domenica 25 maggio 2014

Józef Wittlin, “Il sale della terra” ed. 2014

                                                         prima guerra mondiale
                                                         fresco di lettura

Józef Wittlin, “Il sale della terra”
Ed. Marsilio, trad. Silvano De Fanti, pagg. 380, Euro 23,00

    Piotr Niewiadomski (in polacco il cognome significa ignoto, e tuttavia Piotr non era figlio di ignoto, quello era proprio il cognome del padre che lui, però, non aveva mai conosciuto). Classe 1873 (anche se Piotr neppure sa la sua data di nascita). Uomo tuttofare- pulisce i lampioni, spazza la sala d’attesa, se occorre aiuta a riparare i binari- della stazioncina di Topory-Czernielica. Un’ambizione- diventare casellante. La sua vita cambierebbe se potesse diventare casellante. Che prestigio! Potrebbe riparare la sua catapecchia, sposare Magda (la sua amante da anni). L’aspetto di Piotr Niewiadomski non è granché: naso grosso e vista scarsa (conseguenze di una sifilide congenita), gambe storte dovute al rachitismo. Possiede un cane (che ama più di Magda). Ultimo dettaglio: è analfabeta.
    Questo ignoto per eccellenza, questo signor nessuno che sembra quasi un aborto del genere umano e che abita nel nulla, in un angolo remoto dell’impero austroungarico, è l’eroe anti-eroe del piccolo capolavoro sconosciuto pubblicato ora dalla casa editrice Marsilio, “Il sale della terra” , di Józef Wittlin, ebreo polacco costretto ad emigrare negli Stati Uniti alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il suo romanzo, pubblicato nel 1935, ebbe fama immediata ma fu poi bandito- per ovvii motivi- per un trentennio.   

“Il sale della terra” è un libro di guerra sui generis- si vedono passare i feriti nei vagoni dei treni, giungono voci dal fronte, ma sono smorzate, non c’è nessuna scena di battaglia e neppure c’è una qualche discussione sulla guerra. La guerra per il nostro Piotr, così come per gli umili che sono il sale della terra, è un dato di fatto, la si accetta così, perché l’hanno sentita proclamare dalla voce dell’imperatore. E l’imperatore è quasi come Dio. Dapprima c’è qualcosa di positivo per Piotr, nello scoppio della prima guerra mondiale. Perché in effetti viene mandato a sostituire il casellante al casello n.86 della linea Leopoli-Czerniowce-Ickany. Che soddisfazione mettersi il berretto con la visiera (non lo abbandonerà neppure quando parte per l’addestramento militare)! Poi, dal suo punto di osservazione speciale, con la paletta che gli conferisce autorità, Piotr constata una ‘stranezza’: fino a due settimane prima i vagoni passavano pieni di soldati che cantavano, ora passano, tornando indietro, in silenzio. Puzzano di disfatta e di morte.
Francesco Giuseppe
    Arriva il momento in cui anche questo pover’uomo quarantenne viene chiamato alle armi. Piotr è un Candide che guarda sconcertato il mondo militare- la nudità alla visita medica, l’incomprensione degli ordini in altre lingue (“no, la favella magiare non era umana”), il rancio, il comportamento dei superiori arroganti. Qualcuno ogni tanto gli fa da maestro, in caso Piotr non avesse compreso la cosa più importante: bisogna obbedire, a qualunque ordine, anche se non lo si capisce, anche se sembra assurdo. Piotr non capisce gli ordini, non solo, Piotr non capisce che cosa stia succedendo: ma se le truppe dell’imperatore stanno vincendo, perché si stanno ritirando?

    “E va bene” si diceva “C’è la guerra. Questo si sa. Ma perché l’imperatore ha accumulato tanta paura, tanta cattiveria, tante punizioni contro i suoi stessi uomini? Non sarebbe meglio conservare tutta la cattiveria per i russi? La guerra è contro di loro, mica contro di noi. Perché guastare il buon sangue cattolico, austriaco?”

Non ci sono solo i marmittoni come Piotr nell’esercito, quelli che sono capitati lì per caso. Ci sono anche quelli come il maresciallo Bachmatiuk che ha sposato l’esercito e vive per l’esercito, che conosce tutte le leggi a memoria, perché è questa la forza dell’esercito: se applichi la legge con zelo (maniacale), l’Impero non crollerà. Hanno bisogno l’uno dell’altro, Piotr e Bachmatiuk, sono come il sadico e il masochista.
   “Il sale della terra” è il libro sulla guerra meno cruento che abbia mai letto, eppure la forza dell’ironia è tale che il messaggio antimilitaristico è più efficace ancora di quello che possono comunicarci pagine in cui rimbombano i cannoni e si ammassano i morti in battaglia. La morte di Piotr è la morte dell’anima.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net

Józef Wittlin




    

venerdì 23 maggio 2014

Stephan Enter, "La presa" ed. 2014

                                                         vento del Nord
                                                         fresco di lettura


Stephan Enter, “La presa”
Ed. Iperborea, trad. Giorgio Testa, pagg. 227, Euro 15,00
Titolo originale: Grip

   “Felici così non lo saremo mai più.”
   Si voltò di scatto. Era Lotte. Aveva riempito un casuale attimo di silenzio nel brusio del gruppo- trasformando di colpo il suo umore da contemplativo a sarcastico, perché sapeva che Lotte voleva farsi sentire da lui, che era a lui che stava parlando e che aveva ripreso il suo verso preferito di una canzone di Van Morrison. Punta troppo sulla battuta ad effetto, pensò, è tutta posa. Guardò il gruppo; nessuno sembrava avere idea di come interpretare quella frase- ovvio, era rivolta solo a lui.

   Era estate. Loro quattro, Paul, Martin, Vincent e Lotte, erano alle isole Lofoten. Lotte aveva detto, “Felici così non lo saremo mai più”. Era una premonizione? Di certo era quello che lei, che loro sentivano in quel momento- avere vent’anni, aver messo alla prova il proprio corpo scalando una montagna, trovarsi nell’azzurrità di un picco tra cielo e mare, con il cuore e la mente sgombri nell’aria rarefatta: è concepibile una felicità più grande? E poi, forse, era anche un oscuro presagio.

   Vent’anni dopo i quattro amici si incontrano di nuovo- era successo qualcosa durante quella vacanza alle Lofoten, era successo qualcosa dopo, si erano allontanati, la magia dell’amicizia si era infranta, non si erano più rivisti. Vincent lavorava a Tokyo, Paul era rimasto in Olanda, Martin aveva sposato Lotte, avevano una bambina ed abitavano in Galles. E’ Martin che ha sollecitato l’incontro. Vuol forse mostrare dove è arrivato, lui, l’unico cattolico del gruppo, l’unico con una famiglia modesta alle spalle, quello che Paul prendeva bonariamente in giro perché non sapeva comportarsi a tavola? Adesso Martin è professore universitario, ha una casa con vista sul mare ed è il marito di Lotte.
   Le tre parti in cui il libro è diviso (la quarta è brevissima e conclusiva) hanno uno dei tre personaggi maschili al centro della scena- da ognuno di loro, Paul, Vincent, Martin, apprendiamo del presente e del passato, della reazione al rivedersi dopo vent’anni- si riconoscono? si è uguali ad allora? si è cambiati? invecchiati? come? e perché quella reticenza a parlare, a dire altro che commentare un articolo di giornale che- non è un caso- promette l’immortalità o quasi, o del lavoro che stanno facendo? Ma soprattutto è inevitabile che ognuno di loro ritorni con la mente alla fatidica gloriosa estate alle Lofoten. Vincent che aveva intrapreso l’alpinismo per vincere la paura e che aveva una personalità carismatica, l’esile Paul a cui era toccato il ruolo di trarre in salvo Lotte che stava scivolando pericolosamente, Martin che si sentiva inferiore e inadeguato, Lotte, infine. A Lotte non è riservato un capitolo a sé del libro di Stephan Enter, non compare mai se non in una foto (e Vincent avverte una fitta: Lotte è invecchiata), eppure è sempre lì, nei ricordi di tutti. Ed è la chiave di tutto, della piega che ha preso la vita di ognuno di loro, perché la vita è come una scalata e ti puoi trovare in un momento difficile in cui la scelta che fai è decisiva- e non solo per te stesso. Lotte non è mai stata propriamente bella, ma affascinante. Erano tutti innamorati di Lotte, magari senza saperlo o volerselo confessare. Lotte, invece, era innamorata di Vincent che conosceva da sempre, da quando erano bambini. Perché mai Lotte aveva sposato Martin? Perché si era messa con lui subito dopo quell’estate, senza che gli altri si accorgessero della benché minima inclinazione nei suoi confronti?
Mount Slogen. Norvegia

   A Martin, il buono e gioviale Martin che sembra non offendersi mai, spetta l’ultima parte nel ruolo vincente di ospite. E’ poi così buono come sembra Martin? Non c’è davvero nessuna maligna intenzione nel portare gli amici sulla spiaggia che sarà inghiottita dalla marea? Certo che no, se c’è pure la piccola Fiona con lui. Eppure si crea una situazione estrema, simile ad attimi critici sulle vette, e di nuovo le reazioni di ognuno vengono messe alla prova nel momento in cui si fanno la domanda se era proprio quella la vita che avrebbero voluto vivere.
  “La presa” è un romanzo intenso sulla gioventù e le aspettative, i sogni, le ambizioni della gioventù e- di per contro- sulla presa di coscienza, a distanza di tempo, di quanto si sia realizzato di tutto quello che avevano immaginato, di dove ci sia fermati nella scalata verso la cima. E’ un romanzo in cui la narrativa è perfettamente equilibrata tra pause di riflessione e scavo psicologico e pagine di quotidianità e di azione, con squarci di descrizioni di una natura bellissima che pare lanciare una sfida all’uomo. Viene voglia di partire subito, immediatamente, per le isole Lofoten.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

Stephan Enter

   

   

giovedì 22 maggio 2014

Marc Dugain, "La stanza degli ufficiali" ed. 2008

                                                            prima guerra mondiale
    il libro ritrovato

Marc Dugain, “La stanza degli ufficiali”
Ed. Vertigo, trad. Serena Marrocco, pagg. 156, Euro 14,00


    Non ci sono specchi nella stanza degli ufficiali. E non per impedirgli la vanità, o di fare la fine di Narciso. Ma perché sarebbero realisticamente mendaci, perché il volto che rifletterebbero sarebbe, sì, quello sorretto dal loro collo, ma non quello che ricordano. Tutti coloro che sono ricoverati in quella stanza sono stati orrendamente sfregiati da ferite di guerra- sono dei mostri. Ecco, l’abbiamo detto. E questo è il tema del romanzo “La stanza degli ufficiale” di Marc Dugain (nato in Senegal nel 1957 e trasferitosi in Francia all’età di sette anni). Come si fa a continuare a vivere, ad essere grati per non essere morti, quando la vista di sé è diventata penosa anche a noi stessi, per non parlare della reazione che provoca negli altri?
     Il racconto è fatto in prima persona da Adrien Fournier: La guerra del Quattordici io non l’ho conosciuta. Inizia con questa frase, per procedere spiegando che non ha conosciuto l’inferno delle trincee, il fango e la sporcizia, i topi e la pioggia senza fine. In teoria, essendo arruolato nel Genio, Adrien avrebbe dovuto essere al riparo dai pericoli. Successe nei primi giorni, durante una ricognizione. Una scheggia di granata gli portò via una parte della faccia, il palato, parte del naso. E’ così che la guerra appena iniziata è già anche finita per Adrien. Nel delirio dell’incoscienza sente qualcuno, vicino al suo lettino, che parla di una medaglia, la Croce di Ferro, la Legion d’Onore. Suona come una beffa assurda.  

    Adrien non muore, passerà in ospedale tutti gli anni di guerra. Prima la lotta per strapparsi dalla morte: è giovane, è robusto, ce la fa. Poi il calvario delle operazioni, i trapianti- le ossa di un bambino nato morto attecchiscono, no, non attecchiscono- per metterlo in grado almeno di inghiottire, poi di farfugliare qualcosa. E intanto bisogna scrivere a casa, dire e non dire, tenere lontano le sorelle che vorrebbero venirlo a visitare. Non è solo, Adrien, nella stanza in cui è ricoverato. Ci sono altri in condizioni un poco migliori o un poco peggiori delle sue. E insieme a loro Adrien si inoltra nella nuova vita, perché è più facile decidere insieme a due amici che è venuto il momento di uscire per le strade, di andare a puttane, di affrontare lo sguardo di chi certamente non li riconoscerà. L’orrore, la repulsione. Di vincere la tentazione del suicidio. Di desiderare un futuro. Di credere di poter amare ancora e di poter suscitare amore.
    Dietro, dietro questa storia di forza morale, c’è una denuncia tremenda della guerra, ne “La stanza degli ufficiali”. Della retorica di tutte le guerre che iniziano sempre, da ogni lato degli schieramenti, con la convinzione che non durerà molto, al massimo un paio di settimane. Che attirano i giovani con il mito dell’eroe che difende la patria, le donne e i bambini. E poi, quando qualcosa va male, la stessa patria che è fatta di uomini, donne e bambini, non sopporta di posare gli occhi sulle menomazioni inflitte dalla guerra, perché paiono una vergogna. E, a distanza di anni, quel minimo di pietà che veniva riservato ai ‘grandi feriti’ si trasforma in scherno e lazzi. Rendendo inutile tutta la sofferenza e lo spreco della vita.
    Un libro lineare, drammatico, asciutto, forte e bello.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove. net

Marc Dugain



   

    

mercoledì 21 maggio 2014

Sébastien Japrisot, Un Long Dimanche De Fiancailles (Trailer) 2004, il film tratto dal libro di Sébastien Japrisot



                                                                   dal libro al film

"Un long dimanche de fiançailles" è il film del 2004 tratto dal romanzo di Sébastien Japrisot, "Una lunga domenica di passioni", con la regia di Jean-Pierre Jeunet e l'attrice Audrey Tautou nel ruolo di Mathilde.

                                                                                                                

Sébastien Japrisot, "Una lunga domenica di passioni" ed. 2005

                                                        prima guerra mondiale
                                                        il libro ritrovato


Sébastien Japrisot, “Una lunga domenica di passioni”
Ed. Rizzoli, trad. Simona Martini Vigezzi, pagg. 279, Euro 16,00


Una domenica lunga sette anni, quella del romanzo dello scrittore francese Sébastien Japrisot, “Una lunga domenica di passioni”. E, se il titolo italiano fa pensare a passioni diverse, sentimenti d’amore ma anche di sofferenza o di odio o di generosità o di invidie e tradimenti, quello originale francese, “Una lunga domenica di fidanzamento”, lo riporta al legame che fa muovere tutta la storia, alla promessa di fedeltà tra Mathilde e Manech che viene ripetuta ogni volta che un personaggio  racconta la sua versione di quello che successe quella domenica 7 gennaio 1917. Il lettore sa subito i fatti sostanziali: il primo capitolo incomincia con “c’erano una volta cinque soldati francesi che facevano la guerra, perché il mondo va così”. Un inizio da fiaba per una realtà che è ben lontana dall’esserlo: cinque soldati si erano feriti volontariamente per essere rimandati a casa, per sfuggire al carnaio, ed erano stati condannati a qualcosa di peggio della fucilazione come traditori- sarebbero stati condotti nella striscia di terra nessuno tra le trincee nemiche e abbandonati lì, come per un tiro al bersaglio.
Alle famiglie era stato comunicato che erano morti in battaglia, tutti e cinque. Nel capitolo iniziale ogni soldato è identificato solo con il numero di matricola, dal suo modo di camminare avanzando nel fango, dal tipo di ferita che si è inferto; dopo, a poco a poco, impariamo a conoscerli con il loro nome, o meglio, con il soprannome- il generoso Eskimo e il comunista Six Sous, il piccolo criminale Droit Commun e il grigio Cet Homme, e poi Manech, chiamato il Bleuet, il “Fiordaliso”, come tutti gli ultimi arruolati, quando ci mancava poco che anche i bambini venissero mandati a combattere quella guerra disperata. Non era già più in sé, Manech il Bleuet, quando era stato scaraventato nella terra di nessuno di quella zona con un nome che ci martellerà nelle orecchie per tutto il libro, Bingo Crepuscolo (verrà spiegato alla fine questo nome che contiene l’idea del morire  della luce e della vita), si era messo a fare un pupazzo di neve, sorridendo.
A guerra finita, nel 1919, l’ufficiale che ha scortato i prigionieri, ormai molto ammalato, racconta a Mathilde di quel compito ingrato, di come avrebbe voluto lasciarli fuggire, delle ultime lettere che lui stesso aveva raccolto per inoltrarle alle famiglie. Vengono fuori altri nomi, di altre persone che hanno assistito alla scena- e Mathilde si mette sulle loro tracce, investigatrice per amore, insieme ad un investigatore triste che le offre i suoi servigi. Perché Mathilde, figura luminosa che non si arrende nonostante sia confinata su una sedia a rotelle, non vuole credere che il ragazzo con cui ha fatto l’amore a sedici anni sia morto- lei lo troverà. Leggiamo le lettere dei cinque prigionieri (e almeno un paio sembrano scritte in codice), ascoltiamo versioni diverse della domenica di passioni e di quello che è successo dopo, delle mogli, del vivandiere, di un parroco, di un altro ufficiale, della sorella di un tedesco che era nella trincea di fronte. Fino allo scioglimento finale, quando attraverso le storie dei cinque prigionieri abbiamo letto la storia della guerra con la condanna di tutte le guerre, filtrata attraverso una storia di amore.


la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos

Sébastien Japrisot

lunedì 19 maggio 2014

Emma McEvoy, "Nella terra di nessuno" ed. 2014

                                                        Voci da mondi diversi. Medio Oriente             
                                                        fresco di lettura


Emma McEvoy, “Nella terra di nessuno”
Ed. Nutrimenti, trad. D. Di Marco, pagg. 228

     “Il mio nome è Avi Goldberg. Ho venticinque anni. Mi trovo in una prigione militare per il mio rifiuto di servire il mio paese. Dovrei essere a Gaza adesso, e attendere al mio servizio militare. Invece eccomi qui.”
Non sono le parole con cui inizia “Nella terra di nessuno”, un romanzo sofferto e teso di Emma McEvoy, una scrittrice che è israeliana di adozione, avendo sposato un israeliano e avendo vissuto per anni in un kibbutz ai confini con il Libano prima di tornare nella natia Irlanda con marito e figli. Tuttavia Avi Goldberg si presenta quasi subito ed è lui la principale voce narrante del libro. Ad Avi spetta il compito di parlarci della vita quotidiana nella prigione per obiettori di coscienza, dell’altro prigioniero, David, la cui storia- senza che nessuno dei due lo sappia- si incastra in una maniera fatale con la sua, e soprattutto di Saleem, l’arabo israeliano che aveva conosciuto per caso, un caldo mese di luglio, in riva al lago, e che era diventato suo amico. Saleem è morto e tocca ad Avi raccontarci di lui, perché la sua vita non vada persa, come i fogli su cui l’ha scritta e che affiderà al vento del deserto prima di partire per l’Inghilterra, terminato il mese di prigionia.
   E’ una storia a strati, dalle molteplici letture, quella di “Nella terra di nessuno”. Una storia che ha il compito di cercare di rispondere a più di un interrogativo- che cosa ha spinto Avi e David a rifiutare la chiamata che li avrebbe visti in servizio nella striscia di Gaza? Come è morto Saleem? Come è stato ferito Avi? E come possono affrontare la situazione i cittadini arabo israeliani come Saleem, gli “in-between people” (la gente di mezzo) del titolo originale? Ogni personaggio nasconde una storia, sempre complessa, sempre sofferta- pare che la separazione,  l’abbandono e la perdita, siano le parole chiave per ognuna di loro.

    La famiglia di Saleem aveva dovuto abbandonare il luogo in cui abitava, quel giorno del 1948 che per gli israeliani segnava la nascita del loro stato e per gli arabi era invece la Nakba, la ‘catastrofe’. La Nonna non aveva mai dimenticato, mai perdonato. La stanza arredata uguale a quella che era stata forzata ad abbandonare era pur sempre diversa. Gli olivi e i gelsomini non erano ‘quelli’. Saleem era cresciuto credendo che, invece, ci si dovesse integrare nella nuova realtà. Non era obbligato, in quanto arabo israeliano, a prestare il servizio militare, eppure si era arruolato. La Nonna non gli aveva più rivolto la parola.

    Zio Sabri fa un passo verso di lei. Questa donna viveva in questa casa, dice. Voleva tornare per vederla di nuovo. Sente di non stare bene, e vuole vederla. Vive da un’altra parte, ora, non troppo lontano da qui. Fa un gesto vago della mano verso i villaggi lontani.
   La donna ebrea digerisce la cosa. All’inizio aggrotta la fronte e le si chiudono leggermente gli occhi. Si volta verso tua nonna. E’ la benvenuta, le dice.

   La madre di Avi se ne era andata, all’improvviso, seguendo un olandese che aveva lavorato nel loro kibbutz. Avi aveva sperato a lungo che tornasse. Era diventato solitario. Aveva iniziato ad uccidere farfalle e insetti. Ma di Avi bambino, di Avi adolescente, noi sappiamo da un’altra voce, dalle lettere che suo padre scrive alla moglie in Olanda. Le scriverà per vent’anni e sono bellissime lettere d’amore anche se non parlano d’amore ma dei giardini di cui lui è responsabile, del vento e della pioggia, del caldo soffocante che lei non sopportava più. E di Avi naturalmente, perché Avi è diventato sua responsabilità e lui è preoccupato.
   David è il vicino di cella di Avi. Sua moglie- l’unica ragazza che lui abbia mai amato- non lo rivuole in casa, se lui continua a fare obiezione di coscienza. Non capisce quello che lui cerca di farle intendere, di come gli sia impossibile prestare servizio a Gaza dopo aver visto quello che ha visto.

   Si alternano le narrative in prima persona- Avi che racconta-, quelle in cui Avi si indirizza ad un ‘tu’ che è Saleem e di cui racconta la vita che questi, a sua volta, gli aveva raccontato, e le lettere di Daniel, il padre di Avi che aveva abbandonato l’Inghilterra per venire a costruire qualcosa in cui credeva. E se ho parlato solo di alcuni aspetti del romanzo è per lasciarvene scoprire la profondità sotto le diverse narrative- la tensione, le amicizie impossibili, il ricordo incancellabile di un sopruso, l’odio da cui non può nascere che altro odio, la violenza, Ramallah e Jenin. Mentre sembra che il clima sia fatto apposta per partecipare a tutti i sentimenti, i torrenti di lacrime della pioggia, il vento del deserto che attizza le passioni, il caldo che infuoca.
   Ho un solo appunto per un libro che mi è piaciuto molto: lo stile di Emma McEvoy mi è parso troppo soft, mi è parso che avesse una morbidezza non del tutto adeguata ai personaggi per lo più maschili del romanzo.

    
la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

Emma McEvoy

Timothy Findley, "Guerre" ed. 2005

                                                            prima guerra mondiale
                                                            il libro ritrovato


Timothy Findley, “Guerre”
Ed. Neri Pozza, trad. Maria Cristina Ravioli, pagg. 238, Euro 15,00


La guerra del 1914-1918 è passata nella memoria collettiva come la “Grande Guerra”, perché per la prima volta una guerra coinvolgeva un così gran numero di potenze mondiali e perché per la prima volta vennero impiegate armi letali più potenti, armi chimiche e aeroplani. Remarque, Céline, Hemingway, hanno scritto dei capolavori sulla prima guerra mondiale. A questi aggiungiamo ora “Guerre” dello scrittore canadese Timothy Findley, scomparso nel 2001, un libro che, come tutti i grandi libri, offre diversi livelli di lettura. Il primo, il più facile nella sua drammaticità, è quello della storia del volontario canadese Robert che salpa per la Francia nel dicembre del 1915, resta gravemente ferito nel giugno del 1916- morirà nel 1922 prima di aver compiuto ventidue anni. C’è un sottotesto, però, che arricchisce straordinariamente questa lettura, disseminato di indizi e riferimenti che completano la storia, trasformandola in una potente denuncia dell’assurdità della guerra e di tutte le guerre, un lamento virile sullo spreco di gioventù spezzate, un apprezzamento dei valori dell’amicizia e dell’amore. Chi era Robert? Il libro si presenta come una specie di inchiesta, una ricerca di testimonianze per capire l’episodio in apparenza folle che segnò la fine del ragazzo: sotto il bombardamento nemico, aveva fatto fuggire  centotrenta cavalli guidandoli in salvo, come un cowboy impazzito.
E allora lo scrittore torna indietro, guarda le fotografie di Robert insieme alla sua famiglia, ascolta chi lo ha conosciuto, cerca di ricostruire quello che è successo. Aveva una sorella handicappata, Robert, di cui si sentiva responsabile e, quando lei era morta in un incidente, lui si era arruolato. E’ questo un indizio della predisposizione di Robert a prendersi cura dei più deboli- come farà per l’amico Harris che si è ammalato durante il viaggio in mare; così come il suo rifiuto di uccidere i conigli tanto amati dalla sorella si collega al trauma di obbedire all’ordine di finire un cavallo azzoppato e culmina poi quando Robert uccide il ragazzo tedesco sulla linea del fronte. Una scena bellissima ed emblematica: Robert e i compagni hanno appena scoperto di essere sopravvissuti ad un attacco di gas e vedono il tedesco, un ragazzino come loro. Uno scambio di occhiate, un messaggio muto- perché uccidersi? Ma sarà Robert a sparare- lui, che per errore aveva ripetutamente mancato il cavallo nella stiva, uccide per errore, perché non è una pistola quella che il tedesco si allunga a prendere, ma un binocolo. E quel potente simbolo sessuale, il cavallo, è un filone conduttore per un’allusione, o più di un’allusione, all’amore omosessuale, implicito nell’amicizia di Robert e Harris, esplicito in un rapporto spiato in un bordello, culminante nello stupro che Robert subisce- ma forse è anche dello stupro gigantesco della guerra di cui si vuol parlare. Il tema della giovinezza sprecata è sottolineato di continuo con citazioni da libri per ragazzi (è dal libro di Mark Twain il saluto della madre di Robert, “torna alla zattera, Huck”, solo che Robert non tornerà mai più) in stridente contrasto con il trattato di Clausewitz sulla guerra che un ragazzo legge nelle trincee o con i versi di canti religiosi. Un’ultima osservazione sull’atmosfera di questo splendido romanzo: il ricordo è quello delle vaste praterie del Canada accarezzate dal vento, la realtà è quella della pioggia implacabile e del fango che sembra essere stato creato nelle Fiandre, che risucchia i vivi prima ancora che siano morti.

la recensione è stata pubblicata sulla rivista Stilos

Timothy Findley