giovedì 24 aprile 2014

Nuto Revelli, autore della canzone PIETA' L'E' MORTA



                                                                   seconda guerra mondiale
                                                                    musica per un libro

Leggendo "La strada del davai" di Nuto Revelli, sconvolta dalla descrizione delle traversie dolorose dei nostri soldati, ho pensato- e ho scritto- "la pietà è morta". Ed è questo il titolo di una canzone scritta dallo stesso Nuto Revelli che qui vi propongo.


Nuto Revelli in valle Stura nel 1944

mercoledì 23 aprile 2014

Tracy Chevalier, "Quando cadono gli angeli" ed. 2002

                                 il libro ritrovato

Non più angeli del focolare
Tracy Chevalier, “Quando cadono gli angeli”
 Ed. Neri Pozza, pagg.363, Euro 16,50

Quando cadono gli angeli, nel “Paradiso perduto” di Milton, si apre l’ inferno davanti a loro: è la fine del tempo in cui esisteva solo il Bene. Quanti angeli caduti, in questo nuovo romanzo di Tracy Chevalier, quante fini. E’ il gennaio 1901, un secolo è appena finito, è morta la regina Vittoria. E’ la fine dell’Impero britannico, la fine del moralismo imposto da quella regina che aveva portato il lutto per 40 anni. Due famiglie di diversa condizione sociale si incontrano nella visita d’obbligo al cimitero.
C’è la statua di un angelo sulla tomba dei Waterhouse. Un’urna su quella dei Coleman. Forse possiamo presagire due fini diverse. Le due bambine, Maude e Livy, fanno amicizia. Maude Coleman si trova a suo agio nella casa dei Waterhouse. La mamma di Livy è più affettuosa, meno sofisticata della sua che è sempre così insoddisfatta, così inquieta. Sarà Maude, a cui il padre ha insegnato ad amare l’astronomia, ad andare all’università, e questa viene considerata una novità stravagante e inutile per una donna. Gli orizzonti di Livy sono più limitati, influenzata com’è dalla sua famiglia. Il suo passatempo è annotare dettagliatamente le regole da seguire in caso di lutto. Rappresentano il passato e il futuro della donna. D’altra parte è la mamma di Maude che cerca l’amore fuori del matrimonio, passa attraverso il dolore di una perdita (un altro angelo caduto) per unirsi poi con entusiasmo al movimento delle suffragette nella richiesta del voto alle donne.La mamma di Livy si tiene in disparte, tra ammirazione e disapprovazione. Un grande raduno a Hyde Park, questa volta gli angeli ribelli sono le donne, ma ogni inizio di un’epoca nuova vuole le sue vittime, i suoi angeli caduti, uno per ogni famiglia. E’ il 1910, l’anno del passaggio della cometa di Halley annunciatrice di disgrazie: è morto re Edoardo VII, viva re Giorgio V. Un decennio di storia inglese, storia delle idee, dei costumi, dei comportamenti, della moda. Dalle carrozze alle automobili, dal cavallo alla bicicletta (che scandalo, la mamma di Maude in bicicletta che mostra le caviglie).
Storia della presa di coscienza della donna che afferma il suo diritto, non solo al voto, ma anche allo studio, all’uso della sua intelligenza, alla sua sessualità. Tracy Chevalier lascia parlare i suoi personaggi – i Waterhouse, i Coleman, le bambine, due donne di servizio, la nonna Coleman aristocratica e snob, il figlio del becchino. Ognuno ha la sua voce, riconoscibilissima, ognuno ha il suo punto di vista, ognuno ci dice di sé e degli altri. A volte gli interventi sono brevissimi: una sola riga per la sorellina di Livy, “Da sopra la sua spalla ho visto cadere una stella. Ero io.” Un altro angelo che cade. Punto di incontro, punto di ritorno, il cimitero di Hampstead Heath, là dove Londra agli inizi del ‘900 si perdeva sulle colline, dove iniziava la brughiera. Un cimitero inglese, dove la gente passeggia tra le tombe e mantiene vivo il ricordo. La morte non esiste se c’è la memoria. Come già ne “La ragazza con l’orecchino di perla” la Chevalier spruzza il passato di magia.

 la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

Tracy Chevalier


Tracy Chevalier, "Quando cadono gli angeli", intervista 2002

Intervista a Tracy Chevalier


Si sente subito che Tracy Chevalier è americana, anche se vive a Londra dal 1984, perché il suo inglese ha mantenuto quella sonorità gorgogliante così squisitamente e musicalmente caratteristica dell’inglese parlato oltre oceano. E le piace chiacchierare, la gente deve esserle simpatica e lo è anche lei, con quello splendido sorriso luminoso e aperto. Il suo primo romanzo, “La ragazza con l’orecchino di perla”, è il libro dell’anno consigliato dai librai, la storia delicata e squisita del volto che appare in un famoso quadro di Vermeer, con una sciarpa blu in testa e una perla che cattura la luce e lo sguardo. Tracy Chevalier è venuta a Milano per presentare il suo secondo libro, “Quando cadono gli angeli”, una storia a più voci nella Londra degli inizi del ‘900.

 Quando ho letto la nota biografica sul quarto di copertina del suo primo, magico libro, ho visto che lei è americana e mi sono chiesta che cosa avesse spinto un’americana ad interessarsi tanto, e in modo così approfondito, alla pittura olandese. E adesso mi ha nuovamente sorpreso con l’ Inghilterra post- vittoriana in questo nuovo romanzo.
    Mi ha sempre affascinato il quadro di Vermeer, così come mi interessava il cimitero di Highgate in cui è ambientato il mio secondo libro. Credo che si debba scrivere di quello che ci interessa, piuttosto che di quello che si sa. Voglio imparare qualcosa quando scrivo, mi piace fare ricerche, voglio saperne di più. Così, se il quadro della ragazza con l’orecchino di perla fosse stato un quadro del ‘900 spagnolo, avrei scritto un libro ambientato in Spagna. E così il cimitero: è un cimitero vittoriano, attualmente sta crollando in rovina. Ero andata a visitarlo e me ne sono innamorata. Ho pensato che ci avrei scritto un romanzo e il tempo migliore era quello in cui le fortune di quel luogo erano cambiate, quando si era trasformato da un posto grandioso in un ammasso di rovine, all’inizio del XX secolo.


Il cimitero è il punto focale e lo sfondo di “Quando cadono gli angeli”. Forse dovremmo spiegare che i cimiteri inglesi sono completamente diversi da quelli italiani, per dissipare l’idea che il libro sia triste e morboso.
    Il cimitero di Highgate è un posto speciale. Faccio un lavoro di volontariato nel cimitero, ci vado da anni e una cosa che ho notato è che è un luogo per i vivi piuttosto che per i morti. La gente va al cimitero e ricorda le persone che non ci sono più e i ricordi sono vivi. E poi ci sono tante piante e animali, ci sono addirittura delle volpi e si sentono gli uccellini. E’ un posto in cui andare per ricordare ed essere vivi. Per i vittoriani e gli edoardiani era un luogo per rappresentare le loro famiglie, sia da vivi sia da morti. I monumenti funerari, gli angeli e le urne, erano lì per mostrare la condizione sociale delle famiglie. Il cimitero non è necessariamente un luogo triste. E’ riconoscere che la morte è parte della vita. Una cosa che i vittoriani capivano. Non onoriamo più i morti come si faceva un tempo. Se si ha un posto dove andare, per ricordarli, diventano parte della nostra vita. Una volta pensavo che avrei voluto essere cremata alla mia morte, e che le ceneri venissero sparse dappertutto. Adesso voglio ancora essere cremata, ma voglio che le mie ceneri siano messe in un’urna, nel cimitero, in modo che la mia famiglia possa venire lì a pensare a me. Non è un pensiero morboso, è solo naturale.
 
il cimitero di Highgate
 Penso che il cimitero sia anche un luogo d’incontro simbolico.
    Il cimitero è un luogo pe i ricordi, ma i vittoriani avevano l’abitudine di andarci a passeggiare, era come un parco. Per i bambini del libro è un posto lontano da tutte le regole sociali. Il ragazzo e le bambine godono di una libertà di stare insieme che non potrebbero avere fuori di lì. Non potrebbero giocare insieme come fanno. E’ anche un posto dove possono vivere il momento presente. E questo è rappresentato da Simon, il figlio del becchino, perché nel cimitero si occupano di quello che accade nel momento, mentre Lavinia è legata ai modelli del passato e Maude guarda al futuro.

 Ha detto che fa del lavoro di volontariato, che tipo di lavoro?
    Faccio la guida nel cimitero, per mostrare i monumenti ai visitatori, e poi del lavoro di giardinaggio, piantare delle piante, diserbare, tenere in ordine, insomma.

Quali sono, secondo lei, le differenze principali tra la cultura europea e quella americana?
    Direi che gli europei sono come degli adulti e gli americani sono dei ragazzi. I giovani sono meravigliosi, rinfrescanti, gli adulti sono più cinici. I giovani mi fanno sorridere, ma possono anche essere così ingenui. Gli americani non hanno mai imparato a mettersi al posto degli altri. E’ uno dei motivi per cui vivo in Inghilterra. Certo, mio marito è inglese, ma ho la sensazione che l’America sia “isolazionista”, guardi verso l’interno. Gli americani non sanno molto del resto del mondo. Così, quando succedono a loro cose come l’11 di settembre, si rendono conto che possono essere colpiti anche loro da quanto accade, per esempio, nel Medio Oriente o in Pakistan, nel resto del mondo insomma. L’ Europa ha dietro di sé una lunga storia. Può essere un problema in un certo senso, perché si resta fissi in certi comportamenti, manca la freschezza, ma c’è una sofisticazione, una maturità che apprezzo moltissimo.
  
 Leggendo i suoi romanzi, lei sembra più una scrittrice europea che americana. Quali sono le differenze tra la narrativa americana e quella europea?
   Mi è stato detto che i miei libri sono più europei che americani. Io so che non riesco neppure ad immaginare di ambientare un libro negli Stati Uniti.
 La narrativa americana tende ad essere un ampio commento sulla società, penso a De Lillo, Saul Bellow, Philip Roth, Franzen. Sono scrittori che danno il loro meglio in questi ampi affreschi. La narrativa europea è più ristretta, più particolare, più approfondita, più cinica e buia. Anche se queste sono generalizzazioni, naturalmente. Gli americani scrivono romanzi contemporanei, sul “qui” e sull’ “adesso”.

 Verrà girato un film tratto da “La ragazza con l’orecchino di perla”. Chi saranno gli attori? Ha scritto lei il copione? Sarà fedele al libro?
    Il film verrà girato questo autunno, tra l’ Inghilterra e l’Olanda. Vermeer sarà interpretato da Ralph Fiennes (Il Paziente Inglese), un attore fantastico, trovo che ha un certo distacco, una freddezza, ma è anche vivo e ironico. La ragazza sarà Kerstin Dunst, che ha appena girato “Spiderman”. Il regista è inglese, lavora per la BBC. No, non ho scritto io il copione, però l’ho letto. Fedele al testo, un ottimo lavoro. Sono state tagliate alcune trame secondarie e ci sono delle soluzioni, dei dettagli così veri che mi sono sentita gelosa. Mi ha fatto pensare, “avessi avuto io questa idea!”.



Tracy Chevalier, “Quando cadono gli angeli”
Ed. Neri Pozza, pagg. 363, Euro 16,50

    

Tracy Chevalier




Tracy Chevalier (Washington, 19 novembre 1962) è una scrittrice statunitense di romanzi storici. Nel 1984 Tracy Chevalier si è trasferita a Londra dove vive con il marito e il figlio. La sua carriera è iniziata con "La vergine azzurra" ma il suo libro più famoso è "La ragazza con l'orecchino di perla" con cui vinse il premio Alex nel 2001.

Sue opere pubblicate in italiano dalla casa editrice Neri Pozza:

"La vergine azzurra"
"La ragazza con l'orecchino di perla"
"Quando cadono gli angeli"
"La dama e l'unicorno"
"L'innocenza"
"Strane creature"
"L'ultima fuggitiva"

Tracy Chevalier, "La ragazza con l'orecchino di perla" letto da Isabella Ragonese

                                                            audiolibro
                 il libro ritrovato


Tracy Chevalier, “La ragazza con l’orecchino di perla”
Letto da Isabella Ragonese
Ed. emons, durata 8h 56 min, versione integrale, Euro CD 16, 90, download 9,63

Ho letto per la prima volta il romanzo più famoso di Tracy Chevalier, “La ragazza con l’orecchino di perla”, quando ancora non era stato tradotto in italiano, doveva essere appena uscito, nel 1999. Non è soltanto il libro che ha dato la notorietà alla scrittrice, è anche quello che ha inaugurato il genere che io chiamo ‘painting fiction’, un romanzo che ‘legge’ un quadro dipingendolo davanti ai nostri occhi, immaginando per noi la storia che si cela dietro il dipinto. Penso che, come è successo a me, nessun altro che abbia letto il libro di Tracy Chevalier abbia potuto, dopo, riguardare il quadro di Vermeer, la ragazza col viso leggermente rivolto di lato, il turbante blu e giallo che le copre i capelli, l’orecchino come una lacrima di perla che fa rimbalzare il nostro sguardo agli occhi grandi dall’espressione difficile da interpretare, senza pensare all’adolescente Griet mandata a servizio in casa del grande pittore, così come ce ne parla Tracy Chevalier, inventando la sua storia.        
                         
    Ho amato molto il libro, confesso di aver trovato insopportabile il film, ho trovato splendido, ora, l’audiolibro della casa editrice emons con l’attrice Isabella Ragonese che legge per noi, aggiungendo un tocco di magia ad una storia di cui pensavamo di sapere già tutto. Perché questo non è un romanzo d’azione, è un romanzo di interni con pochi dialoghi, molte parole non dette, sentimenti sfumati e non espressi, un’attenta osservazione di questo nuovo mondo che incuriosisce la servetta. Perché Griet è un’osservatrice, ha il dono innato di vedere, quasi come la camera oscura che Vermeer usa come terzo occhio che gli restituisce oggettivamente ciò che lui sta dipingendo. Griet sente d’istinto quali siano i colori giusti da accostare, come debba essere la consistenza di un tessuto che serve per contrasto. La modulazione della voce di Isabella Ragonese ci restituisce il tono aspro della moglie del pittore, quello maligno di una delle bambine, quello accorato della sorella di Griet, quello sessualmente eccitato dell’odioso cliente a cui andrà il ritratto, quello pacato e pieno di ombre dello stesso Vermeer e infine quello timido, a tratti titubante e a tratti fermo, di Griet.
il pittore Vermeer. Autoritratto
Tutta la storia, con il poco che ci viene detto (l’amore tiepido per quel bravo ragazzo figlio del macellaio) e il tanto che non ci viene detto (l’amore che nasce dall’ammirazione e che noi dobbiamo indovinare per il pittore, il primo figlio di Griet che si chiama come lui), è nota. E’ una storia che ha i colori, come il dipinto- come può reggere il confronto il rosso del sangue dei pezzi di carne che macchia il grembiule di Peter, che gli tinge le unghie, con il blu, il giallo, l’ocra che Griet prepara nel mortaio con il pestello?- e che converge verso il finale con la perla luminescente che Vermeer infila nel lobo di Griet e che anche nel quadro cattura i nostri occhi. Come è arrivata una fantesca a mettersi un gioiello da signora nell’orecchio? E’ stata questa l’intuizione straordinaria della scrittrice, immaginare il mistero dell’orecchino.

   Un audiolibro letto da un bravo attore è l’incanto del teatro in una stanza.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

l'attrice Isabella Ragonese legge "La ragazza con l'orecchino di perla"

Tracy Chevalier, il film tratto dal libro "La ragazza con l'orecchino di perla"




                                                             dal libro al film
Nel 2004 il regista Peter Webber ha tratto un film dal libro "La ragazza con l'orecchino di perla" di Tracy Chevalier. Candidato a tre premi Oscar, Scarlett Johansson recitava la parte di Griet e Colin Firth quella del pittore Vermeer.

lunedì 21 aprile 2014

Mo Yan, "Cambiamenti" ed. 2012

                                                           Voci da mondi diversi. Cina
                     il libro ritrovato

Mo Yan, “Cambiamenti”
Ed. Nottetempo, trad. Patrizia Liberati, pagg. 104, Euro 12,00
Titolo originale: Bian

   Per prima cosa ci mettemmo in fila per la fotografia in piazza Tian’anmen, poi eccoci di nuovo in coda al mausoleo del presidente Mao per rendere omaggio alla salma. Guardando il presidente disteso nella bara di cristallo, ripensai a quando due anni prima avevamo ricevuto la notizia della sua scomparsa e fu come se le montagne fossero crollate di schianto e la terra si fosse aperta sotto ai nostri piedi. Capii così che a questo mondo non esistono gli dei.



        E’ ormai diventata una leggenda, la risposta dello scrittore cinese Mo Yan alla domanda sul significato del nom de plume che  si è scelto. Vuol dire “Non parlo” e più di una volta Mo Yan ha spiegato come la mamma e la nonna fossero solite rimproverarlo perché parlava di continuo, perché aveva una bocca grande che lasciava uscire un fiume di parole. E il primo dei flash di ricordi contenuti nel libro smilzo edito da Nottetempo, “Cambiamenti”, si riaggancia proprio alla linea della sua bocca: era impossibile che proprio dal bambino che era allora Mo Bocca Larga fosse venuto il soprannome irrispettoso appioppato al maestro Liu, detto il Rospo. Eppure la sua presunta colpa gli era valsa l’espulsione dalla scuola. Quello che poi era successo al maestro Liu- l’aver inghiottito una pallina da ping pong che aveva centrato la sua bocca spalancata- è indubbiamente uno degli episodi più esilaranti di questo libro che riesce ad abbozzare a grandi linee i cambiamenti del paese che si riflettono nella vita dello scrittore stesso.
     Solo in apparenza gli otto capitoli del libro sono racconti a sé perché c’è un filo conduttore: i cambiamenti della Cina sono visti attraverso l’io narrante di Mo Yan e due personaggi ricorrenti, Liu Wenli e He Zhiwu, collegano le varie fasi della sua vita. Liu e He erano entrambi compagni di classe del bambino Mo- Liu era la ragazza carina invidiata da tutti perché suo padre faceva l’autista per l’Azienda agricola statale e guidava un camion Gaz-51 di produzione sovietica; He Zhiwu era il ragazzo che aveva scritto il tema di una sola frase in cui diceva che il suo massimo desiderio era fare il padre di Liu Wenli.
Con il che non voleva suggerire qualcosa di indecente, semplicemente avrebbe voluto guidare il camion “rapido come il vento, veloce come una saetta”, quel Gaz-51 che He Zhiwu, diventato ricco con il commercio di bestiame in Mongolia, avrebbe acquistato (chi lo avrebbe mai detto!) offrendo una cifra strepitosa al padre di Liu, lo stesso Gaz-51 che appare in una scena del film “Sorgo rosso” tratto dal romanzo che rese famoso Mo Yan.
Con l’inizio della Rivoluzione Culturale lo scrittore fece a mala pena a tempo a terminare la scuola elementare, dunque, e l’unico futuro aperto per lui era l’arruolamento. Anche negli anni in cui è militare Mo Yan ha occasione di incontrare Liu e He. Una volta fa apposta una deviazione per rivedere Liu- lei è seccata e brusca con lui, anni dopo ancora (quando l’epoca di Mao è un passato lontano) sarà Liu ad andarlo a trovare per chiedergli una raccomandazione per la figlia che aveva partecipato al concorso per interpreti di opera maoqiang indetto dalla televisione. E nel 2008 Mo Yan rivide pure He Zhiwu che ospitò il vecchio compagno di scuola in una suite di lusso di un prestigioso albergo. He Zhiwu aveva moglie e figli ma, quando Liu Wenli era rimasta vedova, lui le aveva proposto di diventare la sua amante. Sembra quasi che la storia dei personaggi sia una serie di corsi e ricorsi, proprio come la Storia dell’umanità.

    La grande Storia filtra in trasparenza dietro i racconti di Mo Yan. Non ci sono mai riferimenti precisi, siamo noi lettori a dover leggere la Storia dietro alla forzatura che questa impone sulle vite individuali, nell’essere liberi di scegliere solo nell’arco delle scelte possibili. E, se la realtà è questa, tanto vale affrontarla con un sorriso e non drammatizzare. La generazione di Mo Yan non ha spazio per concessioni al sentimento: ci viene detto che il mondo aveva tremato, per lo scrittore e per chissà quanti milioni di cinesi, alla notizia della morte di Mao, ad un certo punto sappiamo che lo scrittore si sposa, che ha una figlia, ma è soltanto nel dettaglio che è stato Mo stesso a voler scegliere il suo nome, Xiaoxiao che significa “piccolo flauto di bambù”, che possiamo indovinare una nota di affetto.


    “Cambiamenti” è un libro autobiografico in sordina. Non è il fiume in piena della narrazione dei romanzi che sono dei veri capolavori, “Sorgo rosso”, “Grande seno, fianchi larghi”, “Il supplizio del legno di sandalo”, piuttosto un rivolo gorgogliante- quasi Mo Yan volesse mantenere un certo qual riserbo parlando di se stesso, come se non meritasse il posto al centro del palcoscenico che ha dato, invece, ai suoi fantastici personaggi. E lo apprezziamo ancora di più per questo.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
Mo Yan