    Cayetano Brulé. Nato a Cuba ma emigrato con il padre a Miami, abitante in Cile dove ha seguito per amore la moglie Angela da cui si è separato dopo pochi anni di matrimonio. Baffoni alla Pancho Villa e occhiali da miope. Investigatore per caso, o per disperazione, non essendo riuscito a trovare un altro lavoro. Ha un assistente alquanto improbabile- il ‘doppio’ che è quasi d’obbligo per un investigatore: un cileno per metà giapponese che di notte gestisce una friggitoria vicino al porto.
Eccovi presentato il protagonista dei romanzi seriali dello scrittore cileno Roberto Ampuero. Ma Il caso Neruda, ultimo libro dello scrittore appena pubblicato da Garzanti, si discosta di molto dai libri precedenti. C’è un’indagine al centro della trama, ma Cayetano Brulé viene incaricato di indagare non su un omicidio bensì sui trascorsi di un medico messicano, Ángel Bracamonte, che sembra aver trovato una cura per il cancro nelle piante medicinali. In realtà poi Cayetano saprà di dover rintracciare il medico per arrivare alla moglie di lui, una donna molto bella e molto più giovane del marito. E il committente è qualcuno a cui non si può dire di no: Pablo Neruda, il poeta che ha portato gloria al Cile, ambasciatore del suo paese, amico personale di Salvador Allende.
    Soltanto il primo e l’ultimo capitolo del romanzo sono ambientati nel tempo presente, un rapido flash sul Cile attuale in stridente contrasto con quello del 1973 a cui la memoria riporta Cayetano, seduto ad un caffè in attesa di incontrare dei clienti. Questo balzo temporale all’indietro ci permette di conoscere un Cayetano Brulé ventitreenne, ci avvicina ad un Neruda inedito, traccia uno schizzo dei grandi avvenimenti di quegli anni- il socialismo di Allende e il colpo di stato di Pinochet, il sogno controverso di Cuba, il muro di Berlino e il comunismo nella DDR. E Il caso Neruda diventa un libro a strati: in superficie c’è l’enigmatica ricerca, che diventa quasi un inseguimento, di Beatriz Bracamonte, dal Cile al Messico, e poi a Cuba, da lì in Germania e in Bolivia, per terminare infine di nuovo in Cile. Perché Neruda vuole disperatamente trovare Beatriz? Dapprima Cayetano pensava che il poeta, gravemente ammalato, sperasse in una cura alternativa di cui Beatriz fosse a conoscenza. E invece c’è una domanda cruciale che il grande vecchio vuole porre alla donna che ha amato trent’anni prima. Una domanda la cui risposta diventa di importanza straordinaria ora che è alla fine della sua vita.
   Questa prima trama nasconde un tracciato di riflessioni esistenziali su che cosa sia la vita e su quale sia il ruolo che gli uomini sono chiamati ad interpretare sul palcoscenico della vita. Un vecchio e un giovane diventano quasi amici per un breve periodo. Al giovane il vecchio racconta cose che non ha mai detto a nessuno. A lui confida l’amaro ripensamento del prezzo che la sua felicità è costato alle donne che ha amato e ha abbandonato una dopo l’altra, per inseguire la poesia, o il successo, o il suo io. Per Cayetano la vita è come Valparaíso con le sue strade in saliscendi: “a volte sei in alto, a volte in basso, e tutto può cambiare da un momento all’altro”. La lezione che, però, Don Pablo gli insegna è meno lineare e più sfaccettata.
Neruda gli dice che la vita è una sfilata di maschere, tutti indossano una maschera. Che può anche non essere sempre la stessa: quanti travestimenti, quanti cambiamenti di nome ha fatto Beatriz Bracamonte? E la moglie di Cayetano che ora si è messa la maschera di guerrigliera (con foulard firmato)? Neruda stesso, oltre alle maschere che si è messo durante la vita, appare davanti a Cayetano con un completo bianco che lo rende simile a Walt Whitman; è Neruda a far indossare a Cayetano una giacca da cameriere quando riceve la visita di Allende. Il quale, guarda caso, prende a prestito il libro La Maschera di Dimitrios di Eric Ambler.
     Neruda impartisce un’altra lezione al giovane Cayetano, ancora incerto su che cosa fare nella vita. E qui godiamo di uno scherzoso gioco di specchi, di un’intromissione della letteratura nella letteratura: Neruda raccomanda a Cayetano di leggere Simenon per imparare da Maigret a fare l’investigatore. Mentre si appassiona alla lettura, rilevando l’impossibilità di mettere in atto in Cile i metodi di Maigret, invidiando al ‘collega’ francese la sua tranquillità famigliare, Cayetano (che non è certamente un personaggio in cerca di autore) si chiede se lui stesso non sia stato inventato da Neruda, così come Maigret è una creazione di Simenon.
    Cala infine il sipario sul teatro delle maschere e sulla scena della vita e si approfondisce la malinconia lieve che avvolge ogni fine e che serpeggiava per tutto il libro. E’ l’11 settembre 1973 e Il Caso Neruda diventa un romanzo sul finire di tutto, prima o poi- è la fine del matrimonio di Cayetano, la fine della vita di Pablo Neruda, la fine del governo di Salvador Allende.
   Stilos ha intervistato Roberto Ampuero, che ora vive e insegna negli Stati Uniti, cogliendolo quasi di partenza per il suo Cile devastato dal terremoto.

Il caso Neruda è un libro insolito per la serie di Cayetano Brulé: ha “usato” Cayetano per parlare di Neruda?
    Amo molto la poesia di Neruda che aveva una bella casa a Valparaíso, oggi trasformata in museo. Mentre visitavo il museo mi sono reso improvvisamente conto che la biografia vera di Neruda e quella fittizia di Cayetano Brulé, che vive a Valparaíso, doveva averli fatti incrociare negli ultimi mesi del governo di Salvador Allende e all’inizio della dittatura di Pinochet. Mi sono detto: se si trovavano nella stessa città in quel periodo, devono per forza essersi incontrati. E così li ho messi in contatto, e Neruda diventa la persona che fa diventare Cayetano un investigatore, suggerendogli di leggere Simenon. Non sono in molti a sapere che Neruda era un fanatico lettore di romanzi polizieschi.


 E perché parlare di Neruda adesso?
     La Storia e l’esercizio della memoria sono molto presenti nel Cile democratico. Il governo di Allende, la dittatura e la transizione alla democrazia sono presenti fra i cileni, o per esperienza diretta o tramite il racconto di altri. Così Neruda non è lontano nelle nostre menti, piuttosto il contrario: Neruda appartiene ad un tempo che ha un grosso impatto sul nostro presente. Negli ultimi mesi di Neruda troviamo il dramma nazionale del Cile e il dramma personale del poeta. Lui sapeva che il governo di Allende era destinato a finire per la polarizzazione politica e pure la sua persona era destinata a finire a causa del cancro. E sono sicuro che il poeta- come dico ne Il caso Neruda- è morto sognando un Cile democratico e un figlio o una figlia che non aveva.

Fino a che punto il romanzo è realtà e fino a che punto è finzione narrativa? Fino a che punto sono veri i dettagli sulla vita di Neruda?
     Ho fatto serie ricerche sulla vita di Neruda, soprattutto su quello che le donne dissero e scrissero di lui. Ne Il caso Neruda non rappresento un Neruda da monumento, ma una persona vera, fatta di carne e di sangue, di convinzioni e di silenzi, un Neruda generoso e idealista ma anche un Neruda egocentrico e pragmatico, un uomo che sosteneva la democrazia ma era pure uno stalinista, un uomo che era capace di amare con passione e nello stesso tempo guardarsi attorno in cerca di un’altra donna. Mostro il vero Neruda, non un santo, non un demone ma il poeta e l’amante e l’uomo politico con le sue contraddizioni e conflitti interni. Un romanzo può mostrare il vero essere umano, con i lati luminosi e quelli oscuri.

Il romanzo è costellato di metafore. La prima è quella delle maschere. Neruda è forse il primo ad avere indossato una maschera per tutta la vita e se la toglie ora che è vicino alla morte?
     In questo romanzo Neruda insegna a Cayetano che la vita è un infinito carnevale di travestimenti e che è difficile scorgere la vera faccia degli esseri umani. Forse una parte della sua poesia- non tutta naturalmente- era uno sforzo per scoprire la verità vera. Vede, c’è un parallelo tra il mestiere del poeta e quello dell’investigatore. Io cerco di far coincidere quelle due filosofie, quella del poeta e quella dell’investigatore: cercano entrambi la verità.

Ho osservato che il titolo del romanzo che Salvador Allende prende in prestito da Neruda è La maschera di Dimitrios: anche Allende porta una maschera?
     Volevo mostrare qualcosa di cui non si parla molto: che a grandi personalità come Neruda e Allende piaceva leggere romanzi polizieschi. Ma c’è anche un’altra metafora che dimentica: quando Allende si incontra con Neruda per l’ultima volta, arriva su un elicottero che sembra una grossa bolla. Gli abitanti di Valparaíso applaudono Allende mentre ascende al cielo in quella bolla, finché scompare fra gli uccelli. Neruda e Cayetano restano a terra. Neruda sa che cosa è in serbo per  lui stesso, per il suo amico presidente e per il paese.

La vicenda porta Cayetano nei paesi dove Lei stesso ha vissuto: il Cile, Cuba, la Germania. E’ solo un caso, è perché conosce bene quei luoghi, o è perché sono i luoghi dove sono avvenuti alcuni degli avvenimenti più importanti degli anni ‘60 e ‘70?
     Mi piace mettere i miei personaggi nei posti che conosco bene. Ma ha ragione: i posti dove ho vissuto sono anche i posti dove sono avvenuti gli eventi politici cruciali degli anni ‘60 e ‘70.

Lei fa dire a Cayetano che chi vive in esilio non dovrebbe mai tornare nel suo paese d’origine. Anche Lei vive in esilio: come si sente quando ritorna in Cile?
     Ritorno parecchie volte all’anno in Cile, perché è il paese dove sono cresciuto, dove ho i miei genitori, parenti, amici, impegni, ricordi. Il paese è cambiato, per certi versi in meglio, per altri no. Anche io sono cambiato, non sempre in meglio. Si devono tenere sotto controllo le proprie aspettative quando si torna in un paese dove si è vissuto felicemente. La memoria continua a lavorare e costruisce nella mente delle immagini idealizzate. Quando vado in Cile, mi dico: sii umile. Ascolta e cerca di capire il paese e quello che puoi fare tu per lui. Andrò in Cile la prossima settimana, per fermarmi là un poco dopo il catastrofico terremoto. Spero di poter essere di qualche aiuto.

L’Avana del 1973, quella che Lei descrive, è L’Avana in cui è vissuto quando frequentava l’università?   

    Oh no. Quella Cuba è scomparsa, come è scomparsa quella del 1959. La Cuba degli anni ‘70 era ancora, per molti cubani, un luogo dove si costruiva il socialismo. Adesso lo sanno tutti: il vero socialismo è fallito, Castro ha passato mezzo secolo al potere, il paese non è un modello per nessuno, nessuno sa dove si diriga l’isola. Auguro ai cubani, a quelli nell’isola e a quelli in esilio, saggezza, resistenza, tolleranza, fratellanza, accordo politico e nessuna violenza in modo che possano sopravvivere e ricostruire il paese con un governo democratico. E’ quello che chiedevo al Cile di Pinochet.

Nel romanzo c’è una profonda vena di tristezza, c’è la sensazione che così tante cose stiano per finire: fine del poeta, fine del matrimonio di Cayetano, fine della via cilena al socialismo. Se ripensa a se stesso nel 1973, era questa la tristezza che provava Lei, una sorta di delusione?
     Be’, Il caso Neruda parla di un tempo scomparso per sempre. Non penso che il tempo passato sia sempre migliore di quello presente. Ma ne Il caso Neruda si trovano giovani idealisti e un paese polarizzato, altruismo rivoluzionario e irresponsabilità rivoluzionaria, un’opposizione ad Allende che oggi posso capire ma che si trasformò poi in una tremenda repressione. La mia delusione si può descrivere così: quando in un paese possono succedere cose che neanche ti immaginavi, come repressione, tortura, scomparsa di persone, ti chiedi: come potevamo noi, come nazione, formare simili criminali e vivere fianco a fianco senza renderci conto della loro condizione umana? E’ come oggi.
Vedo in Cile tante persone che soffrono e tante persone che aiutano, e nello stesso tempo vedo saccheggiatori, che portano via tutto quello che possono dai negozi distrutti e dalle famiglie che hanno perso le abitazioni, e mi chiedo: ma che razza di persone abbiamo formato negli ultimi 20 o 30 anni? Anche questi sciacalli criminali sono figli della nostra democrazia. E’ duro. Alcuni preferiscono ignorare domande del genere perché distruggono stereotipi e immagini idealizzate. Ma sono domande cruciali, domande cruciali che una società democratica e gli individui devono porsi, domande che esigono una risposta. Bene, i romanzi e i romanzieri pongono domande del genere. Non dico che forniscono risposte, ma che fanno le domande. Ecco perchè il rapporto tra scrittori e politici non è facile. Ma Neruda e Cayetano parlano di queste cose e non hanno le risposte definitive, perché sono semplici esseri umani pieni di dubbi e contraddizioni.

Il romanzo è un lungo flashback. Oltre a godere della storia di Neruda, godiamo anche nel venire a conoscenza di un Cayetano ventitreenne. Ma ci saranno altri romanzi con un Cayetano più anziano?
     Certo che ce ne saranno. Spero di continuare a scrivere romanzi con Cayetano finché campo e spero che gli italiani continueranno a leggere i miei romanzi anche quando io sarò morto. Ora mi preparo per andare nel mio Cile devastato. Forse i miei romanzi non saranno di alcun aiuto là, ma io devo essere là per aiutare con le mie mani. Un romanziere deve essere vicino al suo popolo quando questo ne ha bisogno, direbbe Neruda.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos




                                                                                                                


Roberto Ampuero, "Il tedesco dell'Atacama" ed. 2006

                                                      Voci da mondi diversi. America Latina
                                                      cento sfumature di giallo
    il libro ritrovato

Roberto Ampuero, “Il tedesco dell’Atacama”
Ed. Garzanti, pagg. 298, Euro 14,50

Un tecnico tedesco viene ucciso a San Pedro di Atacama, nel Nord del Cile. Due giorni dopo precipita il Cessna privato di un membro del parlamento cileno. Una giornalista tedesca si rivolge all’investigatore Cayetano Brulé perché indaghi sulla morte del suo connazionale che le aveva telefonato poco prima di morire: aveva delle rivelazioni da farle, qualcosa di cui la stampa doveva occuparsi. Da Valparaíso a San Pedro di Atacama, in Germania e poi di nuovo nel deserto, il detective cubano segue le tracce di un’azione criminosa di traffici illeciti di natura insospettata.



INTERVISTA A ROBERTO AMPUERO, autore de “Il tedesco dell’Atacama”

 Ci sono delle aree in cui non piove mai nel deserto di Atacama, in Cile, il nono del pianeta per estensione. Eppure ci sono delle rose che fioriscono per una notte sola, ci sono ricchezze insospettate nel sottosuolo: minerali, petrolio, litio, tesori archeologici trafugati da tombaroli privi di scrupolo. E poi l’Atacama è terra di passaggio per i narcotrafficanti dei paesi limitrofi, scarico di immondizie dei paesi industrializzati- solo gli abitanti del luogo restano eternamente poveri, ricchi soltanto della loro civiltà millenaria.



     “Il tedesco dell’Atacama”, dello scrittore cileno Roberto Ampuero, è il terzo romanzo pubblicato in Italia con protagonista Cayetano Brulé, detective per caso, perché ad un certo punto della sua vita si è ricordato di avere un diploma di investigatore rilasciato da una scuola per corrispondenza. Non è un personaggio che si dimentica, Cayetano Brulé: molto miope, sovrappeso, sempre squattrinato- e infatti l’unico aiutante che può permettersi è il giapponese Suzuki che, come primo lavoro, gestisce una friggitoria-, nostalgico dell’Avana in cui è nato e di cui rimpiange il clima, la musica, i profumi, le donne sensuali e generose che ancheggiano sui fianchi larghi. Cayetano è il primo a non prendersi sul serio e a sorridere di se stesso, e non si offende quando la giornalista tedesca dice che gli europei, abituati ai romanzi gialli e ai film polizieschi americani, non riuscirebbero neppure ad immaginare un detective del Terzo Mondo. Il caso di cui si occupa Cayetano Brulé in questo romanzo non è un semplice delitto a scopo di rapina, che cosa c’è dietro la morte del tecnico tedesco Willi Balsen? Petrolio, droga, o altro? il fatto che Balsen ritenesse necessario informare la stampa e che un parlamentare sia morto in un incidente aereo che parrebbe casuale, lascia pensare che siano in gioco interessi più vasti e che Balsen, l’idealista che credeva veramente di poter fare qualcosa per la gente del posto (“conosci un paese che è uscito dalla povertà grazie agli aiuti internazionali?” chiede a Cayetano un imprenditore tedesco) doveva essere messo a tacere. Ma quello che rende il romanzo così godibile è l’umorismo che lo attraversa, la simpatia che suscita il goffo investigatore cubano dai baffoni alla Pancho Villa, l’ambientazione nel deserto abitato dagli orgogliosi indios, le incursioni rapide nel campo della politica e della storia recente dei paesi dell’America Latina- Allende, Pinochet, e Fidel naturalmente, ancora un mito per chi non vive a Cuba e non si sa spiegare perché tanti cerchino di fuggire. Stilos ha intervistato Roberto Ampuero che attualmente vive negli Stati Uniti, dove insegna nell’Università dell’Iowa.

Ne “Il tedesco dell’Atacama” veniamo finalmente a sapere qualcosa sull’ insolito cognome dell’investigatore Cayetano Brulé e sulle origini della sua famiglia che viene dalla Normandia: come mai solo ora, nel terzo romanzo della serie pubblicato in Italia?
     Quando ho scritto “Chi ha ucciso Christian Kustermann?”, non pensavo proprio che sarebbe stato il primo di una serie di romanzi con lo stesso personaggio e neppure che avrebbe avuto tanto successo. I libri con Cayetano Brulé sono tradotti in nove lingue e in Cile le cifre delle vendite si aggirano sulle 200.000 copie. A dire il vero, ho messo a fuoco la storia di Cayetano sollecitato dalle domande dei lettori. Erano talmente interessati a conoscere l’ispettore che continuavano a chiedermi altri dettagli su di lui durante le presentazioni dei libri e la loro era una curiosità giustificata. D’altra parte mi sono reso conto che, mentre Cayetano Brulé continuava ad occuparsi di nuovi casi, dovevo per forza aggiungere qualcosa sulla sua storia personale- non poteva occuparsi solo delle investigazioni, doveva anche pensare a se stesso, al suo passato, all’amore, alla politica, alla sua salute (nel penultimo romanzo gli viene diagnosticato un tumore), ai suoi sogni di uguaglianza e di giustizia sociale. Non dimentichiamo che Cayetano, che è uno scettico in campo politico, ha sofferto in qualità di straniero in Cile sotto la dittatura di Pinochet.

E’ naturale che il lettore si domandi se ci possa essere qualcosa dello scrittore nei personaggi che crea: Cayetano è nato all’Avana, è fuggito a Miami, ha seguito una donna in Cile. Ha condiviso con Cayetano qualcuna delle sue esperienze?
     Conosco i mondi in cui si aggira Cayetano, però non è il mio alter ego. Cayetano è migliore di me: ha senso dell’humour, è compassionevole, ama la giustizia, vive il presente senza temere il domani, è capace di rischiare la vita per la verità, è disposto ad apprendere, è molto tollerante e nemico dei dogma. E’ andato in giro per il mondo come un detective proletario, è un proletario dell’investigazione, non offre altro che la sua manodopera , e però controlla sempre, per prima cosa, la moralità dell’incarico. A volte mi piacerebbe essere libero come Cayetano, così poco preoccupato per il futuro personale, così magnanimo e bonaccione.

Tutto è anomalo nella coppia di investigatori dei suoi romanzi: Cayetano è investigatore per caso, è goffo, miope, il suo doppio è un giapponese il cui lavoro principale è in una friggitoria. Perché due detective così insoliti?
    La forza di Cayetano sta nel fatto che chiunque di noi potrebbe essere Cayetano, e chi legge i miei romanzi può rendersi conto che a chiunque può capitare di trovarsi nei casi che Cayetano ha risolto. In un’epoca in cui i film di Hollywood e i best-seller di basso livello ci propongono eroi inverosimili, esperti nell’arte di assassinare e fare conquiste, di imporre le loro opinioni e reprimere chi pensa in modo diverso, Cayetano emerge come il simbolo dell’uomo comune, che è indipendente, che ha un codice etico e si preoccupa della giustizia sociale, e tuttavia non è un eroe di acciaio e neppure mostra solo aspetti positivi. Cayetano e il suo aiutante Suzuki rispondono alla richiesta della maggioranza progressista dell’umanità di lottare perché il mondo sia un luogo migliore, e condividono con molti il gusto per la buona cucina e per una buona bevuta, per l’erotismo, i viaggi, l’ozio. Cayetano è l’opposto dell’eroe hollywoodiano.

Cayetano parla spesso di Cuba e del Cile come di due paesi completamente diversi e il cuore di Cayetano è a Cuba: che cosa rappresentano questi due paesi?

     Per regioni storiche e geografiche, il Cile e Cuba rappresentano i due poli opposti dell’anima latinoamericana. Gli stranieri pensano che l’America latina sia omogenea e non sanno che siamo un continente pieno di differenze. Il mondo andino non ha niente a che vedere con il Mar de la Plata, e questo non ha niente a che vedere con il Brasile, né il Brasile ha qualcosa in comune con il Centro America e il Messico è diverso dalle Antille. Ci sono enormi differenze in termini di popolazioni, cibi, culture, influenze e clima. Il Cile e Cuba rappresentano due poli di questa sensibilità latinoamericana dalle molte facce: Cuba si trova a metà dell’Afro-America latina, nel calore dei Caraibi, a metà strada tra Stati Uniti e America del sud, tra America e Europa, ha raggiunto l’indipendenza politica solo nel 1898 ed è un paese socialista. Il Cile è, per così dire, un’altra isola, ma un’isola delimitata dal deserto di Atacama, dalle Ande, il Pacifico e il Polo sud, è un paese senza influenza africana, a metà strada tra l’Europa e l’influenza indigena, non è un paese tropicale, è neoliberale, molto integrato nella economia mondiale. Non c’è dubbio che ci siano due diverse sensibilità e percezioni, entrambe latinoamericane, che sono complementari e contraddittorie: Cayetano Brulé si muove tra di loro, se è a Cuba si sente cubano e se è in Cile si sente cileno. Ma una cosa è chiara: dopo aver vissuto tanti anni a Valparaíso, si sta integrando lentamente nel paese di Neruda e Allende, senza perdere la capacità critica propria dello straniero di scrutare il paese in cui si trova.

Cayetano e Fidel: Cayetano è critico nei confronti del regime castrista, come già abbiamo visto anche in “Bolero all’Avana”…

    Cayetano vive in Cile da molti anni ed è segnato dalla transizione cilena verso la democrazia. Non parla molto di politica, diffida degli uomini politici e rifiuta le dittature, crede nella democrazia come in un ideale che non si realizza mai pienamente. E nel caso di Cuba si tiene al margine dei due gruppi estremisti, come si vede nell’ultimo romanzo, non ancora pubblicato in Italia, “Halcones de la noche”. Siccome desidera il meglio per la sua isola, la sua risposta parte dall’esperienza cilena, che è il mondo che conosce meglio: quando un paese è in crisi e in una situazione pericolosamente polarizzata, la cosa migliore è che tutti i cittadini decidano liberamente il destino della patria. Cayetano Brulé è critico nei confronti di Fidel, ma in “Halcones de la noche” gli salva la vita, perché Cayetano crede nella democrazia e respinge la violenza come strumento politico.

La musica, i colori, la sensualità femminile hanno sempre una parte importante nei suoi romanzi.
   Cayetano è un uomo che compie le sue investigazioni nel mondo reale di Europa, Stati Uniti o America Latina, e spesso si trova in mondi dove c’è musica, da mangiare e da bere, erotismo, diversità, suspense e intrigo. Ma attenzione: l’America latina di Cayetano è un paese dove palpita la sensualità, e tuttavia non solo la sensualità delle donne, ma anche quella degli uomini, degli esseri umani che godono e amano godere la vita. La caratteristica principale di Cayetano è che ha lo sguardo del sudamericano sul mondo, e quando va negli Stati Uniti o in Europa, guarda questi continenti con gli occhi di un latinoamericano che ha le sue tradizioni e la sua storia, i suoi sogni, allegrie e frustrazioni, e con queste riesce a criticare, apprendere, trarre conclusioni. Non è un nazionalista, ma un uomo del postmodernismo che attraversa le frontiere e applaude alla diversità. In generale, nel cinema e nella letteratura del mondo industriale sono i personaggi di questo mondo industriale che descrivono il Terzo Mondo dalla loro prospettiva e spesso le persone del Sud sono solo delle comparse. Lo sguardo di Cayetano ha l’intento di rompere questa tradizione, di dare una voce al Sud, di convertire la gente del Sud in protagonisti, di narrare il mondo dalla prospettiva del Sud.

Un romanzo di Sepulveda è intitolato “Le rose di Atacama”: le rose del deserto sono il simbolo della ricchezza insospettata di questa terra di cui lei parla nel romanzo?
     Ho scoperto l’Atacama 35 anni fa: i miei primi racconti hanno a che fare col deserto, e per questo è normale che vi torni con un romanzo. Cayetano scopre laggiù, nell’immensità e nella solitudine, sotto il cielo più limpido del mondo, la sua insignificanza, scopre che ci sono aspetti della vita che non conosceva, scopre il mondo del deserto più secco del mondo, lontanissimo dalla patria verde e tropicale in cui è nato: incontra il popolo dell’Atacama, con i suoi riti e i cibi e le credenze, un universo di una bellezza sorprendente vicino alle Ande e al cielo, un mondo in cui la storia precolombiana sussiste ancora e dove la cultura di massa moderna incomincia a scalfire la tradizione e il mondo indigeno. Per me l’Atacama è il simbolo della resistenza culturale e di amore per le proprie radici: l’Atacama e il popolo atacameño hanno resistito per secoli all’assimilazione e all’oblio, come i mapuche e gli abitanti dell’isola di Pasqua. L’Atacama è una culla nell’amnesia che oggi cerca di impadronirsi del Cile sotto l’avanzare della modernità e della cultura egemonica.



Leggeremo altri romanzi con Cayetano? Ha già in mente che cosa gli riserva il futuro?
    Ho in mente almeno sette storie di Cayetano Brulé. La prossima vicenda lo porterà in Italia e, adesso che la sto scrivendo, so che è la migliore di quelle che ho scritto. Cayetano è un essere felice e fortunato: nella cittadina di Olmué c’è una stradina con il suo nome, in due ristoranti di Valparaíso ci sono nel menù due piatti “alla Cayetano Brulé” e un tavolo “riservato” per Cayetano. La municipalità di Valparaíso vorrebbe inaugurare, alla mia presenza, un “itinerario di Cayetano Brulé”, che comprende le strade e i locali che Cayetano frequenta, ma al momento non posso andare in Cile e resta tutto in sospeso.

Ha scritto, o programma di scrivere, altri romanzi senza Cayetano?
    Sì, il mio prossimo romanzo non ha per protagonista Cayetano Brulé. E ci sono già due romanzi senza Cayetano: “Nuestros anos verde olivo” che è una biografia romanzata dei miei anni all’Avana, e “Los amantes de Estocolmo” che è stato scelto come romanzo dell’anno 2003 in Cile. Scrivo con due mani: a volte romanzi polizieschi e a volte altri romanzi, dipende dall’argomento: è l’argomento che impone il genere di romanzo.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos



                                                                

venerdì 17 ottobre 2014

Roberto Ampuero, "Bolero all'Avana" ed. 2003

                                                          Voci da mondi diversi. America Latina
                                                          cento sfumature di giallo
il libro ritrovato


Roberto Ampuero, "Bolero all'Avana"
Ed. Garzanti, trad.Stefania Cherchi,  pagg.321, Euro 13,50

Cayetano Brulé, il protagonista del romanzo "Bolero all'Avana" dello scrittore cileno Roberto Ampuero, non è un ispettore di polizia, ma un detective quasi per caso, giusto perché, mentre lavora in un'officina, gli viene in mente che ha preso un diploma per fare il detective e potrebbe tentare questa carriera. Il suo ufficio è nella mansarda di un edificio nel centro storico di Valparaíso e quando piove- e piove spesso d'inverno a Valparaíso- l'acqua gocciola dal soffitto. Il giapponese Suzuki, l'aiutante di Cayetano, non è certamente un brillante specialista del mestiere visto che gestisce un baracchino di fritture. Quindi l'indagine che viene affidata a Cayetano, tramite un biglietto aereo con l'indicazione di recarsi a L'Avana, è un vero colpo di fortuna. Cinquemila dollari di anticipo per scoprire chi è sulle tracce del cantante di bolero Plácido del Rosal che si è ritrovato una quantità enorme di banconote dentro la valigia dopo aver sostato in un albergo di Miami. Perché è chiaro che c'è stato un errore. La trama gialla si gioca tra Cuba e la Florida, tra Cile e gli altri stati del Corno del Sud, coinvolgendo mafiosi (un Capo mai nominato e uno Svizzero killer) e deputati corrotti, una bella ballerina che andrebbe a letto con chiunque pur di riuscire ad andarsene da Cuba e un pittore opposto al regime. Feroci regolamenti di conti e un finale amaro perché chi copre certi incarichi non si farà mai trovare colpevole. Niente di particolarmente nuovo nell'intreccio, dunque.

Nuova è l'atmosfera tra la malinconia della pioggia o l'aria grigia di nebbia di Valparaíso e i colori e i profumi di Cuba, tra la durezza della vita in Cile dove Pinochet ha preso il potere dopo anni di scontri di piazza, con un colpo di stato che ha lasciato una scia di morti e scomparsi, e quella in Cuba, dove Fidel è chiamato "el caballo" e i "balseros" sono quelli che si costruiscono di nascosto delle imbarcazioni per fuggire a Miami, e sempre, sullo sfondo, la musica che è vita nei Caraibi, i bolero cantati da Plácido del Rosal con le parole di amore eterno e gelosia e passione che servono da introduzione ai capitoli in cui è lui il protagonista, patetico cantante minacciato dai killer che rischia la vita per la giovane Paloma. E poi Cayetano Brulé, l'uomo dai baffoni neri alla Pancho Villa, miope come una talpa (impossibile non sorridere di un detective che non vede più niente quando gli saltano gli occhiali dal naso), goffo nei pantaloni che gli tirano sulle cuciture, eterno esule che ha lasciato Cuba con i genitori prima che Fidel prendesse il potere, ha visto sbarcare in Florida gli ex compatrioti in fuga dai barbudos, si è trasferito in Cile per amore di una borghese rivoluzionaria che poi lo ha piantato e ora si consola tra le braccia accoglienti della sua voluminosa amante. Ci fa piacere sapere che è in corso di traduzione il giallo precedente della serie che ha per protagonista Cayetano, "Chi ha ucciso Cristián Kustermann?", vincitore del Premio Novela "El Mercurio".

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net






mercoledì 15 ottobre 2014

Roberto Ampuero, "El ultimo tango de Salvador Allende" ed. 2014

                                                  Voci da mondi diversi. America Latina
                                                         Cento sfumature di giallo

fresco di lettura

Robero Ampuero, “El Ultimo tango de Salvador Allende”
Ed. Sudamericana, pagg. 384
Edizione italiana: “L’ultimo tango di Salvador Allende”, Mondadori, Euro 13,60

    Ci sono date impossibili da dimenticare. Date che ricorrono nella Storia del mondo per averla segnata con un cambiamento epocale, o con qualche evento drammatico o rivoluzionario. Penso al 9 di novembre, particolarmente significativo in Germania (proclamazione della Repubblica nel 1918, la Notte dei cristalli nel 1938, la caduta del Muro nel 1989). Penso all’11 di settembre che i più ricordano per l’attacco terroristico alle Torri Gemelle nel 2001, ma che è legato anche al colpo di stato militare del 1973 in Cile e alla fine dell’utopia di Salvador Allende. Ed è verso l’11 settembre 1973 che si srotola inesorabilmente il nuovo romanzo di Roberto Ampuero, “L’ultimo tango di Salvador Allende”- un titolo che ci incuriosisce, suggerendo un aspetto privato di quell’uomo a cui gli occhiali dalla pesante montatura nera davano un’ aria severa, e nello stesso tempo c’è un’anticipazione di tragedia nell’aggettivo ‘ultimo’ che annulla qualsiasi immagine di futilità.
    In questo romanzo non appare Cayetano Brulé, il detective degli altri libri di Roberto Ampuero. Un poco mi è spiaciuto, ma è un punto a merito dello scrittore, quello di non sfruttare un personaggio già creato, a cui si farebbe poca fatica aggiungere qualche ritocco. Non è questa l’unica novità, nel romanzo di Ampuero. Perché ci sono due narratori e due narrative, una nel presente e una nel passato, e la storia che leggiamo finisce per ruotare intorno a Salvador Allende, ma non solo. Diventa la storia di un paese, di un’utopia, di persone che si pensa di conoscere perché ci stanno vicino e invece si scopre che non sapevamo nulla di loro. Perché ognuno di noi è uno, nessuno e centomila, ognuno ha il suo doppio, o una maschera (tema caro a Roberto Ampuero, come già abbiamo visto ne “Il caso Neruda”).
Salvador Allende
    Il presente è il 2008. Victoria, la figlia di David Kurtz, è morta. Ha espresso un desiderio: che le sue ceneri siano consegnate a Héctor Aníbal, in Cile. I Kurtz avevano vissuto a Santiago del Cile, negli anni della presidenza di Allende. David si spacciava per fotografo, una copertura a cui pochi credevano. Che ci faceva un gringo nel Cile disastrato, a meno che non fosse un agente della CIA? Victoria si era iscritta all’Università a Santiago, David e la moglie non avevano mai capito come potesse interessarsi alle popolazioni indigene di un tempo remoto. Poi, però, erano tornati negli Stati Uniti, Victoria si era sposata: Héctor Aníbal era stato il suo grande amore mai dimenticato? Nel baule che Victoria gli ha indicato, David Kurtz trova anche un quaderno. Incomincia a leggerne il contenuto, anzi a tradurlo con fatica. Ed è questa la seconda narrativa del romanzo. E’ Rufino a raccontare, un uomo che faceva il panettiere- aveva conosciuto Salvador Allende quando entrambi frequentavano un circolo di anarchici, ora deve chiudere il negozio perché non si trova più farina, come non si trova più quasi niente da mangiare se non al mercato nero, e Allende gli offre un lavoro come cuoco e suo assistente a La Moneda.
    David Kurtz ritorna in Cile dopo trentacinque anni, con l’urna delle ceneri e il quaderno, alla ricerca di Héctor Aníbal ma, proseguendo la lettura dello scritto di Rufino, la ricerca (quale paradossale ironia, un agente della CIA che indaga sulla propria figlia) diventa anche un esame dei motivi che hanno condotto alla fine di Allende, e poi una ricerca di David dentro se stesso, una forzata revisione delle sue azioni e del paese per cui agiva (non credo che sia un caso che il cognome Kurtz sia lo stesso di quello del protagonista di “Cuore di tenebra” di Conrad le cui ultime parole prima di morire erano state, ‘l’orrore, l’orrore’), con la consapevolezza che il passato ci insegue.
il bombardamento del palazzo de La Moneda 1973
Intanto dal quaderno di Rufino esce fuori un inedito Salvador Allende. Rufino sottolinea la somiglianza fisica tra lui e il presidente- una volta Allende era potuto uscire dalla Moneda vestito nei panni di Rufino. Rufino è il doppio di Allende. Rufino è l’uomo della strada che vede che manca il pane da mangiare, Allende è l’uomo che viene dalla borghesia, che vola alto, che crede nel socialismo e confida che le durezze del presente siano necessarie per il benessere di tutti nel futuro.   
    C’è un finale che posso rivelare, la morte solitaria di Allende, abbandonato dalla Russia e da Cuba, attaccato da un generale sostenuto dagli americani, e uno- altrettanto tragico- che riguarda la ricerca di David Kurtz su cui non dirò nulla.
Ancora una volta Roberto Ampuero non ci ha deluso, anzi, ci lascia con l’impressione che, romanzo dopo romanzo, aggiunga una tessera ad un vasto puzzle che rappresenta il ‘Cono del Sud’, aggiustando il tocco, rifinendo il disegno, consegnandoci un messaggio.




Roberto Ampuero, "L'ultimo tango di Salvador Allende" ed. 2014



                                                           Voci da mondi diversi. America Latina
                                                      musica per un libro

Quando, nel romanzo di Roberto Ampuero, Salvador Allende sorprende Rufino che ascolta un tango, è Julio Sosa il cantante di cui il panettiere gli parla per primo. E la musica del tango, sempre drammatica, è la perfetta colonna sonora per questo libro.

lunedì 13 ottobre 2014

Andreas Latzko, "Uomini in guerra" ed. 2014

                                                         Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                         prima guerra mondiale
                                                         fresco di lettura



Andreas Latzko, “Uomini in guerra”
Ed. Keller, trad. Melissa Maggioni, pagg. 176, Euro 12,33
Titolo originale: Menschen im Krieg

   Gli ripugnava recitare in maniera monotona le solite frasi patriottiche che esigevano di finire sulle labbra come fossero dettate dall’alto! Da mesi portava con sé la caparbia decisione di non pronunciare la prescritta “dulce est pro patria mori”, a nessun costo. Nulla gli era più sgradevole di questo strimpellare con il sacrificio altrui, di usare questi trucchi da ciarlatano: davanti proclamare la morte e dietro apprestarsi ad ammazzare.


    Andreas Latzko, ebreo ungherese, nato a Budapest nel 1876. Non era una recluta giovane quando fu mandato, all’inizio della Grande Guerra, a combattere sul fronte dell’Isonzo. Si ammalò di malaria, ma fu ricoverato in ospedale solo quando subì un grave trauma bellico durante un pesante attacco di artiglieria vicino a Gorizia. Alla fine del 1916, ricoverato nel sanatorio svizzero di Davos, scrisse i sei capitoli di “Uomini in guerra”- sei flash sulla guerra che aveva vissuto in prima persona, sei momenti diversi, di disperazione, di orrore, di cordoglio, di protesta, di pietà. Nel 1933 il regime di Hitler ordinò che i suoi libri venissero dati alle fiamme.
    Un ufficiale dell’esercito austro-ungarico sul fronte dell’Isonzo. Pensiamo al nostro Emilio Lussu sull’altipiano di Asiago. Potevano, ipoteticamente, trovarsi a combattere l’uno di fronte all’altro. Sarebbe potuto essere Lussu l’italiano ferito difeso dal capitano Marschner nella seconda storia del libro di Latzko, una scena che si accosta a quella in cui Emilio Lussu si arresta, incapace di uccidere a sangue freddo un giovane e biondo austriaco. Sarebbero potuti diventare amici, nonostante la differenza d’età, Latzko e Lussu. Uguale è il loro atteggiamento davanti alla guerra che appare insensata, uno spreco di vite- “era lui il pazzo o erano gli altri?”, si chiede Marschner. Uguali le amare considerazioni sugli ufficiali superiori che parlano di eroismo e patriottismo mandando i soldati semplici a farsi uccidere. Uguale il disprezzo per i profittatori della guerra.


   Una tristezza infinita domina i sei ‘capitoli’ di “Uomini in guerra”. Nel primo c’è un uomo distrutto nello spirito e nell’anima, ricoverato in ospedale. Non riesce a gioire neppure della presenza della moglie accanto a lui. Anzi, la moglie diventa l’emblema di tutte le donne- madri, mogli, fidanzate- che volevano vedere degli eroi nei loro uomini, che li hanno spinti a partire per la guerra, che li hanno lasciati partire invece di trattenerli a casa. Lo stesso confronto, tra chi ha vissuto la guerra e chi non potrà mai capirla, riappare nell’ultima storia, “Ritorno a casa”: qui c’è un uomo sfigurato, al punto che nessuno lo riconosce quando ritorna al paese. La fidanzata si ritrae inorridita. Accanto a lei il signore presso cui il reduce prestava servizio ha un’aria di condiscendenza- proprio lui, l’imboscato! Finisce come deve finire.
   Tra il racconto iniziale e quello finale, quattro altre storie, quattro altri momenti. In una, dal tono sferzante di selvaggia ironia, c’è un comandante di alto grado seduto ad un caffè in una cittadina in cui non arriva il rumore della guerra- è stato dato l’ordine di proibire ai feriti in convalescenza di aggirarsi per le strade. Il comandante sproloquia sulla grandiosità della guerra, su come se ne avvantaggino tutti, sui bei giovani abbronzati che tornano dal fronte. E poi, che cosa mai potrebbe fare un generale in tempo di pace? In quell’atmosfera tranquilla si sente un’eco lontana: “Grazie a Dio! La guerra c’era ancora”.
  Indugio su uno dei sei capitoli, “Il battesimo del fuoco”, perché mi pare il più pregnante di significato, quello che, nel contrasto tra il non più giovane capitano Marschner e il neppure ventenne Weixler, rinchiude in sé il vissuto dello scrittore stesso. Devono raggiungere la prima linea con un manipolo di soldati, hanno davanti 2 chilometri di campo aperto, poi lo scontro- il tempo per riflettere per Marschner, per caricarsi di esaltazione per Weixler. Marschner pensa agli ‘uomini’ che vestono la divisa, lascia indietro a guardia del bosco un soldato giovane (ricorda di aver visto la madre, una vecchina che lo abbracciava, alla stazione di Vienna, ma no, sua madre non c’entrava per niente nella sua decisione). Weixler denuncia la vigliaccheria di un ragazzo con i capelli rossi, quello che grida ‘Gesù Maria’ ad ogni esplosione di shrapnel. Marschner lo rivede alla stazione con una bimba con i riccioli di fuoco in braccio: lui non vuole mandare a morire la gente, eppure Weixler annuncia con tono di trionfo che hanno perso 14 uomini. Marschner si augura che gli shrapnel insegnino il dolore a questo ragazzo glaciale, che lo convincano della sua vulnerabilità. Si avvererà il desiderio di Marschner nel corso dello scontro contro i Katzelmacher? A proposito, siamo noi prolifici italiani, i Katzelmacher che fanno tanti gattini.

    Un piccolo gioiello finora sconosciuto della narrativa di guerra.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


Andreas Latzko, "Uomini in guerra"- Strauss - Radetzky March - Karajan



                                                   prima guerra mondiale
                                              musica per un libro

Ecco, diretta da von Karajan, la Marcia di Radetzky che risuona tristemente nelle pagine del libro di Andreas Latzko