lunedì 9 marzo 2026

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice” ed. 2026

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

biografia romanzata

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice”

Ed. e/o. trad. Massimo Ortelio, pagg. 496, Euro 20,90

 

      Lei, Martha Ballard, protagonista e voce narrante del libro di Ariel Lawhon, è veramente esistita. Nata a Oxford, provincia del Massachussets nel 1735 e morta nel 1812, faceva la levatrice, aiutò 816 bambini a venire al mondo e fu presente alla nascita di più di 1000 di loro. Sappiamo che sposò Ephraim Ballard nel 1754, che insieme ebbero nove figli di cui tre morirono per difterite, e che nel 1777 si trasferirono nella Kennebec Valley, nel Maine. E poi Martha Ballard teneva un diario (cosa straordinaria per una donna della sua condizione per quell’epoca). Non era un diario ‘romantico’, tutt’altro. Scriveva brevi annotazioni, a volte difficili da interpretare, sul tempo atmosferico, sui bambini che erano venuti al mondo e sulle difficoltà più o meno grandi del parto. Registrava anche i giorni di quiete, senza alcuna chiamata- ‘sono rimasta a casa’.  

    Martha Ballard non era soltanto una levatrice. In un’epoca in cui non era permesso alle donne di studiare medicina, Martha sapeva curare con le erbe, molto spesso veniva chiamata al capezzale di un ammalato e aveva accumulato una grande esperienza, tanto che spesso la sua presenza era necessaria anche nei casi di autopsia. Era proprio questa esperienza di prima mano, oltre a un ottimo intuito, che la rendeva straordinaria e spesso più capace di un medico che aveva fatto studi universitari.


     Ariel Lawhon costruisce il suo romanzo su tutte queste informazioni riconoscendo il suo debito anche alla storica Laurel Ulrich che aveva analizzato il diario di Martha Ballard. Tutto vero, quindi, ne “L’inverno della levatrice”, anche se poi, come è usuale, dobbiamo concedere alla scrittrice la facoltà di immaginare, di dare una voce alle persone che sono diventate personaggi del romanzo. In questo caso c’è anche una morte, proprio all’inizio, che colora di giallo il romanzo e che offre la possibilità di esplorare la condizione femminile dell’epoca.

    Hallowell, Maine, 1789. Il fiume Kennebec è ghiacciato. C’è un corpo sotto la lastra di ghiaccio. E’ quello di Joshua Burgess e non c’è nessuno che pianga la sua morte. Quando viene chiamata per esaminare il cadavere, Martha vede il segno di una corda attorno al suo collo- Burgess è stato impiccato e poi gettato nel fiume, anche se nessuna corda è stata ritrovata. Il giovane medico è di diversa opinione, secondo lui l’uomo è morto annegato. La parola di un dottore UOMO contro quella di una levatrice DONNA. Comunque più di una persona aveva motivi per ucciderlo. La moglie del pastore locale aveva accusato lui e il giudice colonnello Norton di averla violentata in assenza del marito. La prova era che era incinta e inoltre Martha aveva registrato sul diario quando la donna, sconvolta, si era confidata con lei.

dal film tratto dal romanzo

Ci sarà un processo e, di nuovo, che cosa vale la parola di una donna contro quella di un uomo? La soluzione dell’assassinio di Burgess arriva del tutto inaspettata e, considerando come agisce la giustizia del vero e proprio tribunale, se un colpevole non viene portato davanti ai giudici e il suo reato rimane impunito, non sembra poi molto grave.

     Questi fatti sono tutti veri e, anche se il passo del libro è a tratti lento, anche se si poteva fare qualche taglio sui tanti parti in cui Martha interviene, anche se il linguaggio e il comportamento della protagonista ci paiono troppo ‘moderni’, il quadro della situazione femminile a fine ‘700 è molto interessante. Veniamo a sapere, per esempio, che era compito della levatrice far dire alla partoriente, se non era sposata, chi fosse il padre del bambino in modo che questi si facesse carico del mantenimento, molti erano i matrimoni riparatori e, quanto ai processi per violenza carnale, quasi sempre le sentenze scagionavano gli uomini (ce ne stupiamo? A distanza di più di due secoli le cose non sono cambiate molto).



mercoledì 4 marzo 2026

Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo” ed. 2020

                                                     Voci da mondi diversi. Giappone


Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo”

Ed. Einaudi, trad. Anna Specchio, Euro 14,00   2019

 

     Un mal di testa. Una diagnosi: tumore al cervello. Al massimo gli restavano sei mesi di vita. Al minimo, una settimana.

Il protagonista, io narrante del breve romanzo di Kawamura Genki, ha solo trent’anni e vive da solo con un gatto. La madre è morta e lui è in disaccordo con il padre che non vede dalla morte della mamma.

È chiaro che la diagnosi lo ha sconvolto e per prima cosa pensa alle dieci cose che gli piacerebbe fare prima di morire. Tuttavia si arrende alla prima esperienza- lanciarsi con il paracadute. E a questo punto appare il Diavolo, vestito in maniera stravagante, ma dopotutto l’idea del diavolo è molto personale, forse è una sorta di alter ego. Inizia così una sorta di patto faustiano, la solita offerta del diavolo in cambio di un vantaggio che, in questo caso, è un allungamento della vita.

   In maniera leggera e scherzosa Kawamura rielabora il vecchissimo tema delle tentazioni di Satana. Nel Vangelo Satana faceva tre offerte a Gesù nel deserto- la trasformazione delle pietre in pane per interrompere il digiuno, il potere sui regni del mondo, l’invito a gettarsi dal pinnacolo del tempio per mostrare che Dio lo avrebbe salvato. Anche nel romanzo di Kawamura le proposte del Diavolo che il protagonista chiama Aloha sono tre. Al contrario di quelle del Vangelo che aggiungevano qualcosa, qui le proposte sottraggono qualcosa: se accetta di far scomparire dal mondo quello che il Diavolo gli propone, il nostro personaggio avrà ogni volta un giorno in più di vita. Lui si sente rinfrancato, gli sembra facilissimo, già si vede invecchiare tranquillamente. E invece no.


    I tre lunghi capitoli che seguono l’incontro con il Diavolo esaminano che cosa succederebbe se dal mondo scomparissero i telefoni (sembra una liberazione, dapprima, ma si traduce poi nella solitudine), i film (un capitolo ricco di citazioni di titoli e battute memorabili e poi, come scegliere quale film rivedere per l’ultima volta?), e gli orologi (con gli orologi scompare il tempo, e riaffiorano i ricordi di sua madre e del suo orologio che il padre si era messo in testa di riparare proprio il giorno in cui lei sarebbe morta). Sono tre giorni di vita in più, ognuno con incontri che gli fanno rivivere il passato- con l’ ex fidanzata che andava tanto d’accordo con sua madre, con l’amico che sapeva tutto dei film-, con riflessioni sulla vita che sono come una preparazione a quella finale che implica l’accettazione della morte. Perché, quando il Diavolo gli dice che la prossima scomparsa sarà quella dei gatti, no, lui proprio non ce la fa, a scambiare la sua esistenza con quella del suo amato gatto che gli ha perfino parlato, quasi fosse il gatto in “Alice nel paese delle meraviglie”.


     Nel protagonista che fa il postino non troviamo l’ambizione alla conoscenza totale, neppure a quella della magia nera, che c’era nel Faust di Christopher Marlowe, e neppure quella alla straordinaria ispirazione geniale del compositore che è nel romanzo di Thomas Mann. I due personaggi- lui e il Diavolo- non sono dei giganti come i protagonisti del passato, il tono stempera nel comico il tragico della situazione- come affrontare la morte, soprattutto la morte in giovane età. Eppure, anche se in maniera giocosa, il libro ci fa riflettere su che cosa è importante, sulla vacuità di oggetti che riteniamo indispensabili e sull’importanza delle persone e di ogni forma di vita.



domenica 1 marzo 2026

Bruce Holsinger, “Colpevolezza” ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

psicothriller

Bruce Holsinger, “Colpevolezza”

Ed. e/o. trad. Dario Diofebi, pagg. 412, Euro 19,95

 

    Una famiglia in automobile. Padre, madre, tre figli. Al volante c’è Charlie, quasi diciotto anni, al suo fianco il padre, Noah, che sta lavorando al computer, dietro la madre Lorelei, famosa a livello mondiale per i suoi studi sull’intelligenza artificiale, e le due sorelline di Charlie.

Poi, l’incidente. L’automobile è un minivan autoguidato, Alice, dal sedile posteriore, strilla quando vede un’altra auto venire verso di loro, Charlie sterza disattivando il pilota automatico. L’impatto. Solo Noah è del tutto incolume, gli altri membri della famiglia riportano danni vari. I coniugi anziani a bordo dell’altra auto sono morti.


    Non è solo la polizia a cercare di appurare la meccanica dell’incidente e di chi sia la colpa. Tutti i membri della famiglia non sono capaci di dimenticare, tutti si indagano, tutti si scoprono colpevoli con il passare dei giorni. Quando una automobile auto comandata è coinvolta, si può incolpare l’Intelligenza Artificiale? Si può incolpare chi ha elaborato il sistema? Oppure: era lecito che Charlie fosse distratto, anche se, in teoria, avrebbe dovuto potersi fidare degli algoritmi che regolavano la macchina? Oppure: essendo lui minorenne, suo padre non avrebbe dovuto sorvegliare la sua guida invece di lavorare sul laptop? Oppure: e se Alice non avesse gridato? Che cosa avrebbe deciso di fare l’IA? Oppure: e se la sorellina minore…E se…? E se…?

    La trama si arricchisce di altri elementi che, da una parte, diluiscono la traccia principale, dall’altra offrono altri spunti per riflettere sulla responsabilità personale e sul senso di colpa. La famiglia ha affittato una casa al mare, hanno tutti bisogno di rilassarsi. Guarda caso, però, la mega-villa vicino alla loro appartiene ad un ricchissimo magnate della tecnologia e Noah capisce presto che conosce- e molto bene- sua moglie. Che tipo di rapporto c’è fra di loro? Succederà altro ancora, dopo che Charlie si innamora della figlia del magnate e, ancora una volta, ci si chiederà di chi è la colpa.


    Possiamo attaccare l’etichetta di ‘psicothriller’ al romanzo di Bruce Holsinger. Per un motivo o per l’altro la suspense è fortissima e la narrativa è molto vivace, alternando quella principale, in cui Noah è la voce narrante, a dialoghi di Alice su Chatbox, a estratti di un presunto saggio della moglie di Noah che ci aiuta a mettere a fuoco e a meditare sul nucleo principale del libro, quello che è, al di là di tutti gli incidenti, la sua principale attrattiva- come cambieranno le nostre vite a mano a mano che l’IA prenderà sempre più spazio e più iniziativa? Ed è possibile insegnare il bene all’IA? Ci si deve accontentare delle statistiche che riportano che, ad esempio, le vittime civili dei droni usati in guerra sono in numero inferiore a quelle che ci sono state con armi tradizionali? sono tutti quesiti interessanti che rendono il libro una lettura interessante per il suo carattere di novità.