Voci da mondi diversi. Francia
storia di famiglia
Emmanuel Carrère, “Kolchoz”
Ed.
Adelphi, trad. F. Bergamasco, pagg. 398, Euro 20,90
Fa parte del lessico famigliare,
quell’espressione ‘fare kolchoz’ a cui si riferisce il titolo di quest’ultima
opera di Emmanuel Carrère, una ricchissima storia ‘in verticale’ della sua
famiglia, una Storia dei principali avvenimenti in Europa nel secolo scorso e
nei nostri giorni, uno straordinario omaggio a sua madre, un canto d’amore per
lei.
Quando
il padre Louis era via da casa per lavoro, la più piccola dei tre Carrère
andava a dormire nel lettone con la mamma e gli altri due, Emmanuel e sua
sorella Nathalie, dormivano per terra, su dei cuscini o sui materassi
trascinati dalla loro stanza da letto. ‘Facevano kolchoz’, diceva la mamma. E
quanto gli piaceva! Avrebbero fatto kolchoz per l’ultima volta nell’hospice
dove la mamma, ultranovantenne, sarebbe morta.
Sì, dobbiamo riconoscerlo, ci sono famiglie
speciali, famiglie in cui più di uno dei componenti raggiunge la vetta
dell’eccellenza, in un campo o nell’altro. Questione di geni, forse, ma anche
di volontà, di caparbietà, di ambizione, di interessi peculiari posti come
obiettivi da raggiungere. La famiglia di Emmanuel Carrère è una di queste.
Salomé Zourabichvili
Il cognome di sua madre è rivelatore- il
padre di Hélène Zourabichvili era georgiano. Georgiano, come Stalin, come
Berija, e chissà se e come le loro strade si sono incrociate. Comunque, nel
1921, dopo l’ingresso dei sovietici a Tbilisi, gli Zourabichvili abbandonano
tutto e partono con una valigia e due figli. La prima a tornare sarà la nipote
Salomé, ben ottant’anni dopo- dapprima ambasciatrice di Francia, poi ministra
degli Esteri, poi presidente della Repubblica di Georgia. Proprio così. Non una
semplice turista sulle tracce dei propri avi.
Questo per quello che riguarda il ramo
paterno della madre di Emmanuel Carrère. Il ramo materno, invece, affondava le
radici in Russia. Sua nonna faceva von Pelken di cognome e la sua bisnonna era
la contessa Komarovskij. Erano i discendenti di due famiglie di esuli quelli che
si erano incontrati a Parigi e poi la loro figlia Hélène aveva scelto, tra i
suoi pretendenti, Louis Carrère d’Encausse (un altro cognome insolito che
indica la provenienza da una piccola stazione termale nei Pirenei dove si dice
sostò Pompeo dopo la campagna di Spagna nel 72 a.C).
Hélène Zourabichvili
Quella che fa Emmanuel Carrère è una
ricerca paziente, un andare a ritroso nel tempo per poi tornare al presente o
ad un passato meno lontano, ricalcando le orme di chi lo ha preceduto, leggendo
lettere e diari, ascoltando racconti a voce fatti dalla sua grande famiglia.
Parla del matrimonio dei genitori, del loro accordo che aveva qualcosa di
improbabile, del fascino della cultura russa subito da suo padre, del suo
proprio attaccamento alla madre, dei giorni in cui si era accorto che la mamma
doveva avere un’amante e della tristezza del padre, di quando la mamma aveva
preso la cittadinanza francese. Era stato un passo importante- tutti i membri
della famiglia, sia quelli georgiani sia quelli russi, erano sempre vissuti fra
due mondi, incerti a chi andasse la loro lealtà. Hélène Zourabichvili era
diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e poi della
Russia, fino ad essere eletta segretaria perpetua dell’Académie Française. Un
risultato straordinario per una donna che aveva imparato il francese a cinque
anni, che si vergognava di quel cognome che, come le dicevano a scuola,
sembrava uno scioglilingua.
Louis Carrère d'Encausse
Eppure questa saga familiare non è soltanto una galleria di ritratti di famiglia. C’è molto altro. Ci sono gli incontri con personaggi famosi del mondo delle lettere, della politica, del cinema, ci sono esperienze di lettura e l’impatto che i grandi autori hanno avuto sullo scrittore. C’è infine il viaggio di Carrère in Georgia e in Ucraina, la sua visione della guerra, il suo giudizio su Putin.
Questo
libro è un gigantesco affresco, uno di quelli in cui il nostro occhio deve
esercitarsi a scorgere i personaggi minori accanto a quelli in primo piano. È
un libro scritto pensando a sua madre (grande donna) che però termina con un
piccolo cammeo dedicato al padre, l’uomo vissuto sempre nell’ombra della moglie
che si reca ad Encausse, il paesino da cui ha preso il nome la sua famiglia,
quasi a rivendicarne la dignità.



















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