Voci da mondi diversi. Cina
il libro ritrovato
Dai Sijie, “Muo e la vergine cinese”
Ed. Adelphi, trad. Angelo Bray e
Marina Di Leo, pagg. 314, Euro 18,00
E’ piccolo, sgraziato, ha gli
occhi a palla dietro le spesse lenti, il protagonista di “Muo e la vergine
cinese”, il nuovo romanzo dello scrittore cinese Dai Sijie. Se il primo
romanzo, “Balzac e la piccola sarta cinese”, era una storia d’amore- per i
libri e per una ragazza- ambientato nella Cina maoista della rieducazione
proletaria, “Muo e la vergine cinese” è- parodiando le parole di Mao- un “gran
balzo in avanti”, un romanzo meno
lineare e più ricco, libro di avventura e satira, una parodia della chanson de geste, un rifacimento in chiave ironica del romanzo cavalleresco. E, in
effetti, c’è un momento in cui Muo, che attribuisce a se stesso gli appellativi
de “l’incorruttibile”, “il fedelissimo”, “il cavaliere”, “il salvatore”, si
paragona a Don Chisciotte. Non parte
dalla Mancia ma è appena arrivato dalla Francia in Cina, non ha letto libri di
cavalleria ma i testi di Freud e di Lacan e si gloria di essere il primo psicanalista cinese, non ha il
fedele destriero Rozinante ma una bicicletta, non la lancia ma una canna da
pesca a cui ha attaccato lo stendardo con la sua insegna- l’ideogramma del
sogno e la scritta “interprete di sogni”.
Anche Muo ha un’impresa da compiere, una donzella da salvare: Vulcano della
Vecchia Luna, la ragazza di cui è innamorato anche se le ha dato un solo bacio
di sfuggita, è in prigione con l’accusa di aver venduto delle fotografie alla
stampa straniera. E così il nemico dalle cui grinfie bisogna strappare la
fanciulla è il crudele giudice Di
che si è fatto fare un modellino d’aereo con i bossoli dei proiettili usati per
giustiziare i condannati, che ha un giardino pieno di bonsai dalle forme
mostruose e il più spaventoso sembra proprio un drago. Non è con i soldi che il
giudice Di si lascia corrompere: chiede
una vergine in cambio della libertà di Vulcano della Vecchia Luna. Iniziano
così le esilaranti avventure di Muo in
cerca di una vergine in Cina: la prima possibile candidata è la donna
quarantenne che fa l’Imbalsamatrice di cadaveri. E’ vedova e il suo matrimonio
non è stato consumato perché il marito era omosessuale e si è suicidato la sera
delle nozze. La storia di Muo e dell’Imbalsamatrice sfiora il grottesco, con una comicità
irresistibile quando perdono insieme la verginità mentre lei rimesta i ravioli
sul fuoco, il giudice Di, a cui lei dovrebbe essere offerta, muore per poi
riaprire gli occhi sul tavolo della camera mortuaria, l’Imbalsamatrice finisce
in prigione e Muo si dà alla fuga prima di presentarsi al palazzo di giustizia
come prigioniero in cambio della donna. Ma non finiscono qui le avventure di Muo che da timido cavaliere diventa un seduttore, attuando il connubio tra romanticismo rivoluzionario e realismo proletario, come auspicava Mao. Lasciamo al lettore il divertimento della sorpresa finale di un libro in cui si avverte anche l’occhio del regista in alcune scene: Muo che sale gli scalini del palazzo e gli si rompono i sacchetti dei libri che pensa di leggere in prigione, Muo che si vede come il capitano del Titanic che affonda e pensa a salvare gli altri, gli scaffali carichi dei libri proibiti in stanze che hanno odore di virtù e di morale e di potere. Un libro da leggere e da vedere con gli occhi dell’immaginazione.
la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net
Dai Sije è il vincitore della XXIII edizione del Premio Acerbi, dedicato quest'anno alla Letteratura Cinese Migrante.
Gli altri scrittori in concorso erano: Xiaolu Guo ("La Cina sono io") e Qiu Xiaolong ("Le lacrime del lago Tai"). Di entrambi i libri sono già apparse le recensioni sul blog.
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